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di Dolores Ancora
Quando penso al 1996, non vedo soltanto un anno: vedo una soglia. Una porta che si è spalancata per il Salento, perché proprio allora nasceva un free press coraggioso, libero, necessario. Io, invece, arrivai qualche anno dopo, con il mio tesserino da pubblicista già consumato dall’entusiasmo e con quella febbre antica che mi bruciava nelle vene fin da bambina: la voce delle radio, il fascino del microfono, delle telecamere, il giornalismo come vocazione più che mestiere.
Fu così che entrai in quella redazione. Un luogo che non si limitava a raccontare, ma che respirava. Lì incontrai un direttore che sembrava uscito da un romanzo di frontiera: Luigi Zito, arrivato dalla Svizzera con un rigore quasi alpino e una gentilezza che non aveva bisogno di proclami. Aveva quella rara capacità di ascoltare davvero, di pesare le parole come fossero metallo prezioso, di ricordarci che il giornalismo non è mai un esercizio di vanità, ma un atto di responsabilità.
Accanto a lui, come un contrappunto perfetto, Giuseppe Cerfeda, caporedattore dai modi gentili, preparato, sorridente. Ma soprattutto umano. Aveva quella semplicità che non è mai banalità, ma forza: la capacità di farti sentire all’altezza anche quando ti tremavano le mani, di spiegare senza far pesare, di correggere senza ferire e di esserci sempre con discrezione.
Luigi era la rotta, Giuseppe la bussola. Insieme davano equilibrio, misura, direzione.
Gli anni della formazione
E poi c’erano loro: i collaboratori, i pubblicisti sparsi qua e là, anime diverse che lì diventavano una famiglia. Io, così giovane, trovai in quelle pagine un luogo dove crescere senza chiedere permesso, dove sbagliare senza paura, dove emozionare ed emozionarmi, dove imparare che la verità non è mai comoda, ma è sempre necessaria.
Erano anni particolari, intensi, pieni di entusiasmo e di ostacoli. Anni in cui il giornalismo locale era un atto di coraggio quotidiano, in cui ogni articolo era una piccola battaglia, in cui la carta stampata aveva ancora il profumo delle cose che contano.
Ho raccontato tanto: storie leggere e storie che pesavano come pietre. Ho scritto anche per altre testate e, quando la verità faceva male, l’ho pagata sulla mia pelle. Ma non mi sono mai piegata.
Veritas numquam perit, dicevano i latini: la verità non muore mai. Io aggiungo: nemmeno chi la racconta, se resta fedele a sé stesso.
Il ritorno a casa
Poi la vita, gli studi, il lavoro, la famiglia, i miei continui impegni con l’università mi hanno portato lontano dal Gallo. Ho continuato però a scrivere altrove, a raccontare senza timore, a cercare storie che meritassero di essere illuminate.
E quando sono tornata, ho trovato ciò che non è scontato trovare: la stessa porta aperta. La fiducia intatta. La stima che non si era mai incrinata. La sensazione di essere tornata a casa, nel luogo in cui il mio scrivere aveva messo radici.
Oggi, mentre questa realtà festeggia i suoi trent’anni, mi emoziono. Sento forte il bisogno di tornare a quella soglia del 1996 e di dire “grazie”.
Grazie a chi ha creduto in me quando ero solo una ragazza con un taccuino troppo grande per le sue mani. Grazie a chi ha custodito questo progetto come si custodisce un bene fragile e prezioso. Grazie a chi continua a leggerlo, a chi lo sfoglia, a chi lo aspetta.
E allora il mio augurio è questo, ed è per tutti: che questa voce continui a levarsi anche quando il mondo fa rumore, che resti limpida in un tempo che spesso confonde, che ricordi a ciascuno di noi che la libertà non è un privilegio, ma un dovere.
E a chi leggerà queste righe auguro di trovare, almeno una volta nella vita, un luogo che sappia accoglierlo come questa redazione ha accolto me: un luogo dove le parole non sono solo inchiostro, ma destino.
Un varco verso il futuro
Che i prossimi trent’anni siano un varco e non un traguardo. Un salto più alto, più audace, più luminoso.
Una voce che non si limita ad annunciare l’alba, ma che sia capace di inventarla. E che chiunque vi si avvicini possa sentire, forte e chiara, la bellezza di appartenere a qualcosa che continua a crescere, a cambiare, a vivere.
Che questo cammino non perda mai la sua fame di verità, la sua ostinazione gentile, la sua capacità di illuminare ciò che merita di essere visto. Perché certe storie non finiscono: si trasformano e si espandono fino a diventare eredità.
E allora, per celebrare questo compleanno, lascio due parole sentite, dal profumo della speranza e dell’ottimismo, che guardano avanti in due lingue diverse, ma con lo stesso respiro:
“May your light never learn to fade”
…che il futuro vi trovi sempre pronti a brillare più di ieri.




