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Leuca e la ‘nuova’ Colonia Scarciglia che mette tutti d’accordo

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COLONIA SCARCIGLIA, LEUCA



Presso il Circolo della Vela di Santa Maria di Leuca, è stato presentato ufficialmente il progetto di riqualificazione della Colonia Scarciglia vincitore del bando di gara emanato dall’amministrazione di Castrignano del Capo alla fine del 2022.


IL FUTURO DI LEUCA


Il presidente dello Yacht Club, Giovanni Arditi di Castelvetere, ha posto l’attenzione sul fatto che il progetto di riqualificazione della Colonia Scarciglia rappresenta il futuro di Leuca, allo stesso modo in cui lo Yacht Club Leuca, le cui radici affondando nel lontano 1878, ne rappresenta la storia.


OCCASIONE DI RILANCIO


Per il sindaco di Castrignano del Capo, Francesco Petracca, rappresenta un’occasione di rilancio per il territorio e si inserisce in un programma di rigenerazione più ampio: «La Colonia Scarciglia, così come appare oggi, non è un buon biglietto da visita per Leuca.  Appena ho visto il progetto me ne sono subito innamorato: non è impattante; è rispettoso dell’ambiente; rinuncia a 700 mq di volumi; comporta una riqualificazione dell’intero promontorio di Punta Meliso, anche attraverso un rimboscamento; prevede una serie di collegamenti con la Via Francigena e con la Via Crucis, rivolgendosi anche al turismo religioso e dei cammini; lascia aperto al pubblico il percorso che porta a Punta Meliso e, infine, è un progetto che dall’esterno si vede poco, si confonde con la roccia e la macchia mediterranea».


DA APPLAUSI


L’assessora regionale Anna Grazia Maraschio ha sottolineato come il progetto coniughi «tutte le componenti essenziali negli interventi di riqualificazione» ed ha raccontato come «quando fu presentato per la prima volta ai funzionari del paesaggio e dell’urbanistica della Regione Puglia, alla fine ci furono un minuto di silenzio e un applauso».


PER MONSIGNORE E’ OK


Don Gianni Leo (Rettore della Basilica di Santa Maria De Finibus Terrae), intervenuto per conto del Vescovo di Ugento – Santa Maria di Leuca, ha ricordato come Mons. Vito Angiuli sia «stato tra i primi a visionare questo progetto e ad auspicarne la realizzazione».


RESTUTUISCE BELLEZZA


L’imprenditore Ivan De Masi ha posto l’accento sulla valenza pubblica: «Il progetto risponde ad un’esigenza del Comune di Castrignano del Capo che prevede la riqualificazione urbana di un’area più vasta. Restituisce bellezza e fa convivere pubblico e privato. Una parte del progetto è destinata, infatti, a rimanere pubblica e sarà la sede di una Fondazione Culturale di cui si spera facciano parte le istituzioni: l’Università del Salento, la Diocesi ed i privati che a vario titolo operano sul territorio».


LUOGO UNICO


L’altro imprenditore in rappresentanza dell’azienda promotrice Alboran Real Estate, Pasquale Amabile si è soffermato sugli aspetti turistico-ricettivi del progetto: «Nell’immaginario collettivo dell’Italia, Leuca è percepita come un luogo unico, al pari di Capri, ma può e deve ancora crescere da molti punti di vista. L’auspicio è che possa farlo anche grazie a questo progetto, che prevede la creazione di una struttura ricettiva di alto livello, finalizzata a qualificare ancora di più l’offerta turistica in Salento».


PAESAGGIO PROTAGONISTA


L’architetto Toti Semerano, infine, ha spiegato la filosofia di fondo del progetto: «L’attuale fronte della Colonia Scarciglia è un detrattore ambientale, nonostante la sua storia e le ragioni straordinarie per cui è stato realizzato. Il progetto si propone di lasciare solo il piano terra dell’immobile e di rivelare la collina alle sue spalle, che è stata cancellata e non è più percepibile. Il vero protagonista è il paesaggio. La caratteristica essenziale del progetto consiste nella sua doppia natura: da un lato la Fondazione Culturale aperta al pubblico, che sarà il motore della nuova Colonia Scarciglia, dall’altro la struttura ricettiva e gli annessi servizi (bar, ristorante, piscina, spa ecc.) per gli ospiti».


