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Approfondimenti

I sintomi più comuni per riconoscere il COVID 19

Dal sito del Ministero della Salute: www.salute.gov.it/nuovocoronavirus

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  1. Quali sono i sintomi di una persona con COVID-19?


I sintomi più comuni di sono febbre, stanchezza e tosse secca. Alcuni pazienti possono presentare indolenzimento e dolori muscolari, congestione nasale, naso che cola, mal di gola o diarrea. Questi sintomi sono generalmente lievi e iniziano gradualmente. Nei casi più gravi, l’infezione può causare polmonite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e persino la morte.



  1. Quanto è pericoloso il nuovo virus?


Alcune persone si infettano ma non sviluppano alcun sintomo. Generalmente i sintomi sono lievi, soprattutto nei bambini e nei giovani adulti, e a inizio lento. Circa 1 su 5 persone con COVID-19 si ammala gravemente e presenta difficoltà respiratorie.



  1. Quali sono le persone più a rischio di presentare forme gravi di malattia?


Le persone anziane e quelle con patologie sottostanti, quali ipertensione, problemi cardiaci o diabete e i pazienti immunodepressi (per patologia congenita o acquisita o in trattamento con farmaci immunosoppressori, trapiantati) hanno maggiori probabilità di sviluppare forme gravi di malattia.



  1. Quali sono le raccomandazioni per le persone più a rischio?


Il DPCM dell’8 marzo 2020 raccomanda a tutte le persone anziane o affette da una o più patologie croniche o con stati di immunodepressione congenita o acquisita, di evitare di uscire dalla propria abitazione o dimora fuori dai casi di stretta necessità e di evitare comunque luoghi affollati nei quali non sia possibile mantenere la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro.



  1. Quanto dura il periodo di incubazione?


Il periodo di incubazione rappresenta il periodo di tempo che intercorre fra il contagio e lo sviluppo dei sintomi clinici. Si stima attualmente che vari fra 2 e 11 giorni, fino ad un massimo di 14 giorni.

Modalità di trasmissione



  1. I Coronavirus e il nuovo Coronavirus possono essere trasmessi da persona a persona?


Sì, alcuni Coronavirus possono essere trasmessi da persona a persona, di solito dopo un contatto stretto con un paziente infetto, ad esempio tra familiari o in ambiente sanitario.


Anche il nuovo Coronavirus responsabile della malattia respiratoria COVID-19 può essere trasmesso da persona a persona tramite un contatto stretto con un caso probabile o confermato.



  1. Come si trasmette il nuovo Coronavirus da persona a persona?


Il nuovo Coronavirus è un virus respiratorio che si diffonde principalmente attraverso il contatto stretto con una persona malata. La via primaria sono le  goccioline del respiro delle persone infette ad esempio tramite:



  • la saliva, tossendo e starnutendo

  • contatti diretti personali

  • le mani, ad esempio toccando con le mani contaminate (non ancora lavate) bocca, naso o occhi


In casi rari il contagio può avvenire attraverso contaminazione fecale.


Normalmente le malattie respiratorie non si tramettono con gli alimenti, che comunque devono essere manipolati rispettando le buone pratiche igieniche ed evitando il contatto fra alimenti crudi e cotti.


Studi sono in corso per comprendere meglio le modalità di trasmissione del virus.


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La morte meditata delle Kessler ed il tema del suicidio assistito. Ma è davvero peccato?

IL suicidio continua, per il Codice, ad essere ritenuto un peccato in quanto la vita è proprietà di Dio, fermo restando che ogni decisione ultima è quella del Padre celeste che può pertanto anche concedere la salvezza eterna a chi si è tolto la vita…

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di Hervé Cavallera

di Hervé Cavallera

La notizia del suicidio assistito (17 novembre) delle gemelle Alice e Ellen Kessler ha particolarmente colpito chi le ricorda, negli anni ’60, in tutta la loro sfolgorante bellezza, mai volgare, di ballerine.
Una morte meditata, decisa e realizzata con teutonica cura, verrebbe da dire, a 89 anni, sì che continuassero ad essere inseparate sino all’ultimo: la testimonianza di un legame straordinario e al tempo stesso la volontà di non voler vivere una senza l’altra.
Al di là del caso in sé e nel rispetto di una scelta libera e possibile nel contesto sociale in cui è stata attuata, l’evento non può che sollevare delle riflessioni sulla natura propria del suicidio assistito che consiste nella autosomministrazione volontaria e responsabile di sostanze letali con la presenza di personale medico e legale. Suicidio che è ammesso in diverse nazioni del mondo.

