La Serra ferita

di Lorenzo Zito

Rapida, come il vento che ha spalmato le fiamme lungo la collina, viaggia l’inchiesta sull’incendio che ha distrutto la Serra di Ruffano la scorsa settimana.
Cinquanta ettari tra bosco e campagne andati in cenere. Tre case spaventosamente minacciate dalle fiamme, alte a tratti anche decine di metri, più di dieci immobili e 50 cittadini evacuati, danni ambientali e paesaggistici difficilmente quantificabili e danni anche alle proprietà private. Nonostante la già enorme portata, il bilancio avrebbe potuto essere peggiore: nessuno, fortunatamente, è finito preda del rogo.
Ad ogni modo, di tutto questo risponderà chi, ad oggi, è nel mirino delle indagini, partite sin dalle prime ore successive alle operazioni di soccorso e indirizzatesi subito su una pista netta: quella del dolo.Sul tavolo della Procura una notizia di reato contro noti. Di più, per ora, non si sa: sulle responsabilità di un dramma ambientale che ha catturato per un intero pomeriggio l’attenzione del Salento e di tutta Italia vige il massimo riserbo.
Per capire che cosa sia andato perduto bisogna tornare a prima del fuoco, quando la Serra era la linea verde che accompagnava da sempre lo sguardo dei ruffanesi: un patrimonio naturale, identitario e devozionale. A Ruffano si tramanda ancora il ricordo dell’impegno con cui, nelle prime generazioni del Novecento, gli abitanti ripopolarono di alberi parti della collina progressivamente spogliate dai predecessori. Quel bosco era anche un presidio della memoria: l’eredità vivente degli avi. Tutto questo, nel pomeriggio di martedì 14 luglio, cambia colore.

IL VENTO CAMBIA TUTTO

Quel maledetto pomeriggio, il primo segnale arriva dal sistema di monitoraggio della Serra. I sensori rilevano fumo e variazione della temperatura, l’allarme scatta e partono gli interventi. Le fiamme, però, nascono in un punto impervio, difficilmente raggiungibile da terra. È qui che il vento prende il controllo della partita: spinge il fuoco verso sud, quasi spalmandolo lungo la collina. Le fiamme si alzano paurosamente, il fronte corre verso il cimitero e si avvicina alle abitazioni. Da terra arginarlo non è più possibile.

In strada c’è chi si adopera e chi guarda impotente, con le lacrime agli occhi. Le forze dell’ordine allontanano i residenti dalle aree più esposte, mentre le fiamme si avvicinano alle case. Il fuoco circonda il cimitero comunale senza riuscire a varcarne il perimetro. Risparmia anche il santuario, inerpicato più in là sulla collina, qualche centinaio di metri più a nord dall’area in ginocchio. Intorno, però, il verde si trasforma in cenere.

DUE ORE E MEZZA

La battaglia si sposta in cielo. Arriva un elicottero antincendio: uno sforzo prezioso che però, anche agli occhi dei meno esperti, appare presto sproporzionato alle dimensioni del fronte. Poi, a due ore e mezza dall’innesco, sulla Serra arriva il Canadair. Il rogo viene contenuto, ma nella notte alcuni focolai riprendono vigore. Il mattino seguente serve un nuovo intervento aereo.

Solo allora Ruffano guarda ciò che resta: alberi ridotti a scheletri, terra annerita, proprietà danneggiate. Non è il primo rogo quassù. Alcuni anni prima un altro incendio aveva richiesto un Canadair, ma era stato circoscritto rapidamente. Fino a pochi minuti prima, la traccia di quel rogo passato era ancora riconoscibile: una linea netta nel verde. Stavolta la ferita ha tutt’altre dimensioni.

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LE DOMANDE DEL GIORNO DOPO

Spente le fiamme affiorano le domande. I sensori avevano funzionato? I soccorsi si erano mossi in tempo? Quanto avevano pesato le condizioni di alcune aree della collina?
Le risposte istituzionali chiariscono che il sistema ha rilevato immediatamente il pericolo e attivato senza ritardi gli interventi. Punto impervio e vento hanno reso quasi impossibile il primo attacco. Restano interrogativi da affidare ai tecnici. Il sindaco Antonio Cavallo lo dice apertamente nelle dichiarazioni pubbliche: sull’operatività dei soccorsi c’è ancora molto da fare.
La pista dolosa alimenta intanto sui social una caccia al responsabile, mescolandosi allo sgomento di chi ha visto bruciare proprietà o dovuto abbandonare la propria casa. La ferita è anche emotiva. Dal giorno successivo lo psicologo Lorenzo Piccinno, consigliere delegato all’Ascolto e al Benessere mentale e sociale, ha offerto gratuitamente ascolto e professionalità a chi ha vissuto l’emergenza. Tre giorni per prendersi cura del peso invisibile lasciato dal fuoco.

