Attualità
Giustizia, dal taglio dei tribunali la fanno franca quelli militari
Per rispondere ai criteri di efficienza adottati dal ministero della Giustizia, ciascun militare dovrebbe commettere almeno tre o quattro reati all’anno
Con decreto legislativo di attuazione della legge delega 148/2011 il Ministro della Giustizia Paola Severino ha rivoluzionato la geografia giudiziaria italiana, sopprimendo 37 tribunali, 38 procure, 220 sezioni distaccate e 674 sedi di giudici di pace, per un totale di 969 uffici giudiziari. Il provvedimento, abbozzato in un periodo di furore governativo finalizzato all’attuazione di una disciplina di bilancio e revisione della spesa pubblica, a detta del Ministro nulla c’entra con l’opera di risanamento dei conti se non di riflesso ma attua invece una delega ereditata dal precedente governo “che consentiva la riorganizzazione dei tribunali e delle aree giudiziarie, per rendere efficiente giustizia anche attraverso la redistribuzione giudiziaria”. Facciamo qualche considerazione.
Il primo punto da affrontare è il criterio adottato dal Ministro per decidere quali tribunali tagliare e quali sottrarre alla scure di via Arenula. Il criterio è quello dell’efficienza. Cosa vuol dire? In sostanza si è deciso che quei tribunali o uffici giudiziari che non rispondono a certi parametri o indicatori c.d. di efficienza sono da considerare dei rami secchi della pubblica amministrazione e come tali da sopprimere. Necessita a questo punto capire quali siano questi indicatori che introducono per la prima volta il concetto di efficienza agli uffici giudiziari. Si è detto che affinché un tribunale o ufficio giudiziario possa ricevere la patente di efficienza e quindi sopravvivere al processo di razionalizzazione deve rispondere a 5 indicatori i cui valori devono stare al di sopra di quelli convenzionalmente definiti: l’estensione del territorio (2.169 chilometri quadrati), il bacino d’utenza (382.191 – numero abitanti), i magistrati addetti in organico (28), i carichi di lavoro (18.094 carichi sopravvenuti) e le definizioni medie annue per magistrato (638,4). In difetto anche di uno solo dei cinque indicatori il tribunale o l’ufficio giudiziario sarà soppresso. Una linea rigida, non c’è che dire, soprattutto quando si volge l’attenzione a quegli uffici giudiziari carenti di uno di quegli indicatori e che insistono in territori ad alto rischio di criminalità organizzata. Se non vi è alcuna difficoltà a credere al Ministro quando afferma che in seguito alla revisione della geografia giudiziaria la giustizia stessa nel suo complesso non ne risentirà, un pensiero sull’impatto emotivo o su messaggi più o meno distorti che come tali possono essere recepiti quando si andrà ad abbassare la saracinesca di alcuni tribunali di frontiera del meridione è lecito averlo. Ma tant’è. La premessa era necessaria non per criticare la meritoria opera di questo governo nella sua complessiva azione di razionalizzazione della struttura giudiziaria, tantomeno per confutare i criteri adottati, ma per introdurre il secondo punto del discorso cioè la comparazione in termini di efficienza tra giustizia ordinaria e giustizia militare alla luce del predetto decreto.
Avendo consapevolezza che le due giustizie rispondono a esigenze ed a dicasteri diversi, una comparazione va fatta, se non altro per tre motivi fondamentali:
– Il processo penale militare è identico, salvo alcune differenze sull’azione penale del PM, a quello ordinario;
– I magistrati militari sono soggetti agli stessi meccanismi di progressione di carriera di quelli ordinari;
– I trattamenti stipendiali dei magistrati militari sono agganciati a quelli dei magistrati ordinari.
In altri termini, posto che i magistrati militari svolgono lo stesso lavoro di quelli ordinari, godono degli stessi benefici di carriera e dello stesso trattamento economico di quest’ultimi, rimane da vedere se entrambe le categorie sono sovrapponibili anche dal punto di vista della produttività in seguito all’introduzione del concetto di “efficienza” degli uffici giudiziari. Il magistrato militare, pagato e gratificato in carriera quanto il magistrato ordinario, produce quanto quest’ultimo? E’ agevole rispondere alla domanda prendendo a riferimento i dati del sito internet del Ministero della Difesa www.difesa.it e quelli illustrati nella relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario militare 2012 del Presidente della Corte Militare di appello dott. Vito Nicolò Diana.
