Approfondimenti
Sanità, come paghi mangi
Il Servizio Sanitario Nazionale sta perdendo una delle caratteristiche distintive e il suo punto di forza: l’accesso universalistico. Di contro, l’incapacità della sanità pubblica di far fronte alla richiesta di prestazioni mediche ha favorito il proliferare di struture convenzionate o del tutto private. Interviste all’assessore regionale Rocco Palese, all’ex direttore dell’Asl Lecce Franco Sanapo (oggi medico della Direzione Sanitaria della Clinica San Francesco di Galatina) ed a Suor Margherita Bramato, direttrice generale dell’ospedale “Cardinale G. Panico” di Tricase
di Giuseppe Cerfeda
Complice anche l’innalzamento dell’aspettativa di vita, negli ultimi anni è aumentata a dismisura la richiesta di prestazioni sanitarie a fronte di una sempre maggiore difficoltà da parte della sanità pubblica di soddisfare la domanda. Conseguenza quasi fisiologica di tale quadro, il proliferare di cliniche, case di cura, centri medici, poliambulatori specialistici privati e/o convenzionati. Questo è accaduto
su tutto il territorio nazionale ed il Salento non fa eccezione.
L’assessore regionale alla Sanità, Rocco Palese, conferma la paresi del servizio pubblico nazionale: «La parte pubblica è enormemente burocratizzata. Chi ha bisogno è costretto a prendere appuntamento con il medico di base; stabilito che ha bisogno di una visita specialistica, dovrà andare al Cup per la prenotazione; dopo la visita specialistica dovrà rifare la trafila per il referto… Mbah, uno si fa quattro conti: se per una radiografia, ad esempio, con 40 euro si riesce in un giorno a fare tutto, vale la pena perdere tempo dietro la sanità pubblica? Senza contare il problema delle liste d’attesa e quindi del tempo che il paziente dovrà aspettare prima di poter finalmente soddisfare i suoi bisogni».
«Come forse mai accaduto prima», ammette Palese, «il servizio sanitario pubblico sta attraversando una fase di profonda crisi rispetto alla sua caratteristica principale che è l’accesso universalistico alle prestazioni, che dovrebbero essere garantite dalla parte pubblica perché non tutti si possono permettere quella spesa per curarsi».
L’assessore regionale evidenzia poi un altro aspetto: «Pur essendo la nostra una provincia a bassa capacità fiscale, con poco reddito, anche da noi si sta diffondendo il fenomeno delle assicurazioni. Prendiamo ad esempio i dentisti: un congruo numero, almeno il 30% dei pazienti che si rivolgono a loro per curarsi, hanno l’assicurazione».
Secondo Palese, sono diverse le cause che stanno determinando l’aumento dell’offerta privata al netto del servizio pubblico: «Innanzitutto vi è stata un’impennata dopo il Covid che ha molto sensibilizzato sulla necessità di screening, controlli cardiologici, ecc. Poi ci sono ragioni di natura diversa che riguardano l’invecchiamento della popolazione che quindi abbisogna di più di cure mediche. Non solo, un ruolo importante lo riveste anche l’aumento dei pazienti cronici. Una volta la cronicità riguardava per la stragrande maggioranza persone con handicap, con malattie rare o diabetici. Oggi, anche grazie allo sviluppo delle cure oncologiche l’aspettativa di vita in media, è più alta. Così come ci sono più opportunità di sopravvivere ad un infarto o ad altre patologie. Grazie a Dio direi oggi si vive di più. Tradotto, però, ci sono più malati cronici che devono essere assistiti».
Ci stiamo, forse, americanizzando?
«Sembrerebbe di si e la cosa non mi piace affatto! Il nostro servizio sanitario è considerato tra i migliori del mondo proprio per il suo accesso universalistico. Siamo in un contesto di tempesta perfetta. Il Covid oltre ad aver mietuto vittime, ha terremotato il servizio sanitario pubblico e rimetterlo in piedi è particolarmente difficile perché non abbiamo risorse sufficienti, i medici sono pochissimi e la richiesta di prestazioni cresce a dismisura».
Secondo lei questo è l’inizio della fine della sanità pubblica?
«Guai! Io continuo a crederci. Siamo davanti ad una criticità enorme, la più grande dal 1978, quando è nato il servizio sanitario nazionale, ma dobbiamo reagire, vincere la sfida e riportare la sanità pubblica ai livelli pre-Covid, o superiori».
Anche prima del covid era manifesto il problema delle liste d’attesa che oggi paiono una montagna impossibile da scalare. In tutta Italia sono stati finanziati più di tre miliardi basteranno per arrivare in vetta?
