Approfondimenti
CCCP, la storia si fa murales. A Melpignano, dove tutto ha avuto inizio…
«È stato il modo più improbabile di avvicinarci al mondo sovietico», raccontò all’epoca Massimo Zamboni, chitarrista dei CCCP, «partire non dalla rossa Emilia, ma dal lontanissimo Salento: era quello che avevamo sempre sperato di fare e lo abbiamo fatto grazie alla piccola Melpignano, che era stata in grado di vedere così lontano»
Che cosa significa valorizzare le tradizioni culturali di un territorio? Vuol dire innanzitutto conservare e tramandare la memoria di quelli eventi che ne hanno segnato la storia. E tra questi eventi c’è un viaggio incredibile: quello che portò dall’Italia in tour in Unione Sovietica i gruppi rock CCCP e Litfiba, insieme ai modenesi Rats e i pugliesi Mista & Missis.
Ed è un viaggio iniziato proprio da Melpignano e che cambierà la storia della musica e non solo.
UN SALTO INDIETRO NEL TEMPO…
È il luglio del 1988 e alla guida del Comune di Melpignano c’è il sindaco comunista Antonio Avantaggiato. Al suo fianco un giovane collaboratore, Sergio Blasi. Insieme hanno l’idea di organizzare un festival di musica rock sovietica. Il titolo: “Le idi di marzo“.
A Melpignano arrivano, per l’occasione, i gruppi russi Televizor, Igre, Sekret, New Collection, il gruppo estone Justament e quello sloveno Demolition Group. Si esibiscono insieme a loro anche alcuni gruppi italiani, CCCP, Litfiba, Mista & Missis, insieme ai baresi Circo Braille e ai romani Downtowners.
Terminata quell’esperienza l’amministrazione propone all’ambasciata sovietica in Italia di organizzare, a sua volta, un tour di gruppi italiani in URSS: una sorta di “scambio culturale”.
Il responso, positivo, non tarda ad arrivare: «Il presidente Michail Sergeevič Gorbachev ha visto il vostro progetto: è molto interessante e ha intenzione di finanziarlo» si legge nella nota ufficiale di risposta.
E così Litfiba e CCCP, che erano stati gli ospiti locali dell’evento melpignanese, nella primavera dell’89 a Fiumicino si imbarcano su un aereo diretto a Mosca.
In un momento di smottamenti epocali, quel viaggio segna un cambio radicale nella carriera e nella vita di entrambe le band.
Per i CCCP il tour in URSS rappresenta una sorta di sublimazione per un gruppo che diceva di fare punk filosovietico.
Il concerto di Leningrado
«È stato il modo più improbabile di avvicinarci al mondo sovietico», raccontò all’epoca Massimo Zamboni, chitarrista dei CCCP, «partire non dalla rossa Emilia, ma dal lontanissimo Salento: era quello che avevamo sempre sperato di fare e lo abbiamo fatto grazie alla piccola Melpignano, che era stata in grado di vedere così lontano».
Seguiranno la caduta del muro di Berlino, il tracollo del mondo comunista e una nuova vita per due delle band più importanti della musica italiana degli anni ’80 e ’90.
I CCCP si reincarneranno così nei CSI, la “Comunità di Suonatori Indipendenti”.
16 e 17 OTTOBRE: DUE GIORNI ALLA STORIA
Sarà dedicato proprio ai CCCP il murales che l’artista poliedrico melpignanese, Enea Polimeno, ha scelto di donare alla sua comunità.
Lo realizzerà domenica 17 ottobre, in piazza Avantaggiato, su due facciate della sede del Comune, alla presenza dei cittadini che vorranno assistere all’evento.
«È un tributo al quel periodo storico, a quel concerto a cui ho assistito quando avevo solo 8 anni e che mi ha fatto capire, nel tempo, da che parte volevo stare», racconta l’artista, «Tramite la street art rivivrà la cultura e la filosofia di questo gruppo, la storia, il contesto culturale in cui ha affondato le radici e le belle emozioni che ha saputo trasmettere».
“Epica Etica Etnica Pathos” è il quarto e ultimo album del gruppo, pubblicato nel 1990. Poi i “CCCP-Fedeli alla linea” si reincarneranno nei CSI. «Il murales trae ispirazione proprio dal titolo di quest’ultima opera», conclude Polimeno, «che sancisce la fine di un’esperienza e l’avvio di un nuovo inizio, segnato dalla collaborazione con i Litfiba. Al momento questo è in assoluto il primo murales dedicato al gruppo, in tutta Italia».