Si apprende da quei dati che gli indicatori di produttività della giustizia militare sono abbondantemente al di sotto di quelli delineati dal Ministro di Giustizia per certificare l’efficienza di un ufficio giudiziario e per giustificarne la sua esistenza. Basti pensare che nessun tribunale militare dei tre esistenti (Roma, Napoli, Verona) raggiunge gli standard produttivi indicati dal Ministro, nemmeno se venissero accorpati in un unico ufficio. Tribunali con 10 magistrati in organico tra giudicanti e requirenti (1/3 rispetto all’indicatore di efficienza) che producono mediamente 60-70 sentenze all’anno fanno riflettere al cospetto degli indicatori che hanno decretato la chiusura di 969 uffici giudiziari. Procure militari e uffici del gip/gup che trattano mediamente 600 nuovi procedimenti all’anno (1/30 rispetto all’indicatore di efficienza) e che solo 1/10 di questi si traduce in un rinvio a giudizio danno l’idea dell’esigua mole di lavoro che interessa la magistratura militare se raffrontata con quella ordinaria. Tanto per dare qualche altro numero, dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2011 sono pervenuti al Gip-Gup dei tre tribunali militari 1802 fascicoli e ne sono stati esauriti 1727, dei quali 1281 con decreto di archiviazione, 198 con decreto che dispone il giudizio, 9 con decreto di giudizio immediato, 59 con sentenza di non luogo a procedere, 82 con sentenza di applicazione della pena su richiesta, 54 con sentenza a seguito di giudizio abbreviato e 44 con altri provvedimenti.
Il carico di lavoro dei 3 tribunali militari è stato gestito da circa 31 magistrati tra requirenti e giudicanti, con un numero di definizioni medie annue per magistrato di circa 60 (1/10 rispetto all’indicatore di efficienza). Inoltre, tra stucchi e arazzi di Palazzo Cesi (Tribunale militare Roma), di S.M. Degli Angeli a Pizzofalcone (Tribunale militare Napoli) e del comprensorio S. Lucia (Tribunale militare Verona), sempre nell’anno 2011, i 31 magistrati in servizio hanno portato a termine complessivamente 208 procedimenti di primo grado, producendo una media di circa 65 sentenze/anno per ogni tribunale.
La Corte militare di appello con i suoi 12 magistrati ha inoltre trattato 113 processi, avendone ricevuti 108. Ed infine la Procura Generale militare presso la Corte di Cassazione che con i suoi 2 magistrati ha definito 28 processi. Non va dimenticato il Tribunale militare di sorveglianza che con i 3 magistrati in organico si occupa dell’esecuzione della pena con i carceri militari praticamente vuoti. Un quadro abbastanza esaustivo che oltre ad indicare la facilità con cui si dà corso alle denunce presso le procure militari (1281 archiviazioni a fronte di 1727 procedimenti aperti) anche quando il fatto denunciato rientra in astratto nell’alveo dell’illecito disciplinare, delinea altresì una situazione di “inefficienza” alla luce dell’introduzione di quegli indicatori che hanno consentito la soppressione di importanti uffici giudiziari ordinari sul territorio nazionale. Tale quadro, se analizzato in un’ottica di razionalizzazione delle istituzioni e risparmio di risorse pubbliche potrebbe far divenire legittimo auspicio quel grido di allarme con cui il presidente della Corte Militare di appello all’inaugurazione dell’anno giudiziario militare 2012 ha provocatoriamente ed immaginificamente denunciato la marginalità della giustizia militare: “la Giustizia militare è sempre più evanescente, prossima ad uscire di scena per quindi trovare onorata collocazione nel museo degli istituti giuridici non più attuali”.
D’altro canto è risaputo che l’apparato giudiziario militare si oppone strenuamente alla temuta (o certificata) marginalizzazione profetizzata dal dott. Diana ed iniziative parlamentari a difesa dello status quo ne abbiamo viste tante anche nel corso di questa legislatura (DDL Cirielli), poi fortunatamente abortite. Legittimamente dal loro punto di vista i magistrati militari rivendicano controriforme della giustizia militare che amplino la giurisdizione anche mediante una ridefinizione della geografia giudiziaria, devastata a loro avviso dallo tsunami che è stata la legge finanziaria del 2008. Ma non per questo ci si può sottrarre da riflessioni che portino ad un ripensamento della giustizia militare che vada nel senso contrario rispetto a quello dei legittimi interessi di parte, tanto più oggi alla luce delle nuove misure di razionalizzazione dello strumento giudiziario ordinario.
