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di Gioele Zito
Quest’anno ho fatto cifra tonda. Trent’anni. Solo a pronunciarli il primo pensiero che raggiunge la superficie è “ma veramente?” seguito da un “e ancora cusì stai?” (questo forse è l’eco della voce di mia nonna che mi esorta a maritarmi).
Se mi ci fermo a riflettere mi rendo conto che è un tempo sufficientemente lungo per passare dall’essere figli al metterne al mondo (vedasi mio papà) o dal sedere tra i banchi di scuola al prendere posto dietro alla cattedra.
Nel mio caso è un tempo lungo abbastanza che i ricordi d’infanzia smettono di sembrarmi vicini e assumono i contorni di un’altra vita. Sono nato nel ‘96 con un fratello dell’89 che ha dato forma alle mie prime passioni e aspirazioni, ha incarnato lo zeitgeist della mia infanzia.
Da lui ho assorbito l’avvento della prima era digitale, della musica dance ed elettronica e la passione per il calcio. Mi sembra passata un’eternità. Quando si è bambini e si pensa al futuro lo si fa attraverso la massima proiezione possibile, quella onirica. Il futuro è una tela bianca su cui proiettare desideri improbabili.
Io avevo deciso che nella mia vita da adulto avremmo vissuto tutti in un unico complesso abitativo, fratelli, genitori, zii, cugini, nonni e amici con cui giocare a calcetto in strada dopo il lavoro. Il mio sogno d’infanzia era sostanzialmente il super-condominio. Ma quando gli anni passano quell’incoscienza deve fare i conti con le sfide reali che la vita ti pone davanti.
LE SCELTE CHE FACCIAMO E QUELLE CHE LASCIAMO FARE AGLI ALTRI
Crescendo la vita perde la dimensione onirica e si affaccia ad un mestiere. Lì arrivano le scelte. O almeno così si crede. Un interrogativo che spesso abita gli anfratti della mia mente è “cosa mi rende ciò che sono? Cosa mi definisce?”.
Le scelte, mi rispondo. E sento che varcata la soglia dei trenta, di scelte ne ho fatte realmente poche. Sento di aver speso una vita costellata da sogni che si sono spenti nell’attimo stesso in cui ho alzato lo sguardo per afferrarli. Sento dire che la vita è fatta di bivi. Basta un passo nella direzione sbagliata e ti ritrovi a chiederti dieci anni più tardi ‘ma quand’è che ho deciso che questo era il mio futuro?’.
La verità – mi confido – è che molto spesso la strada te la ritrovi già sotto i piedi, battuta da qualcun altro. Non ti rendi conto di quanto la tua vita sia determinata dalle scelte che non fai, dai rischi che non prendi. Attendi che sia qualcun altro a prendere quella decisione per te, a darti una spinta.
Per non rischiare di fallire o se non altro per avere una giustificazione pronta all’uso in caso di insuccesso, lasci agli altri la prima e l’ultima parola sulle scelte che impatteranno maggiormente sulla tua vita. Ho costruito la mia nel culto della perseveranza di un percorso che sentivo alla mia portata e che godeva dell’approvazione delle persone il cui giudizio contava per me.
LA STRADA GIÀ TRACCIATA E IL PESO DELLE RINUNCE
Ho studiato giurisprudenza, a Pavia, sono diventato avvocato, non mi sono lasciato attrarre dal fascino di percorsi più incerti e rischiosi perché non c’è tempo per fare la scelta sbagliata.
Il mio spartiacque – come quello di molti immagino – è segnato dall’uscita dalle scuole e l’avvio della carriera accademica. In quel momento lì, in cui ho imboccato la strada già tracciata, mi capita a volte di immaginare un altro me che ha preso la strada sbagliata e ha investito nella musica, nel cinema, nel giornalismo, fallendo in ognuno di quei percorsi.
Sì, questo epilogo drammatico è la scorciatoia creata dalla mia mente per legittimare l’unica e sola strada giusta che potessi imboccare undici anni fa.
