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Approfondimenti

Essere salentini. Per noi vuol dire…

Cosa vuol dire essere salentini oggi? Il dibattito continua. Gli interventi del presidente del Lecce Saverio Sticchi Damiani, del regista Edoardo Winspeare, dell’attore e regista teatrale Marco Romano e del chitarrista Salvatore Cafiero

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SAVERIO STICCHI DAMIANI, PRESIDENTE DEL LECCE


«Tifare Lecce il modo più intenso e profondo di esprimere la propria salentinità»


«In questi sette anni da presidente del Lecce ho potuto constatare di persona che cosa vuol dire essere salentini».


Non credo di sbagliarmi se dico che il modo più bello, più intenso, più profondo di essere salentini è tifare per il Lecce. Si vive un senso di appartenenza unico: essere tifosi giallorossi va oltre la cittadinanza, oltre il territorio: accomuna l’intero popolo salentino sparso per il mondo.


Tutti i tifosi che vivono nel nord Italia e nel resto d’Europa, che spesso incontro in occasione delle trasferte, in quel momento vivono appieno ed intensamente la loro salentinità.


Quella giornata nel settore ospiti, a supporto della loro squadra di calcio, al fianco dei loro compaesani, per loro rappresenta un “viaggio” a casa: un modo intenso, il più intenso possibile, di vivere la propria salentinità, pur non trovandosi nel Salento.


Ecco, questo mi ha fatto capire che la salentinità più piena, più profonda, si può vivere anche e soprattutto attraverso il sentimento di amore e di passione verso la squadra che rappresenta il proprio territorio.


Il mio modo di sentirmi salentino è stato ed è quello di essere presidente della squadra non per business, non per apparire o per altre finalità.


Vivo il mio ruolo come una sorta di rappresentante del territorio, del popolo salentino.


Dico sempre che la squadra non va in campo solo in quei 90 minuti della partita domenicale, sarebbe troppo poco. La squadra deve stare in campo tutti i giorni, mettendosi a disposizione del territorio, del sociale, delle iniziative di solidarietà.


Abbiamo il dovere di essere presenti negli ospedali, favorire iniziative sociali, andare da chi è ammalato ed è solo.


Non potete immaginare che compagno di vita sia il Lecce per la gente che è sola o ammalata.


Ho scoperto che tanti, grazie al Lecce, trovano un motivo per sorridere e distrarsi dalla solitudine e dalla sofferenza.


Proprio tutti questi fattori, il Lecce come elemento di salentinità, la solidarietà, la compagnia a chi è solo ed ammalato, mi hanno ulteriormente spinto e stimolato in questi anni a fare le cose seriamente.


Sono cosciente del ruolo sociale mio e di tutto il mondo giallorosso: non sono solo il presidente di una squadra di calcio, rappresento un simbolo che unisce e stimola forti sentimenti. Per questo mi sento moralmente obbligato a fare le cose per bene e farle nell’interesse della gente e dell’intero Salento».


Saverio Sticchi Damiani



EDOARDO WINSPEARE, REGISTA


«Salento terza isola d’Italia. Ci si sente accolti e coccolati»


Edoardo Winspeare sul set di Didì il nuovo film in lavorazione


«Il Salento è la mia Heimat (casa, piccola patria) come si dice in tedesco. Patria è l’Italia, meglio l’Europa, ma la mia Patria del cuore, è il Salento. È la terza isola d’Italia: è una penisola ma è come se fosse un’isola, perché staccata dal resto dello Stivale.


Soprattutto il Capo di Leuca è il luogo dove la gente ti saluta ancora con «buona vespra a signurìa».


In me non vi è una goccia di sangue salentino, né pugliese, ma mi sento salentino al 100%! Qui ci si sente accolti e coccolati. Forse non si guadagna bene; il territorio è imbruttito dallo scarso rispetto ambientale, c’è immondizia dappertutto; la Xylella ha massacrato i nostri olivi; e poi per quell’isolamento di cui parlavamo prima, ci si arriva con estrema difficoltà…


Nonostante tutto, c’è una dolcezza, una mancanza di aggressività, che noto e mi manca soprattutto quando sono fuori.


È tutto oggettivamente molto diverso dal resto della Puglia, a cominciare dall’idioma che è un siciliano dolce: addirittura più bello del siciliano.