E’ lecito domandarsi per quale motivo sono stati soppressi o accorpati importanti uffici giudiziari in aree ad alta densità mafiosa e mantenuti quei 3 tribunali militari che servono a garantire giustizia ad un bacino di circa 300.000 militari (ben al di sotto dell’indicatore di efficienza di 382.191 abitanti previsto per un solo tribunale ordinario )?
E’ ancora attuale la specialità della giurisdizione per i militari così come è strutturata? O non è forse tempo di ripensare anche questo strumento? Si potrebbe ad esempio ipotizzare, se proprio si sentisse la necessità di non rinunciare alla giustizia con le stellette, all’accorpamento dei tre tribunali oggi esistenti in un unico tribunale militare con sede in Roma e portare così a compimento quel piano avviato con la finanziaria del 2008 che ridusse da 9 a 3 i tribunali militari, con considerevoli risparmi economici e utilizzo dei magistrati militari in esubero nella giustizia ordinaria. Oppure abolire del tutto la giustizia militare come ha fatto la Germania ed altri paesi europei alla fine della 2^ guerra mondiale, e questo avvicinerebbe senz’altro le forze armate italiane a quelle degli altri paesi della comunità europea e lo Stato italiano alla più virtuosa Germania in materia di spesa pubblica. Ad onor del vero va comunque detto che la magistratura militare ha svolto una meritoria opera di giustizia in importanti procedimenti come quelli sui crimini nazisti commessi nel periodo della 2^ guerra mondiale, ovviamente al netto dello scandalo dell’armadio custodito nelle segrete di Palazzo Cesi al cui interno furono rinchiusi, con le ante rivolte verso la parete, centinaia di procedimenti penali a carico di ufficiali delle SS i cui fascicoli furono dolosamente tenuti in barrique per più di 30 anni.
Esaurito quel filone giudiziario con scandali annessi e connessi, abolita la leva obbligatoria e smilitarizzati alcuni corpi armati dello Stato, oggi la magistratura militare, lasciata fossilizzare in una normativa sostanziale che ignora i nuovi reati (si pensi ai reati della sfera sessuale, ai reati telematici, al peculato d’uso, etc.), si occupa prevalentemente di questioni bagatellari che spesso rasentano il confine dell’illecito disciplinare.
E tuttavia a meno che non si voglia per legge obbligare ciascun militare a commettere almeno tre o quattro reati all’anno per garantire un sufficiente numero di procedimenti, il carico di lavoro di questa magistratura è davvero esiguo se raffrontato a quello della magistratura penale ordinaria e la prossima riduzione di 30.000 unità di personale delle forze armate accentuerà sempre più detta criticità. Il dibattito sulla speciale giurisdizione per i militari non è fatto degli ultimi decenni ma risale ai primi anni dello stato post-unitario e giuristi del calibro di Mario Pagano e Arturo Bruchi hanno dato il loro prezioso contributo per spiegare l’inutilità di quello che già a fine 800 veniva percepito come un anacronistico strumento di giustizia. Cogliere l’occasione della razionalizzazione dello strumento giudiziario ordinario in un contesto di crisi economica e di spending review per definire una volta per tutte il destino da riservarsi alla giurisdizione penale speciale sarebbe un’ottima cosa, resta da vedere cosa ne pensano i ministri Di Paola e Severino, quest’ultimo profondo conoscitore della materia per essere stato nel periodo 1997-2001 vice presidente dell’organo di autogoverno di quella magistratura.
In onore alla memoria di uno dei due giuristi prima citati, Mario Pagano, è utile rileggere un passaggio di un’opera che scritta nel secolo XIX pare di estrema attualità, nella parte in cui in riferimento alla giustizia militare l’autore scriveva: “Ella è cosa avvertita da’ dotti, che le personali giurisdizioni sono funeste conseguenze del governo de’ barbari presso de’ quali le giurisdizioni furono personali tutte. I Romani non conobbero affatto siffatte perniciose distinzioni. L’uomo cinto di toga e quello armato di spada obbedivano del pari allo impero dello stesso Pretore” (Mario Pagano – Principii del codice penale e considerazioni sul processo criminale, Cap. XXVII).
