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Approfondimenti

Usura: «Nel Salento situazione drammatica»

La Fondazione San Giuseppe Lavoratore opera in tutto il Salento, da Brindisi a Santa Maria di Leuca  per la Consulta nazionale delle fondazioni e associazioni antiusura italiane “Giovanni Paolo II”. Elio Romano: «Attenti al vicino di casa che diventa affettuoso e generoso, con apparente interesse e poi, attraverso condizioni capestro, diventa l’usuraio della porta accanto»

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Cresce l’esposizione delle piccole e medie imprese salentine con l’eccessivo ricorso ai prestiti bancari (clicca qui per l’analisi in esclusiva di Davide Stasi dell’Osservatorio economico Aforisma). La crisi prima e la pandemia poi hanno bloccato la circolazione di denaro mettendo in ginocchio tante famiglie: l’humus ideale per l’espansione di  un fenomeno pericolosissimo come quello dell’usura.


Un rischio personale e sociale contro il quale combatte la Consulta nazionale delle fondazioni e associazioni antiusura italiane “Giovanni Paolo II”.


La Consulta, da Statuto «è una associazione volontaria di Fondazioni e Associazioni antiusura (regionali, provinciali o comunali) che si costituisce secondo esplicita motivazione cristiana nell’ambito di una azione di promozione umana della Chiesa Cattolica Italiana e delle direttive della C.E.I.».


Si ispira statutariamente al principio della solidarietà cristiana e si propone di animare in forma organica, nell’ambito delle diocesi italiane, un’attività sociale e pastorale legata alla problematica dell’usura e dell’indebitamento delle famiglie, di suscitare il volontariato e l’associazionismo indirizzandolo alla costituzione di associazioni e/o fondazioni antiusura, laddove mancano, e di costituire una rete operativa che sia capace di rilevare e comprendere il problema e contrastarlo. Per raggiungere tale scopo, promuove presso tutte le Fondazioni che si riconoscono in essa un orientamento comune per un lavoro coerente e una rappresentatività nei confronti delle Istituzioni Civili ed Ecclesiali, dei mass-media e delle diverse realtà, emanazioni o non delle istituzioni centrali e locali, che si occupano di questa diffusa piaga sociale.


LA FONDAZIONE DIOCESANA SAN GIUSEPPE LAVORATORE


Della rete fa parte, per tutto il Salento, la Fondazione diocesana anti usura “San Giuseppe Lavoratore”.


Elio Romano


Ad illustrarci il lavoro della fondazione il presidente Elio Giuseppe Romano, magistrato in pensione che ha ricoperto, tra gli altri incarichi, quello di presidente della Corte d’Assise e presidente del Tribunale di Sorveglianza: «La Fondazione è stata costituita nel febbraio del 2007 su iniziativa di Mons. Domenico Umberto D’Ambrosio, Arcivescovo Metropolita del tempo. È riconosciuta a carattere nazionale perché rientrante per scopi, costituzione, ecc., nelle Fondazioni antiusura contemplate dalla legge numero 108/1996. Grazie all’impegno di persone con particolari competenze (volontari o soci), svolge attività di consulenza, rispondendo ad esigenze di solidarietà umana o bisogni sociali. Dispone di un fondo garanzia e di un  fondo di solidarietà, quest’ultimo accantonato presso il Ministero degli Interni ed è destinato a titolo di risarcimento a chi ha subito danni, alla persona o alla propria impresa, a causa del racket o dell’usura. Non è destinato a società di capitali né a società commerciali ma a persone, famiglie o società familiari, i cosiddetti “piccoli imprenditori” contemplati nell’Art. 1 della legge fallimentare. Se questi versano in condizioni di attuale soggezione all’usura o corrono il rischio di incorrerci, possono beneficiare del contributo dal Fondo di solidarietà oltre che dell’assistenza che la nostra fondazione contempla, attraverso il sottoscritto (ex magistrato), alcuni avvocati, un commercialista ed altre persone con competenze specifiche. In tutto siamo una ventina di volontari. La fondazione può inoltre costituirsi parte civile nei processi che coinvolgono persone usurate che abbiano subito violenze o minacce per non essere riuscite a ripianare il debito contratto».


