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Eppure, puntualmente, quando arriva l’estate e il Salento comincia a bruciare, finiamo quasi per attribuire al sole la colpa di ciò che vediamo. Quaranta gradi, settimane senza pioggia, erba ridotta a paglia, vento che soffia forte. Il racconto sembra già scritto: faceva troppo caldo, prima o poi doveva succedere.
No. Il caldo prepara il terreno. La siccità spalanca la porta. Il vento trasforma un piccolo focolaio in una corsa furiosa. La prima fiamma, però, ha bisogno di un innesco.
Ed è proprio da quella prima fiamma che dovremmo ricominciare a guardare gli incendi del Salento.
Perché dietro la distesa nera che rimane dopo il passaggio del fuoco c’è spesso un gesto umano. A volte deliberato, criminale. Altre volte stupido, incosciente, negligente. Una bruciatura sfuggita di mano, un mozzicone gettato dove tutto è già secco, residui vegetali incendiati senza precauzioni, una scintilla. E poi esistono i roghi per i quali le indagini non riescono a individuare con certezza l’origine.
La natura, da queste parti, difficilmente accende da sola la miccia.
L’ALIBI DEL CALDO
La Protezione civile lo spiega con una chiarezza che lascia poco spazio alle suggestioni. Gli incendi provocati da cause naturali sono molto rari. I fulmini possono innescare il fuoco in particolari condizioni, soprattutto durante temporali senza precipitazioni, e nel clima mediterraneo rappresentano fenomeni inconsueti. L’autocombustione della vegetazione, invece, viene esclusa per il nostro clima.
Questo significa che una giornata da quaranta gradi può rendere un territorio drammaticamente infiammabile. Significa che mesi di siccità possono trasformare un sottobosco in combustibile. Significa che il vento può portare le fiamme da una campagna a un’abitazione nel tempo di pochi minuti.
Il termometro, però, non impugna un accendino.
Questa distinzione conta. Conta molto più di quanto sembri, perché continuare a raccontare gli incendi come una conseguenza inevitabile dell’estate rischia di concedere un alibi alla responsabilità dell’uomo.
La Protezione civile distingue con precisione gli incendi di origine umana. Ci sono quelli colposi, prodotti da negligenza, imprudenza o imperizia. Ci sono quelli accidentali. E ci sono quelli dolosi, nei quali qualcuno sceglie consapevolmente di appiccare il fuoco.
Cambiano le intenzioni. Il risultato davanti ai nostri occhi resta lo stesso: una terra ferita.
IL PRIMO AVVERTIMENTO A MAGGIO
Quest’anno il Salento aveva ricevuto un avvertimento quando l’estate doveva ancora cominciare.
Era il 29 maggio quando un vasto incendio divampò intorno a mezzogiorno nei pressi di Torre del Sasso, lungo il tratto costiero tra Andrano e Tricase.
Le fiamme avanzarono nel sottobosco, raggiungendo alcune abitazioni. Vigili del Fuoco e volontari della Protezione civile furono impegnati nelle operazioni di spegnimento; entrò in azione anche un Canadair anche se solo la sera, intorno alle 19, quando il primo allarme fu, invece, lanciato intorno a mezzogiorno. In quell’occasione, alcune famiglie dovettero lasciare precauzionalmente le proprie case, mentre cittadini e turisti venivano invitati ad allontanarsi dalle zone a rischio.
Era ancora primavera. E già si evacuavano abitazioni davanti al fuoco.
Quell’area della costa, preziosa e fragile, porta da anni i segni di incendi anche estesi. Ogni volta si spegne il fuoco, si tirano le somme, si osservano tronchi carbonizzati e terra annerita. Poi passa qualche mese, cresce di nuovo un po’ di verde e la ferita finisce fuori dallo sguardo.
Fino alla prossima colonna di fumo.

L’ESTATE HA PRESENTATO IL CONTO
A luglio le immagini hanno iniziato a rincorrersi con una frequenza impressionante.
Santa Cesarea Terme, con le fiamme partite dalle campagne della zona di Cerfignano e spinte dal vento verso l’abitato, fino all’evacuazione precauzionale di strutture turistiche e residenziali.
Punta della Suina, nel Parco di Punta Pizzo, dove il 13 luglio il fuoco ha divorato ettari di macchia mediterranea e pineta, costringendo all’evacuazione di parte del litorale mentre elicottero e Canadair cercavano di fermare l’avanzata delle fiamme.
Il giorno successivo Ruffano, sulla collina della Madonna della Serra. Ancora fuoco, ancora vento, ancora abitazioni evacuate, ancora un Canadair chiamato a combattere dall’alto ciò che a terra aveva già cominciato a distruggere.
Poi Frigole, San Cataldo, Torre Veneri, con due incendi in una vasta zona boschiva vicina al parco di Rauccio e uno dei fronti arrivato a estendersi per circa un chilometro e mezzo.
Infine, Gallipoli. Il 24 luglio, tra Padula Bianca e Rivabella, le fiamme hanno lambito case e stabilimenti balneari. Residence evacuati, lidi sgomberati, automobili ferme sulla tangenziale mentre intorno c’erano fumo e fuoco. Sei ettari di pineta e macchia mediterranea devastati, insieme a uno stabilimento balneare e a quarantaquattro anni di lavoro spazzati via in poche ore.