Attualità
Un Cuore Amico da 25 anni
Maratona di solidarietà su TeleRama. Raccolti quasi 35mila euro con i salvadanai dell’associazione che aggiungerà 10mila euro per la piccola Azzurra. Presentato il Mezzo del Cuore, un furgoncino attrezzato a disposizione gratuitamente di chi ha difficoltà a spostarsi per visite, terapie o cure in tutta la provincia di Lecce
Epifania all’insegna della solidarietà su TeleRama con la maratona televisiva dedicata alla 25ª edizione del Progetto Salento Solidarietà Cuore Amico.
Un appuntamento ormai storico che celebra venticinque anni di impegno concreto al fianco delle famiglie più fragili del territorio.
Cuore Amico è molto più di una onlus: è una comunità fatta di volontari, cittadini e famiglie che non si sentono più sole. Un progetto nato nel duemila da un’idea semplice e forte, quella del presidente Paolo Pagliaro: usare anche la comunicazione per aiutare davvero chi è in difficoltà.
Un impegno rimasto sempre fedele al Salento e diventato, nel tempo, una delle esperienze di solidarietà più autentiche del Mezzogiorno.
Si sono alternati conduttori e ospiti per una lunga diretta fatta di testimonianze, racconti di vita, emozioni, sorrisi e momenti di festa.
Alla conduzione si sono succeduti Manuela Sparapano, Lino Perrone, Mario Vecchio, Isabel Tramacere, Vincenzo Sparviero, Paolo Franza, Erica Fiore e Gianfranco Lattante.
Numerosi gli ospiti intervenuti, tra cui il presidente dell’US Lecce Saverio Sticchi Damiani, il direttore dell’area tecnica Pantaleo Corvino, l’on. Saverio Congedo e il sindaco di Lecce Adriana Poli Bortone, insieme a tanti artisti che hanno reso la maratona un evento di condivisione e gioia.
Momento centrale della giornata è stata l’apertura dei 45 salvadanai di questa edizione per 34.224, 70, euro con la rendicontazione pubblica e trasparente delle donazioni raccolte durante l’anno. Un segno concreto della fiducia di chi ha scelto di sostenere il progetto, anche con piccoli gesti capaci di fare la differenza.
Inoltre, per questi 25 anni Cuore Amico ha allargato gli orizzonti facendo un regalo alla comunità, il Mezzo del Cuore: un furgoncino attrezzato a disposizione gratuitamente di chi ha difficoltà a spostarsi per visite, terapie o cure in tutta la provincia di Lecce.
Il progetto vede l’impegno anche dell’associazione “Lecce sicura” che si occupa della guida del mezzo. Con una semplice chiamata, chi ha bisogno sarà accompagnato a destinazione e poi riaccompagnato a casa.
Un’idea, un progetto, che testimonia ancora di più la vicinanza al territorio dell’associazione del presidente Paolo Pagliaro.
Importante anche la testimonianza del giovane Pierluigi Salomi, che ha coinvolto diverse scuole del territorio – tra cui l’Ascanio Grandi di Castromediano, gli Istituti Comprensivi De Amicis, Quinto Ennio, Ugento e la Oxford – in un percorso di solidarietà condivisa, al quale ha partecipato anche la Scuola primaria V.M. Masselli di Cutrofiano.
Durante la diretta è stato presentato il caso della piccola Azzurra: il presidente Pagliaro ha annunciato che il comitato scientifico di Cuore Amico destinerà 10mila euro a sostegno delle sue spese mediche.
Gesti concreti che raccontano il senso più vero di Cuore Amico e che riassumono il motto che da sempre muove la onlus salentina: «Donare fa rima con amare».
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Attualità
Aqp, letturisti senza tredicesima e internalizzazione: è sciopero
Mancati pagamenti e promesse non mantenute. Lavoratori con le braccia incrociate dal 2 gennaio reclamano l’internalizzazione che Acquedotto pugliese aveva deliberato a partire dal 1° gennaio. La Fimm non paga la 13esima, elude lo sciopero e non coinvolge il personale storico nel servizio di sostituzione dei contatori. Filctem: «Violati i diritti dei lavoratori. Intervenga Decaro»
Ombre sul futuro dei 42 letturisti di Acquedotto Pugliese.
Avrebbero dovuto assaggiare finalmente il sapore della stabilità e della internalizzazione, prevista a partire dal 1° gennaio.
E invece vivono un presente fatto di mancati pagamenti ed presagiscono un futuro angosciante.