IL FUTURO DIRETTORE


Sulla eliminazione della facciata e, più in generale, sulla riduzione del volume esistente, si è soffermato anche Mario Carparelli, futuro Direttore della Fondazione: «Quando ho visto per la prima volta il progetto ho pensato a Michelangelo, che si definiva artista “del levare” e non “del mettere”, perché per lui il blocco di marmo andava scolpito affinché potesse liberare la statua che vi era imprigionata dentro. Esattamente come Michelangelo, Toti Semerano con il suo progetto non aggiunge ma toglie, liberando la bellezza offuscata dall’attuale struttura».




SINTESI DEL PROGETTO


Il progetto, che si è aggiudicato il Premio The Plan Award 2021 per la categoria paesaggio promosso dalla rivista di architettura e design The Plan, invece di utilizzare il volume esistente, prevede di ridurlo drasticamente facendo riapparire la collina ora del tutto celata alla vista: un intervento dove l’architettura dialoga, si integra, si fonda col paesaggio.


Dell’imponente volume della Colonia Scarciglia viene utilizzato esclusivamente il piano terreno, viene recuperato invece il volume esistente dell’ex scuola, destinandolo a residenza turistica con annessi servizi.

La parte rimanente del piano terreno, opportunamente ristrutturata, resta nella disponibilità pubblica e viene recuperata per dare sede in futuro a una costituenda Fondazione Culturale.


Un unico elemento svetta nel paesaggio recuperato: una Torre di grande valore simbolico, la cui altezza è la memoria della dimensione dell’ex colonia, al cui attuale volume si sceglie di rinunciare.


La Torre sarà un segno identificativo del paesaggio costiero salentino, ma anche la Porta di accesso alla collina sovrastante, che si vuole rendere accessibile non solo come passeggiata, ma anche estendendo, attraverso un restauro botanico, la parte alberata così da formare un bosco rigenerativo dell’intero costone.

Gli appositi percorsi serviranno a raggiungere da Leuca il Santuario De Finibus Terrae e avranno pendenze adeguate, in quanto progettate con il fine di eliminare ogni barriera architettonica e dare comodo accesso alla terrazza che si sviluppa sopra l’immobile destinato alla sede della Fondazione.


Questo grande spazio diventerà una Arena cinema all’aperto e sarà utilizzabile, oltre che per proiezioni e rassegne cinematografiche, anche per ogni altra manifestazione culturale.



Rendering Colonia Scarciglia-55


UN PO’ DI STORIA, UNA VOLTA LA COLONIA ERA COSì….



Il prof. Hervé Cavallera.


L’attuale progetto di riqualificazione della vecchia Colonia Scarciglia, da tempo abbandonata, fa riemergere ricordi di un passato ormai svanito, divenuto storia.


Per tutto l’Ottocento non pochi erano, nella penisola italiana, i bambini poveri ed esposti a malattie. Pertanto varie associazioni filantropiche e religiose decisero di ospitarli, durante la calura estiva, in degli edifici detti colonie marine (o ospizi).


La più antica colonia pare sia quella aperta a dei bambini di strada da parte dell’Ospedale di Lucca a Viareggio nel 1822. Altri ospizi con analoghi compiti sorsero in zone montane.La loro finalità non era solo ricreativa, ma soprattutto sanatoriale, in particolar modo per piccoli malati di tubercolosi e di scrofolosi.


Il fenomeno della presenza di tali malattie si era accentuato con l’urbanizzazione, la quale aveva generato ulteriori problemi igienici nei quartieri popolari, dove molte volte mancava l’acqua e carenti erano i servizi igienici.


Né la situazione igienica era più rosea nei tanti medi e piccoli Comuni italiani. La prima guerra mondiale accrebbe ancor di più il disagio igienico ed economico, con la diffusione di malattie come la sifilide, il tracoma e il tifo, oltre che la tubercolosi.


Il fascismo, all’interno della sua visione dello Stato totalitario, affrontò risolutamente il problema della organizzazione di massa della gioventù e dell’igiene sociale potenziando le colonie estive, montane e marine e, dal 1926, la loro gestione fu affidata alle locali federazioni del Partito Nazionale Fascista.