Vi è qualcosa di retorico, come le definizioni che ci caratterizzano: “lu sule, lu mare, lu ientu”, o “simu tutti salentini”, “ballati la pizzica”…


Tutti elementi che fanno parte della rinascita salentina alla quale anche io credo di aver contribuito. Negli anni ’90 era importante l’identità del territorio, partendo dalla storia antica, dalle caratteristiche linguistiche, storico-culturali e gastronomiche. Una volta acquisite, bisognerebbe andare oltre l’autoproclamazione e cominciare a prenderci cura del territorio per meritare la propria salentinità, che vuol dire anche essere cittadini meritevoli di questa Terra.


Essere salentino per me è molto importante: l’identità di Patria è un concetto concentrico che parte dalla “mia” piccola Depressa per poi abbracciare una comunità sempre più ampia: il Salento, la Puglia, il Meridione, l’Italia, l’Europa e, infine, il mondo.


La nostra è anche una terra di grandissimi uomini, a partire dal padre della letteratura latina, quel Quinto Ennio (III secolo a.C.) che si definiva “Tria Corda”, tre cuori, per la sua conoscenza di ben tre lingue: il latino, il greco e l’osco. Se ci pensate bene la letteratura latina è nata qui: Pacuvio di Brindisi, Livio Andronico di Taranto e Quinto Ennio di Lecce.


Il Salento era il ponte naturale, geografico, culturale fra il mondo greco e quello latino. E poi i miei miti: Don Tonino Bello, Carmelo Bene ed Eugenio Barba. Con il loro non-conformismo, il non seguire il gregge, la loro originalità.

In questo si avverte la loro insularità. Perché, in fondo, il Salento è un’isola e, speriamo, possa anche essere felice».


Edoardo Winspeare


MARCO ANTONIO ROMANO, SCRITTORE, ATTORE E REGISTA TEATRALE


«È un caso se siamo nati qui, ma non è un caso se siamo rimasti»


«Sono in auto. Forse sono un salentino atipico, mi dico mentre guido e rifletto: cosa può significare per me essere salentini oggi?


Bell’interrogativo. Penso che, per assolvermi, scriverò che la condanna di ogni essere umano è, forse, quella di poter vedere il mondo dallo spazietto di vetro rotto che la finestra della vita gli concede: la soggettività.


I grandi uomini magari hanno campi visivi ampi, cosicché sanno cogliere la vita in più ampi orizzonti; invece quelli come me ripiegano guardando la realtà dallo sghimbescio del proprio strabismo che confonde i piani e da dietro un astigmatismo che sfuma i contorni alle cose. Dunque parlerò solo a titolo personale, armeggiando con questa mia soggettività sfocata e obliqua, senza scomodare l’Einsicht di Heidegger che tanto diede filo da torcere al me studente di Filosofia di qualche decennio fa.


Sono un salentino atipico se non sono particolarmente fanatico del mio Salento? Non lo so.


Se non lo sventolo come un vessillo davanti al turista o allo straniero, o quando sono io extra fines; se ci sono posti notissimi del Salento che non conosco, se non sono un appassionato nemmeno della squadra del Lecce?


Sono atipico se non ascolto la pizzica, e men che meno la ballo? Se non ho a casa un tamburello? Ma nun è ca su ieu? Ma non è che iti chiestu alla persona sbaiata? Mentre penso così, mi accorgo che sto pensando in dialetto.


E lì realizzo: ecco, la lingua! La strada dei miei pensieri è lastricata del mio dialetto salentino. E intanto che penso ho parcheggiato davanti al mare e mi si apre il cuore sul ponte del Ciolo.


Ecco perché, forse, sono rimasto e non sono mai andato via, dal Salento. Perché sono figlio di parole antiche che risuonano dentro di me e di un mare che c’era prima di quelle parole, da prima ancora di dirci salentini.


Allora, forse, essere salentini oggi è essere capaci di conservare luoghi come questi che ho davanti agli occhi e parole che li abitano. Perché è un caso se siamo nati qui, ma non è un caso se siamo rimasti, per diventare ciò che siamo: salentini.


È contendere al futuro globale, che spiana i dettagli e le identità, un passato pizzuto come gli scogli di mare, nnudacato come gli ulivi e le schiene dei vecchi.


È sapere restare, oppure sapere tornare, qui, nello scirocco d’Italia. Per non correre il rischio di essere, a breve, intelligenze artificiali. Senza radici, come ogni tecnologia.


E in fondo ogni tanto anche io chiedo “Cci ha fattu lu Lecce osci? Ha persu o ha vintu?”. E pure io mi incanto a guardare una mano che scrive col sangue su un tamburello il dolore di un ragno che balla.


