La scuola dei nuovi italiani

di Hervé Cavallera

Il 24 settembre è stato emanato un decreto-legge che fissa un tetto del 30% agli alunni stranieri (che non conoscono la lingua italiana) nelle prime classi delle scuole primarie e secondarie italiane e vieta per le alunne sia il niqab sia il burqa, che sono indumenti musulmani che coprono praticamente il corpo e il volto lasciando liberi solo gli occhi.

Si tratta di un provvedimento che in Parlamento e sui giornali è stato preceduto e seguito da un ampio dibattito tra i rappresentati dei partiti della Maggioranza e dell’Opposizione e che riprende precedenti circolari ministeriali. Ma soprattutto il problema riguarda sia i princìpi della Costituzione sia la formazione di cittadini di cui deve farsi artefice la scuola. Ed è un problema che è divenuto non secondario in seguito alla notevole presenza di immigrati, la maggior parte dei quali di religione islamica.

LAICITÀ, COSTITUZIONE E LIBERTÀ RELIGIOSA

Ora, lo Stato italiano è uno Stato laico nel senso che si tratta di una repubblica aconfessionale cioè non teocratica (così recita l’articolo 7 della costituzione: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”), ma è pur vero che nella sua storia plurisecolare la Penisola italiana, come del resto tutta l’Europa, è stata permeata dallo spirito e dalla dottrina della religione cristiana e – sempre per quanto riguarda l’Italia – negli anni della riunificazione risorgimentale il contrasto, che pur c’è stato, con la Chiesa cattolica non riguardava tanto la dimensione spirituale quanto la presenza di uno “Stato” della Chiesa, problema politicamente risolto, in seguito alla “breccia di Porta Pia”,  con l’annessione di Roma allo Stato e con la sua proclamazione a capitale d’Italia e con la Legge delle Guarentigie (13 maggio 1871, n. 214) che riconosceva al pontefice, oltre a quello spirituale, il potere sovrano nei palazzi Vaticano e Lateranense.

Poi si ebbe l’11 febbraio 1929 il Concordato tra Stato e Chiesa confermato nell’articolo 7 della Costituzione (“Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi”) e rivisto il 18 febbraio 1984 con Plenipotenziari il cardinale Agostino Casaroli e il presidente del Consiglio dei ministri Bettino Craxi.

Al tempo stesso l’articolo 8 della Costituzione riconosce che “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano” e l’art. 19 afferma che “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.

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In altri termini, lo Stato italiano lascia piena libertà in campo religioso purché vengano rispettate le leggi italiane, tenendo conto che esso ha fissato delle intese con altre confessioni religiose, ma non – sino ad ora – con quella islamica e, dati alla mano, oggi in Italia l’Islam risulta la religione più seguita dopo il Cattolicesimo.

Bisogna inoltre aggiungere che la concentrazione islamica avviene soprattutto in grandi città del centro-nord della Penisola e che di solito gli islamici, come del resto tutte le comunità, tendono a riunirsi in spazi ben definiti per rafforzarsi vicendevolmente.

Va infine ricordato che si tratta di presenze legalmente riconosciute e quindi destinate a diventare a tutti gli effetti cittadini italiani.

LA SCUOLA LUOGO D’INTEGRAZIONE

Alla luce di tutto questo è chiaro, formatasi una società multiculturale e multireligiosa, che nella scuola italiana, ove l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo, occorre creare uno spirito comunitario tra gli alunni superando le distinzioni etniche e religiose e avviando alla conoscenza e al rispetto delle norme linguistiche, etiche, culturali e legislative italiane.

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È pertanto corretto, ad avviso di chi qui scrive, che si fissi un tetto per alunni che provengono da culture non italiane per poter meglio garantire tra i coetanei una corretta convivenza nella civiltà italiana che i loro genitori hanno scelto. Non si formano infatti degli “stranieri”, bensì dei “nuovi italiani”. Questo ovviamente non esclude le differenze religiose, ma esse riguardano il mondo del privato dove ognuno è libero di praticare ciò in cui crede.

L’attenzione della dimensione pubblica rende inoltre impossibile la presenza di niqab e burqa, anche perché in classe bisogna pur guardarci l’un l’altro e riconoscerci. D’altra parte, la legge n. 152 del 1975 proibisce l’uso di caschi o di ogni mezzo che renda difficile il riconoscimento di una persona in luoghi pubblici o aperti al pubblico.