«È una falsità!», tuona Rocco Palese, «positivo l’investimento, ma non dicano che quei soldi servono per abbattere le liste d’attesa: 2,4 miliardi copriranno i costi del rinnovo dei contratti di tutto il personale; 500 milioni riguardano ’applicazione del nuovo tariffario delle prestazioni sanitarie a partire dal 1° gennaio 2024. Per le liste d’attesa restano circa 500 milioni, di cui poco più di trenta (32-34 milioni di euro) arriveranno in Puglia. Una goccia in mezzo al mare».
Franco Sanapo: «Necessaria radicale e coraggiosa riforma del sistema»
Franco Sanapo, medico della Direzione Sanitaria della Clinica San Francesco di Galatina ed ex direttore sanitario dell’Asl Lecce
Sulla questione pubblico-privato nella sanità abbiamo interpellato Franco Sanapo già direttore sanitario dell’Asl Lecce e oggi medico della Direzione Sanitaria della Clinica San Francesco di Galatina che opera all’interno della Clinica dal 2011. La Clinica San Francesco è un ospedale Privato Accreditato (Convenzionato) con il Sistema Sanitario Nazionale. Ha due linee di attività: Ricovero per acuti (60 posti letto per Medicina, Chirurgia Generale, Ginecologia, Otorinolaringoiatria, Urologia e Oculistica), Attività Ambulatoriali (Radiologia, Laboratorio Analisi, Chirurgia Generale, Chirurgia Vascolare, Ostetricia e Ginecologia, Otorinolaringoiatria)
Mi può confermare la tendenza dei cittadini salentini a un ricorso massiccio alle prestazioni a pagamento e, quindi, a un proliferare di strutture private che rispondono a questa domanda di salute?
«Il fenomeno credo sia in linea con l’andamento generale nell’intera nazione. Confermo pertanto l’incremento della spesa sanitaria che i nostri cittadini sopportano di tasca propria non trovando risposte di salute nel sistema pubblico. Confermo anche il proliferare di strutture private, prevalentemente ambulatoriali, che erogano prestazioni sanitarie a pagamento».
Può fornire qualche stima, per inquadrare l’entità del fenomeno?
«Non sono in condizioni di fornire dati provinciali o regionali di quanto spendono di tasca propria i nostri cittadini per curarsi o quante sono le nuove strutture private sanitarie che in questi ultimi anni sono proliferate. Certamente hanno avuto una enorme impennata, basta guardare nei nostri comuni o in quelli vicini per rendersene conto. Il dato nazionale del 2022 indica un esborso da parte dei cittadini – che già finanziano la sanità pubblica e quella convenzionata con l’Irpef – di 41 miliardi e 503 milioni, per circa un quarto (25%) della spesa complessiva che supera i 170 miliardi. Posso tuttavia fornire il trend di crescita della spesa sanitaria a pagamento che rilevo dalla mia postazione lavorativa, che pure ha una attività convenzionata pagata dallo Stato. In un decennio (2012 -2022) le prestazioni ambulatoriali a pagamento hanno avuto un incremento molto rilevante. Non so se in altre strutture convenzionate si sia registrato lo stesso fenomeno, ho tuttavia il sentore che la Clinica sia in numerosa e ottima compagnia».
Perché i cittadini pagano una prestazione sanitaria invece di pretenderla e riceverla da una struttura sanitaria pubblica o convenzionata?
«Il meccanismo è semplice. Nelle strutture pubbliche le attività ambulatoriali e le radiologie sono prese d’assalto, gli addetti (specialisti e personale infermieristico o tecnico) sono pochi o mal organizzati, le attese sono lunghe, a volte superano i 12 mesi. Nel privato convenzionato la ASL assegna una somma annuale definita e invalicabile. Facciamo l’esempio di una struttura convenzionata per l’attività di endoscopia digestiva (gastroscopia o colonscopia) e ammettiamo che per quelle attività siano assegnati 120 mila euro, che significa, in dodicesimi, 10 mila euro al mese. Accade che intorno alla metà del mese, quello stanziamento è esaurito e non è possibile erogare la prestazione, con la conseguenza che slitta in avanti la data di prenotazione che ha già accumulato prenotazioni del mese precedente. L’effetto delle lunghe liste di attesa nel pubblico è la possibilità, per chi se lo può permettere, al ricorso alle prestazioni a pagamento in favore dei medici specialisti pubblici che erogano Attività Libero Professionali Intramoenia (ALPI) negli ospedali pubblici o negli ambulatori della ASL. L’effetto nel privato: o aspetti mesi e mesi se vuoi fare la visita o prestazione strumentale con la ricetta, oppure paghi e fai subito la prestazione. Da qui il proliferare di strutture di “privato puro”, vale a dire strutture che erogano prestazioni sanitarie solo a pagamento».
Secondo lei quali sono le cause di questo fenomeno in così rapida crescita?
