Tricase, presidente del consiglio comunale: «Chi strumentalizza?»

Riceviamo e pubblichiamo, la lettera inviata alla redazione da Francesca Sodero, consigliera comunale di Tricase dal 2017 al 2020.

L’intervento arriva dopo le dichiarazioni del sindaco Antonio De Donno e il dibattito seguito all’elezione di Vito Zocco alla presidenza del Consiglio comunale.

Sodero ripercorre la vicenda che la vide protagonista nel 2019, le successive iniziative giudiziarie e propone una riflessione sul significato della rappresentanza istituzionale, sul rispetto delle donne e sulle responsabilità della politica.

LA LETTERA

Cavalcare la scontata tematica del razzismo sessista per meschini obiettivi di visibilità”.

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Di questo mi accusò Vito Zocco il 30 dicembre 2019, durante il suo intervento nel consiglio comunale in cui attendevo le sue scuse per l’ennesima battuta a sfondo sessuale che mi aveva rivolto pochi giorni prima. Dopo di allora non ha più rilasciato dichiarazioni pubbliche, ha solo pagato un’oblazione allo Stato e un risarcimento danni a me dinanzi ad un giudice.

In questi giorni per lui prende la parola il sindaco Antonio De Donno, rilanciando quell’accusa nel tentativo di difendere la sua scelta di indicarlo per lo scranno di presidente del consiglio comunale e sedare la sollevazione civica che negli ultimi giorni sembra prendere forza, nonostante l’iniziale censura della stampa locale e quella persistente della politica istituzionale.

Mi accusavano, mi accusano e accusano chiunque ne parli di “strumentalizzare”, in modo che non sia necessario per loro rispondere nel merito sui fatti.

Allora vorrei rispondere per me. Non è mia abitudine evitare di mettermi in discussione, perciò ritengo necessario ripercorrere pubblicamente gli eventi per analizzare in quale mio comportamento si possa ravvisare una strumentalizzazione di quanto accaduto.

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Nel Consiglio Comunale in carica dal 2017 al 2020 sono stata consigliera di minoranza insieme a Vito Zocco. Non era mio amico prima e non lo è mai diventato durante il mandato, eravamo colleghi consiglieri. Ciononostante, sin dai primi mesi in cui l’attività istituzionale si era intensificata, diventai il bersaglio di atteggiamenti sprezzanti e di ripetute battute a sfondo sessuale durante e a margine delle sedute di commissione e di consiglio. Tutto questo in spregio alla raccomandazione che da subito una persona a me vicina gli aveva rivolto, dopo una mia confidenza sul disagio avvertito al verificarsi del primo episodio.

Sul finire dell’anno 2019, al culmine di una sempre più accesa contrapposizione politica, questo atteggiamento si manifestò per la prima volta in un luogo pubblico, durante una concitata discussione tra consiglieri e alla presenza di comuni cittadini. Decisi istantaneamente che era arrivato il momento di un’azione forte per bloccare quel modo di fare che aveva travalicato i confini della tolleranza e valutai che il mio ruolo di rappresentante richiedeva che quella reazione fosse necessariamente messa al servizio di tutte le donne. Gli comunicai immediatamente che era arrivato il momento di rendere pubblici questi comportamenti. Conclusi, a mente fredda, che avrei richiesto al consigliere delle scuse pubbliche durante il primo consiglio comunale utile e così feci, registrando la disponibilità, nient’affatto scontata, del sindaco Carlo Chiuri, della sua maggioranza (ed in particolare della presidente della Commissione per le pari opportunità Alessandra Ferrari e del consigliere Vincenzo Chiuri, che ne era componente), e dell’allora presidente del Consiglio Comunale Dario Martina.

Il sindaco Chiuri mi chiamò la sera prima del consiglio comunale chiedendomi le ragioni per le quali non l’avessi contattato direttamente, costringendolo ad ottenere informazioni sull’accaduto dai suoi consiglieri. Risposi che non era mia intenzione condizionare nessuno e che l’indomani avrebbero avuto modo, ciascuno, di esprimersi liberamente sulla questione, basandosi unicamente sulla propria sensibilità. Seppi tempo dopo che il consigliere Zocco in quei giorni aveva invece provveduto a contattare Sindaco e membri della maggioranza per perorare la sua causa.

