Attualità
“No ad altro opificio insalubre a Galatina”
Le associazioni del territorio scrivono a Leo Caroli (Regione Puglia) per chiedere difesa e tutela del territorio
Le associazioni “Coordinamento Civico Ambiente e Salute della prov. di Lecce”, “Natural-mente NO RIFIUTI – Collemeto di Galatina”, “NoiAmbiente e Beni Culturali di Noha e Galatina”, “Medici per l’Ambiente-ISDE Italia
Forum Amici del Territorio ETS”, “Nuova Messapia”, “Forum Ambiente e Salute”, “Associazione Bianca Guidetti Serra”, “Associazione Adotta Dog”, “Organizzazione di Volontariato Mobius Circle- ODV”, “CAS Coordinamento Ambientale Salento”, “Salento km0 APS” scrivono al responsabile della task force regionale per l’occupazione Leo Caroli “per esprimere parere contrario alla proposta di destinazione dell’impianto Minermix Galatina ad
una ulteriore industria insalubre”.
Si parla di un’azienda di calce e derivati che ha sedi a Galatina e a Fasano (Br), il cui principale committente è l’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia.
Appena un mese e mezzo fa l’azienda è stata sotto i riflettori per il rischio licenziamenti paventato nell’ultimo periodo. Ad inizio febbraio si è tenuto un incontro proprio con la Task force regionale, a Bari, in cui l’azienda ha annunciato l’impegno di sospendere i licenziamenti (sono 59 i dipendenti) ed avviare la procedura di richiesta della cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività. La proprietà ha confermato la scelta di carattere industriale di interrompere l’attività, dichiarandosi disponibile a valutare percorsi che conducano alla cessione.
Veniamo dunque alla lettera di cui sopra.
La lettera
“Gentilissimo dott. Leo Caroli
in risposta alle recenti preoccupazioni espresse dalla popolazione galatinese a seguito di
un possibile impianto di trattamento rifiuti speciali e non a Santa Barbara e delle
segnalazioni di emissioni anomale presso il cementificio Colacem, rimbalza su alcune
pagine social la proposta avanzata dalla task force regionale, istituita per il salvataggio del
calcificio Minermix, di chiamare a raccolta altri cementieri o comunque produttori di rischio
per la salute.
Questa proposta, come forse lei saprà, si inserisce in un quadro territoriale molto delicato.
Le autorità sanitarie e gli enti locali che siedono al tavolo provinciale V.I.S. (Valutazione
Impatto Sanitario) per valutare – secondo quanto riporta ASL Lecce – i danni e l’impatto
sanitario e ambientale con riferimento alle potenziali ricadute cumulative di tutte le attività
produttive presenti nell’area industriale, in particolare del cementificio Colacem Galatina,
non possono ignorare che l’area Galatina/Soleto e comuni limitrofi, come confermato
dall’Istituto Superiore di Sanità, dai rapporti Ambiente e Salute RePOL, dallo studio
PROTOS, dai dati LILT e dell’OER Puglia, è un cluster che registra dati epidemiologici
allarmanti, in particolare per neoplasie polmonari, per l’esposizione ambientale come quelle
derivanti dalle emissioni di grandi camini industriali. Come riportato nei giorni scorsi
nell’ultimo Rapporto di Puglia Salute in tutta la Provincia di Lecce, in particolare nel Distretto
di Galatina, la fotografia dell’incidenza delle neoplasie è in peggioramento.
Nell’area galatinese, la più industrializzata e malsana della provincia di Lecce, con la
maggiore concentrazione di grossi impianti industriali insalubri IPPC, il quadro sanitario e
ambientale non è stato sufficientemente rappresentato nei lavori della task force regionale
impegnata nella vertenza Minermix.
Lo stabilimento della Minermix Srl, attivo dal 1990, è adibito alla produzione, macinazione e
miscelazione di ossido di calcio, calce idrata, premiscelati di minerali, grassello e malte per
edilizia. È inserito nella ASI Galatina Soleto a poche centinaia di metri dall’area densamente
urbanizzata, insieme ad altri opifici di trattamenti rifiuti e comunque fortemente nocivi.