Occorre altresì aggiungere che le varie religioni hanno sul tema posizioni differenti.

IL NUOVO CODICE DI DIRITTO CANONICO

Per quel che ci riguarda come cristiani e cattolici, ricordo che una volta il Codice di diritto canonico vietava che i suicidi fossero sepolti in terra consacrata. Tale divieto non compare con il nuovo Codice di diritto canonico entrato in vigore nel 1983.

Comunque, il suicidio continua, per il Codice, ad essere ritenuto un peccato in quanto la vita è proprietà di Dio, fermo restando che ogni decisione ultima è quella del Padre celeste che può pertanto anche concedere la salvezza eterna a chi si è tolto la vita.

LA LEGGE IN ITALIA

Sotto tale profilo, non si può che rilevare come la questione venga affrontata in tanti modi e in Italia, nel 2019, la Corte costituzionale ha consentito la possibilità del suicidio assistito sempre in determinate condizioni. Il Parlamento non è si è tuttora espresso, ma due regioni, la Sardegna e la Toscana, lo hanno già approvato.

DAL PUNTO DI VISTA ETICO

Il problema è quindi estremamente complesso e dibattuto.

E tuttavia da un punto di vista etico alcune considerazioni generali si possono serenamente fare. In primo luogo, è da dire che la cosa che l’uomo da sempre ha più temuto è la morte, il non essere più. Così le religioni mediterranee hanno assicurato una vita dopo la morte terrena e la presenza di un aldilà.
Il che mostra come l’uomo ha da sempre desiderato il non finire.
Tornando al suicidio, si può dire di più. In taluni casi, infatti, il sacrificio della propria vita può essere giustificato in nome di un ideale superiore.
Pertanto, Dante non esita, nella Divina Commedia, a porre come guardiano del Purgatorio Catone Uticense che nel 46 a. C. si uccise per non perdere la propria libertà e Virgilio, nel primo canto del Purgatorio, presenta Dante a Catone con le parole “Libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta./ Tu ‘l sai, che non ti fu per lei amara / in Utica la morte, ove lasciasti / la vesta ch’al gran dí sarà sí chiara” (vv. 71-75).
Vi sono, infine, i casi drammatici di persone che sopravvivono solo grazie a frequenti interventi medici e sono oggetto di quotidiana sofferenza, sì da dover di conseguenza ricorrere a continue cure palliative e per queste persone il suicidio assistito porrebbe fine ad una esistenza divenuta ormai solo dolore.
Il caso delle Kessler è diverso.
L’avanzare dell’età e il timore che l’evento luttuoso colpisse prima una, lasciando sola l’altra donna dopo una lunga vita vissuta insieme, hanno convinto le due persone ad anticipare i tempi con una morte condivisa.

Una scelta per così dire razionale, giudicata l’opzione migliore piuttosto che una vita in solitudine. Il che rientra nella logica, peraltro consentita dalle norme legali in vigore in Germania, di poter disporre della propria esistenza, del proprio corpo. In altri termini, si dispone liberamente del personale destino senza però nuocere ad alcuno.

SI PUO’ DISPORRE DELLA PROPRIA VITA?

In tale prospettiva si ritiene che tutto si chiuda nell’intimità del privato e tuttavia non è affatto così: la notizia dell’evento ha avuto una risonanza internazionale e comunque se al posto di due celebri ballerine si fosse trattato di due oscuri cittadini la notizia avrebbe avuto comunque eco nella comunità di appartenenza.