Tiro il fiato, forse sono ancora un salentino: non abbastanza esaltato da credere che après nous le déluge, non così poco da dimenticare che come noi, che siamo l’abbraccio di due mari, esistiamo solo noi».


Marco Antonio Romano


SALVATORE CAFIERO, CHITARRISTA


«Abbiamo una marcia in più»


Salvatore Cafiero, di Miggiano, chitarrista di Raf e Grignani con
moltissime altre collaborazioni (Elodie, Tiromancino, Dolcenera, ecc.), due volte sul palco di Sanremo e attivo
in vari tour e in studio recording


«Essere Salentini? Per me tutto si racchiude nell’avere una marcia in più e vi spiego il perché.


Siamo nati e cresciuti in una terra dove regna la bellezza in tutte le sue forme, la bellezza del mare, del clima, della natura, del cibo. Ed anche la bellezza dei sentimenti tramandati, intrisi di passionalità e legami di sangue che vanno oltre il senso più poetico immaginabile.


Tutto questo nei pregi ma anche nei “difetti” di questa terra, difetti intesi come limiti.


Per esempio, e lo dico per esperienza diretta, la lontananza dai centri nevralgici delle “opportunità”.


Un aspetto che diventa nel tempo, attraverso il sacrificio, un punto di forza: ci si concentra ad accrescere il proprio talento, allenandolo fino a farlo diventare tagliente come una lama.


Perché sai che è l’unica arma che può farti arrivare lontano, superando il limite geografico. Il valore del sacrificio, dell’impegno, contribuisce a creare bellezza, a tutelare il bene prezioso della famiglia ed anche (e soprattutto) ad alimentare il desiderio di riscatto, non solo per sé stessi ma per tutta la propria terra, così lontana, spesso abbandonata dalla politica che conta e vessata, umiliata, dalla cultura del pregiudizio».


Salvatore Cafiero


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Lupini, carrubi e fichi i migliori figli spuri della terra salentina

Non c’è che dire, ieri, in un modello esistenziale più semplice, si aveva interesse, e attenzione, anche per beni “poveri” ma, con ciò, non meno utili di altri; oggi, il concetto di valore si è in certo senso ripiegato su se stesso e finalizzato a obiettivi e orizzonti di tutt’altra stregua, fra cui miraggi a portata di mano…

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di Rocco Boccadamo

Sono frutti, prodotti, derrate, cui, adesso, si annette rilievo scarso, se non, addirittura nullo; si è quasi arrivati a ignorarne l’esistenza, la cura e l’uso.

Sulla scena delle risorse agricole locali, resistono appena, con alti e bassi, le granaglie, le olive, l’uva, gli agrumi, gli ortaggi e/o verdure.

Lupini, carrube e fichi sono, insomma, divenuti figli minori e spuri della terra, le relative coltivazioni appaiono rarefatte e, di conseguenza, i raccolti trascurati o abbandonati. Mentre, sino alla metà del ventesimo secolo ma anche a tutto il 1960/1970, rappresentavano beni indicativi per i bilanci delle famiglie di agricoltori e contadini ed elementi di non poco conto per le stesse, dirette occorrenze alimentari.

I primi, della sottofamiglia delle Faboidee, al presente richiamati solo sulla carta e nelle enciclopedie come utili ai fini della decantata “dieta mediterranea”, si trovavano diffusi su vasta scala, specialmente nelle piccole proprietà contadine attigue alla costiera, fatte più di roccia che di terra rossa, si seminavano automaticamente e immancabilmente senza bisogno di soverchia preparazione del terreno, né necessità di cure durante il germoglio e la crescita delle piante, dapprima in unità filiformi, poi robuste e ben radicate sino all’altezza di metri 1 – 1,50, recanti, alla sommità, rudi baccelli contenenti frutti a forma discoidale, compatti, di colore fra il giallo e il beige – biancastro.

Al momento giusto, le piante erano divelte a forza di braccia e sotto la stretta di mani callose e affastellate in grosse fascine o sarcine. A spalla, i produttori trasportavano quindi tale raccolto nel giardino o campicello, con o senza aia agricola annessa, più prossimo alla casa di abitazione nel paese, lasciandolo lì, sparso, a essiccare completamente sotto il sole.

Dopo di che, avevano luogo le operazioni di separazione dei frutti dai baccelli e dalle piante, sotto forma di sonore battiture per mezzo di aste e forconi di legno. Diviso opportunamente il tutto, con i già accennati discoidi, si riempivano sacchi e sacchetti.