Come Associazioni, abbiamo preso parte alla CDS del mese di marzo 2022, e in quella
occasione abbiamo preso atto che la stessa Dr.ssa Teresa Alemanno, presente in
conferenza di servizi per il riesame A.I.A. per il Dipartimento di Prevenzione ASL Lecce, pur
essendo stata molto concisa, ha evidenziato chiaramente la questione “area sensibile”,
in riferimento all’area cluster tumore polmonare del Distretto di Galatina, chiedendo
quindi ad ARPA se avessero loro effettuato delle verifiche sulle emissioni, con chiaro
riferimento al potenziale apporto di ulteriori danni all’ambiente.
Occorre ricordare che a Galatina insiste un cementificio Colacem attivo sin dalla fine degli
anni ‘50, uno degli impianti più grandi d’Europa. Le ricordiamo che i cementifici sono
compresi nell’elenco delle industrie a maggior impatto ambientale in EUROPA, come
industrie insalubri di Seconda Classe, cioè di impianti che devono osservare speciali cautele
nei confronti del vicinato. L’insostenibilità ambientale è legata non solo alle emissioni di
particolato, di PCB (prodotto clorato simil diossina), metalli pesanti, (Mercurio, piombo,
cadmio, cromo esavalente), tutte sostanze gravemente nocive per la salute, cancerogene
ed interferenti endocrine, ma anche alla portata di consumo di acqua e suolo.
Nel 2017 Colacem Galatina ha prodotto complessivamente 2.658.578 t di Clinker,
2.883.528t di cemento, ha consumato 244 litri di acqua per ciascuna delle 309.900
tonnellate di cemento prodotto, ovvero 75,6 milioni di litri di acqua. Il consumo è abnorme
per un territorio già fortemente penalizzato dalla sua stessa conformità naturale, dove lo
spessore medio del sottosuolo riferito al livello del mare è di circa 60 metri, con scarsa
capacità di filtraggio delle acque pluviali per via della sua condizione carsica, e con una
falda esigua che presenta forti infiltrazioni inquinanti.
Le concentrazioni contaminanti e il correlato rischio mortalità mostrano un trend in
peggioramento, secondo quanto indicato in uno studio realizzato nel 2014 dall’istituto di
Scienze dell’Atmosfera e del Clima ISAC – CNR in collaborazione con l’Istituto di Fisiologia
Clinica del CNR attraverso una valutazione preliminare nei comuni di Sogliano Cavour,
Galatina, Cutrofiano, Corigliano d’Otranto e Soleto.
Gli impegni dichiarati anche da alcuni rappresentati politici locali pare che siano finalizzati
nel voler salvare i 20 posti di Galatina, e forse anche i 39 di Fasano, con il rischio però di
ritrovarci un nuovo opificio maggiormente inquinante, chiamando a raccolta altri cementieri
o comunque opifici produttori di rischio.
Inoltre, va tenuto conto dei riferimenti legislativi alla salute della popolazione e all’integrità
dell’ambiente esterno descritti nel d.lgs. n. 81/2008, N.81, sono norme che fanno esplicito
riferimento alla “salute della popolazione” e all’“ambiente esterno”.
Da un lato, l’art. 2, comma 1, lett. n), definisce proprio il concetto di “prevenzione” come
quel «complesso delle disposizioni o misure necessarie anche secondo la particolarità del
lavoro, l’esperienza e la tecnica, per evitare o diminuire i rischi professionali nel rispetto
della salute della popolazione e dell’integrità dell’ambiente esterno».
Dall’altro, l’art. 18, comma 1, lett. q), impone al datore di lavoro e al dirigente l’obbligo di
«prendere appropriati provvedimenti per evitare che le misure tecniche adottate possano
causare rischi per la salute della popolazione o deteriorare l’ambiente esterno
verificando periodicamente la perdurante assenza di rischio» (la violazione di tale
obbligo è sanzionata dall’art. 55, comma 5, lett. c), d.lgs. n. 81/2008 con l’arresto da due a
quattro mesi o con l’ammenda da 1.474,21 a 6.388,23 euro).