LA PROVINCIA, LE INSICUREZZE E IL DESIDERIO DI FUGA
Da adolescente guardavo al futuro con ottimismo. A volte più come si guarda ad una via di fuga da un perenne stato di insoddisfazione. Cresciuto in una realtà di provincia dove il mondo sembrava intrappolato in pochi chilometri quadrati, ho iniziato presto a percepire quei confini come una gabbia.
Il teatro, ad esempio, è stato lungo tutta la mia adolescenza un desiderio inespresso, un appuntamento da rimandare a quando sarei potuto sparire lontano e cominciare ad essere chi davvero avrei voluto essere, convinto di poter seminare coi chilometri anche le mie insicurezze.
Anche se già una breve parentesi teatrale in quarto liceo mi aveva messo di fronte all’inappellabile sentenza che io, per il teatro, non sono proprio portato.
CADERE, RIPARTIRE E RICOSTRUIRSI DA ZERO
E così è rimasto sepolto, come un urlo strozzato nello stomaco, per tutti gli anni dell’università. Il teatro ha rappresentato a lungo nella mia mente l’allegoria del me vincente e la realtà lo specchio che mi ricordava che non ero capace di alzare la voce, di dire che esisto, che il mio cazzo di futuro non me lo può togliere la paura di fallire.
Ma non ce l’ho fatta e l’università è passata in sordina, dal limitare i rischi fino smettere di pormi domande e nascondere la testa sotto ai libri. Poi uno schiaffo mi ha fatto finalmente cadere e rompere col passato, con relazioni e abitudini maturate negli anni. Mi sono spogliato per potermi ricostruire da zero, come avrei dovuto fare molti anni prima, ora che finalmente ero pronto. Milano, 2022.
Il primo atto della mia vita adulta è segnato da colloqui di lavoro e appuntamenti per una stanza in affitto. Mi trovo messo sotto esame da estranei senza ancora sapere chi sono. L’occasione di un bilancio personale arriva quando stilo l’elenco delle esperienze da inserire nel curriculum e ho l’impressione di aver buttato via venticinque anni di vita. Per la prima volta sento che quel treno forse non ripasserà più e trovo il coraggio di agire. Ho aperto il computer, ho tirato un bel sospiro e ho cliccato sul modulo d’iscrizione.
IMPARARE A SCEGLIERE DAVVERO
Lezione dopo lezione quella resistenza razionale è finita per essere travolta dal mare di nuove opportunità che mi offriva l’impulso, fino a che si è compiuto il miracolo: ho smesso di giudicarmi e ho imparato a fidarmi. A tollerare l’imprevisto. A fare qualcosa senza sapere se ne sarei stato capace.
A smettere di misurare ogni esperienza in termini di successo o fallimento. Quando si è giovani il futuro appare infinito. Davanti a noi si apre una distesa di possibilità e il mondo sembra un continuo dilatarsi. Poi, gradualmente, qualcosa cambia. Le strade percorribili diminuiscono, le scelte si consolidano, alcune porte si chiudono. Il mondo comincia a restringersi.
Compiere trent’anni per me ha significato prendere coscienza di questa contrazione, ma anche capire che non tutte le possibilità hanno lo stesso valore. A vent’anni volevo tenere aperte tutte le porte. A trenta ho imparato che una vita non si costruisce sommando possibilità, ma scegliendone alcune e portandole fino in fondo.
Per questo oggi non mi considero una persona che ha rinunciato ai propri sogni, ma che ha finalmente smesso di vivere di sole proiezioni. Ho un lavoro che mi gratifica, una relazione che mi completa, amicizie vere e passioni che continuano a sorprendermi. Non perché tutto sia andato come avevo immaginato da bambino, ma perché ho iniziato ad assumermi la responsabilità delle mie scelte.
LA LIBERTÀ DI VIVERE SENZA PAURA DEL FALLIMENTO
A trent’anni sento che è arrivato il momento di tagliare il cordone ombelicale e scegliere da solo cosa è giusto fare, imparando a tollerare l’imprevisto.
Per questo d’ora in poi tenterò di vivere ogni momento che la vita mi riservi libero dalla paura di fallire, perché la verità è che non poteva andarmi meglio di così.