L’USURA NEL SALENTO


Quello dell’usura è un fenomeno che riguarda tristemente anche la nostra provincia.  Romano delinea i confini del fenomeno: «La realtà del territorio salentino è drammatica. Come è stato detto e scrittola redazione della Guardia di Finanza e dell’Anticrimine a cui ha fatto riferimento il presidente della Corte d’Appello nell’inaugurazione dell’anno giudiziario») l’usura si è estesa non solo come tipologia ma anche come qualifica soggettiva. Innanzitutto bisogna star attenti al vicino di casa che diventa affettuoso e generoso, con apparente interesse ma poi, attraverso condizioni capestro, diventa l’usuraio della porta accanto. L’attività criminosa, però, non riguarda più solo l’usuraio come inteso nella tradizione “classica” alle nostre latitudini il “capoccione” del paese per intenderci»), oggi coinvolge e arricchisce le organizzazioni criminali».


Il rapporto tra criminalità organizzata e usura pare consolidato…


«L’emergenza era prevedibile perché tutti coloro che hanno investito lavoro e denaro in imprese artigianali, commerciali e turistiche si sono trovate nei guai per mancanza di liquidità. Il problema è serio perché spesso è volentieri si tratta anche della possibilità di acquistare il pane quotidiano,  come testimoniato dall’affollamento delle mense diocesane».


Quanto pandemia, lockdown e “stallo” economico hanno aggravato la situazione?


«Non abbiamo dati sufficienti per una stima precisa. La sensazione, però, è che la situazione si sia ulteriormente aggravata, diventando ancor più delicata. Non dimentichiamo che il Salento patisce anche il fenomeno dello spopolamento con i tanti giovani costretti a rifarsi una vita altrove per mancanza di opportunità nella loro terra».


Potrebbe raccontarci qualche aneddoto che ha riguardato la nostra provincia?


«Quello dell’usura è un fenomeno sommerso e i criminali, ovviamente, si guardano bene dal farsi firmare delle cambiali o degli assegni postdatati. Semplicemente usano la forza e la violenza per costringere a pagare. In uno dei casi alla nostra attenzione, la vittima ha subito percosse e violenze dopo che gli “amici” che gli si erano avvicinati per offrire il loro sostegno interessato si sono defilati, per fare spazio a chi usa maniere assai più spicce per riscuotere il credito. In un altro caso vi è l’aspetto paradossale di quella forma di riconoscenza nei confronti dell’usuraio che ha fornito la liquidità nel momento del bisogno. Così una persona ogni volta che esce dall’ufficio postale dove ha percepito la pensione, la consegna in pratica al suo aguzzino. Non certo con il sorriso ma quasi con una forma di devoto riconoscimento…».


Altro particolare importante che riguarda le vicende di cronaca legate all’usura: «Spesso hanno come scenario naturale quei centri dove storicamente è maggiormente radicata la criminalità organizzata, quindi il Nord Salento come la fascia centrale o il sud ovest della provincia. Spesso, infatti, l’usura arriva a corollario delle attività criminali mirate alle estorsioni, al controllo del mercato della droga. Ma nessuno si senta al sicuro perché l’allarme è generalizzato su tutto il territorio».

WELFARE MAFIOSO DI PROSSIMITÀ E L’USURAIO DELLA PORTA ACCANTO


Roberto Saviano ha parlato di “welfare mafioso di prossimità”, ovvero quel sostegno attivo alle famiglie degli esercenti attività commerciali e imprenditoriali in difficoltà o in crisi di liquidità in cambio di “future connivenze”, con la non remota possibilità di infiltrarsi ulteriormente nel tessuto economico. Da noi avviene lo stesso o trattasi di una sorta di “usura di vicinato”?


«Laddove ci sono grosse aziende, il gruppo criminale organizzato mira a dare tutto l’aiuto possibile a chi è in difficoltà nell’affrontare le commesse, le consegne e le altre spese  quotidiane fino a risucchiare per intero l’attività ed impadronirsene. Da noi l’economia è soprattutto alimentata da piccole o piccolissime imprese, per cui la forma di estorsione ha più una caratteristica individualizzata, legata al gruppo o alla persona, a chi gestisce la piccola bottega, il piccolo esercizio commerciale e non ce la fa più ad andare avanti».


Cosa dovrebbe fare lo Stato per rendere più agevole ed immediato l’aiuto agli usurati?