È proprio tale risonanza a indurre a riflettere a prescindere dalle norme di legge e dalle stesse indicazioni delle varie religioni.
In che misura è possibile che un soggetto possa disporre del proprio corpo e, nel timore di una sofferenza, togliersi la vita? È chiaro che, come tutti sappiamo, l’esistenza umana è a termine da un punto di vista corporeo ed è soggetta a crescita, maturità, decadenza, fine.

Vivere comporta l’acquisizione della consapevolezza di tutto ciò e di conseguenza la inevitabile accettazione, altrimenti si cadrebbe da subito nella disperazione, con tutto quello che essa può provocare.

Ma non basta: il soggetto non è mai solo: è socius. Infatti, vive in una comunità come cittadino, come membro di una famiglia, come lavoratore.

Il che significa che egli ha delle responsabilità nei confronti dei consanguinei, dei colleghi, dei concittadini. Un intreccio di doveri e di affetti che hanno consentito e consentono lo sviluppo sociale e la vita in comune. Ci possono essere persone a cui arride il successo e altre invece no, comunque tutti contribuiamo allo sviluppo di una società divenendo in tal modo esempio per le nuove generazioni.

Crescere, maturare non vuol dire divenire libero (se per libertà si intende fare quello che si vuole), ma divenire in primo luogo responsabile e quindi farsi carico dei propri doveri: nei confronti dei familiari, dei più giovani, dell’habitat.  Il che implica anche l’accettazione e la sopportazione delle difficoltà, delle avversità, delle sofferenze.
In questo si diventa autorevole, un punto di riferimento, come deve esserlo un genitore per i propri figli, un insegnante per i propri allievi, un dirigente per i propri dipendenti, un politico per i concittadini.
Lo stesso uomo di successo, quale sia il campo in cui prevale, deve essere attento a quello che fa e non dissipare nelle frivolezze i suoi meriti professionali.
Insomma, il problema della crescita è connesso a “sapersi farsi carico” di sé stessi e, di rimando, dei propri cari e di coloro che ci circondano o che sono in vario modo in relazione con noi.
Il che implica il non lasciarsi andare alle debolezze.
Si può obiettare che ciò è più facile a dirsi che a farsi, e nell’annotazione v’è del vero. Ma questo non vuole dire che non ci si deve sforzare e impegnarsi sacrificando l’effimero piacere particolare per il bene generale. Una società crolla quando prevalgono gli interessi egoistici, quando si contravviene alle regole.
Proprio oggi constatiamo come dilaghi quotidianamente la violenza e si teme della personale sicurezza.
È la presenza di una società che per tanti ha smarrito i valori e dove si fa quasi fatica a stimolare a vivere nel lecito e nella correttezza, aspetti che implicano sempre un autocontrollo. Tenendo presente queste considerazioni, è chiaro allora che la logica del suicidio assistito esprime il rifiuto di affrontare le difficoltà e le sofferenze.
Ciò è umanamente comprensibile – giova ripeterlo – ma da un punto di vista etico non serve a chi lo compie in quanto esclude la possibilità di vedere la gioia accanto alla sofferenza, la comprensione e l’affetto di chi è vicino, il sapere che non si è vissuti invano.

Per di più rischia di far apparire la vita come semplicemente una distesa di piaceri, là dove invece l’esistenza è fatta di impegni, di doveri, di tutto ciò che fa crescere e accomuna.

Per tutte queste ragioni sottrarsi alla vita per sfuggire alla sofferenza significa non comprendere che l’essere umano vive anche nel ricordo e nell’affetto della gente per quello che ha fatto di buono e che la fuga, comunque concepita, ci impedisce di cogliere la luce del bene compiuto che ci accompagna nel corso degli anni.

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Vittoria annunciata e confermata per Decaro. Affluenza al ribasso: e ora?

Credo sia arrivato il momento che qualcuno si ponga il problema: come mai tanta gente non va più a votare. E allora non sarebbe opportuno, in questa centrifuga tecnologica del nuovo millennio, che si cominciasse a pensare ad una votazione elettronica?