La Fimm, appaltatrice del servizio, ha erogato solo il 30% della tredicesima e per questo è stato proclamato uno sciopero che si sta cercando di eludere impiegando altri lavoratori.
L’azienda peraltro non solo continua a gestire il servizio oltre la scadenza prevista dal bando ma, da alcune settimane, ha acquisito il servizio di installazione dei contatori idrici elettronici.
E questo è ciò che toglie il sonno ai 42 letturisti: non sono stati coinvolti nel processo di sostituzione e soprattutto nel medio termine la loro attività sarà sorpassata dalla tecnologia.
La Filctem sostiene da sempre la lotta dei lavoratori e fa appello ad Antonio Decaro, appena proclamato presidente della Regione (proprietaria di Aqp), affinché faccia luce sul futuro di questi lavoratori.
LO SCIOPERO
La prima grana, quella che ha rovinato il Natale ai lavoratori, riguarda la tredicesima.
In busta paga è riportata per intero, ma poi in banca il versamento è stato di appena il 30%.
La Filctem ha dapprima inviato delle pec (a Fimm ed Aqp) e poi proclamato uno sciopero, partito il 2 gennaio e tuttora in corso, fino al saldo della tredicesima (mancherebbero anche 200 euro di welfare).
L’azienda, che al momento non ha provveduto al pagamento, ha deciso di eludere il diritto allo sciopero, garantito dalla Costituzione, coinvolgendo il personale incardinato nella lettura dei contatori del gas anche nella lettura dei contatori Aqp.
L’APPALTO
La Filctem ha scritto ad Aqp per capire come mai il servizio di letturazione sia ancora gestito da Fimm, ben oltre il periodo massimo previsto dalla gara di appalto.
Tenuto conto soprattutto di quanto stabilito dal Consiglio di amministrazione di Aqp che il 24 marzo scorso ipotizzava l’internalizzazione del servizio e del personale a partire dal 1° gennaio, dando seguito al Piano strategico 2023-26.
A oggi, invece, si procede solo all’installazione dei contatori elettronici, un servizio affidato alla Fimm.
Filctem Cgil nutre dubbi sulla legittimità dell’affidamento, visto che l’azienda ha ricercato risorse umane esterne, senza coinvolgere minimamente (neanche attraverso un percorso formativo) il personale storico.
Infine, sottolinea come l’attività di installazione di contatori elettronici destini la mansione di lettura tradizionale alla soppressione del ruolo in un prossimo futuro.
Non inserire il personale storico in un piano di aggiornamento e riqualificazione per la gestione dei nuovi dispositivi equivale a impedire la riconversione professionale dei letturisti.
Tale comportamento configura una strategia aziendale volta a creare un esubero programmato e artificioso del personale storico, condannandolo alla futura espulsione dal ciclo produttivo.
L’APPELLO
Da qui la richiesta di intervento ad Antonio Decaro.
«Il 31 maggio del 2023, con l’approvazione da parte della giunta regionale del piano strategico 2023/2026 in cui era prevista anche l’assunzione dei 42 letturisti, credevamo che il calvario di questi lavoratori, che si protrae da oltre 12 anni, fosse arrivato al capolinea. E invece no», dice Franco Giancane, coordinatore regionale del comparto Gas/acqua per la Filctem Puglia.
«Aqp ha sempre frapposto una serie di problematiche rifiutandosi di convocare, come più volte richiesto, il tavolo tecnico, salvo poi deliberare di fatto l’internalizzazione il 24 marzo scorso nella seduta del Consiglio di amministrazione. Ci chiediamo quali ostacoli si frappongano ancora e per quale motivo si è proceduto alla proroga dell’affidamento del servizio di letturazione alla Fimm ben oltre i termini previsti nella gara di appalto. Lanciamo un appello al presidente Decaro: acquisisca tutta la documentazione necessaria per scrivere finalmente la parola fine su questa storia di precarietà e dia un segnale forte a tutti quei cittadini e lavoratori che votandolo hanno creduto nel vero cambiamento».
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Attualità
Sessantenni in festa a Specchia
La “generazione 1965” si è ritrovata per festeggiare i 60 anni
Non più un traguardo di “confine”, ma il fischio d’inizio di un entusiasmante secondo tempo. I sessantenni di Specchia hanno celebrato la loro storia tra memoria, emozione e uno sguardo rivolto al futuro.