«Snellire la burocrazia anche per l’accesso al sostegno bancario utilizzando proprio la mediazione delle fondazioni, ovviamente con i dovuti controlli. I tempi di intervento sono elefantiaci ma chi è in difficoltà ha bisogno di un intervento immediato. Bisogna creare un sistema più agile, diretto e pronto che potrebbe essere assimilabile, ad esempio, al microcredito. Indispensabile attivare nuove forme di sostegno, sulla falsa riga dei ristori che lo Stato sta sperimentando».


«RIVOLGETEVI AL CENTRO ASCOLTO E CHIEDETE AIUTO»


Il centro ascolto della Fondazione è ospitato dalla Parrocchia San Giovanni Battista nel Quartiere Stadio (Zona 167), in via Novara a Lecce


Come deve fare una vittima di usura per richiedere  aiuto?


«Basta rivolgersi al centro ascolto ospitato dalla Parrocchia San Giovanni Battista nel Quartiere Stadio (Zona 167), in via Novara a Lecce, per attivare tutto il percorso che porta al coinvolgimento della Fondazione e quindi della Consulta Nazionale anti usura.


Questo vale per la piaga dell’usura così come per quella del gioco d’azzardo anch’essa molto diffusa e per certi versi strettamente connessa allo strozzinaggio.


Quello a cui puntiamo è formare una rete diffusa su tutto il territorio che coinvolga anche i parroci, i sindaci, le associazioni di volontariato ed ovviamente i centri di ascolto disseminati in tutto il Salento.


Nei prossimi gironi metteremo a disposizione anche un sito internet ed un numero di telefono a cui rivolgersi».


Che consiglio darebbe a chi rischia di cadere nella trappola dell’usura?


«Di esternare e manifestare lo stato di disagio morale, economico, finanziario e familiare, presentandosi alla fondazione ed affidandosi ai centri di ascolto per avviare tutto l’iter per poter ricevere sostegno»


Giuseppe Cerfeda


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Santu Pati, il Capodanno contadino del Salento

Il 17, 18 e 19 gennaio a Tiggiano la Festa di Sant’ippazio, patrono del piccolo borgo medievale e protettore della virilità e della fertilità maschile simboleggiate dall’ortaggio locale del periodo, la pestanaca, prezioso simbolo del paese e inserita dal 2004 nell’elenco nazionale PAT-prodotto agroalimentare tradizionale. Tre serate di musica, tradizione e gastronomia tipica con il Capodanno contadino del Salento. Grande festa di chiusura lunedì 19 , giorno del santo, con la fiera mercato tradizionale, il caratteristico rito dell’innalzamento dello stendardo di 6 metri portato in processione con il santo e I Calanti in concerto

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È il vero Capodanno contadino del Salento, la festa di “Santu Pati” a Tiggiano.

Si celebrerà sabato 17, domenica 18 e lunedì 19 gennaio, con un programma intriso di tradizioni antiche, di saggezza arcaica e di quelle consuetudini contadine che, tra fede e goliardia, rendevano meno duro il lavoro nei campi.

Sant’Ippazio è protettore della virilità e della fertilità maschile, simboleggiate dall’ortaggio locale del periodo, la pestanaca, la carota giallo-violacea, coltivata esclusivamente nel territorio locale, diventata prezioso simbolo di Tiggiano e inserita dal 2004 nell’elenco nazionale PAT-prodotto agroalimentare tradizionale.

Il Comune salentino è l’unico d’Italia a celebrare Sant’Ippazio e anche quest’anno lo fa dedicandogli un intenso programma di riti religiosi e civili, una festa di devozione con grandi appuntamenti di intrattenimento per tutti.

Organizzata dal Comitato Festa Patronale della Parrocchia di Tiggiano con il patrocinio della Provincia di Lecce e del Comune di Tiggiano, in collaborazione con PugliArmonica, si svolge nel centro del paese, tra la Chiesa Madre Sant’Ippazio, Piazza Olivieri, Via Sant’Ippazio e Piazza Mario De Francesco.

Sabato 17 gennaio, alle 19, apertura dei festeggiamenti con accensione dei bracieri monumentali, al suono della Banda di Matino “V. Papadia”, e poi al via la prima delle tre serate di Capodanno contadino, a cura del Comitato Feste, con prodotti tipici e piatti tradizionali, come la paparotta, la “merenda contadina” di una volta, una minestra povera ma molto sostanziosa fatta di rape, piselli, pezzi di pane soffritto.