Il prodotto, in piccola parte, era conservato per le occorrenze, diciamo così, domestiche: previa bollitura e aggiuntivo ammorbidimento e addolcimento con i sacchetti tenuti immersi nell’acqua di mare, i lupini diventavano una sorta di companatico o fonte di nutrimento di riserva e, in più, servivano ad accompagnare i “complimenti”, consistenti in panini, olive, sarde salate, peperoni e vino, riservati, in occasione dei ricevimenti nuziali, agli invitati maschi. Invece, l’eccedenza, ossia la maggior parte del raccolto, era venduta a commercianti terzi.

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Le carrube sono i favolosi e bellissimi pendagli, color verde all’inizio e marrone sul far della maturazione, donatici dagli omonimi maestosi alberi, taluni di dimensioni monumentali, tutti affascinanti.

Anche riguardo alle carrube, non si pongono attenzioni particolari, salvo periodiche potature delle piante, i frutti si raccolgono, al momento, purtroppo, da parte di pochi, attraverso tocchi con aste di legno, un’operazione denominata abbacchiatura, come per le noci.

Il prodotto, copioso e abbondante ad annate alterne e riposto in sacchi di juta, oggi è indirizzato esclusivamente alla vendita a terzi; al contrario, in tempi passati ma non lontanissimi, le carrube, dopo l’essiccazione al sole, erano in parte abbrustolite nei forni pubblici del paese e, conservate in grossi pitali in terracotta, insieme con le friselle e i fichi secchi, componevano le colazioni e, in genere, i frugali pasti in campagna dei contadini.

Piccola nota particolare, d’inverno, poteva anche capitare di grattugiare le carrube e, mediante la graniglia così ottenuta mescolata con manciate di neve fresca (beninteso, nelle rare occasioni in cui ne cadeva), si realizzava un originale e gustoso dessert naturale e sano.

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I fichi, al momento, purtroppo, lasciati, in prevalenza, cadere impietosamente ai piedi degli alberi, erano, una volta, oggetto di una vera e propria campagna di raccolta, ripetuta a brevi intervalli in genere sempre nelle prime ore del mattino, con immediato successivo sezionamento (spaccatura) dei frutti e disposizione dei medesimi su grandi stuoie di canne, “cannizzi”, e paziente fase di essiccazione sotto il sole.

Allo stesso modo delle carrube, in parte erano poi cotti nei forni e andavano a integrare le fonti dell’alimentazione famigliare, in parte erano somministrati agli animali domestici, in parte, infine, erano venduti.

Soprattutto, se non proprio, per i fichi, le famiglie avevano l’abitudine, in luglio e agosto, di spostarsi fisicamente dalle case di abitazione nel paese, nelle piccole caseddre di pietre situate nelle campagne, cosicché si risparmiavano le ore occorrenti per l’andata e il ritorno di ogni giorno a piedi e avevano, in pari tempo, agio di attendere direttamente e più comodamente a tutte le fasi della descritta raccolta.

Non c’è che dire, ieri, in un modello esistenziale più semplice, alla buona e intriso di spontanea connaturata operosità, si aveva interesse, e attenzione, anche per beni “poveri” ma, con ciò, non meno utili di altri; oggi, il concetto di valore si è in certo senso ripiegato su se stesso e finalizzato a obiettivi e orizzonti di tutt’altra stregua, fra cui miraggi a portata di mano.

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Illuminare balconi e terrazzi: idee d’effetto anche per chi non ha il giardino

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Luci Natalizie

L’illuminazione esterna durante il periodo delle festività rappresenta un gesto di condivisione della gioia e un modo per estendere il calore domestico oltre le mura dell’abitazione. Spesso si crede che la creazione di allestimenti luminosi d’impatto sia un privilegio riservato a chi possiede ampi giardini, ma balconi e terrazzi, anche se di piccole dimensioni, offrono opportunità creative straordinarie. Con un’attenta pianificazione e l’utilizzo di soluzioni adatte, è possibile trasformare questi spazi in veri e propri palcoscenici luminosi. L’impiego strategico delle lucine di Natale è fondamentale per infondere magia e visibilità anche negli angoli più ristretti.

La sicurezza e la scelta dei materiali

Prima di procedere con qualsiasi allestimento luminoso esterno, è imperativo considerare gli aspetti legati alla sicurezza e alla durabilità. L’uso di prodotti certificati e specificamente contrassegnati per l’uso in esterni (con grado di protezione IP adeguato, generalmente IP44 o superiore) è essenziale per resistere all’umidità, alla pioggia e alle variazioni termiche. È altresì prudente optare per soluzioni a basso consumo energetico, come le luci LED, che non solo garantiscono una lunga vita operativa ma riducono anche l’impatto sulla bolletta elettrica. La scelta di alimentatori e prolunghe anch’essi resistenti alle intemperie assicura che l’installazione sia stabile e priva di rischi.

