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Ci sono distanze che si misurano in chilometri e altre che, semplicemente, non esistono. Bruno Musarò aveva attraversato continenti, conosciuto popoli, culture e realtà lontanissime dal suo Salento. Eppure, per Andrano, era rimasto sempre don Bruno.
È questo il filo che attraversa il lungo e commosso messaggio con cui la Pro Loco di Andrano ha voluto salutare monsignor Bruno Musarò dopo la sua scomparsa: più che il ritratto dell’alto prelato e del diplomatico della Santa Sede, quello dell’uomo profondamente legato al paese in cui era nato e al quale era tornato dopo una vita trascorsa lontano.
Della scomparsa del nunzio apostolico emerito e del suo lungo percorso al servizio della Santa Sede il Gallo aveva già raccontato nel nostro precedente articolo.
Questa volta, però, sono le parole della sua gente a restituire il volto più intimo di una storia durata quasi ottant’anni.
Quelle radici mai recise
«Ci sono uomini che appartengono per sempre alla propria terra, anche quando la vita li conduce lontano». Comincia così il ricordo della Pro Loco. Ed è forse questa la frase che meglio riassume il rapporto fra Musarò e Andrano.
Partito dal piccolo centro salentino per un cammino che lo avrebbe condotto in numerosi Paesi del mondo, don Bruno non aveva mai reciso il filo delle origini. Andrano continuava ad abitare nei ricordi, negli affetti, nella fede e in quella familiarità che resiste ai titoli e alle distanze.
La Pro Loco ricorda soprattutto questo. Dietro l’arcivescovo, dietro il rappresentante pontificio abituato ai rapporti internazionali, continuava ad esserci un uomo legato «alle strade della sua infanzia, ai volti familiari, alla memoria della sua gente».
E la comunità, a sua volta, ne aveva seguito il cammino con orgoglio. Perché quel concittadino arrivato tanto lontano continuava ad essere percepito come uno di casa.
«Le radici possono diventare ali»
Nel messaggio della Pro Loco c’è una frase destinata probabilmente a rimanere: «Le radici possono diventare ali».
È l’immagine scelta per raccontare ciò che Bruno Musarò ha rappresentato per il suo paese. La possibilità di partire da una piccola comunità del Salento e incontrare il mondo senza perdere la propria identità. Portare con sé una terra, anziché lasciarsela alle spalle.
La sua storia, scrive la Pro Loco, consegna soprattutto alle nuove generazioni l’idea che le origini possano essere una forza: qualcosa da custodire mentre si percorrono strade nuove, anche quelle apparentemente più lontane.
Nel ricordo trovano spazio la fede, l’umiltà, il dialogo e quella ricerca della pace che ha accompagnato il suo percorso. Parole che acquistano un peso particolare in questi anni segnati dalle guerre e dalle divisioni.
«Avremmo bisogno di persone disposte a scegliere la parola al posto delle armi, l’ascolto al posto dello scontro», scrive la Pro Loco, affidando al ricordo di don Bruno anche una riflessione sul presente.
L’ultimo abbraccio del suo paese
Poi il tono cambia. La dimensione pubblica lascia definitivamente spazio all’affetto.
Andrano, scrive la Pro Loco, si raccoglie «nel silenzio e nella preghiera», con il dolore di chi perde uno dei propri figli e insieme con la gratitudine per ciò che quel figlio ha rappresentato.
Il saluto diventa quasi personale: «Grazie, Don Bruno, per aver portato Andrano nel mondo e per avere sempre custodito Andrano nel cuore».
È forse qui che titoli ecclesiastici, incarichi e biografie ufficiali smettono di servire. Resta il paese. Restano le strade percorse da ragazzo, i luoghi dell’infanzia, le persone incontrate tornando a casa. Resta quella semplice espressione, “don Bruno”, che dice molto più di una lunga sequenza di incarichi.
La Pro Loco si stringe alla famiglia, ai suoi cari, alla Chiesa di Otranto e a quanti ne hanno condiviso il cammino. E affida alla comunità la custodia della sua memoria.
Bruno Musarò aveva trascorso una vita attraversando frontiere. Andrano lo ha salutato nel modo più semplice e forse più autentico: come si saluta uno che, in fondo, da casa non se n’era mai andato.