«Le cause sono molte. A partire lo scarso finanziamento pubblico del Sistema Sanitario Nazionale. L’Italia destina poco più del 6,8% del PIL alla spesa sanitaria, al di sotto della media dei paese OCSE (nazioni con le economie più forti) e molto al di sotto della media europea. Se compariamo la spesa delle maggiori nazioni europee vediamo che Francia e Germania destinano alla sanità quasi l’11% del PIL, il Regno Unito circa il 10% e la Spagna il 9%. Ricordo che ogni punto di Prodotto Interno Lordo (PIL) significano miliardi su miliardi.
Il Sistema Sanitario Italiano, poi, è prevalentemente un sistema universalistico inserito nel mare magnum del Pubblico impiego che, come tale, ha sacche di inefficienze che affliggono tutta la pubblica amministrazione.
E ancora: l’inappropriatezza delle prestazioni. Non è un concetto astratto. Significa che se lo stato riconosce tutto a tutti (ti chiami John Elkann o Mario Rossi) gratis ognuno si sente in diritto di ricorrere al sistema a prescindere dalla reale necessità (appropriatezza), ingolfando il sistema già in crisi economica di suo. E, di conseguenza, il collasso dei Pronto Soccorso e le liste di attesa lunghissime per avere una prestazione. Nei sistemi sanitari differenti dal nostro, quelli finanziati non con la tassazione generale (IRPEF), ma con le Assicurazioni Sanitarie Sociali Obbligatorie – Germania, Svizzera, Francia, Olanda, Belgio e altre nazioni europee – l’efficienza del sistema è superiore e non si assiste a quanto rileviamo in Italia. Se non si mette mano alla riforma del nostro sistema, rendendolo più simile al modello europeo più virtuoso (modello tedesco), puoi mandare a governare la sanità anche il miglior manager del mondo, il fallimento è garantito. Il nostro sistema risponde a una governance di tipo politico (perché amministra i soldi di tutti). Il modello sanitario alla tedesca risponde a una governance di tipo economico. Notoriamente la politica cerca il consenso, le assicurazioni, seppure sociali obbligatorie, cercano l’efficienza e la sostenibilità».
Ci stiamo americanizzando?
«No, per fortuna! Perché siamo inseriti in una cultura europea che ha fatto del Walfare, contro le storture del liberismo selvaggio, il punto di forza e coesione sociale. Ma se non si mette mano alla modifica del sistema sanitario il rischio è elevato: chi può si cura, chi non può aspetta, con tutte le conseguenze in termini di aspettativa e qualità di vita».
L’attuale situazione delle difficoltà dei Pronto Soccorso, letteralmente presi d’assalto, delle lunghe liste di attesa per ricoveri programmati, per visite specialistiche e prestazioni strumentali è sanabile?
«Si attraverso due meccanismi. Il primo: impiegare più soldi (molti miliardi) ogni anno per assumere medici specialisti, personale sanitario e attrezzature, per aumentare i budget delle strutture convenzionate. A ammodernare l’edilizia sanitaria delle strutture pubbliche e fornirle di strumentazione moderna. Il secondo: mettere mano a una radicale e coraggiosa riforma dell’attuale sistema sanitario governato dalla politica e passare a quello europeo, più efficiente. Il primo meccanismo mi pare irrealizzabile perché o si aumentano le tasse (e nessuno lo vuole) o si aumenta il già mostruoso debito pubblico italiano. Il secondo sarebbe possibile se si abbandonano pregiudizi ideologici».
E la nostra Regione che amministra la Sanità con i trasferimenti economici?
«È vittima dei meccanismi che ho descritto prima, perché viene finanziata (male) dallo Stato. Pochi soldi per la sanità, disavanzo economico annuale e inefficienze sono sotto gli occhi di tutti. Con qualunque partito e con qualunque assessore».
Suor Margherita Bramato: «Pubblico e privato devono coesistere»
La premessa di Suor Margherita Bramato, direttrice generale dell’Azienda Ospedaliera “Cardinale G. Panico” di Tricase, è che «la presenza delle strutture private è una possibilità di libera scelta, per chi vuole e ne ha l’opportunità, di accedere a proprie spese alle prestazioni sanitarie. Riguardo alle strutture convenzionate, invece, ritengo siano necessarie. Sono per il sistema misto perché il pubblico, da solo, non potrà mai reggere. è importante, in una democrazia, l’apporto dei privati, soprattutto quelli no profit che condividono la mission dell’assistenza al paziente e quindi siano di supporto, di integrazione o, addirittura, all’interno delle reti. Il nostro, ad esempio, è un ospedale classificato ed è nelle reti. Quindi, dal punto di vista dei servizi, siamo equiparati al pubblico».
Si teme che si arrivi al punto in cui si potrà curare solo chi ne ha la possibilità economica.