Alle ore 21 arriva anche l’intrattenimento in musica, in piazza Mario De Francesco, con Alta Frequenza Live Show.

Si entrerà nel vivo domenica 18.

Seconda serata per il Capodanno contadino e, dalle 21, la musica diventa colonna sonora di questa grande celebrazione del santo patrono, con Shocchezze in concerto.

Grande festa di chiusura lunedì 19 gennaio, giorno del santo, con un ricco programma di appuntamenti civili e religiosi tra cui, dalle ore 6 alle 13, la Fiera Mercato tradizionale, arricchita tra l’altro dalla musica del Concerto Bandistico Municipale Città di Taviano alle ore 9.

Alle ore 15 uno dei momenti più simbolici e caratteristici di questa festa, il pittoresco innalzamento dello stendardo di 6 metri, legato a un drappo rosso, portato in processione con la statua del santo. L’appuntamento con le diverse squadre di portatori è sul sagrato della chiesa, per contendersi l’onore di portare la statua e lo stendardo.

Una vera e propria contrattazione, che si conclude con un pittoresco rullo di tamburi e l’uscita dello stendardo, mantenuto in posizione parallela al suolo per tutto il tragitto, dalla chiesa del santo patrono fino alla chiesetta dell’Assunta, dove poi sarà issato con un solo e deciso gesto dal portatore, che assicura così al paese ai cittadini un’annata prospera e un raccolto generoso.

Una vera e propria prova fisica, salutata dalle campane e dagli applausi dei presenti, assiepati ai lati delle strade, che culmina nella processione accompagnata dalla banda e dai fuochi d’artificio.

Alle ore 18 di lunedì 19 gennaio la Solenne Concelebrazione Eucaristica presieduta da Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento-S.Maria di Leuca. Poi, dalle 19, la continuazione del Capodanno contadino e, alle 20,30, il concerto de I Calanti, storica formazione di musicisti e ballerini che rinnovano una tradizione musicale di famiglia raccontando in musica la cultura e le tradizioni popolari del Salento.

Finale con lo spettacolo di fuochi d’artificio.

LA PESTANACA DELLA VIRILITÀ

Tiggiano è incastonato in un paradiso naturale, tra distese di grano e terra rossa, antiche pagghiare e masserie cinquecentesche, che ha incantato anche l’attrice premio Oscar Helen Mirren che, con suo marito, il regista Taylor Hackford, qui ha messo su casa, un buen retiro italiano, dove vivono circa sei mesi l’anno.

In questo piccolo comune (diventato un caso per l’aumento di popolazione, in controtendenza rispetto agli altri paesini del Sud) a dettare il tempo è ancora il ritmo del calendario agricolo, della vita contadina di una volta.

Non a caso anche la devozione per il patrono qui passa per un ortaggio, la pestanaca.

Cara al santo, la gustosa carota, sempre presente a pranzo e a cena, insieme a finocchi, carote, sedano, per un colorato miscuglio di subbrataula, è l’ortaggio simbolo del patrono della virilità e della fertilità maschile, taumaturgo, invocato contro l’ernia inguinale degli uomini.

La tradizione vuole che, ambasciatrici e intermediarie per vocazione, siano le donne a farsi da tramite perché il santo interceda e guarisca i mali degli uomini: con discrezione, strofinano la statua di Sant’Ippazio con un fazzoletto, lo stesso che passeranno poi sulla parte da guarire dell’uomo di casa interessato.

Per le mamme, invece, è consuetudine raccogliersi in preghiera insieme al piccolo maschietto di casa, nella chiesa di Sant’Ippazio, per evocarne la benedizione.

Fede, tradizione culinaria e rituali quasi pagani, si mescolano nei giorni della ricorrenza.

La cerimonia del santo patrono è anche un’importante vetrina commerciale, anche questa una consuetudine ereditata dalle “fere” di una volta, le fiere mercantili, appuntamenti importanti per i produttori locali.

Durante i giorni di festa, infatti, ci si ritrova davanti banchetti con “pestanache” in originali composizioni, nelle caratteristiche ceste di vimini. Un campionario di colori e genuinità, che punta alla salvaguardia della biodiversità alimentare, con la partecipazione degli agricoltori locali, fieri di fare sfoggio delle proprie produzioni.

Un ortaggio locale, quindi, per un santo mediorientale.