A metà mattinata, ad arricchire l’appuntamento, Danilo Fatur si esibirà in una performance teatrale dedicata proprio al viaggio in Unione Sovietica dell’89, raccontato nel suo ultimo libro che a breve sarà in edicola. Assoldato nel gruppo in qualità di “Artista del Popolo Italiano“, Fatur svolgeva il ruolo di ballerino trasformista nei concerti dal vivo del gruppo. Diventò, assieme ad Annarella Giudici, il volto scenografico dei CCCP, incarnando la faccia più delirante della band, dimenandosi instancabilmente sul palco e portandosi dietro un improbabile armamentario di oggetti e insolite sculture create con oggetti recuperati dai rottamai vicino a casa sua.
A seguire il giornalista di “Mondoradio” Lucio del Casale dialogherà con lo stesso Fatur e con Zamboni , ma anche con alcuni testimoni di quel viaggio incredibile, come Sergio Blasi.
Sabato 16 ottobre, alle 19, a Palazzo Marchesale Massimo Zamboni, chitarrista e principale compositore dei CCCP e dei successivi CSI, presenterà il suo libro “La trionferà”, dialogando con il giornalista Francesco Costantini. Nel libro Zamboni racconta cosa è stato il comunismo nella sua regione, l’Emilia Romagna, attraverso la storia di Cavriago, paesino a due passi da Reggio. La presentazione dell’opera, alla quale si potrà partecipare su prenotazione (gratuitamente) e se in possesso di Green Pass, sarà arricchita da altre testimonianze preziose di chi ha vissuto quell’esperienza in prima persona.
Valentina Avantaggiato: «Nostra storia legata a quella dei CCCP»
«Abbiamo accolto con entusiasmo il progetto di un’artista nostro concittadino, Enea Polimeno, volto a celebrare i CCCP, a quasi 40 anni dalla nascita, con una rappresentazione grafica da donare alla comunità», ha dichiarato il sindaco di Melpignano Valentina vantaggiato, «abbiamo scelto di dedicare a quest’opera uno dei muri della Casa Comunale, per testimoniare quanto la storia politica e culturale di Melpignano sia legata a doppio filo alla storia dei CCCP, a questa esperienza straordinaria che ci ha permesso, grazie alla musica, di varcare un confine fisico e ideologico che nessuno, o quasi nessuno, poteva al tempo oltrepassare. Tanto di quell’esperienza è rimasto nella storia politica che in questa terra si è continuato a scrivere e negli esperimenti artistici confluiti in eventi anche di portata internazionale. Quella necessità di rompere gli schemi predefiniti, culturali, sociali e ambientali, per andare oltre: è questo lo spirito che, da allora, ha accompagnato l’evoluzione di Melpignano. Non non si tratta di nostalgia», conclude Valentina Avantaggiato, «si tratta di continuare a coltivare e tramandare la consapevolezza di questa bellezza».
Approfondimenti
Redditi famiglie italiane, il Sud accelera più del Nord
Bari nella top ten della crescita
Il Mezzogiorno corre nei dati percentuali, ma resta ampio il divario nei redditi assoluti: Foggiaultima in Italia, Milano prima con oltre 21 mila euro in più
Il Sud cresce più del Nord sul fronte dei redditi delle famiglie italiane. È questo il dato più significativo che emerge dall’ultima fotografia nazionale sul reddito disponibile pro capite: il Mezzogiorno mostra segnali concreti di recupero, con diverse province meridionali ai vertici della classifica per incremento percentuale rispetto al 2023.
Un risultato che evidenzia una maggiore vivacità economica in molte aree del Sud, anche se il divario storico con il Settentrione resta ancora molto marcato quando si osservano i valori assoluti dei redditi.
Sei province del Sud nella top ten della crescita
Nella graduatoria nazionale degli aumenti percentuali, ben sei province meridionali entrano tra le prime dieci. A guidare la classifica è Rimini con +5,78%, seguita da Ragusa con +5,55% e Venezia con +4,95%.
Subito dietro si piazza Benevento (+4,85%), mentre Teramo è quinta con +4,80%. In sesta posizione Arezzo (+4,75%), davanti a Caltanissetta, settima a pari merito. Ottava Siracusa (+4,73%), nona Cuneo (+4,71%) e decima Bari con +4,68%.