«È una questione di organizzazione. Premesso che la rete dell’urgenza-emergenza segue una sua via di priorità, è chiaro che se manca il personale, che è un dato di fatto oggettivo, il sistema va in tilt. Ci vorrebbe un’organizzazione ferrea e la giusta vigilanza sull’adeguatezza delle prescrizioni, perché la programmazione e l’organizzazione reggano».
Non è anche una questione di risorse?
«Certamente. Perché, come dicevo, soffriamo di carenza di personale, oltre ad essere spesso prigionieri anche di una serie infinite di normative che limitano la disponibilità. Quello che è successo di recente con i medici del pronto soccorso barese, puniti (la sanzione è stata poi annullata, NdA) per aver lavorato troppo durante il covid grida vendetta. C’è una discrasia anche all’interno dell’organizzazione governativa: da una parte si chiede di fare il massimo, dall’altra sorgono questioni particolari come quelle vissute da quei medici. Credo che nella vita occorra trovare il giusto equilibrio. Anche per la questione delle liste d’attesa: il problema è a monte, bisogna lavorare cioè sull’appropriatezza delle prescrizioni e distinguere l’emergenza da tutto ciò che può aspettare. Ad ogni modo, il pubblico da solo non ce la può fare ed è necessaria l’integrazione del privato no profit e di quello convenzionato. L’ideale sarebbe un’integrazione reale, senza paura che uno possa prevalere sull’altro, ciascuno al proprio posto in rete con le risorse che ha e tutti al servizio del paziente. In questo modo avremmo un servizio sanitario nazionale efficiente, armonioso e utile alla popolazione. Ribadisco, però, ci vuole a monte una vigilanza sull’adeguatezza delle prescrizioni, altrimenti non si risolverà mai il problema delle liste d’attesa».
Secondo lei esiste il rischio di un’americanizzazione della nostra sanità?
«Il sistema potrebbe non portare a questo se ben gestito, ben equilibrato e ben vigilato».
Oggi il sistema è ben gestito?
«Secondo me non sempre. Si lavora in emergenza e si cerca di tamponare. Occorrerebbe preventivamente avere una certa organizzazione, personale a disposizione… invece nel servizio sanitario nazionale ci rincorriamo sempre. Anche noi, che facciamo parte della rete, purtroppo siamo costretti a lavorare un po’ così, facendo sempre i conti con la carenza finanziaria».
Quindi i fondi non sono sufficienti…
«Assolutamente! Da 12 anni abbiamo il tetto bloccato. In queste condizioni avremmo dovuto chiudere l’ospedale già da un pezzo! Resistiamo, facendo i salti mortali, solo per rispetto al territorio, ai suoi abitanti e alla mission lasciateci in eredità dal Cardinale Panico. Si dovrebbe anche considerare che negli ultimi 15 anni la sanità ha fatto passi avanti enormi con l’utilizzo della tecnologia, dalle protesi di ultima generazione alla robotica, all’intelligenza artificiale. Tutte cose costose. È anche per questo, oltre ai rincari di cui tutti siamo a conoscenza, che i fondi non possono essere gli stessi di 15 anni fa».
Approfondimenti
Vita mia: nuovo film e nuova vita per Edoardo Winspeare
Il regista salentino si racconta partendo dal suo primo film di 30 anni fa Pizzicata, oggi…
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di Luigi Zito
Conobbi Edoardo negli anni in cui girava “Pizzicata”.
Io, rientrato da poco “a casa” dopo una esperienza all’estero, stanco di dover subire la “solita litania” che recitava che in Salento nulla è realizzabile, friggevo dalla voglia di poter cuocere un futuro diverso, scintillante che si concretizzasse per me e la mia terra. Questa smania mi portò a vivere tante esperienze: nella musica, nella politica, nel sociale, e a conoscere (ad esempio all’interno dell’associazione del Presepe Vivente di Tricase, di cui divenni presidente, giusto appunto in quel periodo), una fauna di personaggi che, col senno di poi, sconfessando la “solita litania”, qualcosa per la loro terra hanno costruito.
Edoardo è uno di questi: ricordo ancora quando ci incantava con i racconti di Pizzicata, del fascino che serbava per quel mondo contadino di una volta, di come lo rapisse, dell’inquietudine che metteva nel volercelo raccontare.
Oggi, 30 anni dopo, dopo tanta esperienza e tanti film alle spalle, sono qui a chiedere all’amico cosa ci riserverà la visione di questo nuovo lavoro (Vita mia esce nelle sale il prossimo 9 aprile) e di consegnare, a chi leggerà questa intervista, un po’ della sua anima, della bellezza, del fascino, della storia che (cocciutamente), specchiandosi con il suo mondo, ha voluto raccontare.
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TRENT’ANNI DOPO PIZZICATA
Sono passati 30 anni dal tuo primo film “Pizzicata”: come è cambiato il regista Edoardo e come si è evoluto il cinema nel frattempo?