Per ogni località c’è una cartolina del Salento che abbiamo imparato a mostrare con orgoglio. Quest’estate molte di quelle cartoline hanno avuto il bordo nero.
DOLOSO O COLPOSO, RESTA LA MANO DELL’UOMO
Davanti a un incendio il pensiero corre subito al piromane. Qualche volta è davvero così. Esistono incendi appiccati deliberatamente, per interesse, vendetta, risentimento, vandalismo o altre ragioni sulle quali spetta agli investigatori fare luce.
Esiste anche un’altra responsabilità, meno spettacolare e per questo forse persino più inquietante: quella dell’incuria.
Il fuoco acceso nel momento sbagliato. La sterpaglia lasciata crescere fino a diventare una distesa pronta a bruciare. La sigaretta lanciata dal finestrino.
La convinzione che una piccola fiamma possa essere controllata facilmente. Un comportamento che dura pochi secondi può consegnare ai Vigili del Fuoco ore di battaglia e alla comunità anni di conseguenze. Doloso significa volontà di incendiare. Colposo significa che quella volontà mancava.
Per un ulivo carbonizzato la differenza è sottile. Per l’anima le che perde il proprio habitat è inesistente. Per chi deve abbandonare casa mentre il cielo diventa arancione e il fumo entra dalle finestre, sapere che tutto possa essere cominciato per cattiveria oppure per una leggerezza cambia poco in quei minuti.
Restano la paura, il fuoco e quello che troverà al ritorno.
IL CANADAIR ULTIMO BALUARDO
Abbiamo imparato a guardare con sollievo i Canadair arrivare sul mare, riempire i serbatoi e risalire verso il fronte dell’incendio. Sono immagini potenti, quasi rassicuranti. Raccontano la macchina dei soccorsi che si mette in moto, il lavoro estenuante dei Vigili del Fuoco, della Protezione civile, dell’Arif, delle forze dell’ordine, dei volontari.
Dietro quella scena, però, c’è già una sconfitta.
Quando un Canadair deve alzarsi in volo, il territorio sta già bruciando. La prevenzione avviene molto prima. Nei terreni curati. Nelle sterpaglie eliminate nei tempi previsti.
Nella manutenzione del sottobosco e delle fasce di sicurezza. Nei controlli. Nella vigilanza. Nella capacità di segnalare subito una colonna di fumo.
Soprattutto nei comportamenti di ciascuno.
E quando il fuoco viene acceso volontariamente, la prevenzione assume un altro nome: controllo del territorio, indagine, repressione.
Perché chi dà fuoco a una pineta brucia un patrimonio che appartiene anche a chi nascerà domani.
RESTA LA CENERE
L’incendio conquista l’attenzione mentre le fiamme sono alte. Ci sono le immagini impressionanti, le sirene, gli elicotteri, le evacuazioni, la paura.
Il vero conto arriva dopo.
Arriva nel silenzio di un bosco annerito. Nella terra rimasta senza vegetazione. Negli animali morti o costretti a fuggire. Nella capacità del terreno di trattenere l’acqua che si riduce. Nell’erosione che aumenta. Nel paesaggio che avrà bisogno di anni per tornare vagamente simile a quello che ricordavamo.
Nel 2026 il Salento sta pagando ancora una volta questo prezzo.
E fa male soprattutto per una ragione: questa distruzione ha un denominatore comune, la presenza dell’uomo all’origine dell’innesco, volontaria o colposa.
Le condizioni climatiche sempre più difficili amplificano il pericolo e rendono le conseguenze più rapide e violente. Ci consegnano una terra fragile nella quale basta sempre meno per scatenare un inferno.
Proprio per questo dovrebbe servire sempre più attenzione. Invece ogni estate torniamo a contare ettari, interventi, mezzi, evacuazioni.
IL FUOCO CHE SCEGLIAMO DI VEDERE
Quel che è grave è che una colonna di fumo all’orizzonte non ci sorprende più.
Quando leggiamo di un altro incendio, voltiamo pagina perché ieri ne abbiamo visto uno uguale. Agosto diventa il mese dei Canadair quasi quanto quello delle spiagge. E noi accettiamo l’idea che il Salento d’estate debba bruciare.
No, signori! Il Salento non deve bruciare.
Il caldo può essere feroce, il vento violento, la terra arida. La natura può rendere il fuoco più veloce, più aggressivo, più difficile da fermare. Quasi sempre, però, all’inizio della storia c’è un comportamento umano.
Qualche volta criminale, qualche volta irresponsabile, qualche volta impossibile da ricostruire fino in fondo.
E allora forse dovremmo smettere di guardare soltanto verso il cielo in cerca del Canadair e cominciare a guardare molto di più intorno a noi.
Perché gli alberi bruciati ricresceranno, lentamente.
La macchia mediterranea proverà a riprendersi i propri spazi. Il tempo lavorerà sulle ferite che gli lasciamo.
C’è una cosa, però, che nessuna pioggia potrà spegnere al posto nostro: l’abitudine a considerare inevitabile ciò che spesso poteva essere evitato. Il giorno in cui una colonna di fumo ci sembrerà parte del paesaggio, il fuoco l’avrà già avuta vinta.




