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Aveva circa 24 anni ed era detenuto nel penitenziario leccese di Borgo San Nicola. Nella notte del 26 agosto la sua vita si è conclusa all’interno di una cella del reparto R2, dove il giovane, originario del Salento, era ristretto nell’ambito di un procedimento per maltrattamenti in famiglia.
L’allarme è scattato intorno alle 2,30. Il compagno di cella, dopo essersi accorto dell’accaduto, ha chiamato l’agente di turno. Il personale penitenziario e i sanitari hanno tentato di soccorrere il ventiquattrenne, ma ogni intervento si è rivelato inutile.
La vicenda assume ora anche una dimensione collettiva. Alle domande sulla morte del giovane si affiancano quelle riguardanti la tenuta di un istituto nel quale, secondo il Sappe, la sproporzione tra il numero dei detenuti e le risorse disponibili avrebbe raggiunto livelli ormai incompatibili con una vigilanza efficace.
Nella notte un solo agente vigilava su 260 detenuti
Il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria riferisce che, nelle ore in cui si è verificato l’episodio, quattro sezioni del carcere erano affidate a un unico agente. In quegli ambienti si trovavano complessivamente circa 260 persone.
Il segretario nazionale Federico Pilagatti descrive un’organizzazione ridotta al limite, nella quale il personale è chiamato a controllare contemporaneamente aree troppo vaste e un numero elevato di reclusi. Una situazione che restringerebbe drasticamente la possibilità di riconoscere in tempo segnali di sofferenza, gestire le emergenze e garantire la sicurezza quotidiana.
I numeri forniti dal sindacato restituiscono la misura del problema: Borgo San Nicola disporrebbe di meno di 800 posti regolamentari, mentre le presenze avrebbero ormai sfiorato quota 1.500. All’interno della struttura convivono inoltre situazioni giudiziarie, sanitarie e personali differenti, alcune delle quali richiederebbero una sorveglianza particolarmente attenta.
Tredici agenti per l’intero complesso
La fragilità dell’istituto emergerebbe soprattutto nelle ore serali e notturne. In quelle fasce, appena tredici o quattordici poliziotti penitenziari sarebbero chiamati a presidiare l’intero complesso, nel quale gravitano quasi duemila persone tra detenuti e personale.
Il Sappe sostiene di aver segnalato da tempo il pericolo. Le denunce sarebbero state affidate a comunicazioni indirizzate ai vertici politici e amministrativi e a esposti depositati presso diverse Procure pugliesi, compresa quella di Lecce. Al centro delle iniziative sindacali, i rischi per l’incolumità dei reclusi e degli operatori, oltre alle difficoltà nel garantire condizioni di vita e di lavoro adeguate.
Pilagatti richiama infine le istituzioni locali. Alla sindaca di Lecce, Adriana Poli Bortone, il sindacato avrebbe chiesto un sopralluogo nel penitenziario e un intervento nell’ambito delle competenze comunali relative alla salute e alla sicurezza. Richieste che, stando al Sappe, sarebbero rimaste finora senza risposta.
La morte del ventiquattrenne trasforma ancora una volta Borgo San Nicola nel punto più doloroso di una questione rimasta a lungo irrisolta. Dietro i cancelli, intanto, il sovraffollamento continua a crescere mentre il numero degli agenti resta insufficiente: un equilibrio precario sul quale ora pesa un’altra giovane vita spezzata.