«Pizzicata è stato girato nel ’94 (uscito nel ’96), mentre il mio primo documentario è del 1989. Fine anni ’80, inizio anni ’90, resisteva ancora qualcosa del mondo contadino, ora è totalmente scomparso. Allora non si faceva che parlare di manufatturiero ed è scomparso anche quello. Oggi la Xylella e l’incuria sono il segno più evidente che in campagna non c’è più nessuno. Il cinema è cambiato tantissimo: i primi lavori li giravo in pellicola e dovevo far stare tutto in uno chassis di 10 minuti. Che ansia! Col digitale è tutto più facile.
Ero inesperto, prima c’era un’idea sacrale dell’inquadratura: bisognava mettere la macchina, l’obiettivo, una fatica.
Non c’era Internet, non c’erano i telefonini: nel 1994 non ce l’aveva quasi nessuno. Ricordo durante le prime riprese che avevamo un cellulare grossissimo per tutta la troupe e che telefonare costava… l’iradiddio».
REALTA’, SOGNI ED AUTENTICITA’ DEL CINEMA SALENTINO
Nei tuoi film hai sempre raccontato un Salento umano, carico di umori e colori, tradizioni e trasformazioni, con attori poco noti e uso del dialetto, spesso definito dalla critica “neorealismo salentino”: è ancora così? Cosa è cambiato in tutto questo tempo?
«Certo che mi faccio ispirare dalla realtà. I miei film sono realistici, ma non sono dogmatico. A esempio, in questo film ci sono le allucinazioni, in “Sangue Vivo” raccontavamo gli effetti della droga, dell’eroina. Non sono uno duro e puro, ci sono anche i sogni. Sono alla continua ricerca di autenticità, per questo uso attori non professionisti e li faccio parlare nella loro lingua. Se giro un film nel Salento, voglio salentini. Trovo così bella questa Italia dove esistono tanti dialetti, tanti accenti. Sono il pioniere del cinema salentino e spero cogliate l’ironia di questa mia affermazione. Non sono un pioniere del cinema che so, spagnolo, siciliano ma di una piccola provincia, di una penisola nella penisola. Questo è il Salento, il Finis Terrae, è qualcosa di speciale dove si respira un’energia incredibile, meno omologata, ecco perché affermo sempre: “Qui finisce il mondo, ma ne inizia un altro di fantasia”».

A quale dei tuoi film sei più legato e ti riconosci di più? Avresti cambiato qualcosa?
«Sono legato un po’ a tutti i miei film, sono come dei figli: uno è più bello però è un somaro; l’altro è bravissimo a scuola ma è una frana negli sport; sono tutti imperfetti.
A quale tengo di più? Direi “Pizzicata”, il primo, con tutte le sue ingenuità, e poi “Sangue Vivo”, “In Grazia di Dio” e anche la “Vita in Comune”. Quelli più importanti, che sono costati un botto, come “Miracolo” e “Galantuomini”, un po’ meno.
Avrei cambiato un sacco di cose: li avrei fatti più brevi, lavorato di più sulla recitazione, anche se devo ammettere che la forza dei miei prodotti sta proprio nella recitazione autentica. Magari poi incontro “il cristiano di Patù” e mi rimprovera: “Ma quann’è che ca pii l’attori veri, ca cuntene italianu?” Perché questi non sono attori? Sono come noi, sono verosimili, quindi veri».
STORIA ED AMBIZIONI DI CASA MIA
Cosa deve aspettarsi chi andrà a vedere “Vita mia”? Di cosa parla? C’è ancora un forte radicamento col nostro territorio? È autobiografico?
«Di vedere una grande storia tra due donne, diverse in tutto: estrazione sociale, educazione, provenienza geografica, lingua e grazie a queste si riscoprono. Racconta di come certi pregiudizi si superano proprio grazie alla conoscenza.
Importante è anche il periodo storico in cui è ambientato il film. Espone i drammi, le stratificazioni dell’Europa e di come il nostro continente oggi («lo penso veramente»), sia una speranza, un faro di civiltà, anche per tutti ‘sti autocrati che abbiamo, a destra e a sinistra, sopra e sotto, con tutti questi pazzi che credono che ormai conti solo la forza! Noi abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle il nazifascismo, il totalitarismo di stampo sovietico e questo ci ha inspirato a realizzare un’Europa unita. Poi c’è il fascino della Transilvania, dove abbiamo girato.
Il Salento che traspare è diverso: testimonia di una famiglia aristocratica decaduta, impoverita («molto autobiografico questo»).
Mi sono ispirato alla vicenda di mia madre, discende da una famiglia dell’impero Austro-Ungarico, incarna proprio la Mittel-Europa, è la Principessa del Lichtenstein anche se nutre uno sviscerato amore per il Salento: asserisce che è una terra di grande civiltà, di grandissima civiltà».

