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Riceviamo e pubblichiamo le considerazioni di un nostro lettore, Antonio Forte, che interviene sullo stato dell’agricoltura, mettendo a confronto i sacrifici e le opportunità delle generazioni passate con le difficoltà che oggi gravano sul settore. Al centro della sua riflessione, l’aumento dei costi di produzione, il calo dei ricavi, l’abbandono delle campagne e la necessità di restituire valore e prospettive al lavoro agricolo.
«Siamo nel pieno della stagione del grano, un periodo che un tempo raffigurava il raccolto del lavoro di un intero anno e la fiducia di un futuro migliore. Oggi, invece, per molti agricoltori è il momento in cui si fanno i conti con una realtà sempre più faticosa: quella di un settore che fatica a sostenere persino la sopravvivenza economica di chi ci lavora.
I nostri nonni vivevano di agricoltura. Coltivavano tabacco, patate, grano e tanti altri prodotti della nostra terra. Con il sacrificio quotidiano e con il ricavato delle loro produzioni sono riusciti a costruire una casa per i propri figli, a farli studiare, a laurearli e a garantire loro un futuro migliore. L’agricoltura era sinonimo di lavoro, dignità e crescita sociale.
Oggi tutto questo sembra appartenere a un’altra epoca.
Il problema non è l’assenza di voglia di lavorare la terra, né la perdita dell’amore per l’agricoltura. Il vero problema è che i costi di produzione hanno ormai superato di gran lunga i ricavi, rendendo impossibile trasformare il lavoro nei campi in un’attività economicamente sostenibile.
Fino a circa vent’anni fa coltivare un ettaro di grano aveva un costo complessivo di circa 700 euro, comprendendo aratura, fresatura, sementi e trebbiatura. La produzione media era di circa 50 quintali per ettaro, venduti intorno ai 40 euro al quintale. Numeri che permettevano all’agricoltore di coprire le spese e ottenere un reddito dignitoso.
Oggi, invece, la situazione è completamente cambiata. Per coltivare lo stesso ettaro occorrono mediamente 1.100 euro, mentre il prezzo di vendita del grano si aggira intorno ai 20 euro al quintale.
Ma c’è un altro problema ancora più grave: la produttività dei terreni.
Un tempo si praticava la rotazione delle colture. Si alternavano grano, legumi, tabacco e altre coltivazioni, permettendo al terreno di mantenere la propria fertilità naturale. Quando i ricavi hanno iniziato a diminuire, molti agricoltori sono stati costretti a coltivare quasi esclusivamente grano, nella speranza di aumentare le entrate. Una scelta dettata dalla necessità, che però ha impoverito progressivamente i terreni.
Oggi, in molti casi, la produzione media è scesa fino a circa 20 quintali per ettaro. Vendendo il raccolto a circa 20 euro al quintale, l’incasso è di appena 400 euro, a fronte di costi che superano i 1.100 euro. Significa lavorare un anno intero per registrare una perdita di circa 700 euro per ettaro.
Davanti a questi numeri è evidente che qualcosa non funziona.
L’agricoltura non può essere lasciata sola. È necessario aprire una riflessione seria sul futuro del settore e sul ruolo che deve avere nelle politiche locali, regionali, nazionali ed europee. Servono interventi concreti per ridurre i costi di produzione, valorizzare il prodotto italiano, garantire prezzi equi agli agricoltori e incentivare pratiche agricole che restituiscano fertilità ai terreni.
Un altro tema che merita attenzione riguarda le importazioni di grano dall’estero. In un mercato completamente aperto è difficile per il grano italiano competere con produzioni provenienti da Paesi dove i costi di produzione, le regole ambientali e gli standard di qualità possono essere molto diversi. Questo è un tema complesso, che richiede un equilibrio tra tutela dei produttori italiani, norme europee e commercio internazionale, ma non può essere ignorato se si vuole difendere il nostro comparto agricolo.
Difendere l’agricoltura non significa guardare al passato con nostalgia. Significa investire nel futuro, nella sicurezza alimentare, nella tutela del territorio e nella dignità di chi ogni giorno lavora la terra.
Se permettiamo che i campi vengano abbandonati perché non conviene più coltivarli, perderemo molto più di una produzione agricola: perderemo una parte fondamentale della nostra identità, della nostra economia e della nostra storia.
È giunto il momento che l’agricoltura torni ad essere una priorità. Perché senza agricoltori non c’è futuro, e senza il valore del lavoro nei campi rischiamo di dimenticare le radici che hanno costruito il benessere delle nostre famiglie e del nostro Paese.
A tutto questo si aggiunge un’altra conseguenza che troppo spesso viene sottovalutata: l’abbandono delle campagne.
Sempre più agricoltori, di fronte a bilanci in perdita e all’impossibilità di ottenere un reddito dignitoso, sono costretti a rinunciare a coltivare. Migliaia di ettari di terreno vengono lasciati incolti, trasformandosi lentamente in aree abbandonate, con conseguenze non solo economiche, ma anche ambientali e sociali. Un territorio non coltivato è un territorio che perde valore, aumenta il rischio di incendi, favorisce il dissesto idrogeologico e priva le nuove generazioni di opportunità di lavoro.
Da questa situazione nasce inevitabilmente un altro tema fondamentale: l’edilizia rurale.
Oggi il patrimonio rurale è spesso soffocato da una stratificazione di vincoli urbanistici, paesaggistici e burocratici che, pur avendo l’obiettivo di tutelare il territorio, in molti casi finiscono per impedirne il recupero e la valorizzazione. Molti fabbricati agricoli restano inutilizzati o cadono in rovina perché ristrutturarli, ampliarli o destinarli a nuove attività è diventato un percorso lungo, costoso e spesso scoraggiante.
È giusto tutelare il paesaggio e preservare il patrimonio rurale, ma è altrettanto giusto chiedersi se l’attuale sistema riesca davvero a coniugare tutela e sviluppo. Perché un territorio protetto solo sulla carta, ma abbandonato nella realtà, rischia di perdere proprio quel valore storico, economico e culturale che si vorrebbe conservare.
Rilanciare l’agricoltura significa quindi anche ripensare il futuro dell’edilizia rurale, semplificando le procedure, favorendo il recupero dei fabbricati esistenti e creando le condizioni affinché le aziende agricole possano investire, innovare e continuare a vivere. Solo così sarà possibile riportare vita nelle campagne e restituire dignità a un settore che per generazioni ha rappresentato il motore economico e sociale delle nostre comunità».