Un dato che conferma come il Sud, pur tra difficoltà strutturali, stia mostrando segnali di crescita più intensi rispetto ad altre aree del Paese.
Secondo i dati disponibili la provincia di Lecce risulta tra le migliori della Puglia, ma fuori dalle prime posizioni nazionali, precisamente in 72esima posizione, in una fascia medio bassa.
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Classifica province pugliesi per reddito disponibile pro capite (stima)
Posizione Puglia Provincia Reddito disponibile pro capite 1 Bari circa €19.000 2 Lecce circa €18.200 3 Barletta-Andria-Trani circa €17.600 4 Brindisi circa €17.300 5 Taranto circa €16.900 6 Foggia €14.953
Redditi assoluti: Nord ancora dominante
Se però si guarda ai redditi disponibili in termini assoluti, il quadro cambia radicalmente. Le province del Nord continuano a occupare stabilmente le prime posizioni nazionali.
Milano si conferma al primo posto con 36.188 euro pro capite. Seguono la Provincia autonoma di Bolzano con 32.680 euro e Monza e Brianza con 30.182 euro.
Completano la top ten Bologna, Parma, Genova, Firenze e Reggio Emilia.
Foggia ultima, distanza enorme da Milano
Nella parte bassa della classifica nazionale si trovano ancora diverse province meridionali. Ultima è Foggia con 14.953 euro pro capite, preceduta da Agrigento con 15.059 euro e Caserta con 15.288 euro.
Il divario tra la prima e l’ultima provincia italiana raggiunge quota 21.235 euro, una forbice che racconta meglio di ogni statistica il peso delle disuguaglianze territoriali ancora presenti nel Paese.
Il Sud cresce, ma serve colmare il gap
Il Mezzogiorno dunque accelera e mostra segnali incoraggianti, ma il percorso verso un reale riequilibrio economico nazionale è ancora lungo. Crescere più velocemente è importante, ma non basta: la vera sfida resta trasformare questo slancio in occupazione stabile, investimenti e maggiore capacità di reddito per le famiglie del Sud.
Approfondimenti
Vita mia: nuovo film e nuova vita per Edoardo Winspeare
Il regista salentino si racconta partendo dal suo primo film di 30 anni fa Pizzicata, oggi…
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di Luigi Zito
Conobbi Edoardo negli anni in cui girava “Pizzicata”.
Io, rientrato da poco “a casa” dopo una esperienza all’estero, stanco di dover subire la “solita litania” che recitava che in Salento nulla è realizzabile, friggevo dalla voglia di poter cuocere un futuro diverso, scintillante che si concretizzasse per me e la mia terra. Questa smania mi portò a vivere tante esperienze: nella musica, nella politica, nel sociale, e a conoscere (ad esempio all’interno dell’associazione del Presepe Vivente di Tricase, di cui divenni presidente, giusto appunto in quel periodo), una fauna di personaggi che, col senno di poi, sconfessando la “solita litania”, qualcosa per la loro terra hanno costruito.
Edoardo è uno di questi: ricordo ancora quando ci incantava con i racconti di Pizzicata, del fascino che serbava per quel mondo contadino di una volta, di come lo rapisse, dell’inquietudine che metteva nel volercelo raccontare.
Oggi, 30 anni dopo, dopo tanta esperienza e tanti film alle spalle, sono qui a chiedere all’amico cosa ci riserverà la visione di questo nuovo lavoro (Vita mia esce nelle sale il prossimo 9 aprile) e di consegnare, a chi leggerà questa intervista, un po’ della sua anima, della bellezza, del fascino, della storia che (cocciutamente), specchiandosi con il suo mondo, ha voluto raccontare.
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TRENT’ANNI DOPO PIZZICATA
Sono passati 30 anni dal tuo primo film “Pizzicata”: come è cambiato il regista Edoardo e come si è evoluto il cinema nel frattempo?
«Pizzicata è stato girato nel ’94 (uscito nel ’96), mentre il mio primo documentario è del 1989. Fine anni ’80, inizio anni ’90, resisteva ancora qualcosa del mondo contadino, ora è totalmente scomparso. Allora non si faceva che parlare di manufatturiero ed è scomparso anche quello. Oggi la Xylella e l’incuria sono il segno più evidente che in campagna non c’è più nessuno. Il cinema è cambiato tantissimo: i primi lavori li giravo in pellicola e dovevo far stare tutto in uno chassis di 10 minuti. Che ansia! Col digitale è tutto più facile.