«Ci sono l’Europa, l’amicizia, la Seconda Guerra Mondiale, il senso di colpa, l’insopprimibile bisogno di dire la verità. È poi un film molto femminile, con un gran finale, con due donne fiere, forti e affascinanti».
LA DEDICA SPECIALE
A chi dedica questo tuo nuovo lavoro?
«Beh, facile, a mia madre. Le voglio dire, però, che lei è molto più simpatica del personaggio che mi ha ispirato, nel film mi sono lasciato decisamente prendere dal racconto…».
Approfondimenti
RSA, ultima spiaggia o atto d’amore? La difficile scelta
Una serie di domande per capire con quale animo affrontano, molte famiglie, la scelta spesso sofferta ma inevitabile…
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ESCLUSIVA
Negli ultimi anni, sempre più famiglie si trovano ad affrontare scelte difficili legate all’assistenza dei propri genitori anziani.
Quando la gestione domestica non è più possibile, le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) diventano una soluzione spesso necessaria, anche se non priva di dubbi, timori e riflessioni profonde.
Abbiamo rivolto alcune domande a nostri lettori che si sono trovati a compiere questa scelta, per raccogliere le loro esperienze, le motivazioni che li hanno guidati e il giudizio maturato nel tempo.
4 DOMANDE 4
1 Quando ha deciso di optare per la RSA? 2 Cosa l’ha spinta? C’è stato un fattore scatenante? 3 Come vive la scelta? Ripensamenti? 4 Come giudica la RSA che ospita il suo genitore?
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Carmen di Specchia: «Scelta serena per il bene di mamma»
1 – «Ho deciso di inserire mia madre in RSA quando mi sono resa conto che la badante non sarebbe stata in grado di seguirla adeguatamente, sia dal punto di vista farmacologico che neurologico».
2 – «Il fattore scatenante è stata proprio l’impossibilità di gestire mia madre in modo appropriato, per quanto riguarda la terapia farmacologica e gli aspetti cognitivi legati alla sua condizione».
3 – «Vivo questa scelta con serenità, ritengo che sia stata la soluzione migliore per garantire il benessere psicofisico di mia madre. Mai pentita di questa decisione».
4 – «Ritengo la RSA che ospita mia madre eccellente. Gli ospiti vengono seguiti con attenzione e stimolati dal punto di vista cognitivo. Purtroppo, non tutte le RSA sono adeguate ad assistere gli ospiti in modo appropriato».
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Roberto di Maglie: «Evento doloroso come punto di svolta»
1 – «Ho deciso per la RSA quando è arrivato il momento in cui non potevamo più tenere la mamma a casa, perché aveva bisogno di assistenza continua. Fortunatamente la RSA di Maglie si è dimostrata molto attenta nel servizio e pienamente rispondente a ciò che desideravamo per nostra madre».
2 – «A un certo punto mia madre è peggiorata. Per tanti anni è stata seguita da mia sorella che, purtroppo, nel frattempo è venuta a mancare. Così abbiamo optato per la RSA di Maglie».
3 – «Assolutamente no, non ci siamo pentiti della scelta. Siamo rimasti contenti sotto ogni aspetto. Anzi, se qualcuno me lo chiedesse, consiglierei senz’altro la RSA».
4 – «La struttura è ottima: pulita, ordinata, ben organizzata e con personale molto professionale. Inoltre, svolgono costantemente corsi di aggiornamento e dimostrano grande attenzione verso gli ospiti. Vi sono persone responsabili, umane e coscienziose, indispensabili in questo tipo di lavoro».
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Santino di Specchia: «Nessun rimpianto ma consapevolezza»
1 – «Abbiamo scelto di portare mia madre in RSA perché viveva da sola e noi non avevamo la possibilità di garantirle una presenza continua. Abbiamo ritenuto che la RSA fosse la soluzione migliore, ci sarebbe sempre stato qualcuno in grado di assisterla e prendersi cura di lei».
2 – «All’inizio è stato difficile, soprattutto perché non riconosceva più le sue cose: la casa, gli odori, i profumi, gli oggetti quotidiani, dalla sedia al mestolo, fino a un semplice bicchiere. Pian piano, ha iniziato a comprendere quanto fosse importante poter stare sempre in compagnia di qualcuno e, gradualmente, si è abituata».
3 – «Non mi ci siamo pentiti della scelta, a casa non avremmo potuto offrirle ciò che invece ha ricevuto in RSA».
4 – «Preciso che per il primo anno e mezzo è stata in un’altra struttura scelta perché era l’unica ad avere posti disponibili. Da qualche mese ho cambiato RSA e la situazione è migliorata moltissimo: l’assistenza e l’attenzione alla persona sono cresciute notevolmente. Anche il suo stato d’animo e il suo equilibrio psicologico sono migliorati molto e oggi si trova abbastanza bene».