Per quanto riguarda il basso Salento orientale, nel 1928 fu aperta a Leuca la Colonia “Luigi Scarciglia” e un’altra, denominata Colonia Trieste, ai Laghi Alimini (Otranto). Il tutto fu poi, con gli anni Trenta, gestito dall’Opera Nazionale Maternità e Infanzia (ONMI) e dall’Opera Nazionale Balilla (ONB). Nel 1937 la cura delle colonie fu affidata alla Gioventù Italiana del Littorio (GIL).


Alle colonie potevano accedere – così si legge in un regolamento del 1939 – bambini provenienti da famiglie bisognose, dando la precedenza agli orfani di caduti di guerra e ai figli di mutilati e di invalidi per la grande guerra.


L’età dei frequentanti  andava dai 6 ai 13 anni. Dalle fonti ufficiali risulta un totale di 568.680 assistiti nel 1935 e 806.964 durante l’estate del 1939.


Il soggiorno durava circa un mese, secondo un piano giornaliero di attività stabilito a livello nazionale, in cui non mancava il carattere patriottico secondo il costume del tempo.


Con la  nascita della Repubblica Italiana le colonie estive hanno poi assunto un carattere più vacanziero oltre che formativo e sanitario, e il patrimonio immobiliare  delle colonie  è stato  affidato prima alle  province e regioni e poi, negli anni ’70, agli enti locali.


Soprattutto negli anni anteriori al boom economico, le colonie estive rappresentavano una mèta ambita per tanti bambini, anche se non sempre facile da raggiungere. Le auto private negli anni ’50 non erano molte, sì che i bambini, come ben ricordo, potevano ancora giocare per  strada; il tutto con la vigilanza, discreta ma oculata, di madri e parenti anziani.


Né erano adeguati (e non lo sono tuttora) i mezzi pubblici per lo spostamento nei vari paesi del Capo di Leuca, sì che andare alla Colonia Scarciglia (e risiedervi) rappresentava allora un’autentica avventura e non sempre le famiglie, per privata cautela, erano disposte ad affidarvi i loro figli. Il distacco da casa non era sentimentalmente ben vissuto dai genitori.


Accettato era invece lo spostarsi in gruppo, in modo da essere sicuri di quanto potesse accadere ai piccoli. In un momento storico in cui le risorse economiche erano assai ristrette, i villeggianti nelle marine appartenevano di solito al ceto medio-alto. Essendo inoltre i nostri paesi distanti dal mare pochi chilometri,  i più solevano recarsi al mare  per il tramite della corriera che in vari Comuni collegava giornalmente il centro urbano con la marina.


Per tale motivo, negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, la frequenza della Colonia era considera propria delle classi sociali meno abbienti e d’altra parte non sempre i Comuni – riferendoci al nostro territorio – erano in grado o capaci di sviluppare una amministrazione che attraesse e incrementasse con indubbi vantaggi ricreativi e formativi la vita dei ragazzi durante il soggiorno.


Di qui il graduale ma inesorabile declino, sì che una struttura, pur imponente come la Colonia Scarciglia, è andata incontro all’abbandono.


E tuttavia occorre sottolineare che il ruolo delle colonie estive è stato importante sotto tanti aspetti. In primo luogo quello sanatoriale in quanto non solo garantiva un momento di vita in un ambiente salubre, ma sospingeva alla utilizzazione di una vita igienica, laddove varie abitazioni erano prive dei servizi primari.


Poi i bambini socializzavano e imparavano la disciplina, elementi fondamentali del vivere civile. Così le colonie esprimevano l’esigenza che lo Stato tutelasse e promuovesse sempre di più la salute pubblica, che è un bene essenziale.



Hervé Cavallera

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Santu Pati, il Capodanno contadino del Salento

Il 17, 18 e 19 gennaio a Tiggiano la Festa di Sant’ippazio, patrono del piccolo borgo medievale e protettore della virilità e della fertilità maschile simboleggiate dall’ortaggio locale del periodo, la pestanaca, prezioso simbolo del paese e inserita dal 2004 nell’elenco nazionale PAT-prodotto agroalimentare tradizionale. Tre serate di musica, tradizione e gastronomia tipica con il Capodanno contadino del Salento. Grande festa di chiusura lunedì 19 , giorno del santo, con la fiera mercato tradizionale, il caratteristico rito dell’innalzamento dello stendardo di 6 metri portato in processione con il santo e I Calanti in concerto

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È il vero Capodanno contadino del Salento, la festa di “Santu Pati” a Tiggiano.