L’arte di definire i contorni

L’illuminazione efficace di un balcone o di un terrazzo si basa sulla capacità di definire e valorizzare i contorni dello spazio disponibile. Invece di installare le luci in modo casuale, è opportuno concentrarle lungo le ringhiere, le cornici delle finestre o i bordi del pavimento. Le catene luminose disposte orizzontalmente lungo la ringhiera creano un effetto visivo ordinato e accogliente, che demarca elegantemente lo spazio. Per un effetto più sontuoso e stratificato, si possono utilizzare le stalattiti luminose o le tende di luci, facendole scendere verticalmente dalla parte superiore del balcone. Queste soluzioni offrono una densità luminosa immediata e trasformano la facciata dell’edificio in una vera e propria tela festiva.

Sfruttare la verticalità e gli elementi esistenti

Nei piccoli terrazzi, la verticalità è la chiave per massimizzare l’impatto senza sacrificare lo spazio calpestabile. È possibile decorare le pareti esterne, se consentito dal regolamento condominiale, con reti luminose che simulano un effetto di cielo stellato o con motivi sagomati a tema festivo. I vasi e le fioriere esistenti possono diventare parte integrante dell’allestimento: luci a batteria possono essere posizionate all’interno dei vasi o avvolte attorno alle piante sempreverdi. L’utilizzo di rami luminosi inseriti in fioriere decorative offre un’alternativa sofisticata all’albero tradizionale, creando punti luce alti e sottili che non occupano spazio in larghezza.

L’uso di elementi decorativi a pavimento

Anche se lo spazio è limitato, è possibile introdurre elementi luminosi a pavimento che aggiungano profondità e magia. Le lanterne da esterno, alimentate a batteria o con candele a LED, possono essere posizionate negli angoli o vicino alla porta d’ingresso. Queste lanterne offrono una luce calda e diffusa che evoca un senso di intimità e accoglienza. Un’altra idea d’effetto è l’utilizzo di proiettori laser o LED a tema festivo, che proiettano fiocchi di neve o figure natalizie direttamente sulla parete esterna dell’edificio. Questa soluzione crea un grande impatto visivo con un ingombro fisico minimo.

Colore e temperatura: la scelta del tono emotivo

La temperatura del colore delle luci natalizie ha un’influenza decisiva sul tono emotivo dell’allestimento. Le luci bianco caldo, che tendono al giallo, sono preferite per creare un’atmosfera tradizionale, accogliente e rassicurante, che ricorda il tepore dei focolari. Al contrario, le luci bianco freddo o quelle blu e viola creano un effetto più moderno, glaciale ed elegante. Per un risultato armonioso, è generalmente consigliato non mescolare troppe temperature di colore diverse nello stesso spazio. La coerenza cromatica è essenziale per evitare un effetto caotico e per rafforzare la sensazione di ordine e cura nell’allestimento.

Soluzioni pratiche per l’alimentazione

Nei balconi dove le prese elettriche esterne sono insufficienti o assenti, le soluzioni a batteria o a energia solare sono una risorsa preziosa. Le catene luminose a batteria, spesso dotate di timer incorporato, consentono di programmare l’accensione e lo spegnimento, ottimizzando il consumo e liberando l’utente dall’onere di collegare o scollegare le luci ogni sera. I pannelli solari, sebbene meno performanti nelle brevi giornate invernali, sono ideali per i punti esposti al sole, offrendo una soluzione ecologica e totalmente autonoma dal punto di vista energetico. L’attenzione alla praticità operativa è fondamentale per assicurare che l’allestimento luminoso sia fonte di gioia e non di stress gestionale.

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Marina, 36 anni, per Sant’Egidio a Bangui, Centroafrica: “Vicina agli ultimi della terra”

“A 17/18 anni si vuole cambiare il mondo e pensi sia possibile! Ci sono periodi in cui mi abbatto e non sopporto il peso della missione, in cui riesco a vedere solo i problemi, i ritardi, le frustrazioni, che raramente mancano durante una giornata di lavoro, ma poi…

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L’INTERVISTA ESCLUSIVA

di Luigi Zito

A quale scintilla primitiva si affida l’animo umano quando la fiamma d’amore si accende, si sviluppa, si infiamma e riluce sino a risplendere luminosamente?
E qual è la moneta che ripaga la gratificazione che plasma il nostro cuore, che lo trasforma da cima a fondo, e che lo muove a donarsi agli altri?