Ero inesperto, prima c’era un’idea sacrale dell’inquadratura: bisognava mettere la macchina, l’obiettivo, una fatica.
Non c’era Internet, non c’erano i telefonini: nel 1994 non ce l’aveva quasi nessuno. Ricordo durante le prime riprese che avevamo un cellulare grossissimo per tutta la troupe e che telefonare costava… l’iradiddio».
REALTA’, SOGNI ED AUTENTICITA’ DEL CINEMA SALENTINO
Nei tuoi film hai sempre raccontato un Salento umano, carico di umori e colori, tradizioni e trasformazioni, con attori poco noti e uso del dialetto, spesso definito dalla critica “neorealismo salentino”: è ancora così? Cosa è cambiato in tutto questo tempo?
«Certo che mi faccio ispirare dalla realtà. I miei film sono realistici, ma non sono dogmatico. A esempio, in questo film ci sono le allucinazioni, in “Sangue Vivo” raccontavamo gli effetti della droga, dell’eroina. Non sono uno duro e puro, ci sono anche i sogni. Sono alla continua ricerca di autenticità, per questo uso attori non professionisti e li faccio parlare nella loro lingua. Se giro un film nel Salento, voglio salentini. Trovo così bella questa Italia dove esistono tanti dialetti, tanti accenti. Sono il pioniere del cinema salentino e spero cogliate l’ironia di questa mia affermazione. Non sono un pioniere del cinema che so, spagnolo, siciliano ma di una piccola provincia, di una penisola nella penisola. Questo è il Salento, il Finis Terrae, è qualcosa di speciale dove si respira un’energia incredibile, meno omologata, ecco perché affermo sempre: “Qui finisce il mondo, ma ne inizia un altro di fantasia”».

A quale dei tuoi film sei più legato e ti riconosci di più? Avresti cambiato qualcosa?
«Sono legato un po’ a tutti i miei film, sono come dei figli: uno è più bello però è un somaro; l’altro è bravissimo a scuola ma è una frana negli sport; sono tutti imperfetti.
A quale tengo di più? Direi “Pizzicata”, il primo, con tutte le sue ingenuità, e poi “Sangue Vivo”, “In Grazia di Dio” e anche la “Vita in Comune”. Quelli più importanti, che sono costati un botto, come “Miracolo” e “Galantuomini”, un po’ meno.
Avrei cambiato un sacco di cose: li avrei fatti più brevi, lavorato di più sulla recitazione, anche se devo ammettere che la forza dei miei prodotti sta proprio nella recitazione autentica. Magari poi incontro “il cristiano di Patù” e mi rimprovera: “Ma quann’è che ca pii l’attori veri, ca cuntene italianu?” Perché questi non sono attori? Sono come noi, sono verosimili, quindi veri».
STORIA ED AMBIZIONI DI CASA MIA
Cosa deve aspettarsi chi andrà a vedere “Vita mia”? Di cosa parla? C’è ancora un forte radicamento col nostro territorio? È autobiografico?
«Di vedere una grande storia tra due donne, diverse in tutto: estrazione sociale, educazione, provenienza geografica, lingua e grazie a queste si riscoprono. Racconta di come certi pregiudizi si superano proprio grazie alla conoscenza.
Importante è anche il periodo storico in cui è ambientato il film. Espone i drammi, le stratificazioni dell’Europa e di come il nostro continente oggi («lo penso veramente»), sia una speranza, un faro di civiltà, anche per tutti ‘sti autocrati che abbiamo, a destra e a sinistra, sopra e sotto, con tutti questi pazzi che credono che ormai conti solo la forza! Noi abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle il nazifascismo, il totalitarismo di stampo sovietico e questo ci ha inspirato a realizzare un’Europa unita. Poi c’è il fascino della Transilvania, dove abbiamo girato.
Il Salento che traspare è diverso: testimonia di una famiglia aristocratica decaduta, impoverita («molto autobiografico questo»).
Mi sono ispirato alla vicenda di mia madre, discende da una famiglia dell’impero Austro-Ungarico, incarna proprio la Mittel-Europa, è la Principessa del Lichtenstein anche se nutre uno sviscerato amore per il Salento: asserisce che è una terra di grande civiltà, di grandissima civiltà».