Si celebrerà sabato 17, domenica 18 e lunedì 19 gennaio, con un programma intriso di tradizioni antiche, di saggezza arcaica e di quelle consuetudini contadine che, tra fede e goliardia, rendevano meno duro il lavoro nei campi.

Sant’Ippazio è protettore della virilità e della fertilità maschile, simboleggiate dall’ortaggio locale del periodo, la pestanaca, la carota giallo-violacea, coltivata esclusivamente nel territorio locale, diventata prezioso simbolo di Tiggiano e inserita dal 2004 nell’elenco nazionale PAT-prodotto agroalimentare tradizionale.

Il Comune salentino è l’unico d’Italia a celebrare Sant’Ippazio e anche quest’anno lo fa dedicandogli un intenso programma di riti religiosi e civili, una festa di devozione con grandi appuntamenti di intrattenimento per tutti.

Organizzata dal Comitato Festa Patronale della Parrocchia di Tiggiano con il patrocinio della Provincia di Lecce e del Comune di Tiggiano, in collaborazione con PugliArmonica, si svolge nel centro del paese, tra la Chiesa Madre Sant’Ippazio, Piazza Olivieri, Via Sant’Ippazio e Piazza Mario De Francesco.

Sabato 17 gennaio, alle 19, apertura dei festeggiamenti con accensione dei bracieri monumentali, al suono della Banda di Matino “V. Papadia”, e poi al via la prima delle tre serate di Capodanno contadino, a cura del Comitato Feste, con prodotti tipici e piatti tradizionali, come la paparotta, la “merenda contadina” di una volta, una minestra povera ma molto sostanziosa fatta di rape, piselli, pezzi di pane soffritto.

Alle ore 21 arriva anche l’intrattenimento in musica, in piazza Mario De Francesco, con Alta Frequenza Live Show.

Si entrerà nel vivo domenica 18.

Seconda serata per il Capodanno contadino e, dalle 21, la musica diventa colonna sonora di questa grande celebrazione del santo patrono, con Shocchezze in concerto.

Grande festa di chiusura lunedì 19 gennaio, giorno del santo, con un ricco programma di appuntamenti civili e religiosi tra cui, dalle ore 6 alle 13, la Fiera Mercato tradizionale, arricchita tra l’altro dalla musica del Concerto Bandistico Municipale Città di Taviano alle ore 9.

Alle ore 15 uno dei momenti più simbolici e caratteristici di questa festa, il pittoresco innalzamento dello stendardo di 6 metri, legato a un drappo rosso, portato in processione con la statua del santo. L’appuntamento con le diverse squadre di portatori è sul sagrato della chiesa, per contendersi l’onore di portare la statua e lo stendardo.

Una vera e propria contrattazione, che si conclude con un pittoresco rullo di tamburi e l’uscita dello stendardo, mantenuto in posizione parallela al suolo per tutto il tragitto, dalla chiesa del santo patrono fino alla chiesetta dell’Assunta, dove poi sarà issato con un solo e deciso gesto dal portatore, che assicura così al paese ai cittadini un’annata prospera e un raccolto generoso.

Una vera e propria prova fisica, salutata dalle campane e dagli applausi dei presenti, assiepati ai lati delle strade, che culmina nella processione accompagnata dalla banda e dai fuochi d’artificio.

Alle ore 18 di lunedì 19 gennaio la Solenne Concelebrazione Eucaristica presieduta da Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento-S.Maria di Leuca. Poi, dalle 19, la continuazione del Capodanno contadino e, alle 20,30, il concerto de I Calanti, storica formazione di musicisti e ballerini che rinnovano una tradizione musicale di famiglia raccontando in musica la cultura e le tradizioni popolari del Salento.

Finale con lo spettacolo di fuochi d’artificio.

