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Tricase: “Una città divisa non può costruire futuro”

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Riceviamo e pubblichiamo una riflessione del nostro lettore Giorgio D’Amico, da Tricase, sul momento politico che la città vive, con 6 candidati in corsa per le amministrative ed oltre 200 candidati consiglieri.

A Tricase siamo entrati nell’ennesima campagna elettorale, fatta di slogan, promesse e attacchi reciproci. Sei candidati a sindaco, quasi trecento al consiglio comunale. Numeri che qualcuno definisce ‘partecipazione’ ma che forse raccontano soprattutto altro: una città profondamente frammentata, incapace di ritrovarsi attorno ad un’idea comune di futuro.

Fa impressione vedere candidati che parlano più degli avversari che dei problemi reali della città. Tanti attacchi, spesso carichi di disprezzo e odio, mentre passano in secondo piano le vere domande: cosa vogliamo che diventi la nostra Tricase? Quale futuro immaginario per i nostri giovani? Come si combatte lo spopolamento, la sfiducia, la sensazione crescente che tutto resti uguale?

Una comunità sana discute, si confronta e perfino si scontra, ma non può sopravvivere se perde il senso di appartenenza collettiva. Perché una città non cresce quando ogni parte lavora contro l’altra; cresce quando riesce, pur nelle differenze, a riconoscersi in un destino comune. E la colpa non è solo di chi amministra, è anche culturale e morale.

Forse prima ancora di scegliere da chi farci rappresentare, dovremmo chiederci che tipo di cittadini vogliamo essere. Molti si sono disinteressati completamente della vita pubblica, salvo poi lamentarsi quando qualcosa non funzionava. E proprio nel vuoto lasciato dall’interesse collettivo è cresciuta un’altra abitudine pericolosa: quella di votare non per idee o competenze ma per favori, conoscenze e convenienze personali.

Favori a volte perfino necessari, perché spesso ci sentiamo abbandonati e cerchiamo soluzioni immediate ai nostri problemi.

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Il voto non si compra e non si ottiene facendo leva sui bisogni delle persone, ma si conquista con credibilità, presenza, coerenza e rispetto. Una città che si abitua a questo meccanismo finisce per indebolire se stessa. La politica locale dovrebbe unire le energie migliori di una comunità, non alimentare tifoserie. E invece, troppo spesso si applaude il proprio candidato e si demonizza l’altro, dimenticando che, alla fine, di questa campagna elettorale resteremo comunque tutti qui, nella stessa città e con gli stessi problemi.

Ed è proprio qui che dovrebbe emergere il vero senso della politica: chi viene eletto ha il dovere di rappresentare ma allo stesso modo chi non verrà eletto dovrebbe continuare a lavorare per il bene del paese, senza rancore e senza trasformare il tutto in una guerra personale. Una città cresce soltanto quando riesce a sentirsi parte di un destino comune, anche nelle differenze.

Perché una città divisa, alla fine, perde sempre.