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di Luigi Zito 

Si sono da poco chiuse le urne per le elezioni Regionali in Puglia, l’affluenza in picchiata, come tutte le stime lasciavamo intendere, si è attestata al 41,85%, cinque anni fa al voto partecipò il 56,4 per cento degli elettori.

In Puglia si è registrata la più bassa affluenza di sempre, anche meno delle stesse Regioni dove ieri e oggi si è votato: Campania e Veneto.

La provincia dove si è votato di più è stata Lecce, con una affluenza del 44%; Taranto con 40,60%, Bari 41,31%, Brindisi 41,94%, BAT 41,22, la peggiore Foggia con poco più del 38%.

Le proiezioni non lasciano spazio a “ribaltoni” di sorta.

Antonio Decaro, nuovo Governatore di Puglia

Antonio Decaro è dato al 70% non raggiungerebbe il 30% Lobuono che ha già ammesso la sconfitta.

Secondo l’instant poll YouTrendper Sky TG24, nel campo progressista guidato da Antonio Decaro Partito Democratico si attesterebbe tra il 25% e il 29%, seguito dalla lista «Decaro Presidente» stimata tra 11,5% e 15,5%.

Le altre liste della coalizione oscillano tutte tra il 6% e l’8% per «Per la Puglia» e Movimento 5 Stelle, tra il 4% e il 6% per Verdi-Sinistra e tra l’1% e il 3% per i Popolari.

Sul fronte del centrodestra, Luigi Lobuono registra Fratelli d’Italia tra il 18% e il 22%, Forza Italia tra l’8% e l’11% e la Lega tra il 3,5% e il 5,5%.

Le liste minori della coalizione – Noi Moderati, Civici e Sud al Centro – sono tutte comprese tra 0% e 2%.

Ora che la frittata è stata fatta, sarebbe opportuno che qualcuno dei nostri politici ci spiegasse come mai meno di un pugliese su due non si è sentito ispirato nell’andare a votare.

Quali sono i veri motivi: disaffezione alla vita pubblica; poca pubblicità; istituzioni lontane dai cittadini; politici ibernati nelle torri d’avorio; consiglieri regionali poco attenti al territorio ed ai veri problemi dei pugliesi, sanità alla stremo (nella puntata di ieri di Report, la Puglia è ultima nella classifica nazionale per i tempi di attesa delle prenotazioni mediche)?

Ora credo sia arrivato il momento che qualcuno si ponga il problema, la nostra non è una di quelle Regioni democraticamente avanzate (come la Svizzera ad esempio), dove ogni 3 x2 ogni quesito viene posto al popolo che, incalzato da tanta sollecitazione, non va più a votare.

E allora non sarebbe opportuno, in questa centrifuga tecnologica del nuovo millennio, che si cominciasse a pensare ad una votazione elettronica?

Sembra, ormai, che l’unico compagno che mai ci abbandona e ci delude nella nostra vita sia il disprezzato cellulare che monitora ogni respiro della nostra giornata: non sarebbe meglio (forse) iniziare a pensare ad un sistema di voto elettronico, in cui ogni votazione, registrazione e conteggio dei voti avviene tramite strumenti digitali?

I vantaggi sarebbero tanti: la velocità del conteggio, la comodità di votare ovunque, si risieda in città o meno, all’estero o in qualsiasi altra parte del mondo; una maggiore possibilità e facilità di far votare persone con disabilità; il risparmio di carta e varie.

Certo le criticità viaggiano alla stessa velocità del web: il rischio di attacchi hacker; la poca affidabilità di molti aggeggi elettronici; garantire la Privacy per tutti (sappiamo bene cosa succede con le fastidiose telefonate dei call che tutti riceviamo sul telefono), e poi la sicurezza.

Ogni innovazione ha pregi e difetti, leggi i Paesi dove hanno già sperimentato il voting, come l’Estonia, il Brasile o l’India che hanno fatto di necessità virtù utilizzando questa novità tecnologica.