RICOMINCIARE, SECONDO LA LEGGE

La cura alla rabbia è la solidarietà. Numerosi cittadini contattano il Comune, pronti a contribuire e acquistare nuovi alberi: il desiderio di restituire alla Serra ciò che il fuoco le ha sottratto. Ma non si può intervenire seguendo l’urgenza emotiva. Prima bisogna conoscere lo stato del suolo, metterlo in sicurezza e attenderne la rigenerazione: in alcuni punti sarà la natura a dover compiere il primo passo.
A dettare i tempi è la legge quadro sugli incendi boschivi. Dice che boschi e pascoli percorsi dal fuoco non possono cambiare destinazione per almeno quindici anni. Per dieci vieta nuovi edifici e infrastrutture, salve autorizzazioni precedenti, e nei boschi anche pascolo e caccia. Per cinque non consente rimboschimenti o opere di ingegneria ambientale finanziati con risorse pubbliche, salvo specifiche autorizzazioni per rischi idrogeologici o urgenti esigenze di tutela.
Perimetrazione e censimento stabiliranno dove opereranno questi vincoli. Restano consentite le opere pubbliche necessarie all’incolumità e alla tutela ambientale.
In questa direzione si muovono Ruffano e Supersano. I sindaci Antonio Cavallo e Corrado Bruno hanno chiesto al prefetto Natalino Manno un tavolo tecnico urgente. Attorno allo stesso tavolo la richiesta è di avere enti e organismi competenti per programmare bonifica, sicurezza, rigenerazione, risorse e un piano permanente di manutenzione e prevenzione.

LA QUESTIONE CANADAIR

Già prima di Ruffano (ed anche dopo, con gli altri interventi sui nostri cieli di quest’ultima settimana) si è parlato molto della necessità di avere una postazione con Canadair in Salento. È il segno di una percezione preoccupante: gli incendi catastrofici stanno entrando nella normalità del territorio, non sono più visti come eventi eccezionali.
Da qui la petizione di Piero Vitale Paiano, salentino fuori regione da venticinque anni, per assegnare stabilmente un Canadair a Lecce o nelle vicinanze. Anche il presidente della Regione Antonio Decaro ha chiesto un Canadair stabile in Puglia, seppur indicando l’aeroporto di Foggia.

La risposta negativa che la Protezione civile nazionale vale anche per il Tacco. Il capo del Dipartimento Fabio Ciciliano ha spiegato che la distribuzione dei velivoli risponde a una strategia nazionale e deve considerare rischi, mezzi e logistica. Partire da Foggia anziché da Ciampino, ha aggiunto, ridurrebbe il volo soltanto di dieci o quindici minuti, senza cambiare sensibilmente l’efficacia del sistema. Con le dovute proporzioni, vale lo stesso concetto coi tempi di volo da Lamezia Terme alle nostre coste.
Il confronto resta aperto e non riguarda soltanto il luogo dal quale debbano decollare i Canadair, ma come prepararsi prima che compaia il fumo.

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COSA NASCE DALLA FERITA

Una risposta non potrà nascere dalla rabbia né essere affidata a una sola soluzione. Dovrà essere ponderata, collettiva e capace di tenere insieme prevenzione, soccorsi, cura del territorio e rigenerazione.
È il significato assunto dal primo abbraccio collettivo dopo il rogo, durante la messa celebrata nel santuario della Madonna della Serra. Lì si sono ritrovati Ruffano e Supersano, non soltanto per ringraziare chi ha difeso le persone e il territorio, ma per dare una forma comune al dolore.
L’omelia del vescovo della Diocesi Ugento-S.M. di Leuca, Vito Angiuli, ci offre una bussola importante: «Rimane una domanda: che cosa nascerà da questa ferita? Potremmo lasciarci vincere dalla rabbia, oppure trasformare questo dolore in una rinnovata responsabilità. Potremmo limitarci a piangere ciò che abbiamo perduto, oppure diventare custodi ancora più attenti del dono che ci è stato affidato».