LA PESTANACA DELLA VIRILITÀ

Tiggiano è incastonato in un paradiso naturale, tra distese di grano e terra rossa, antiche pagghiare e masserie cinquecentesche, che ha incantato anche l’attrice premio Oscar Helen Mirren che, con suo marito, il regista Taylor Hackford, qui ha messo su casa, un buen retiro italiano, dove vivono circa sei mesi l’anno.

In questo piccolo comune (diventato un caso per l’aumento di popolazione, in controtendenza rispetto agli altri paesini del Sud) a dettare il tempo è ancora il ritmo del calendario agricolo, della vita contadina di una volta.

Non a caso anche la devozione per il patrono qui passa per un ortaggio, la pestanaca.

Cara al santo, la gustosa carota, sempre presente a pranzo e a cena, insieme a finocchi, carote, sedano, per un colorato miscuglio di subbrataula, è l’ortaggio simbolo del patrono della virilità e della fertilità maschile, taumaturgo, invocato contro l’ernia inguinale degli uomini.

La tradizione vuole che, ambasciatrici e intermediarie per vocazione, siano le donne a farsi da tramite perché il santo interceda e guarisca i mali degli uomini: con discrezione, strofinano la statua di Sant’Ippazio con un fazzoletto, lo stesso che passeranno poi sulla parte da guarire dell’uomo di casa interessato.

Per le mamme, invece, è consuetudine raccogliersi in preghiera insieme al piccolo maschietto di casa, nella chiesa di Sant’Ippazio, per evocarne la benedizione.

Fede, tradizione culinaria e rituali quasi pagani, si mescolano nei giorni della ricorrenza.

La cerimonia del santo patrono è anche un’importante vetrina commerciale, anche questa una consuetudine ereditata dalle “fere” di una volta, le fiere mercantili, appuntamenti importanti per i produttori locali.

Durante i giorni di festa, infatti, ci si ritrova davanti banchetti con “pestanache” in originali composizioni, nelle caratteristiche ceste di vimini. Un campionario di colori e genuinità, che punta alla salvaguardia della biodiversità alimentare, con la partecipazione degli agricoltori locali, fieri di fare sfoggio delle proprie produzioni.

Un ortaggio locale, quindi, per un santo mediorientale.

Il culto di Sant’Ippazio, d’origine turca, è infatti giunto insieme ai monaci basiliani nel Salento, dove è per tutti semplicemente “Santu Pati”, quasi un amico, un vicino di casa, ma soprattutto un confidente, un orecchio discreto al quale confessare le preoccupazioni più intime, i timori più nascosti, certi di trovare sempre ascolto e comprensione.

IL PROGRAMMA RELIGIOSO

10 – 18 GENNAIO – NOVENA

Ore 18:00 Celebrazione Eucaristica e Novena in Chiesa Madre

DOMENICA 18 GENNAIO – VIGILIA

Ore 18:00 – Chiesa Madre Celebrazione Eucaristica vigiliare e Novena

Ore 19:00 – Chiesa Madre Concerto dell'”Artistica Inclusione” della scuola di musica “W.A. Mozart” – direttore M. Antonio Mastria

LUNEDÌ  19 GENNAIO – SOLENNITÀ DI SANT’IPPAZIO

Ore 8:00 – 9:30 – 11:00 Celebrazioni Eucaristiche in Chiesa Madre

Ore 16:00 Inizio della processione secondo il seguente itinerario: Chiesa madre – via S. Ippazio – via V. Veneto – via XXIV Maggio – via del Mare – via Diaz – via Mazzini – Via M. di via Fani – via Volta – via Filzi – via Oberdan – via Battisti – via Solferino – via Petrarca – via V. Veneto – via Roma – p.zza Roma – via Cortina – p.zza M. De Francesco – via S. Ippazio – Chiesa Madre.

Al termine della processione, sul sagrato della Chiesa Madre, per la prima volta il Sindaco consegnerà le chiavi del paese al Santo Patrono

Ore 18:00 Concelebrazione Eucaristica presieduta da Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento – Santa Maria di Leuca

IL PROGRAMMA CIVILE

SABATO 17 GENNAIO

Ore 19:00 – Via Sant’Ippazio

Apertura del capodanno contadino con l’accensione dei bracieri monumentali.

