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Ddi Giuseppe Cerfeda
Il mare che separa il Salento dai Balcani, nelle mappe della criminalità organizzata, rischia di essere molto più stretto di quanto dica la geografia.
A riportare il territorio salentino lungo una rotta inquietante è il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia, ascoltato dalla Commissione parlamentare Antimafia.
Nel quadro tracciato dal magistrato sulla capacità di Cosa nostra di riorganizzarsi, accumulare risorse e dotarsi di strumenti sempre più evoluti, compare infatti un passaggio destinato a suscitare particolare attenzione in Puglia: armi provenienti dall’area balcanica sarebbero giunte ai circuiti criminali passando dal Salento.
«Abbiamo trovato armi che vengono dal Salento ma la cui provenienza è l’area balcanica, cioè l’ex Jugoslavia», ha dichiarato a Repubblica de Lucia. Poche parole che allargano immediatamente la prospettiva dell’allarme: il Salento entra nella geografia di un traffico che parte dall’altra sponda dell’Adriatico e raggiunge organizzazioni capaci di muovere denaro, uomini e armamenti attraverso territori diversi.
IL SALENTO NELLA ROTTA CHE PARTE DAI BALCANI
Il riferimento del procuratore palermitano assume un peso particolare proprio per la posizione geografica della penisola salentina, protesa verso un’area che per decenni ha rappresentato uno dei bacini di provenienza delle armi illegali circolate in Europa.
Come riportato ieri da la Repubblica, De Lucia, nel corso dell’audizione, ha indicato con chiarezza la provenienza balcanica delle armi rinvenute e il loro passaggio dal Salento.
Un elemento che suggerisce una rete criminale capace di collegare sponde e territori lontani, fino agli arsenali della mafia siciliana.
Il magistrato ha precisato che l’interesse delle cosche si starebbe orientando verso strumenti ancora più sofisticati, disponibili anche sul mercato clandestino sviluppatosi attorno alla guerra russo-ucraina.
È questo il salto che inquieta maggiormente gli investigatori: alla disponibilità delle armi tradizionali si affianca la ricerca di tecnologie nate o perfezionate negli scenari di guerra contemporanei.
DAI KALASHNIKOV AI DRONI LANCIAMINE
La mafia che emerge dalle parole del capo della Procura di Palermo guarda alla tecnologia con la stessa attenzione con cui ha sempre guardato al denaro e alle armi.
De Lucia ha parlato di segnali relativi all’acquisto di droni lanciamine, arrivando ad avvertire che si tratta di strumenti rispetto ai quali le capacità di difesa attuali presentano criticità.
Il punto, per il procuratore, è la volontà di ricostituire un arsenale di livello superiore.
«C’è dunque un tentativo di ricostituire un arsenale di qualità», ha spiegato, precisando che il fenomeno riguarda Palermo e può estendersi ad altri territori.
Cambiano così gli strumenti, mentre resta intatta la logica. I capitali generati dai traffici illeciti, a partire dalla droga, possono trasformarsi in capacità militare e tecnologica.
Nella ricostruzione riportata da la Repubblica, gli affari delle cosche comprendono compravendite di ordigni e Kalashnikov, dentro uno scenario in cui la disponibilità economica consente alle organizzazioni di aggiornare continuamente mezzi e sistemi.
La circostanza che il Salento compaia esplicitamente nel percorso delle armi di origine balcanica consegna al territorio un campanello d’allarme che va oltre i confini pugliesi.
Perché quelle armi, stando alle parole di de Lucia, appartengono a circuiti in grado di attraversare regioni differenti e di alimentare organizzazioni criminali strutturate.
IL CARCERE NON INTERROMPE LA CATENA DI COMANDO
C’è poi un secondo fronte, altrettanto delicato.
La tecnologia permette ai clan di accorciare anche un’altra distanza: quella tra il carcere e l’esterno.
Davanti alla Commissione Antimafia, de Lucia ha denunciato la facilità con cui alcuni detenuti mafiosi riescono ad avere a disposizione telefoni cellulari poco dopo l’ingresso negli istituti di pena.
Il procuratore ha distinto la situazione del 41 bis, definito efficace, da quella dei circuiti di alta e media sicurezza, dove la disponibilità di dispositivi di comunicazione può consentire agli appartenenti alle organizzazioni di mantenere rapporti con l’esterno e continuare a esercitare il proprio ruolo criminale.
I numeri illustrati durante l’audizione danno la misura del fenomeno: tra il 2025 e il primo semestre del 2026, nei soli istituti palermitani Pagliarelli e Ucciardone sono stati scoperti 297 cellulari a disposizione dei detenuti.
A questi si aggiungono centinaia di apparecchi recuperati nel resto della Sicilia.
Il dato, ha osservato de Lucia, riguarda inevitabilmente soltanto quelli intercettati.
Una vulnerabilità che produce conseguenze anche fuori dalle mura del carcere.
Se chi viene arrestato mantiene la possibilità di comunicare, impartire disposizioni e intervenire negli affari dell’organizzazione, anche la fiducia di commercianti e imprenditori chiamati a denunciare estorsioni e intimidazioni rischia di essere colpita.
Il messaggio lanciato dal procuratore è netto: la capacità dello Stato di isolare realmente chi appartiene alle organizzazioni criminali incide direttamente sulla credibilità dell’azione antimafia.
LA MAFIA AGGIORNA IL PROPRIO ARSENALE
Il quadro che arriva da Palermo racconta dunque un’organizzazione impegnata a dotarsi di mezzi adeguati a un mercato criminale profondamente cambiato.
Le vecchie rotte incontrano nuove guerre, i Kalashnikov convivono con sistemi tecnologicamente avanzati, i telefoni tengono aperti canali che il carcere dovrebbe interrompere.
E in questa mappa compare anche il Salento.
Una terra abituata a considerare l’Adriatico una frontiera di scambi, turismo e relazioni con l’altra sponda scopre il proprio nome nelle parole di uno dei magistrati più esposti nella lotta a Cosa nostra, associato al percorso di armi provenienti dai Balcani.
Forse è proprio questo il dettaglio più inquietante dell’intera audizione: gli arsenali mafiosi cambiano volto, mentre certe rotte continuano a conoscere perfettamente la strada.