C’è stato un tempo in cui compiere sessant’anni evocava l’immagine del tramonto. Ma per i nati nel 1965, quella soglia varcata nel 2025 ha tutto un altro sapore: quello della consapevolezza, della vitalità e di una saggezza che non spegne l’energia, ma la orienta verso nuovi orizzonti.
Nascere nel 1965 significava, spesso, emettere il primo vagito tra le mura di casa, in un’Italia che correva veloce verso il futuro. Erano gli anni della Fiat 500 F, dell’inaugurazione del traforo del Monte Bianco e delle note di Bobby Solo che vinceva Sanremo, a giugno di quell’anno i Beatles suonarono in Italia per l’unico concerto della loro storia, l’avvento della minigonna rivoluzionò la moda internazionale e sugli schermi cinematografici venne proiettato un film iconico come “Per qualche dollaro in più” di Sergio Leone.
Questa generazione ha vissuto una metamorfosi epocale: sono cresciuti tra le corti del borgo antico di Specchia e i campi di calcio improvvisati ed estemporanei, formandosi con valori semplici e solidi, per poi attraversare il passaggio dal bianco e nero del televisore a valvole a quello a colori, dal gettone telefonico alla rivoluzione digitale degli smartphone.
Un bagaglio di esperienze umane che “nessun algoritmo potrà mai replicare”.
Il 30 dicembre scorso, i “ragazzi e le ragazze del ’65” di Specchia hanno voluto onorare questo traguardo con una giornata densa di significato. Il primo momento, toccante e solenne, si è svolto nella Chiesa Madre, dove don Antonio Riva ha presieduto una Santa Messa, concelebrata da Don Antonio Caccetta, come ringraziamento per l’età raggiunta e in suffragio dei coetanei scomparsi troppo presto: Alessandro Ferraro, Costantino Lanciano, Ruggero Riso e Irene Scarascia. Un modo per riannodare i fili di una storia collettiva che non dimentica nessuno.
I festeggiamenti sono poi proseguiti presso il ristorante “La Noviera” a Specchia, per ballare e cantare le canzoni e le musiche degli anni ‘ 80, mirabilmente proposte dal DJ Elvix. Non si è trattato di un incontro casuale: già nel 2015 la classe si era ritrovata per i 50 anni, facendosi una promessa che è stata puntualmente mantenuta dieci anni dopo.
Tra i tavoli, la musica e i brindisi, a farla da padrona è stata la convivialità. Aneddoti d’infanzia e di gioventù, con risate che hanno accorciato le distanze del tempo, dimostrando che i legami nati tra i banchi di scuola o nei vicoli bianchi di Specchia sono rimasti intatti, resistendo alle intemperie della vita, con la convinzione che i sessant’anni non sono un punto di arrivo, ma una nuova e vibrante partenza,” è stato il commento diffuso tra i partecipanti. Al termine della serata, tutti i partecipanti hanno ricevuto un piccolo tamburello salentino, personalizzato per l’incontro, riportante la frase: “Non sono 60…ma 30 + 30 di esperienza” e le parole: “Qualità” e “Resilienza”.
Oggi, questa generazione si conferma il cuore pulsante della comunità: persone che hanno ancora la forza di fare tutto, ma con la maturità di chi sa dare il giusto peso alle cose. Perché i decenni passano, ma le radici, proprio come quelle degli ulivi che circondavano Specchia fino a pochi anni fa, restano vive e profonde.
I sessantenni partecipanti sono stati: Stefania Branca, Sonia Cardigliano, Anna Carluccio, Maria Grazia De Rinaldis, Lucia Giangreco, Walter Indino, Maria Antonietta Musio, Fernando Palma, Maria Letizia Pecoraro, Antonio Penna, Daniele Riso (figlio di Ruggero), Roberta Branca (figlia di Irene Scarascia), Antonio Rizzo, Lucia Sanapo, Alberto Scarcia, Antonio Osvaldo Scupola, Salvatore Scupola, Giorgio Stendardo, Giuseppe Tranne, Nicola Petracca, Claudio Mannoni, Assunta Ungaro, Lory De Donno, Roberto Rizzo, Stefano Strambaci, Maurizio Santoro, Anna Rita Riso, Rocco De Giorgi, Salvatore Indino.
Ai quali si aggiungono gli assenti, ma giustificati: Assuntina Scarcia, Anna Rita Maglie, Nadia Rizzo, Vincenza Branca, Michelangelo Sanapo, Maria Grazia Sanapo, Gianna Martinucci e Daniela Sanapo.
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