Stand gastronomici con prodotti tipici.

BANDA DI MATINO “V. PAPADIA” IN CONCERTO

Ore 21:00 – Piazza Mario De Francesco

ALTA FREQUENZA LIVE SHOW

DOMENICA 18 GENNAIO

Ore 21:30 – Piazza Carmine Olivieri

SHOCCHEZZE IN CONCERTO

Stand gastronomici con prodotti tipici

LUNEDÌ 19 GENNAIO – FESTA PATRONALE

Ore 6:00 – 13:00 – Vie centrali

Tradizionale Fiera mercato di Sant’Ippazio

Ore 9:00 – Vie centrali BANDA DI TAVIANO – GIRO MUSICALE

Ore 15:00 – Sagrato Chiesa Madre Tradizionale

Asta del Santo e dello stendardo

A seguire processione per le vie del paese accompagnata dalla BANDA DI TAVIANO

Ore 17:00 – Sagrato Chiesa Madre

Al rientro della processione lancio dei palloni aerostatici a cura della ditta Pulli di Veglie

Ore 20:30 – Piazza Mario De Francesco I CALANTI IN CONCERTO

Stand gastronomici con prodotti tipici

Ore 22:30 – Viale stazione

Spettacolo di fuochi d’artificio a cura della ditta Dario Cosma di Arnesano, donato dalla famiglia De Francesco Pietro

Luminarie a cura della ditta Arte e Luce di Scorrano.

Luna Park in Piazza Cuti.

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Approfondimenti

Lupini, carrubi e fichi i migliori figli spuri della terra salentina

Non c’è che dire, ieri, in un modello esistenziale più semplice, si aveva interesse, e attenzione, anche per beni “poveri” ma, con ciò, non meno utili di altri; oggi, il concetto di valore si è in certo senso ripiegato su se stesso e finalizzato a obiettivi e orizzonti di tutt’altra stregua, fra cui miraggi a portata di mano…

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di Rocco Boccadamo

Sono frutti, prodotti, derrate, cui, adesso, si annette rilievo scarso, se non, addirittura nullo; si è quasi arrivati a ignorarne l’esistenza, la cura e l’uso.

Sulla scena delle risorse agricole locali, resistono appena, con alti e bassi, le granaglie, le olive, l’uva, gli agrumi, gli ortaggi e/o verdure.

Lupini, carrube e fichi sono, insomma, divenuti figli minori e spuri della terra, le relative coltivazioni appaiono rarefatte e, di conseguenza, i raccolti trascurati o abbandonati. Mentre, sino alla metà del ventesimo secolo ma anche a tutto il 1960/1970, rappresentavano beni indicativi per i bilanci delle famiglie di agricoltori e contadini ed elementi di non poco conto per le stesse, dirette occorrenze alimentari.

I primi, della sottofamiglia delle Faboidee, al presente richiamati solo sulla carta e nelle enciclopedie come utili ai fini della decantata “dieta mediterranea”, si trovavano diffusi su vasta scala, specialmente nelle piccole proprietà contadine attigue alla costiera, fatte più di roccia che di terra rossa, si seminavano automaticamente e immancabilmente senza bisogno di soverchia preparazione del terreno, né necessità di cure durante il germoglio e la crescita delle piante, dapprima in unità filiformi, poi robuste e ben radicate sino all’altezza di metri 1 – 1,50, recanti, alla sommità, rudi baccelli contenenti frutti a forma discoidale, compatti, di colore fra il giallo e il beige – biancastro.

Al momento giusto, le piante erano divelte a forza di braccia e sotto la stretta di mani callose e affastellate in grosse fascine o sarcine. A spalla, i produttori trasportavano quindi tale raccolto nel giardino o campicello, con o senza aia agricola annessa, più prossimo alla casa di abitazione nel paese, lasciandolo lì, sparso, a essiccare completamente sotto il sole.

Dopo di che, avevano luogo le operazioni di separazione dei frutti dai baccelli e dalle piante, sotto forma di sonore battiture per mezzo di aste e forconi di legno. Diviso opportunamente il tutto, con i già accennati discoidi, si riempivano sacchi e sacchetti.

