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Da anni raccontiamo le difficoltà dei Pronto Soccorso del territorio, strutture che soprattutto nei mesi estivi finiscono spesso sotto pressione per l’aumento degli accessi, la carenza di personale, gli spazi insufficienti e tempi di attesa che possono diventare estenuanti.
Un problema che torna puntualmente d’attualità e che, al di là dei numeri, si misura soprattutto nelle esperienze di chi si presenta in ospedale in un momento di fragilità.
In questo quadro si inserisce la testimonianza che riceviamo da una nostra lettrice, Assunta S., e che pubblichiamo di seguito: il racconto di quanto vissuto nelle scorse ore al Pronto Soccorso di Tricase, tra sovraffollamento, barelle, poche sedute e condizioni di attesa che, a suo giudizio, rendono ancora più difficile una situazione già delicata.
«Scrivo per portare all’attenzione della comunità una situazione che non può più essere ignorata. Nelle scorse ore ho trascorso tre ore al Pronto Soccorso, in un contesto che definire “delirio” non è un’esagerazione, ma una constatazione.
Il reparto era sovraccarico: un continuo via vai di barelle, accessi simultanei, personale costretto a muoversi in spazi insufficienti.
Le sedie disponibili erano poche, e molte persone — già provate dai sintomi — erano costrette ad attendere in piedi o appoggiate alle pareti.
Colpisce un dettaglio che sembra marginale ma non lo è: la porta d’ingresso quasi sempre aperta, con ambulanze ferme davanti e motore acceso. Per chi è già debilitato, respirare quei gas di scarico è un ulteriore peso, un disagio evitabile.
Ho visto persone che avrebbero avuto bisogno di tranquillità, di silenzio, di aria pulita, e invece erano immerse in un ambiente che amplificava la loro fragilità.
Non è una critica ai medici o agli infermieri: sono eroi quotidiani che lavorano in condizioni che nessuno dovrebbe accettare. È una critica al sistema, alla mancanza di spazi, di organizzazione, di attenzione verso chi soffre.
Scrivo perché credo che raccontare sia il primo passo per cambiare. E perché nessuno dovrebbe vivere la malattia in mezzo al caos.
Questa non è una situazione eccezionale: è diventata la normalità.
E la normalità, quando è così, va denunciata.
Io, purtroppo, dopo tre ore di attesa e di sofferenza ho lasciato il pronto soccorso.
Assunta».