Il Dispositivo dell’art. 452 bis Codice Penale, reato di inquinamento ambientale,
determina quanto segue:
• È punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro
100.000 chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento
significativi e misurabili:
1. 1) delle acque o dell’aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del
sottosuolo;
2. 2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna.
Quando l’inquinamento è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo
paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno
di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata.
Dalle norme, si evince come esse siano essenzialmente dirette ad evitare la possibile
“esternalizzazione” dei rischi cui sono sottoposti i lavoratori nel contesto produttivo,
obbligando l’impresa ad adottare tutti quei provvedimenti necessari affinché la
predisposizione delle misure di salute e sicurezza dei lavoratori non determini un
riversamento all’esterno delle nocività presenti nell’ambiente di lavoro, pregiudicando la
salute della popolazione e l’integrità dell’ambiente [15].
E’ vero che i galatinesi hanno bisogno di posti di lavoro, il lavoro è nel diritto costituzionale,
per tutti, anche di chi va a cercarlo altrove. È vero che è necessario fare il possibile per
salvare quei pochi posti esistenti, ma è altrettanto vero che il diritto alla salute è
sacrosanto e altrettanto costituzionale, e va individuata una strada occupazionale
perseguibile, che tenga conto dell’intera cittadinanza.
Come ben sappiamo tutti, a Galatina non c’è famiglia che non abbia un lutto a causa del
cancro, o una patologia che tende a degenerare in tumore. Lo si dice dappertutto:
nelle Cds aziendali, nelle Asl, nello studio Protos, nei recentissimi dati LILT, che vede la
provincia di Lecce seconda solo al Piemonte e alla Liguria in numero di morti per tumori, alla
pari con la Lombardia. Che il quadro sanitario di Galatina sia aggravato con un aumento
ulteriore di tumori è anche denunciato nel Registro dei Tumori 2021 appena pubblicato, con
i dati di incidenza che vanno dal 2013 al 2017.
Lo stesso principio di precauzione consiglia di non rischiare la salute di giovani famiglie che
mettono al mondo bambini, la parte più fragile della società, costruendo abitazioni a ridosso di
una zona industriale insalubre, come invece si sta facendo ancora oggi a Galatina, insistendo
nell’errore fatto negli anni ’70 del secolo scorso, o ri-attivando impianti insalubri, che andrebbero
riconvertiti in green.
Siamo convinti che quando si tratta di risolvere problemi di straordinaria importanza, come quello
di 30 o 100 posti di lavoro da tutelare, oppure il pericolo per la salute di 140.000 cittadini inermi,
non lo debbano decidere solo alcuni rappresentanti della politica. Quando la questione è
straordinaria, si porta ad un tavolo di concertazione con tutte le forze sociali presenti sul territorio,
anche con le nostre associazioni impegnate nella tutela dell’ambiente e della salute nei diversi
procedimenti autorizzativi.
Certe responsabilità non devono pesare sulla coscienza o presunzione di nessuno, ne va del
diritto, ne va della democrazia, ne va dello stato di civiltà di una comunità, ne va del futuro dei
nostri figli.
Basta fingere che il primato della più alta mortalità per tumori non esista, Galatina e la provincia
di Lecce sono sul podio. Non aspettiamo che il dolore delle persone che vedono morire
prematuramente figli e parenti, diventi rabbia, o peggio ancora rassegnazione a dover
barattare il posto di lavoro con la perdita di salute propria, dei propri familiari o dei
loro concittadini, rischiamo lo sfascio sociale.
Auspichiamo l’impegno dei rappresentanti istituzionali, che si adoperano per il coinvolgimento di
nuovi produttori di rischio, a non aprire le porte ad un altro opificio insalubre, di investire sulla
riconversione di Minermix in chiave green e di riflettere su quale soluzione possa portare ad uno
sviluppo sostenibile della nostra città”.
