La Grande Onda diventa un’infiorata: Hokusai tra arte giapponese e tradizione popolare

di Sefora Cucci

Cambia il continente, cambia il soggetto, ma il gesto conserva qualcosa di profondamente familiare. Migliaia di fiori accostati uno all’altro, il colore che prende il posto della pittura, una grande immagine costruita sul suolo e destinata a durare soltanto pochi giorni. È difficile osservare la monumentale reinterpretazione della Grande Onda di Kanagawa senza pensare alla tradizione delle infiorate, quelle composizioni effimere che soprattutto in Italia trasformano strade e sagrati in tappeti figurativi in occasione di celebrazioni religiose, feste patronali e ricorrenze comunitarie.

A Bruxelles, dal 13 al 16 agosto, quella stessa grammatica fatta di pazienza, materia vegetale e meraviglia collettiva ha incontrato uno dei simboli più celebri dell’arte giapponese. La Grand-Place ha ospitato la ventiquattresima edizione del Flower Carpet, trasformandosi in una distesa floreale di 70 metri per 24 ispirata alla celeberrima xilografia di Katsushika Hokusai.

Dall’infiorata all’ukiyo-e

A prima vista il parallelo può sembrare inatteso. Da una parte le infiorate della tradizione europea, spesso nate attorno alla devozione religiosa e alla vita delle comunità; dall’altra l’ukiyo-e giapponese dell’Ottocento. Eppure il principio visivo finisce per avvicinare mondi lontanissimi: l’immagine viene costruita attraverso una moltitudine di elementi minuti, il disegno nasce dalla distanza e l’opera trova la propria forza proprio nella sua precarietà.

Il progetto è stato affidato all’artista giapponese Hiro Sugiyama, docente alla Kyoto University of the Arts e fondatore del collettivo Enlightenment, che ha reinterpretato il capolavoro di Hokusai attraverso un linguaggio contemporaneo.

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Il titolo, “Neo-Hokusai”, racconta già questa trasformazione. L’onda, il Monte Fuji e alcuni motivi dell’immaginario decorativo giapponese vengono scomposti e ricomposti attraverso campiture cromatiche e geometrie, fino a diventare un gigantesco mosaico floreale.

Un tappeto di oltre 700mila fiori

La composizione occupava una superficie di circa 1.680 metri quadrati ed è stata realizzata con oltre 700mila fiori, in larga parte dalie.

Come accade nelle infiorate più spettacolari, anche qui il vero prodigio è nella costruzione collettiva. Decine di persone hanno lavorato disponendo manualmente i fiori secondo un disegno preciso, trasformando progressivamente il selciato in una superficie pittorica.

Il procedimento conserva qualcosa di antico: prima il progetto, poi la suddivisione degli spazi, infine la posa meticolosa dei materiali. Solo che al posto delle immagini sacre, degli stemmi o delle decorazioni tradizionali, questa volta al centro della scena c’era una delle immagini più riconoscibili della storia dell’arte mondiale.

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Hokusai, due secoli dopo

Realizzata nei primi anni Trenta dell’Ottocento e appartenente alla serie delle Trentasei vedute del Monte Fuji, La Grande Onda di Kanagawa ha attraversato due secoli senza perdere forza.

Ha influenzato artisti europei, alimentato il fenomeno del Japonisme, invaso musei, manifesti, oggetti di design e cultura popolare. La sua immagine è ormai diventata un codice visivo universale.

La versione floreale aggiunge però un elemento nuovo: la fragilità. L’originale di Hokusai nasceva dalla stampa, dalla possibilità della riproduzione; questa interpretazione, invece, vive proprio nella sua irripetibilità.

La bellezza che dura pochi giorni

È forse qui che il richiamo alle infiorate diventa più forte.

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Da secoli le comunità costruiscono immagini splendide sapendo che saranno cancellate dal tempo, dal vento o dal passaggio delle persone. La loro forza non sta nella durata, bensì nell’atto stesso di realizzarle.

Anche la Grande Onda composta di fiori nasce con la propria scomparsa già scritta.

Per qualche giorno uno dei capolavori più riprodotti della storia dell’arte ha rinunciato alla carta e si è affidato ai petali. Un’immagine nata in Giappone quasi due secoli fa si è così trasformata in qualcosa che, agli occhi italiani, ricorda sorprendentemente le strade ricoperte di fiori delle feste religiose e delle antiche celebrazioni popolari.

Una tradizione e un’icona lontanissime tra loro, unite dallo stesso destino: lasciare un segno proprio perché destinate a svanire.

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