Nel consiglio comunale del 30 dicembre 2019 il consigliere non porse le sue scuse ma negò le modalità di quanto accaduto, fece allusioni ad un mio rapporto di confidenza con lui, mi attribuì metodi mafiosi per aver sollevato critiche per la sua provenienza politica, mi dipinse come una persona incapace di sacrifici, priva di dignità, che aveva insozzato l’immagine di un’intera comunità, una donna perfida che per meschine ragioni di visibilità aveva deciso di rovinare la sua reputazione di onesto lavoratore, marito e padre di famiglia, cavalcando “la scontata tematica del razzismo sessista”. Sbattuta sul “banco degli imputati”, non ebbi altra scelta se non quella di procedere con le vie legali, sporgendo querela. Dopo due anni, Zocco, da imputato, decise di evitare il processo pagando un’oblazione e un simbolico risarcimento danni, che il giudice pretese al posto delle scuse pubbliche da me sempre richieste come unico risarcimento e da lui sempre negate.

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Subito dopo la mia denuncia pubblica dell’accaduto e la richiesta di scuse, da una certa parte del mondo maschile mi vennero mossi diversi rimproveri, mi vennero illustrati tanti modi alternativi che avrei dovuto adottare al posto di quello che scelsi. Avrei dovuto, per alcuni, sferrare schiaffi. Per altri, evitare di andare al bar, rifiutando l’invito di un cittadino che voleva fare a noi consiglieri gli auguri di Natale. Per altri ancora, avrei dovuto gestire la questione all’interno degli organi istituzionali, sì, ma in silenzio e al riparo da occhi indiscreti, come se il Consiglio Comunale non fosse di per sé un luogo pubblico. Avrei avuto l’imbarazzo della scelta ma di certo quanto decisi, interpretando il mio ruolo istituzionale di rappresentante eletta dopo una candidatura a sindaco, fu giudicato sbagliato da questi suggeritori. Fu giudicato sbagliato agire politicamente partendo da un vissuto personale scaturito proprio dall’esperienza politica in seno alle istituzioni.

Per quanto mi sforzi di mettere in discussione le mie decisioni dell’epoca, anche a distanza di anni, immaginare di tornare indietro e cambiare il corso degli eventi mi porta sempre sistematicamente a delle conclusioni paradossali: avrei agito in silenzio solo per difendere me stessa e non avrei fatto nulla per lanciare un messaggio culturale a vantaggio di tutte le donne quotidianamente esposte a situazioni simili. Avrei semplicemente disatteso le prerogative della carica che ricoprivo, ignorando che esiste un’istanza sociale che riguarda le persone che aspirano a vivere in una società fondata sul rispetto reciproco, senza discriminazioni e senza sopraffazioni. Avrei, ancora, avallato l’idea che il problema non sono i comportamenti discriminatori e offensivi ma la capacità di reagire di chi ne è vittima, il che offre sempre una via d’uscita a chi li mette in atto e un processo all’adeguatezza di chi li subisce.

Le scuse che ho sempre cercato in forma pubblica non sarebbero servite solo a risolvere un problema personale ma erano e sono necessarie per affermare che esiste innanzitutto la responsabilità di ciascuno di comportarsi con rispetto, senza pretendere che qualsiasi comportamento sia considerato legittimo e accettabile se la controparte non è in grado o nella posizione di difendersi secondo astratti criteri di “adeguatezza”.