Attualità
Mentre il resto d’Italia corre, il Salento resta fermo sui binari
Lecce–Gagliano del Capo in 2 ore e 50 minuti. Resta l’arretratezza del trasporto ferroviario salentino nonostante i fondi stanziati per l’elettrificazione. Un divario infrastrutturale che penalizza pendolari e turisti e certifica la distanza tra il Sud Salento e il resto d’Italia. La denuncia del consigliere regionale Paolo Pagliaro che annuncia: «In Consiglio regionale chiederemo presto una nuova audizione in Commissione Trasporti per un aggiornamento sull’avanzamento dei lavori, e non ci stancheremo di sollecitare il completamento della metropolitana di superficie del Salento per rottamare definitivamente i treni del Far West e assicurare a pendolari salentini e turisti un trasporto ferroviario locale moderno ed efficiente, con tempi di percorrenza accettabili»
di Giuseppe Cerfeda
Da queste colonne tante volte negli anni abbiamo affrontato di petto la questione.
Quella contro il trenino dell’esasperazione è una battaglia ultradecennale de ilGallo, al pari di quella per l’adeguamento della SS275 Maglie-Leuca.
Il trasporto ferroviario nel Salento continua a rappresentare una delle più evidenti cartoline dell’arretratezza infrastrutturale del territorio, soprattutto se confrontato con i servizi offerti nel Centro e nel Nord Italia.
Una distanza che non è soltanto geografica, ma fatta di treni lenti, mezzi obsoleti e tempi di percorrenza che sembrano appartenere a un’altra epoca.
La denuncia del consigliere regionale Paolo Pagliaro riporta oggi sotto i riflettori una situazione che, nonostante annunci e finanziamenti, resta sostanzialmente immutata.
Due ore e 50 minuti per percorrere i 65 chilometri che separano Lecce da Gagliano del Capo, a bordo di un treno a gasolio delle Ferrovie Sud Est che viaggia a una velocità media di appena 50 chilometri orari.
Un viaggio che Pagliaro definisce senza mezzi termini «da Far West» e che replica, quasi identico, quello compiuto l’8 gennaio 2021 per denunciare le stesse criticità.
Cinque anni dopo, la fotografia è la medesima: disagi quotidiani per pendolari e studenti, servizi inadeguati per i turisti e un territorio che continua a pagare il prezzo di scelte rinviate.
A rendere il quadro ancora più amaro è il paradosso dei finanziamenti.
Nel 2021 la Regione Puglia ha stanziato 50 milioni di euro per l’elettrificazione della linea salentina delle Ferrovie Sud Est fino a Gagliano del Capo, una misura che avrebbe dovuto segnare una svolta decisiva.
Eppure, tra cantieri dai tempi lumaca e cronici ritardi burocratici, i benefici continuano a non arrivare.
I treni elettrici restano una promessa e le littorine a gasolio continuano a solcare i binari del Sud Salento.
Il confronto con il resto della regione è impietoso e certifica una “Puglia a due velocità”.
Mentre sulla tratta Foggia–Bari 115 chilometri vengono coperti in un’ora, nel Salento quasi tre ore non bastano per percorrere poco più della metà della distanza.
Una disparità che, come sottolinea Pagliaro, non è più tollerabile e che riflette una visione infrastrutturale che da decenni penalizza il territorio più a sud della regione.
Ma il problema non è solo tecnico.
È politico, sociale ed economico.
Un sistema ferroviario inefficiente incide sulla qualità della vita di chi si sposta ogni giorno per lavoro o studio, limita le opportunità di sviluppo e danneggia l’immagine turistica di una terra che continua a essere promossa come eccellenza, ma che nei collegamenti interni mostra tutte le sue fragilità.
Da qui l’annuncio di una nuova audizione in Commissione Trasporti per fare chiarezza sullo stato dei lavori e la richiesta di accelerare il completamento della metropolitana di superficie del Salento, indicata come l’unica soluzione strutturale per superare definitivamente l’era dei treni diesel.
L’invito rivolto all’assessore regionale alle Infrastrutture Raffaele Piemontese e al presidente della Regione a salire su uno di questi convogli non è solo una provocazione politica, ma un appello a confrontarsi con la realtà quotidiana di migliaia di cittadini.