Se non iniziamo a pensarci da subito si rischia che, alle prossime elezioni (qualsiasi esse siano), oltre alla penuria di votanti ci ritroveremo anche con Candidati consiglieri e Presidenti eletti che non rappresentano (di fatto) la maggioranza delle volontà dei pugliesi e, se tanto mi dà tanto, tanto vale affidarci alla Dea bendata e sceglierli dal mazzo con una estrazione, risparmieremmo tempo e salute.

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Pompeo Maritati, “Quando i numeri si innamorano (e io ci casco)”

Oggi che sono in pensione, che posso permettermi di scrivere senza Excel aperto in sottofondo, ho ritrovato quei fogli, li ho riletti, e mi sono detto: “Perché non completarlo? Perché non dare voce a quei numeri innamorati?”…

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L’idea di questo libro nasce in un luogo che, a prima vista, sembrerebbe il meno romantico del mondo: una sala corsi di una grande banca italiana, illuminata da neon impietosi, con pile di dispense, calcolatrici scientifiche e tazzine di caffè che avevano visto giorni migliori.

Era verso la fine degli anni 90, e io, in giacca e cravatta, stavo tenendo un corso di matematica finanziaria a un gruppo di operatori bancari. L’argomento del giorno? Il calcolo delle rate di mutuo con il sistema cosiddetto “alla francese”.

Un nome che evoca baguette, bistrot e chanson d’amour, ma che in realtà nasconde una formula che farebbe piangere anche un ingegnere.

Eravamo immersi in coefficienti, tassi d’interesse, progressioni geometriche e quel misterioso “ammortamento” che, più che un piano di rimborso, sembrava una lenta agonia numerica. E proprio mentre stavo spiegando la logica dietro la distribuzione degli interessi nel tempo, uno degli uditori – un tipo sveglio, con l’aria di chi aveva già capito tutto, ma voleva vedere se anche io lo avevo capito se ne uscì con una frase che mi colpì come una freccia di Cupido: “È come se alcuni numeri si fossero innamorati.”

Silenzio. Sorrisi. Qualche risatina. Io, ovviamente, feci il classico gesto da docente navigato: annuii con un mezzo sorriso, come a dire “bella battuta, ma torniamo seri”. E così fu. Riprendemmo la lezione, tornai a parlare di rate, di formule, di Excel. Ma quella sera, solo in albergo, mentre il minibar mi offriva una bottiglietta d’acqua a prezzo da champagne e la TV trasmetteva repliche di quiz dimenticati, quella frase tornò a bussare alla mia mente.

“È come se alcuni numeri si fossero innamorati.”

Ma certo! Perché no? Perché non pensare che dietro le formule ci siano storie? Storie di attrazione, di repulsione, di corteggiamenti matematici, di triangoli amorosi (non solo geometrici), di numeri che si cercano, si sfuggono, si fondono. Un’idea folle, certo.

Accostare l’innamoramento, quel sentimento poetico, irrazionale, profondo, all’aridità dei numeri, che per definizione sono freddi, impersonali, astratti. Ma forse proprio per questo l’idea mi sembrava irresistibile.

Così iniziai a scrivere. A spizzichi e bocconi, tra una riunione e una trasferta, tra un bilancio e un report. Annotavo storielle, dialoghi, immagini. Immaginavo lo Zero e l’Uno in crisi di coppia, il Due che cerca equilibrio, il Pi greco che seduce tutti ma non si concede a nessuno. Poi, come spesso accade, la vita prese il sopravvento.

Gli impegni si moltiplicarono, le cartelle si accumularono, e quei fogli finirono in fondo a un cassetto. Lì rimasero, silenziosi, per anni. Fino a oggi.

Oggi che sono in pensione, e che ho tempo per ascoltare le idee che bussano piano, che posso permettermi di scrivere senza Excel aperto in sottofondo. Ho ritrovato quei fogli, li ho riletti, e mi sono detto: “Perché non completarlo? Perché non dare voce a quei numeri innamorati?”

E così è nato questo libro. Un libro che non pretende di insegnare matematica, ma di farla sorridere. Un libro che non vuole dimostrare teoremi, ma raccontare storie. Un libro che, se tutto va bene, vi farà guardare i numeri con occhi nuovi.

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