Non credo sia solo una mia curiosità, è un affanno che accompagna la vita, che frequentemente ci pone davanti a simili dilemmi. È un tarlo capire cosa muove il sole e le stelle: cosa spinge una giovane donna a lasciare la zona comfort della sua vita per aprirsi al mondo, donarsi e aiutare chi è in difficoltà ed ha più bisogno?
Ancor più se, per farsi piccola per diventare grande, ha scelto di farlo a migliaia e migliaia di chilometri da casa.

È il caso di Marina Ciardo, 36 anni, di Tricase, che da anni vive a Bangui, Repubblica Centroafricana ed è Capo Progetto per l’Associazione Sant’Egidio.

Marina, di buon grado, ha amabilmente risposto a mie precise sollecitazioni.

«VOLEVO CAMBIARE IL MONDO»

«“Cosa vuoi fare dopo la scuola?”. Questa era la fatidica domanda che parenti, amici e insegnati mi ripetevano verso la fine del quinto anno delle superiori. Forse il lavoro che svolgo oggi è proprio la risposta a quella domanda che allora mi trovava impreparata. Non ci avevo mai pensato prima, ma su una cosa ero certa: volevo viaggiare, conoscere nuove culture e usanze diverse dalla mia, cercare di capire quello che, probabilmente, mi è ancora inspiegabile, divertirmi e, soprattutto, provare a cambiare il mondo! Si perché a 17/18 anni si vuole cambiare il mondo e pensi sia possibile! Così, sfogliando una guida delle facoltà universitarie, ho scoperto il corso di laurea in Economia dello sviluppo e cooperazione internazionale a Parma.

E allora mi sono detta: “Ma si, dai! proviamoci”, d’altronde potrebbe unire due strade: quella dell’economia, già intrapresa alle superiori (e che tanti dei miei affetti mi spingevano a proseguire, perché così trovi subito lavoro), e quella della cooperazione internazionale, un mondo inesplorato ma affascinante».

«LA MIA AFRICA»

Come sei arrivata in Africa, a Bangui?

«Non faccio altro che ripetermi, se oggi sono qui, in Africa, é anche grazie al mio professore di Storia ed economia dei Paesi in via di sviluppo, che ci ha sempre spronato a fare un’esperienza nel campo della cooperazione, precisando anche che il lavoro del cooperante non è per tutti: o lo ami o lo subisci. Concludendo poi con un’amara postilla: “Molti dei miei studenti sono giunti alla laurea magistrale ma, di fatto, non hanno mai intrapreso quella strada”.

Incoraggiata e sostenuta dalla mia famiglia, durante l’estate del secondo anno universitario ho deciso di fare una esperienza diretta, sono entrata in contatto con l’Ong Coope – Cooperazione Paesi Emergenti -, e ho vissuto un mese straordinario in un piccolo villaggio a sud della Tanzania, Msindo.

Allora, ho realizzato chiaramente: «Questo è ciò che voglio fare! Conoscere una realtà così diversa dalla mia, vedere la gioia delle persone che, nonostante la consapevolezza delle difficoltà giornaliere, continuano a lottare, sorridendo, con impegno, voglia di farcela, aggrappati alla vita come mai avevo visto fare prima. Dando una mano, facendo piccole cose, ho vissuto momenti e emozioni che stravolgono. Questo mi ha fatto sentire utile. A volte è bastato anche solo aver aggiustato una staccionata in una scuola».

Finita quell’esperienza, cosa è successo?

«Sono rientrata in Italia e ho assaporato per la prima volta il mal d’Africa di cui fino a quel momento avevo solo sentito parlare. Così ho continuato il percorso universitario prima a Parma e poi a Torino. Una volta specializzata in Economia dello sviluppo e cooperazione internazionale, ho assolto il servizio civile in Madagascar, poi il primo lavoro con la Ong Emergency (in repubblica Centroafricana e nel Kurdistan iracheno), successivamente con il Cuamm (Medici con l’Africa) nel Sud Sudan e, infine, da quasi 6 anni, nuovamente nella repubblica Centroafricana con la Comunità di Sant’Egidio».

Come opera la comunità di Sant’Egidio?