Il prodotto, in piccola parte, era conservato per le occorrenze, diciamo così, domestiche: previa bollitura e aggiuntivo ammorbidimento e addolcimento con i sacchetti tenuti immersi nell’acqua di mare, i lupini diventavano una sorta di companatico o fonte di nutrimento di riserva e, in più, servivano ad accompagnare i “complimenti”, consistenti in panini, olive, sarde salate, peperoni e vino, riservati, in occasione dei ricevimenti nuziali, agli invitati maschi. Invece, l’eccedenza, ossia la maggior parte del raccolto, era venduta a commercianti terzi.

°   °   °

Le carrube sono i favolosi e bellissimi pendagli, color verde all’inizio e marrone sul far della maturazione, donatici dagli omonimi maestosi alberi, taluni di dimensioni monumentali, tutti affascinanti.

Anche riguardo alle carrube, non si pongono attenzioni particolari, salvo periodiche potature delle piante, i frutti si raccolgono, al momento, purtroppo, da parte di pochi, attraverso tocchi con aste di legno, un’operazione denominata abbacchiatura, come per le noci.

Il prodotto, copioso e abbondante ad annate alterne e riposto in sacchi di juta, oggi è indirizzato esclusivamente alla vendita a terzi; al contrario, in tempi passati ma non lontanissimi, le carrube, dopo l’essiccazione al sole, erano in parte abbrustolite nei forni pubblici del paese e, conservate in grossi pitali in terracotta, insieme con le friselle e i fichi secchi, componevano le colazioni e, in genere, i frugali pasti in campagna dei contadini.

Piccola nota particolare, d’inverno, poteva anche capitare di grattugiare le carrube e, mediante la graniglia così ottenuta mescolata con manciate di neve fresca (beninteso, nelle rare occasioni in cui ne cadeva), si realizzava un originale e gustoso dessert naturale e sano.

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I fichi, al momento, purtroppo, lasciati, in prevalenza, cadere impietosamente ai piedi degli alberi, erano, una volta, oggetto di una vera e propria campagna di raccolta, ripetuta a brevi intervalli in genere sempre nelle prime ore del mattino, con immediato successivo sezionamento (spaccatura) dei frutti e disposizione dei medesimi su grandi stuoie di canne, “cannizzi”, e paziente fase di essiccazione sotto il sole.

Allo stesso modo delle carrube, in parte erano poi cotti nei forni e andavano a integrare le fonti dell’alimentazione famigliare, in parte erano somministrati agli animali domestici, in parte, infine, erano venduti.

Soprattutto, se non proprio, per i fichi, le famiglie avevano l’abitudine, in luglio e agosto, di spostarsi fisicamente dalle case di abitazione nel paese, nelle piccole caseddre di pietre situate nelle campagne, cosicché si risparmiavano le ore occorrenti per l’andata e il ritorno di ogni giorno a piedi e avevano, in pari tempo, agio di attendere direttamente e più comodamente a tutte le fasi della descritta raccolta.

Non c’è che dire, ieri, in un modello esistenziale più semplice, alla buona e intriso di spontanea connaturata operosità, si aveva interesse, e attenzione, anche per beni “poveri” ma, con ciò, non meno utili di altri; oggi, il concetto di valore si è in certo senso ripiegato su se stesso e finalizzato a obiettivi e orizzonti di tutt’altra stregua, fra cui miraggi a portata di mano.

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Illuminare balconi e terrazzi: idee d’effetto anche per chi non ha il giardino

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Luci Natalizie

L’illuminazione esterna durante il periodo delle festività rappresenta un gesto di condivisione della gioia e un modo per estendere il calore domestico oltre le mura dell’abitazione. Spesso si crede che la creazione di allestimenti luminosi d’impatto sia un privilegio riservato a chi possiede ampi giardini, ma balconi e terrazzi, anche se di piccole dimensioni, offrono opportunità creative straordinarie. Con un’attenta pianificazione e l’utilizzo di soluzioni adatte, è possibile trasformare questi spazi in veri e propri palcoscenici luminosi. L’impiego strategico delle lucine di Natale è fondamentale per infondere magia e visibilità anche negli angoli più ristretti.