Finché viaggiare in treno nel Salento continuerà a significare tornare indietro nel tempo, parlare di modernizzazione e di pari diritti alla mobilità resterà un esercizio retorico.
E il divario con il resto del Paese, anziché ridursi, rischierà di diventare ancora più profondo.
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Attualità
Selezioni per oltre 20 profili professionali
Recruiting Day 2026 ARPAL Puglia: giovedì 29 gennaio primo appuntamento al Centro per l’Impiego di Lecce in collaborazione con Manpower Onsite. Il 4° Report 2026 segnala 385 posizioni aperte in tutta la provincia, con il turismo in testa per numero di opportunità
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Prendono ufficialmente il via i Recruiting Day 2026dell’Ambito di Lecce di ARPAL Puglia, iniziativa dedicata all’incontro diretto tra domanda e offerta di lavoro.
Il primo appuntamento è fissato per giovedì 29 gennaio, dalle 15 alle 17, presso il Centro per l’Impiego di Lecce, in viale Giovanni Paolo II, 3, in collaborazione con Manpower Onsite.
Nel corso del recruiting day saranno effettuati colloqui di selezione per numerose figure professionali: cinque addetti al Call Center Inbound, due addetti al testing, due operatori al taglio laser, cinque saldatori a filo continuo, cinque addetti al montaggio e cinque operatori CNC.
Per tutte le posizioni è richiesto il diploma di scuola superiore, una pregressa esperienza nella mansione, competenze tecniche specifiche e, a seconda del profilo, la disponibilità a lavorare su turni.
La partecipazione è riservata esclusivamente ai candidati che avranno presentato la propria domanda entro il 28 gennaio tramite il portale regionale “Lavoro per Te Puglia”.
In sede di colloquio è consigliato presentarsi muniti di curriculum vitae.
I residenti o domiciliati fuori regione potranno sostenere il colloquio da remoto, previa richiesta da inoltrare all’indirizzo ido.lecce@arpal.regione.puglia.it.
I Recruiting Day proseguiranno con altri due appuntamenti: il 5 febbraio presso il Centro per l’Impiego di Poggiardo, dedicato ai settori informatico e amministrativo, e il 12 febbraio al Centro per l’Impiego di Nardò, con focus sul comparto tessile-abbigliamento-calzaturiero.
Tutti gli eventi prevedono la possibilità di colloqui online, in linea con la strategia regionale #mareAsinistra, finalizzata a favorire il rientro e la valorizzazione dei talenti pugliesi.
Intanto, il 4° Report 2026 delle offerte di lavoro di ARPAL Puglia fotografa un mercato occupazionale in movimento, con 122 offerte attive per un totale di 385 posizioni aperte.
Il settore turistico si conferma il più dinamico con 106 posti disponibili, seguito dall’agroalimentare (66) e dalla sanità e servizi alla persona (39).
Buone opportunità anche nei comparti delle costruzioni e impiantistica, del tessile-abbigliamento-calzaturiero e del metalmeccanico.
Il report include inoltre tirocini formativi, opportunità riservate al collocamento mirato e proposte di lavoro e formazione all’estero attraverso la rete EURES, confermando il ruolo centrale di ARPAL Puglia nel sostegno all’occupazione e alla mobilità professionale.
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Attualità
Leuca: Torre dell’Uomo Morto da… resuscitare
Proposta di progetto di recupero e riutilizzo commissionata da Caroli Hotels a BDF Architetti, immaginando la torre come punto d’incontro: un giardino sul mare, terrazze, piccoli eventi culturali, mostre, musica, parole…
Ci sono luoghi che non sono solo pietre o muri, ma memoria viva.
La Torre dell’Omo Morto, a Santa Maria di Leuca, è uno di questi.
Da secoli osserva il mare, silenziosa.
Ha difeso la costa, ha custodito storie, paure, speranze.
Oggi però quella torre, così simbolica per tutti noi, vive in uno stato di abbandono che non le rende giustizia.
Il progetto di cui parliamo oggi è una proposta di recupero e riutilizzo, commissionata da Caroli Hotels a BDF Architetti, lo studio di Vincenzo Bagnato e Pasquale De Nicolo.