IDENTITÀ E CITTADINANZA

Né questo solo. Occorre rilevare che è in atto un considerevole decremento delle nascite di italiani per così dire “tradizionali”, mentre sono in aumento le nascite dei figli degli immigrati. Tutto questo rischia, tra qualche anno, di modificare il rapporto tra italiani si potrebbe dire “aborigeni”, originari e italiani con un recente passato.

Ciò non vuol dire niente di male, ma non escluderebbe, se non gestito su un corretto piano educativo, di far perdere il senso di una appartenenza identitaria che nasce dallo sviluppo storico e dal riconoscimento di far parte di una storia millenaria in cui si trovano la repubblica romana e poi l’impero romano,  il Rinascimento, lo spirito di riunificazione nazionale; le grandi opere letterarie di Dante, Boccaccio, Ariosto e così via; quelle artistiche di Michelangelo, Leonardo ecc.; quelle musicali di Monteverdi, Rossini e tanti altri e così per i tanti campi del sapere.

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Insomma, il problema che ci aspetta non è quello di respingere gli immigrati regolari, bensì di contenerne la quantità anche per garantire loro un reale posto di lavoro e di renderli partecipi della civiltà della terra di cui sono diventati nuovi cittadini. E questo è principalmente un compito educativo e quindi della scuola. È appunto il processo di integrazione che rende possibile una serena vita civile.

FEDI DIVERSE, REGOLE COMUNI

Bisogna inoltre aggiungere che ognuno resta libero di praticare la religione in cui crede o di non credere in alcuna confessione religiosa. Questo negli spazi del privato che sono propri. Si va costituendo una società pertanto multiconfessionale.

Personalmente non credo tanto facile un “dialogo” interreligioso scricto sensu, avendo di solito il dialogo il fine di convincere ed è molto difficile far dialogare tra loro fedi che hanno un “credo” radicalmente differente.

Quello che conta è, invece, una sorta di serena “coabitazione”, ossia la capacità di convivere – come in un grande condominio – con persone di diversa religione nel rispetto reciproco regolato da norme pubbliche stabilite dalle leggi dello Stato.

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Uno Stato, è opportuno aggiungere, che non deve smarrire il proprio passato che costituisce la sua identità non solo culturale, ma anche morale. E nel presente, legato allo sviluppo tecnologico, agli sconfinamenti eterodossi in ogni ambito, ciò che si avverte in tutta la parte occidentale del continente europeo è un processo di scristianizzazione.

Non per nulla nella “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea” (proclamata il 7 dicembre 2000) non vi è alcun cenno al Cristianesimo e alle radici cristiane dell’Europa ed è un indizio significativo di un mondo che non sa né riconoscere né custodire non solo le proprie tradizioni, ma gli elementi di fondo che nel tempo hanno determinato l’habitus morale, laddove gli islamici sono molto attenti a sostenere il loro credo religioso e quindi morale.

IL COMPITO EDUCATIVO DELLO STATO

Proprio considerando le ambiguità e i rischi del presente e del prossimo futuro, è allora bene che lo Stato italiano in quella che è la scuola dell’obbligo, non solo non sbilanci la presenza di alunni di diverse etnie a favore di coloro che devono essere avviati alla piena cittadinanza, ma faccia invece prevalere quella del Paese ospitante (l’Italia) in modo da garantire una integrazione e coabitazione, illustrando nelle discipline  umanistiche il ruolo avuto dall’Italia nei secoli, senza ovviamente svilire le altre nazioni.

Prescindendo dai conflitti militari che insanguinano il presente, si constata infatti nel nostro Occidente una serie giornaliera di violenze di diverso genere, compiute molte volte da minori. È l’aver smarrito il senso del lecito e dell’illecito, del bene e del male, che una volta si apprendeva da piccoli e che sarebbe durato per tutta la vita.

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In questa realtà, va letta come positiva la necessità di reintrodurre nelle scuole il senso della civile collaborazione nel rispetto di regole, una collaborazione che richiede la serena maggioranza (pur con gli inevitabili problemi burocratici e logistici che non sono da ignorare o sottovalutare) della parte ospitante che diventa la garanzia per l’accoglienza e l’integrazione di responsabili cittadini del domani.  Un domani su cui pesano anche le incognite ambientali che l’umanità tutta intera deve accortamente affrontare.