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Il fuoco quest’anno ha anticipato l’estate.
Da maggio il Salento è stato attraversato da una lunga sequenza di incendi che ha impegnato Vigili del Fuoco, ARIF, Protezione Civile, volontari e amministrazioni locali, riportando al centro una questione che torna puntuale con l’arrivo della stagione più calda: quanto siamo capaci di prevenire un incendio prima di essere costretti a inseguirlo?
Una domanda diventata ancora più urgente a metà luglio, quando i coordinamenti provinciali delle associazioni di volontariato di Protezione Civile pugliesi avevano annunciato la sospensione della partecipazione alla campagna antincendio a partire dal 15 luglio. Alla base della protesta, l’assenza di certezze sui rimborsi delle spese già sostenute e sulle risorse necessarie per continuare gli interventi.
Il rischio dello stop è poi rientrato. La Regione ha avviato una procedura d’urgenza per reperire le risorse necessarie a garantire la prosecuzione delle attività e il presidio del territorio da parte delle organizzazioni impegnate nella campagna antincendio.
L’episodio racconta quanto delicato sia l’equilibrio su cui poggia una macchina fatta di uomini, mezzi, carburante, coordinamento e capacità di individuare un focolaio quando è ancora possibile fermarlo rapidamente.
DRONI E SORVEGLIANZA, STRADA GIÀ APERTA
L’impiego dei droni nella prevenzione degli incendi ha già una storia in Puglia.
Con il progetto europeo OFIDIA2 la Regione ha sperimentato un sistema integrato composto da droni, videocamere ad alta risoluzione, sensori e stazioni meteorologiche collegati a un Centro di controllo presso la Protezione Civile. Nel 2023 la stessa Regione ha poi indicato espressamente i droni tra gli strumenti utilizzabili dai Comuni nei progetti per prevenire e contrastare gli incendi boschivi.
Accanto a questi strumenti opera EFFIS, il sistema europeo di informazione sugli incendi boschivi sviluppato nell’ambito del programma Copernicus, che attraverso dati satellitari contribuisce al monitoraggio degli incendi, delle aree percorse dal fuoco e delle condizioni di rischio.
Anche il Salento ha avuto esperienze concrete. Tra il 2023 e il 2024 il progetto europeo EFFICIENTN2K ha previsto attività di monitoraggio con droni, anche per il rilevamento degli incendi, mentre nel giugno 2025 presso il Nucleo Carabinieri Forestale di Maglie è stata attivata una base per un drone destinato al controllo del territorio e alla prevenzione dei roghi boschivi.
Per la stagione AIB 2026 il tema è entrato anche nella pianificazione della Prefettura di Lecce, che ha indicato come opportuno sviluppare progetti di monitoraggio dall’alto con droni nelle aree a maggiore rischio, prevedendo il coordinamento tecnico-operativo del Nucleo Informative Antincendio Boschivo dei Carabinieri Forestali.
La sorveglianza dall’alto continua intanto ad avere un peso crescente: nel 2025 la provincia di Lecce ha concentrato 49 delle 95 missioni aeree AIB effettuate in Puglia e, dal luglio 2026, nell’Unione dei Comuni Terra di Leuca è attivo anche un servizio di monitoraggio con velivoli ultraleggeri.
Dalle fonti istituzionali finora consultate, tuttavia, non emergerebbero per la campagna 2026 specifiche campagne operative con droni nel Salento. Una distanza tra indirizzo e operatività che rende ancora più interessante il caso FireHound, mezzo già disponibile sul territorio ma ancora fuori dal dispositivo di prevenzione.
IL “SEGUGIO DEL FUOCO” CHE NON VOLA
È dentro questo scenario che si inserisce la storia di Roberto Spennato.
Ex vigile del fuoco volontario e oggi pilota di droni, Spennato ha finito per unire due esperienze che sembrano naturalmente destinate a incontrarsi. Da una parte la conoscenza diretta di cosa significhi arrivare su un incendio quando le fiamme hanno già preso forza; dall’altra la possibilità di osservare il territorio dall’alto e individuare prima ciò che a terra può sfuggire.
Da questa convinzione è nato l’investimento personale in un FireHound Zero FH-0, drone progettato per il monitoraggio antincendio.

FireHound nasce con un obiettivo preciso: accorgersi del fuoco quando è ancora un focolaio. Sorvolando il territorio può individuare anomalie termiche, localizzarle e restituire a chi opera a terra informazioni utili per intervenire rapidamente. È su questa capacità di anticipare le fiamme, più che inseguirle quando hanno già preso forza, che Spennato ha deciso di puntare.
Il mezzo è stato acquistato privatamente e, secondo quanto riferisce il suo proprietario, sarebbe disponibile per essere messo al servizio del territorio.
Eppure, oggi resta a terra.