Un progetto che nasce dall’ascolto del territorio e dal rispetto profondo della sua identità.
Non si tratta solo di restaurare un monumento, ma di restituirlo alle persone.
Di trasformare un luogo isolato in uno spazio vivo, accessibile, condiviso.
Immaginiamo la torre come punto d’incontro: un giardino sul mare, terrazze, piccoli eventi culturali, mostre, musica, parole. Uno spazio dove residenti e visitatori possano fermarsi, guardare l’orizzonte e sentirsi parte di una storia più grande.
Recuperare la Torre dell’Omo Morto significa prendersi cura della nostra memoria collettiva, ma anche investire nel futuro di Leuca.
Perché la bellezza, quando viene condivisa, diventa forza, identità, comunità.
LA STORIA
La Torre dell’Omo Morto o degli “Uomini morti” sorge a Santa Maria di Leuca, (Castrignano del Capo), su un terreno registrato al catasto al foglio 25 part. 127, di proprietà della famiglia Fuortes (Eredi di Gioacchino Fuortes).
La denominazione “degli uomini morti” deriva dal fatto che nella grotta sottostante furono trovate ossa umane; èé anche detta “vecchia” per distinguerla da quella “nuova” o “di Filippo II”, ormai demolita e al cui posto oggi sorge il Faro.
È una torre circolare fortificata costruita con funzione di vedetta e difesa dai pirati, realizzata totalmente in muratura e dotata di un ambiente interno voltato a cupola.
Le mura hanno uno spessore medio di circa 5 metri, ed al loro interno è ricavata una scala che conduce alla sommità della torre.
L’ambiente interno, originariamente adibito a cisterna per l’acqua piovana, comunica con l’esterno attraverso un’apertura circolare del diametro di 1,60 m.
Per ragioni di sicurezza, tutte le torri marittime erano prive di ingresso alla base, sicché ad esse si accedeva dal piano superiore per mezzo di una scala in legno removibile.
È credibile che ciò valesse anche per la Torre dell’Omo Morto, le cui aperture attualmente rilevabili sono senz’altro posteriori; del resto, anche l’imponente scala di pietra ormai demolita ma di cui c’è traccia nelle fotografie d’inizio secolo, venne costruita allorché era ormai da tempo cessata ogni minaccia sia dal mare che dall’entroterra.
La Torre dell’Omo Morto è uno degli ultimi esempi di bastione difensivo con questa tipologia, perché, come ricorda Mario de Marco, già dalla seconda metà del ‘500 gli ingegneri regi idearono una nuova tipologia a pianta quadrangolare.
Nella zona a sud di Otranto e di Gallipoli si trovano numerose torri costruite con la medesima forma strutturale della Torre dell’Omo Morto (muratura a due paramenti riempita a pietrame informe misto a malta e pozzolana, base troncoconica coronata da un cordolo su cui si innesta una parte cilindrica che sviluppa all’interno un ambiente voltato), ma esse sono antecedenti, poiché risalgono alla prima metà del XVI secolo.
La Torre dell’Omo Morto è invece stata costruita sicuramente dopo il 1560, allorchè Andrea Gonzaga successe nella Contea di Alessano in seguito alla morte della madre Isabella di Capua.
Il marito di Isabella di Capua, Ferdinando Gonzaga, capitano generale dell’esercito di Carlo V, in quegli anni veniva spesso da Mantova nel Regno di Napoli per presidiare le coste minacciate dai pirati barbareschi; pertanto, con ogni probabilità, fu lui a promuovere la costruzione della Torre, i cui costi non potevano essere certamente sostenuti dalla piccola Università di Salignano che, nel 1550, contava appena 38 fuochi, pari a circa 190 abitanti.
Come ricorda Giovanni Cosi, la Torre venne armata nel 1576 con un pezzo d’artiglieria chiamato“mezzo Falconeto”, della portata di due libbre e lungo sette palmi; sul focone, fissata a due perni, vi era un’etichetta con le lettere “C.II.R.LXVII”, che indicavano il peso di due cantare e sessantasette rotoli (c.ca 238 kg).