Le scuse omesse non cancellano i comportamenti ma forniscono rappresentanza alla visione contrapposta: le aggressioni sessiste sono legittime fino a prova contraria e spetta a chi se ne renda autore valutare se il modo scelto per respingerle sia adeguato o meno, senza appello. È questa l’istanza di cui Vito Zocco all’epoca e il sindaco De Donno oggi si fanno portavoce, nel silenzio delle altre forze politiche. È questa la visione che finisce per prevalere nel Consiglio Comunale appena insediato, quando chiama a rappresentarlo un consigliere eletto con questo vissuto pubblico alle spalle. 320 voti di familiari, amici e riconoscenti, risibili se messi a raffronto col numero degli elettori (15.848 alla data delle ultime elezioni), sono in grado di spazzare via il significato autentico della rappresentatività che dovrebbe appartenere alla carica, ossia quella che si richiama ai valori e ai principi istituzionali che dovrebbero essere patrimonio di tutti gli eletti, a prescindere dall’appartenenza politica.

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Questa per me oggi è l’unica strumentalizzazione di cui varrebbe la pena discutere. Perché questa scelta non è neutra e potrebbe concretamente condizionare i lavori del Consiglio Comunale.

In un periodo storico difficile, in cui affiorano irricevibili istanze politiche di abolizione del reato di femminicidio e le cronache nazionali ed internazionali testimoniano il plateale tentativo di ristabilire la subalternità femminile nello spazio politico, nel Consiglio Comunale di Tricase non si sono ancora udite forti e chiare le voci delle parti progressiste mentre tra queste, ciò che suscita maggiore sgomento, c’è addirittura chi, per ciniche ragioni di calcolo ed ascesa politica, ha concesso il proprio voto con malcelato imbarazzo e finta contrapposizione istituzionale.

Oggi mi domando chi sia a dare voce alle donne nel Consiglio Comunale appena insediato, dove neanche il tono di voce che cambia e sfiora la commozione quando il neo eletto Presidente ringrazia la Presidente uscente in quanto prima donna a ricoprire la carica, è colto come l’occasione per rimarcare come l’autocommiserazione degli uomini che sbagliano faccia parte di un gioco che continua con regole ingiuste e che il pentimento, se c’è, deve necessariamente passare da parole chiare e cristalline di assunzione di responsabilità, che consentano insieme un atto liberatorio personale e l’avanzamento culturale della comunità che si ha l’onore di rappresentare.

Nella profonda consapevolezza che le donne non chiedono concessioni, né pretendono la luna, ma aspirano solo a vedere riconosciuti i propri diritti, a vivere in spazi familiari, sociali, lavorativi ed istituzionali in cui sia riconosciuto loro, alla pari con gli uomini, il rispetto formale e sostanziale della propria intelligenza, delle proprie competenze e qualità interiori, della propria autonomia, con queste brevi righe lascio che il passaggio di testimone politico sia per l’ennesima volta rimandato, lo invoco con sincera passione per il prossimo futuro e confido che il sodalizio femminile sia tenace e inarrestabile nell’allargamento a tutta la società civile.

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Francesca Sodero

Consigliera Comunale a Tricase dal 2017 al 2020

POST SCRIPTUM

A margine della lettera Francesca Sodero ha voluto ringraziare «tutti coloro i quali si sono mobilitati contattandomi in privato e soprattutto quanti hanno ritenuto di esprimere pubblicamente il proprio disappunto, da Vincenzo Errico, portavoce dell’associazione “Tricase Insieme”, il primo a sfondare il muro del silenzio, al dott. Francesco Accogli, ex Direttore della Biblioteca Comunale di Tricase, le cui lucide riflessioni sono riuscite a vincere sulle pagine social la censura degli organi di stampa».

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Ha infine voluto precisare che «il presente intervento costituisce una formale e legittima replica alle dichiarazioni pubbliche rilasciate alla stampa dal sindaco di Tricase. Ogni riferimento alla condotta del consigliere Vito Zocco e al conseguente procedimento penale è strettamente ancorato alla verità storica degli atti e alle risultanze del giudizio estintivo per avvenuta oblazione (ex art. 162-bis c.p.), che ha espressamente previsto un risarcimento pecuniario in favore della sottoscritta. Le valutazioni espresse integrano il pieno e legittimo esercizio del diritto di cronaca e di critica politica (Art. 21 Cost.) su vicende di preminente interesse istituzionale e sociale per la comunità».