RESTA DA CAPIRE PERCHÉ
Capire perché significa andare oltre le prestazioni dichiarate sulla carta e verificare certificazioni, autorizzazioni, costi, modalità di impiego e interlocuzioni istituzionali. Significa soprattutto capire se esista un impedimento preciso oppure se una tecnologia già presente sul territorio non abbia ancora trovato un percorso capace di inserirla nella macchina della prevenzione.
È da qui che parte il confronto con Roberto Spennato.
Sei stato vigile del fuoco volontario e oggi sei pilota di droni. Cosa ti ha portato a investire personalmente proprio in FireHound e quale contributo concreto ritieni possa dare nella prevenzione degli incendi nel Salento?
«Ho vissuto sul campo cosa significa affrontare un incendio: quando è nata la squadra dei Vigili del Fuoco Volontari a Ugento ed ero Caposquadra all’inaugurazione, ho capito subito una cosa banale ma fondamentale. Se aspetti di vedere la colonna di fumo alto, sei già in ritardo.
Oggi da pilota di droni ho scelto di puntare su FireHound perché risolve il problema principale dei droni classici: l’autonomia. Un quadricottero dopo venti o trenta minuti deve rientrare a terra. Questo velivolo, grazie ai pannelli solari integrati, sta per aria fino a 15 ore. Nel nostro Salento – tra la macchia, le pinete costiere e i canneti – significa poter fare un vero pattugliamento continuo. Troviamo il piccolo focolaio o l’anomalia termica di pochi centimetri quando il fuoco non è ancora partito, mandando i ragazzi di terra a spegnerlo con un secchio d’acqua prima che arrivi lo Scirocco».
Nel Salento droni e altri velivoli sono già stati utilizzati per il monitoraggio del territorio. Cosa distingue FireHound da un normale drone con termocamera e quali sono, invece, i suoi limiti operativi?
«I droni commerciali con termocamera che si vedono in giro servono per fare un controllo mirato di pochi minuti su un’area ristretta. FireHound, invece, è fatto per macinare chilometri: può volare fino a 15 ore e coprire oltre 500 ettari all’ora, trasmettendo in tempo reale video e coordinate GPS alla centrale via 4G. È questa la differenza fondamentale: passare da rilievi brevi e localizzati a un vero pattugliamento preventivo su vaste aree del Salento e della Puglia. Il mezzo è ufficialmente iscritto nel registro EASA con marcatura di classe C6 (STS-02) rilasciata da Vector Robotics. Significa che è già certificato a livello europeo per il volo in BVLOS (oltre la linea di vista) per le missioni di monitoraggio ad ampio raggio. Non ci sono ostacoli normativi: la macchina è pronta e in regola per operare da subito. I suoi limiti? Bisogna essere onesti: non è un aereo che carica acqua, quindi non spegne gli incendi, li previene. Di notte non ha il supporto del sole e l’autonomia scende a un paio d’ore. E poi, essendo un’ala fissa, ha bisogno di un piccolo spazio libero di qualche metro per atterrare, anche se per lanciarlo basta semplicemente la mano».
Hai già proposto formalmente il mezzo a Comuni, Protezione Civile, Prefettura, Regione o altri enti? A chi ti sei rivolto, quali risposte hai ricevuto e ti è mai stato indicato un ostacolo tecnico, normativo o amministrativo al suo utilizzo?
«Il progetto l’ho portato all’attenzione di diverse realtà del territorio: dai Comuni alla Protezione Civile, passando per il dibattito sui Piani AIB regionali. La reazione è quasi sempre la stessa: tutti sgranano gli occhi e dicono “è fantastico, ci serve”. Poi però arrivano i veri ostacoli, che non sono mai tecnici, perché il mezzo funziona ed è sicuro. Il problema è puramente amministrativo: i bandi pubblici sono rigidi, i Piani Antincendio regionali vengono aggiornati a rilento e spesso la burocrazia si incastra perché le competenze sono divise tra mille enti diversi. Nessuno vuole prendersi la responsabilità di firmare per un metodo di prevenzione nuovo».
Quanto costa realmente un sistema come questo, tra acquisto e gestione, e quanto costerebbe a un ente impiegarlo durante una stagione antincendio? Se il rapporto tra costi, capacità di monitoraggio e rapidità di avvistamento risultasse vantaggioso, perché secondo te FireHound oggi resta fermo a terra?
«Parlando di cifre concrete, una macchina del genere completa di termocamera FLIR e stazione di terra costa attorno ai 25-30 mila euro. Praticamente niente se pensi che un solo volo di un mezzo pesante o di un elicottero durante un’emergenza costa migliaia di euro all’ora. Per un comune o un ente, garantire una stagione di pattugliamento continuo costerebbe una frazione di un singolo intervento di spegnimento.
Perché allora resta a terra? Perché la politica e le istituzioni sono ancora abituate a ragionare sull’emergenza e non sulla prevenzione. Si preferisce spendere cifre enormi per rincorrere i danni a disastro avvenuto piuttosto che investire una somma minima per evitare che l’incendio parta. Manca la visione di sistema e la voglia di aggiornare i vecchi schemi».




