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Una campagna pensata per raccontare il metodo dell’Università del Salento finisce nel mirino di uno studioso che proprio in quell’Ateneo ha trascorso molti anni della propria carriera. Eugenio Imbriani, antropologo e già docente di Unisalento, affida a una lettera aperta indirizzata alla rettrice, professoressa Aiello, una critica durissima a uno dei contenuti scelti per promuovere l’offerta universitaria.
A suscitare la reazione del professore è un messaggio pubblicitario apparso sull’ultima pagina del «Corriere», con l’invito a iscriversi all’Ateneo salentino e lo slogan «Unisalento c’è, nel metodo, nella ricerca, nella realtà».
Nel passaggio dedicato al “metodo” viene presentato “Tarantolate – il morso della Terra”, definito come un gioco di ruolo dal vivo, un LARP, dedicato alla cultura del tarantismo. La descrizione fa riferimento alla «possessione e alla danza forsennata», alla «trance», alla «musica ipnotica» e al rituale utilizzato per «purificare il sangue dal veleno della tarantola».
Parole che Imbriani giudica inaccettabili sul piano scientifico e culturale.
«Il tarantismo è una cosa molto seria»
Il professore non usa mezzi termini e, nella lettera, ricorre anche a un’espressione volutamente brutale per manifestare il proprio sconcerto: «Un tale campionario di puttanate, di frasi senza senso come è stato possibile comporlo?».
Poi entra nel merito della questione: «Il fenomeno del tarantismo è una cosa molto seria, è durato sette secoli e ha interessato le intelligenze di tutte le accademie europee, oltre, variamente, a intellettuali, musicisti, letterati, religiosi».
Per Imbriani, dunque, il problema riguarda il modo in cui una vicenda culturale, sociale e antropologica complessa viene restituita al pubblico, attraverso formule che rischiano di ridurla a un insieme di suggestioni esotiche e stereotipate.
Da qui la domanda provocatoria: «Un gioco di ruolo: il metodo di studio di Unisalento è un gioco di ruolo?». E ancora: «Come mai non si è pensato a giochi di ruolo sulla fisica nucleare, sulla biologia marina, sulla costruzione dei ponti?».
Il richiamo alla responsabilità scientifica
L’antropologo ricorda che all’interno dell’Università del Salento operano studiosi ed esperti nei campi della comunicazione, della storia, della geografia, dell’ambiente e dell’antropologia culturale. Per questo si domanda come sia stato possibile arrivare alla formulazione del messaggio e arriva persino a chiedersi, provocatoriamente, se chi lo abbia realizzato possa essersi affidato all’intelligenza artificiale.
Imbriani tiene però a separare nettamente la propria critica dalla figura della rettrice: «Naturalmente, cara Rettrice, non mi sognerei di attribuire a lei, che apprezzo profondamente, la responsabilità di quei contenuti».
Il senso della lettera, precisa, è richiamare l’attenzione su quelle che definisce «semplificazioni e mistificazioni», tanto più delicate perché inserite in una campagna pubblicitaria destinata a rappresentare l’Ateneo all’esterno.
Il rischio, secondo il docente, è persino quello di ottenere un effetto opposto rispetto a quello desiderato. E lo sintetizza con una frase tagliente: «Ragazzi, qui si gioca, se volete un’università seria cercatevela altrove».
La dignità di chi visse quel fenomeno
La parte conclusiva della lettera sposta infine l’attenzione dalle scelte comunicative alle persone che per secoli furono protagoniste del fenomeno.
«I protagonisti della plurisecolare scena del tarantismo meritano il riconoscimento della loro dignità e la delicatezza della pietas con cui trattare la loro sofferenza, l’angoscia e i timori che li opprimevano», scrive Imbriani.
Un richiamo che rimanda alla profondità degli studi sul tarantismo e al suo legame con la storia sociale del Mezzogiorno: indagare quel fenomeno, ricorda il professore, significava per il suo più importante studioso entrare pienamente nel dibattito sulla questione meridionale.
La lettera si chiude con un saluto rispettoso alla rettrice e un’ultima, ironica stilettata che riprende proprio le parole della pubblicità contestata: «Ah, e attenzione al morso della terra».