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Antonella di San Foca: «Mia madre, rinata in RSA»
1 – «Non è stata una scelta facile, soprattutto per una figlia. Portare la mamma in RSA è molto doloroso.
Ho accettato la decisione, presa dai miei fratelli a denti stretti, nella speranza che lì potesse essere seguita meglio, visto che lavoravamo tutti e avevamo poca fiducia nelle badanti».
2 – «Il fattore determinante è stato l’Alzheimer, di cui mia madre aveva iniziato a soffrire in modo significativo: non ricordava più se avesse acceso o spento il gas e cominciava a cadere in casa. Questo è stato il motivo principale che ha portato alla decisione».
3 – «Mia madre è stata ospitata in altre RSA dove non ha ricevuto lo stesso trattamento di quella attuale.
In quelle strutture stava male: quando andavo a trovarla, voleva andar via, cercava di scappare, si rifiutava di mangiare e spesso la trovavo con lividi alle braccia. In quei momenti mi sono pentita della scelta, senza dubbio».
4 – «La RSA che la ospita oggi, invece, si distingue per umanità. Dopo le esperienze precedenti, l’ho portata nella struttura della signora Luana Pataleo. Mia madre era in condizioni critiche: non mangiava più e temevamo che potesse morire nel giro di una settimana. Grazie all’amore, alla cura e alla professionalità di tutto il personale, posso dire che è rinata. È rifiorita, letteralmente.
Sono profondamente grata a questa struttura, perché hanno restituito vita e dignità a mia madre. La mia esperienza, quindi, è positiva solo per quanto riguarda la RSA della signora Luana Pataleo. Senza di loro, credo che mia madre non ce l’avrebbe fatta, oppure avrei fatto di tutto per riportarla a casa».
Maria di Santa Cesarea: «Decisione sofferta ma inevitabile»
1 – «Abbiamo deciso di optare per una RSA in un momento particolarmente difficile dal punto di vista della salute di mia madre. La scelta è maturata soprattutto a causa della crescente difficoltà nel riuscire ad accudirla in modo adeguato e completo, nonostante gli aiuti esterni».
2 – «All’inizio è stata una decisione molto sofferta: temevo di non fare abbastanza per lei o, peggio, che potesse sentirsi abbandonata. Tuttavia, superate le difficoltà iniziali legate soprattutto alla malattia, anche lei ha compreso che si trattava della soluzione migliore».
3 – «Il personale e, in primo luogo, la direzione hanno contribuito in modo determinante a garantire la sua serenità. Oggi non solo non siamo pentite della scelta, ma siamo convinte di aver fatto la cosa giusta».
4 – «Ritengo che la RSA che ospita mia madre si avvalga di personale competente, gentile e profondamente umano, sempre attento ai bisogni degli ospiti, sotto la costante e attenta supervisione della direzione».
1 – «Ho deciso di ricorrere a una RSA quando mia madre, a causa della demenza senile, ha iniziato ad aver bisogno di assistenza continua, 24 ore su 24. Essendo figlio unico, non ero più in grado di gestire la situazione da solo».
2 -«Il momento decisivo è arrivato con l’aggravarsi delle sue condizioni cliniche: ha iniziato ad avere difficoltà respiratorie e episodi di fibrillazione. Anche dopo il ricovero in ospedale, la situazione non è migliorata. Mi sono reso conto che non c’erano alternative».
3 – «Oggi vivo questa scelta con una certa serenità, anche perché mia madre sta molto meglio ed è in mani sicure. A volte lascia intendere il desiderio di tornare a casa, ma con il passare dei giorni la vedo sempre più tranquilla».
4 – «La RSA che la ospita, la “Capece” di Nociglia, merita solo parole positive: sia per il miglioramento delle condizioni di salute di mia madre, che per l’attenzione e la cura dimostrate dal personale, composto da ragazzi e ragazze di grande sensibilità».
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La Municipal, il Salento che non fa cartolina
Carmine Tundo da Noha (Galatina), anima e cuore del progetto La Municipal, racconta fragilità, territorio e contraddizioni senza filtri né compromessi…
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di Giuseppe Cerfeda
C’è un Salento che non ha bisogno di essere fotografato per esistere. Non è quello delle spiagge sature d’estate, né quello delle brochure patinate. È un Sud più lento, più ruvido, più vero. È da lì che nasce La Municipàl, progetto musicale di cui Carmine Tundo, cantautore, musicista e produttore di Noha, frazione di Galatina, è anima e motore.
La Municipàl è una forma narrativa, un modo di stare dentro le cose.
Musicalmente si muove tra indie pop, canzone d’autore e suggestioni alternative (anche se a Carmine non piacciono le etichette, NdA), con una scrittura che tiene insieme intimità e osservazione sociale. Le canzoni non cercano l’effetto immediato, ma restano, sedimentano.