«Ci sono l’Europa, l’amicizia, la Seconda Guerra Mondiale, il senso di colpa, l’insopprimibile bisogno di dire la verità. È poi un film molto femminile, con un gran finale, con due donne fiere, forti e affascinanti».
LA DEDICA SPECIALE
A chi dedica questo tuo nuovo lavoro?
«Beh, facile, a mia madre. Le voglio dire, però, che lei è molto più simpatica del personaggio che mi ha ispirato, nel film mi sono lasciato decisamente prendere dal racconto…».
Approfondimenti
RSA, ultima spiaggia o atto d’amore? La difficile scelta
Una serie di domande per capire con quale animo affrontano, molte famiglie, la scelta spesso sofferta ma inevitabile…
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ESCLUSIVA
Negli ultimi anni, sempre più famiglie si trovano ad affrontare scelte difficili legate all’assistenza dei propri genitori anziani.
Quando la gestione domestica non è più possibile, le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) diventano una soluzione spesso necessaria, anche se non priva di dubbi, timori e riflessioni profonde.
Abbiamo rivolto alcune domande a nostri lettori che si sono trovati a compiere questa scelta, per raccogliere le loro esperienze, le motivazioni che li hanno guidati e il giudizio maturato nel tempo.
4 DOMANDE 4
1 Quando ha deciso di optare per la RSA? 2 Cosa l’ha spinta? C’è stato un fattore scatenante? 3 Come vive la scelta? Ripensamenti? 4 Come giudica la RSA che ospita il suo genitore?
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Carmen di Specchia: «Scelta serena per il bene di mamma»
1 – «Ho deciso di inserire mia madre in RSA quando mi sono resa conto che la badante non sarebbe stata in grado di seguirla adeguatamente, sia dal punto di vista farmacologico che neurologico».
2 – «Il fattore scatenante è stata proprio l’impossibilità di gestire mia madre in modo appropriato, per quanto riguarda la terapia farmacologica e gli aspetti cognitivi legati alla sua condizione».
3 – «Vivo questa scelta con serenità, ritengo che sia stata la soluzione migliore per garantire il benessere psicofisico di mia madre. Mai pentita di questa decisione».
4 – «Ritengo la RSA che ospita mia madre eccellente. Gli ospiti vengono seguiti con attenzione e stimolati dal punto di vista cognitivo. Purtroppo, non tutte le RSA sono adeguate ad assistere gli ospiti in modo appropriato».
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Roberto di Maglie: «Evento doloroso come punto di svolta»
1 – «Ho deciso per la RSA quando è arrivato il momento in cui non potevamo più tenere la mamma a casa, perché aveva bisogno di assistenza continua. Fortunatamente la RSA di Maglie si è dimostrata molto attenta nel servizio e pienamente rispondente a ciò che desideravamo per nostra madre».
2 – «A un certo punto mia madre è peggiorata. Per tanti anni è stata seguita da mia sorella che, purtroppo, nel frattempo è venuta a mancare. Così abbiamo optato per la RSA di Maglie».
3 – «Assolutamente no, non ci siamo pentiti della scelta. Siamo rimasti contenti sotto ogni aspetto. Anzi, se qualcuno me lo chiedesse, consiglierei senz’altro la RSA».
4 – «La struttura è ottima: pulita, ordinata, ben organizzata e con personale molto professionale. Inoltre, svolgono costantemente corsi di aggiornamento e dimostrano grande attenzione verso gli ospiti. Vi sono persone responsabili, umane e coscienziose, indispensabili in questo tipo di lavoro».
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Santino di Specchia: «Nessun rimpianto ma consapevolezza»
1 – «Abbiamo scelto di portare mia madre in RSA perché viveva da sola e noi non avevamo la possibilità di garantirle una presenza continua. Abbiamo ritenuto che la RSA fosse la soluzione migliore, ci sarebbe sempre stato qualcuno in grado di assisterla e prendersi cura di lei».
2 – «All’inizio è stato difficile, soprattutto perché non riconosceva più le sue cose: la casa, gli odori, i profumi, gli oggetti quotidiani, dalla sedia al mestolo, fino a un semplice bicchiere. Pian piano, ha iniziato a comprendere quanto fosse importante poter stare sempre in compagnia di qualcuno e, gradualmente, si è abituata».