«Principalmente in due settori: il primo riguarda la salute, attraverso il programma Dream: cura le malattie croniche come l’epilessia, il diabete, l’ipertensione, l’HIV, l’asma e malattie renali leggere; il secondo è rappresentato dal programma Pace e Riconciliazione che, in modo costante e discreto promuove la pace.

È ben noto il ruolo di mediatore della Comunità di Sant’Egidio tra le parti in conflitto in RCA. La firma dell’Accordo Politico per la Pace, il 19 giugno 2017 a Roma, tra il governo centrafricano e 13 gruppi politico-militari è stato un momento cruciale nella storia del Paese. Questo accordo ha avviato, di fatto, il processo di dialogo e disarmo, che ha avuto un secondo e altrettanto importante momento con la firma degli Accordi di Khartoum nel febbraio 2019».

Qual è il tasso di povertà dove ti trovi? Di cosa c’è più bisogno? La situazione politico-economica, carestie? Guerre?

«Situata nel cuore dell’Africa, la Repubblica Centroafricana (RCA) è, dopo la Somalia e il Sud Sudan, è il paese più povero al mondo.
Nella classifica dell’Indice di Sviluppo Umano è 191° su 193 paesi presi in esame; il 60%, dei circa sei milioni di abitanti, vive con meno di un dollaro al giorno.
Si registra, purtroppo, uno tra i più alti tassi di mortalità materno-infantile e la popolazione ha in media un’aspettativa di vita piuttosto bassa (intorno ai 54 anni). Nonostante la posizione strategica e le risorse naturali presenti sul territorio, il Paese affronta da decenni una profonda instabilità politica che ha minato lo sviluppo economico e sociale.

Sono innumerevoli i colpi di Stato, le rivolte e i conflitti armati. Negli ultimi anni il Governo centrale ha avuto un controllo limitato sul territorio, soprattutto nelle regioni settentrionali e orientali, dove sono presenti gruppi ribelli e milizie locali. Non mancano le interferenze straniere che si manifestano con la presenza di milizie mercenarie, protagoniste talvolta discontri armati e violazioni dei diritti umani.

È un Paese che vive principalmente grazie ad agricoltura, estrazione di diamanti e oro e industria del legname. La crescita economica è ostacolata da mancanza di infrastrutture, insicurezza e instabilità politica. Questi elementi, combinati con una povertà estrema e la carenza di servizi essenziali, hanno generato una grave crisi umanitaria. Le donne e i bambini i più vulnerabili, esposti come sono a violenze, malnutrizione e mancanza di istruzione. Sono cresciuta molto con ogni organizzazione, sia a livello personale che professionale, ma la lunga permanenza a Bangui, mi ha permesso di contribuire alla formazione dei giovani locali, che desiderano migliorare la situazione del loro Paese».

IMPOTENZA E DOLORE

«Il confronto con quanto è fuori dal tuo controllo ti fa sentire inadeguata»

Ci racconti un aneddoto, un avvenimento, che ti ha toccata particolarmente?

«Sono stati anni impegnativi, difficili, che hanno permesso la nascita di amicizie profonde, anche con pazienti per me speciali, che oggi non ci sono più. Il senso di impotenza e il dolore per la loro perdita ti svuota, ti consuma, ti fa credere di non poter andare avanti. Il confronto con quanto è fuori dal tuo controllo ti fa sentire inadeguata. Forse è proprio questa la sfida ma credo che tutto questo mi stia forgiando. Essere testimone, lottare, nel bene e nel male, provoca una forza mista a rabbia che spinge ogni giorno a dare il meglio, anche se a volte non è abbastanza.

A Bangui sono arrivata nel gennaio del 2020, con la prospettiva di starci un anno o poco più, invece, a quasi 6 anni dal mio arrivo, mi ritrovo qui a scrivere questa mia storia e, forse, tracciare anche un bilancio.

Quando parlo con i nuovi colleghi (qui c’è un turnover molto intenso, la permanenza media è da 6 mesi a un paio d’anni), inevitabile che chiedano: “Da quanto tempo sei qui?”. E alla mia risposta, “Quasi 6 anni”, mi incalzano: “Perché?!”.
Non so spiegarlo in poche parole: conservo un “album di emozioni” e da brava amministratrice ho difficoltà a tradurlo in parole. Il fantastico team dell’associazione é un ingrediente fondamentale per questa ricetta di resistenza/resilienza».

TRA MALATTIE E COPRIFUOCO

Covid e altre malattie, come le affrontate?