Nel 1696 il Sindaco di Castrignano Pietro Ciaccia chiese al notaio Domenico Donnicola di stipulare un atto pubblico al fine di effettuare i necessari lavori di riparazione sulla Torre, che vennero poi realizzati dall’ Università di Castrignano (che allora aveva la giurisdizione sulla Torre) per ordine del governatore della Terra d’Otranto.
Nel 1846, come ricorda l’Arditi, la Torre venne disarmata.
Attualmente la Torre dell’Omo Morto, vincolata dalla Legge 1089/1939, risulta in stato di completo abbandono e degrado, dopo aver subito un intervento di consolidamento in base ad un progetto del 1987.
IL PROGETTO
La Torre dell’Omo Morto si trova in una posizione assai strategica sul lungomare di S. Maria di Leuca: di fronte alla rotonda, ne costituisce un naturale punto di riferimento e forte elemento di identità paesaggistico-architettonica; la presenza, peraltro, della storica Villa Fuortes fa di questo punto del lungomare un vero e proprio “centro” per tutta la città.
L’edificio versa in uno stato di forte degrado sia da un punto di vista materico che funzionale; nonostante un intervento di consolidamento effettuato non molti anni fa, la costruzione medievale è infatti pericolante e difficile da raggiungere e visitare, oltre che impossibile da utilizzare per alcun tipo di attività.
Il motivo principale che ha determinato lo stato di abbandono della Torre e che ne continua a renderne difficile l’utilizzo è il suo isolamento rispetto all’asse urbano principale costituito dalla strada litoranea.
È per questa ragione che il suo recupero passa necessariamente attraverso un intervento di riqualificazione esteso a tutta l’area su cui essa insiste, e non può prescindere dal coinvolgimento della antistante Villa Fuortes.
Il progetto prevede la modellazione morfologica dell’area che, definendo un nuovo sistema di accessi, la colleghi al resto del percorso trasformandola in un vivo punto di riferimento per tutto il lungomare.
La modellazione del terreno, nell’assoluto rispetto della roccia calcarea esistente, recupera l’originaria quota di attacco a terra della Torre e definisce un sistema di risalita dalla strada costituito da terrazze pavimentate, rampe, scalinate e affacci, che consentono di passeggiare, sostare, godere del panorama a 360° sul mare e sul territorio circostante; queste zone pavimentate, alternate ad aree verdi che nell’insieme creano un vero e proprio giardino sul mare, diventano qua e là delle piccole piazze ideali per ospitare manifestazioni all’aperto come rappresentazioni teatrali, piccoli concerti, mostre, sagre, ecc.
L’interno della Torre è costituito da un ambiente circolare voltato a cupola del diametro di 8,40 m, a cui si accede attraverso tre ingressi (uno orientato a nord, uno a sud e uno a est) che lo collegano direttamente con l’esterno. La muratura, dello spessore di circa 4 metri, ospita, in corrispondenza dell’ingresso a nord, una scala in pietra che conduce alla sommità dell’edificio.
Lo spazio così configurato risulta idoneo per ospitare al suo interno attività di tipo museale e culturale.
Il progetto propone quindi un suo utilizzo per mostre temporanee, piccole conferenze o incontri di varia natura.
Il progetto prevede inoltre la sistemazione della copertura attraverso la realizzazione di un pavimento ligneo, la chiusura del lucernaio centrale con un vetro, e l’installazione di una ringhiera di protezione, al fine di creare una terrazza panoramica accessibile attraverso la scala interna.
Le potenzialità del monumento della Torre e del progetto di riqualificazione possono trasformare quest’ area di S. Maria di Leuca in un importante polo culturale che possa inserirsi in un più ampio circuito regionale, attualmente in fase di realizzazione in altre città della Puglia, che riesca concretamente a costruire una rete di divulgazione della cultura del mare e della navigazione tradizionale.
Per l’intero complesso è previsto un misurato sistema di illuminazione indispensabile per esaltare le caratteristiche morfologiche del terreno e quelle architettoniche del monumento, dando visibilità e riconoscibilità all’intero complesso.
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