La sicurezza e la scelta dei materiali

Prima di procedere con qualsiasi allestimento luminoso esterno, è imperativo considerare gli aspetti legati alla sicurezza e alla durabilità. L’uso di prodotti certificati e specificamente contrassegnati per l’uso in esterni (con grado di protezione IP adeguato, generalmente IP44 o superiore) è essenziale per resistere all’umidità, alla pioggia e alle variazioni termiche. È altresì prudente optare per soluzioni a basso consumo energetico, come le luci LED, che non solo garantiscono una lunga vita operativa ma riducono anche l’impatto sulla bolletta elettrica. La scelta di alimentatori e prolunghe anch’essi resistenti alle intemperie assicura che l’installazione sia stabile e priva di rischi.

L’arte di definire i contorni

L’illuminazione efficace di un balcone o di un terrazzo si basa sulla capacità di definire e valorizzare i contorni dello spazio disponibile. Invece di installare le luci in modo casuale, è opportuno concentrarle lungo le ringhiere, le cornici delle finestre o i bordi del pavimento. Le catene luminose disposte orizzontalmente lungo la ringhiera creano un effetto visivo ordinato e accogliente, che demarca elegantemente lo spazio. Per un effetto più sontuoso e stratificato, si possono utilizzare le stalattiti luminose o le tende di luci, facendole scendere verticalmente dalla parte superiore del balcone. Queste soluzioni offrono una densità luminosa immediata e trasformano la facciata dell’edificio in una vera e propria tela festiva.

Sfruttare la verticalità e gli elementi esistenti

Nei piccoli terrazzi, la verticalità è la chiave per massimizzare l’impatto senza sacrificare lo spazio calpestabile. È possibile decorare le pareti esterne, se consentito dal regolamento condominiale, con reti luminose che simulano un effetto di cielo stellato o con motivi sagomati a tema festivo. I vasi e le fioriere esistenti possono diventare parte integrante dell’allestimento: luci a batteria possono essere posizionate all’interno dei vasi o avvolte attorno alle piante sempreverdi. L’utilizzo di rami luminosi inseriti in fioriere decorative offre un’alternativa sofisticata all’albero tradizionale, creando punti luce alti e sottili che non occupano spazio in larghezza.

L’uso di elementi decorativi a pavimento

Anche se lo spazio è limitato, è possibile introdurre elementi luminosi a pavimento che aggiungano profondità e magia. Le lanterne da esterno, alimentate a batteria o con candele a LED, possono essere posizionate negli angoli o vicino alla porta d’ingresso. Queste lanterne offrono una luce calda e diffusa che evoca un senso di intimità e accoglienza. Un’altra idea d’effetto è l’utilizzo di proiettori laser o LED a tema festivo, che proiettano fiocchi di neve o figure natalizie direttamente sulla parete esterna dell’edificio. Questa soluzione crea un grande impatto visivo con un ingombro fisico minimo.

Colore e temperatura: la scelta del tono emotivo

La temperatura del colore delle luci natalizie ha un’influenza decisiva sul tono emotivo dell’allestimento. Le luci bianco caldo, che tendono al giallo, sono preferite per creare un’atmosfera tradizionale, accogliente e rassicurante, che ricorda il tepore dei focolari. Al contrario, le luci bianco freddo o quelle blu e viola creano un effetto più moderno, glaciale ed elegante. Per un risultato armonioso, è generalmente consigliato non mescolare troppe temperature di colore diverse nello stesso spazio. La coerenza cromatica è essenziale per evitare un effetto caotico e per rafforzare la sensazione di ordine e cura nell’allestimento.

Soluzioni pratiche per l’alimentazione

Nei balconi dove le prese elettriche esterne sono insufficienti o assenti, le soluzioni a batteria o a energia solare sono una risorsa preziosa. Le catene luminose a batteria, spesso dotate di timer incorporato, consentono di programmare l’accensione e lo spegnimento, ottimizzando il consumo e liberando l’utente dall’onere di collegare o scollegare le luci ogni sera. I pannelli solari, sebbene meno performanti nelle brevi giornate invernali, sono ideali per i punti esposti al sole, offrendo una soluzione ecologica e totalmente autonoma dal punto di vista energetico. L’attenzione alla praticità operativa è fondamentale per assicurare che l’allestimento luminoso sia fonte di gioia e non di stress gestionale.

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