«Nel 2020 abbiamo trascorso il periodo del covid e il mio primo periodo con questa nuova realtà lavorativa. Non abbiamo sofferto come in Italia, le restrizioni erano blande, c’era solo la paura di essere contagiati e stare male, e allora sì che sarebbe stato un problema, vista l’assenza di ospedali specializzati.
Il 2021 c’è stato un tentativo di colpo di Stato, Bangui era stata dichiarata “Ville mort” (città morta), una città “ibernata” per un paio di settimane e sotto coprifuoco (se ti trovavano per strada non chiedevano un documento o ti facevano una multa, rischiavi di essere ammazzata), che lasciava pochissimo spazio per lo svago, gli amici, per lamentarsi del caldo, delle zanzare, della mancanza d’acqua e degli sbalzi di elettricità che rischiavano di bruciare quello che lasciavi innescato alla presa della corrente».

Ci descrivi una tua giornata tipo?

«Ci si sveglia prendendo il caffè (rigorosamente Quarta!), cercando di mettere in ordine le priorità della giornata, con la consapevolezza che, nel momento in cui metterai piede in ufficio, verrai assalita da mille imprevisti: problemi con le banche, con le macchine, lentezze inesorabili dei Ministeri e cose che si rompono: qui molte cose si rompono con una velocità incredibile.

Seguo principalmente due progetti: il Programma Dream (gestiamo una clinica e un padiglione di ospedale e curiamo circa 3mila pazienti cronici e una media di 100 nuove donne incinte al mese che accompagniamo nel percorso prenatale. Tutti i servizi sanitari sono a pagamento, mentre il nostro programma prevede gratuità e presa in carico in modo olistico del paziente).

E poi abbiamo avviato, da 3 anni, delle campagne di vaccinazione porta a porta per i bambini da 0 a 2 anni.
Per il progetto “mediazione di pace”, mi limito a seguire l’ufficio per evitare problemi di carattere amministrativo e logistico».

“Basta! Mollo tutto e torno in Italia!”, l’hai mai pensato?

«Mi succede spesso, anche più volte nello stesso giorno.
Ci sono periodi in cui mi abbatto e non sopporto il peso della missione, in cui riesco a vedere e sottolineare solo i problemi, i ritardi, le frustrazioni, che raramente mancano durante una giornata di lavoro.
Mi hanno molto aiutato e sostenuto le amicizie qui a Bangui.

Avere delle persone che in un quadro nero intravedono un punto bianco e riescono a fartelo vedere e apprezzare, non è scontato.
È questa la forza che mi è stata trasmessa giorno per giorno, che mi aiuta a inquadrare l’amore per questa professione, mi fa andare avanti e ammirare questo quadro caravaggesco: sebbene prevalgano le ombre, la presenza di luce, minima ma potente (carica di quanto si è realizzato), è dominante».

COSA FARAI DA GRANDE?

Hai già deciso cosa farai in futuro?

«Bisogna sempre tenere alto il morale delle truppa: nel mentre si accavallano le emozioni, il leitmotiv mi ritorna in mente, mentre mi ritrovo a scrivere questa storia, a pochi giorni dalla mia partenza, al momento definitiva, da Bangui.
Questa è la parte relativa al lavoro, ma non c’è solo questo.

A Bangui è presente anche un gruppo locale della Comunità di Sant’Egidio, giovani centroafricani che, malgrado le difficoltà, cercano di vivere lo spirito evangelico della Comunità del Santo.

Lo fanno nella gratuità e nell’amicizia, prestano servizio ai poveri, ai bambini di strada, alla scuola di pace e alla cura degli anziani soli e senza sostegno. Mi emoziona vedere che esistono dei giovani che sperano e lavorano per un futuro diverso per il loro Paese.

Dopo quasi 10 anni di lavoro non so ancora dare una risposta alla domanda che Gabriella mi pone “ogni 2 per 3”: Cosa vuoi fare da grande?! So che voglio continuare, e mi impegnerò al 100% per fare in modo di soddisfare almeno in parte quel desiderio di “cambiare le cose” in meglio. Aiutare, vedere la gente sorridere, scoprire la bellezza delle diversità, affinchè quello che ha spinto una giovane salentina ad affrontare questo mestiere, si avveri.

Ecco la mia risposta: «Non so cosa farò da grande, ma il mio lavoro mi piace e continuerò a farlo».

COME AIUTARE

Come possiamo aiutare la tua comunità?

«Con una donazione a:

COMUNITÀ DI S. EGIDIO ACAP – ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCI – IBAN: IT36Q0200805074000060045279

Causale: Programma Dream Centrafrica»

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