Tra i brani più amati ci sono “I tuoi bellissimi difetti”, “Lettera dalla provincia leccese”, “George (il mio ex penfriend)”, canzoni che raccontano relazioni fragili, disincanto generazionale, piccoli paesaggi emotivi. Come per “La Maglia del Lecce”, simbolo fortissimo di identità salentina, ogni elemento ha un significato preciso, legato alla storia e al territorio. Non c’è mai compiacimento, piuttosto una tensione costante verso qualcosa di autentico.
E poi c’è il territorio, che non è sfondo ma materia viva: campagne, contrade, mare, paesi. Il Salento, nella musica de La Municipàl, non è mai folclore: è una condizione esistenziale.
IL CANTAUTORE “MASCHERATO”
«Un cantautore mascherato da band». Così si definisce Carmine Tundo, con una semplicità che dice molto del suo approccio.
Polistrumentista e autore prolifico, Tundo è uno di quei musicisti che non inseguono il tempo ma lo attraversano. Parallelamente a La Municipàl porta avanti altri progetti, esplora, cambia pelle.
Eppure, il centro resta sempre lo stesso: la necessità di dire qualcosa di vero tenendo sempre al centro il Salento, la musica indipendente e il bisogno di raccontarsi senza filtri. Le sue canzoni nascono quando devono nascere. Non c’è forzatura, non c’è strategia. Solo urgenza.
L’INTERVISTA
Siete spesso raccontati come una band che porta il Sud dentro le canzoni. Ma siete molto di più. Tu come descriveresti La Municipàl?
«Un cantautore mascherato da band».
Tre parole per raccontare il Salento contemporaneo attraverso la tua musica?
«Indipendente, evocativa, contraddittoria».
SCRIVERE QUANDO SERVE, NON QUANDO CONVIENE
Nei tuoi testi c’è equilibrio tra intimità e racconto sociale. Da dove nasce?
«Scrivo quando ho qualcosa reale da dire. Aspetto che arrivi la canzone, non la cerco. E quindi spesso parto da cose personali, che può essere un bene ma anche un male».
IL SALENTO CHE NON SI VEDE
Qual è il Salento che non viene raccontato abbastanza?
«Quello di chi ci vive tutto l’anno. Lontano dall’immagine turistica, c’è un mondo fatto di inverni duri e noiosi, ma pieno di storie affascinanti».
La musica può ancora raccontare un territorio meglio di altri linguaggi?
«Credo che debba farlo».
LA GEOGRAFIA DELL’ISPIRAZIONE
C’è un luogo preciso che senti come sorgente creativa?
«Il centro della provincia. Vivo a Sirgole, una contrada vicino al Canale dell’Asso. Ci ho dedicato anche un album, La valle dell’Asso. Ma tutto il Salento ispira: la campagna, lo Ionio, l’Adriatico, i borghi. Siamo fortunati».
GENERAZIONI E LINGUAGGI
Ti senti parte di una generazione che cerca nuove parole per raccontarsi?
«Ogni generazione ha il suo linguaggio. Le canzoni devono essere lo specchio dei sentimenti. Non mi piacciono quelle che non raccontano nulla».
INDIE O ETICHETTA?
La scena indie è ancora indipendente o è diventata un’etichetta?
«Non mi sono mai sentito parte di quella scena. Ci hanno inserito per questioni anagrafiche. Essendo salentini abbiamo già una vocazione indipendente. Poi è una questione di attitudine: puoi esserlo anche con budget da mainstream».
ALGORITMI, MODE E LIBERTÀ
Scrivere oggi è diverso rispetto a dieci anni fa?
«Per me no. Non mi faccio influenzare. Avendo più progetti, posso sperimentare. Inseguire un trend non ha senso, soprattutto se sei in ritardo».
La musica indipendente riesce ancora a dire qualcosa di scomodo?
«Nell’underground sì. Nei circuiti più commerciali molto meno. Dipende sempre dal contesto».
Tra vent’anni, cosa vorresti che si percepisse ascoltando La Municipàl?
«Una forte verità».
IL PRESENTE E IL FUTURO
Progetti futuri?
«Tour con Mundial e Nu Shu, e con Gaia Rollo, bravissima cantautrice che suona con me ne La Municipàl. Sto anche preparando il tour per i 10 anni di Le nostre guerre perdute».
Cos’è oggi il Salento per te?
«Una casa che a volte ti sta stretta, ma resta sempre il tuo rifugio».
Ci sono artisti che raccontano un luogo. Poi ci sono quelli che lo abitano davvero, anche quando salgono su un palco lontano. Carmine Tundo appartiene alla seconda categoria.
La Municipàl non addolcisce, non semplifica, non cerca scorciatoie. Sta dentro le crepe, nelle contraddizioni, nei silenzi.
Ed è proprio lì, in quel punto scomodo e autentico, che le sue canzoni diventano necessarie.
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