3 – «Non mi ci siamo pentiti della scelta, a casa non avremmo potuto offrirle ciò che invece ha ricevuto in RSA».
4 – «Preciso che per il primo anno e mezzo è stata in un’altra struttura scelta perché era l’unica ad avere posti disponibili. Da qualche mese ho cambiato RSA e la situazione è migliorata moltissimo: l’assistenza e l’attenzione alla persona sono cresciute notevolmente. Anche il suo stato d’animo e il suo equilibrio psicologico sono migliorati molto e oggi si trova abbastanza bene».
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Antonella di San Foca: «Mia madre, rinata in RSA»
1 – «Non è stata una scelta facile, soprattutto per una figlia. Portare la mamma in RSA è molto doloroso.
Ho accettato la decisione, presa dai miei fratelli a denti stretti, nella speranza che lì potesse essere seguita meglio, visto che lavoravamo tutti e avevamo poca fiducia nelle badanti».
2 – «Il fattore determinante è stato l’Alzheimer, di cui mia madre aveva iniziato a soffrire in modo significativo: non ricordava più se avesse acceso o spento il gas e cominciava a cadere in casa. Questo è stato il motivo principale che ha portato alla decisione».
3 – «Mia madre è stata ospitata in altre RSA dove non ha ricevuto lo stesso trattamento di quella attuale.
In quelle strutture stava male: quando andavo a trovarla, voleva andar via, cercava di scappare, si rifiutava di mangiare e spesso la trovavo con lividi alle braccia. In quei momenti mi sono pentita della scelta, senza dubbio».
4 – «La RSA che la ospita oggi, invece, si distingue per umanità. Dopo le esperienze precedenti, l’ho portata nella struttura della signora Luana Pataleo. Mia madre era in condizioni critiche: non mangiava più e temevamo che potesse morire nel giro di una settimana. Grazie all’amore, alla cura e alla professionalità di tutto il personale, posso dire che è rinata. È rifiorita, letteralmente.
Sono profondamente grata a questa struttura, perché hanno restituito vita e dignità a mia madre. La mia esperienza, quindi, è positiva solo per quanto riguarda la RSA della signora Luana Pataleo. Senza di loro, credo che mia madre non ce l’avrebbe fatta, oppure avrei fatto di tutto per riportarla a casa».
Maria di Santa Cesarea: «Decisione sofferta ma inevitabile»
1 – «Abbiamo deciso di optare per una RSA in un momento particolarmente difficile dal punto di vista della salute di mia madre. La scelta è maturata soprattutto a causa della crescente difficoltà nel riuscire ad accudirla in modo adeguato e completo, nonostante gli aiuti esterni».
2 – «All’inizio è stata una decisione molto sofferta: temevo di non fare abbastanza per lei o, peggio, che potesse sentirsi abbandonata. Tuttavia, superate le difficoltà iniziali legate soprattutto alla malattia, anche lei ha compreso che si trattava della soluzione migliore».
3 – «Il personale e, in primo luogo, la direzione hanno contribuito in modo determinante a garantire la sua serenità. Oggi non solo non siamo pentite della scelta, ma siamo convinte di aver fatto la cosa giusta».
4 – «Ritengo che la RSA che ospita mia madre si avvalga di personale competente, gentile e profondamente umano, sempre attento ai bisogni degli ospiti, sotto la costante e attenta supervisione della direzione».
1 – «Ho deciso di ricorrere a una RSA quando mia madre, a causa della demenza senile, ha iniziato ad aver bisogno di assistenza continua, 24 ore su 24. Essendo figlio unico, non ero più in grado di gestire la situazione da solo».
2 -«Il momento decisivo è arrivato con l’aggravarsi delle sue condizioni cliniche: ha iniziato ad avere difficoltà respiratorie e episodi di fibrillazione. Anche dopo il ricovero in ospedale, la situazione non è migliorata. Mi sono reso conto che non c’erano alternative».
3 – «Oggi vivo questa scelta con una certa serenità, anche perché mia madre sta molto meglio ed è in mani sicure. A volte lascia intendere il desiderio di tornare a casa, ma con il passare dei giorni la vedo sempre più tranquilla».
4 – «La RSA che la ospita, la “Capece” di Nociglia, merita solo parole positive: sia per il miglioramento delle condizioni di salute di mia madre, che per l’attenzione e la cura dimostrate dal personale, composto da ragazzi e ragazze di grande sensibilità».
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