Il culto di Sant’Ippazio, d’origine turca, è infatti giunto insieme ai monaci basiliani nel Salento, dove è per tutti semplicemente “Santu Pati”, quasi un amico, un vicino di casa, ma soprattutto un confidente, un orecchio discreto al quale confessare le preoccupazioni più intime, i timori più nascosti, certi di trovare sempre ascolto e comprensione.

IL PROGRAMMA RELIGIOSO

10 – 18 GENNAIO – NOVENA

Ore 18:00 Celebrazione Eucaristica e Novena in Chiesa Madre

DOMENICA 18 GENNAIO – VIGILIA

Ore 18:00 – Chiesa Madre Celebrazione Eucaristica vigiliare e Novena

Ore 19:00 – Chiesa Madre Concerto dell'”Artistica Inclusione” della scuola di musica “W.A. Mozart” – direttore M. Antonio Mastria

LUNEDÌ  19 GENNAIO – SOLENNITÀ DI SANT’IPPAZIO

Ore 8:00 – 9:30 – 11:00 Celebrazioni Eucaristiche in Chiesa Madre

Ore 16:00 Inizio della processione secondo il seguente itinerario: Chiesa madre – via S. Ippazio – via V. Veneto – via XXIV Maggio – via del Mare – via Diaz – via Mazzini – Via M. di via Fani – via Volta – via Filzi – via Oberdan – via Battisti – via Solferino – via Petrarca – via V. Veneto – via Roma – p.zza Roma – via Cortina – p.zza M. De Francesco – via S. Ippazio – Chiesa Madre.

Al termine della processione, sul sagrato della Chiesa Madre, per la prima volta il Sindaco consegnerà le chiavi del paese al Santo Patrono

Ore 18:00 Concelebrazione Eucaristica presieduta da Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento – Santa Maria di Leuca

IL PROGRAMMA CIVILE

SABATO 17 GENNAIO

Ore 19:00 – Via Sant’Ippazio

Apertura del capodanno contadino con l’accensione dei bracieri monumentali.

Stand gastronomici con prodotti tipici.

BANDA DI MATINO “V. PAPADIA” IN CONCERTO

Ore 21:00 – Piazza Mario De Francesco

ALTA FREQUENZA LIVE SHOW

DOMENICA 18 GENNAIO

Ore 21:30 – Piazza Carmine Olivieri

SHOCCHEZZE IN CONCERTO

Stand gastronomici con prodotti tipici

LUNEDÌ 19 GENNAIO – FESTA PATRONALE

Ore 6:00 – 13:00 – Vie centrali

Tradizionale Fiera mercato di Sant’Ippazio

Ore 9:00 – Vie centrali BANDA DI TAVIANO – GIRO MUSICALE

Ore 15:00 – Sagrato Chiesa Madre Tradizionale

Asta del Santo e dello stendardo

A seguire processione per le vie del paese accompagnata dalla BANDA DI TAVIANO

Ore 17:00 – Sagrato Chiesa Madre

Al rientro della processione lancio dei palloni aerostatici a cura della ditta Pulli di Veglie

Ore 20:30 – Piazza Mario De Francesco I CALANTI IN CONCERTO

Stand gastronomici con prodotti tipici

Ore 22:30 – Viale stazione

Spettacolo di fuochi d’artificio a cura della ditta Dario Cosma di Arnesano, donato dalla famiglia De Francesco Pietro

Luminarie a cura della ditta Arte e Luce di Scorrano.

Luna Park in Piazza Cuti.

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Approfondimenti

Lupini, carrubi e fichi i migliori figli spuri della terra salentina

Non c’è che dire, ieri, in un modello esistenziale più semplice, si aveva interesse, e attenzione, anche per beni “poveri” ma, con ciò, non meno utili di altri; oggi, il concetto di valore si è in certo senso ripiegato su se stesso e finalizzato a obiettivi e orizzonti di tutt’altra stregua, fra cui miraggi a portata di mano…

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di Rocco Boccadamo

Sono frutti, prodotti, derrate, cui, adesso, si annette rilievo scarso, se non, addirittura nullo; si è quasi arrivati a ignorarne l’esistenza, la cura e l’uso.

Sulla scena delle risorse agricole locali, resistono appena, con alti e bassi, le granaglie, le olive, l’uva, gli agrumi, gli ortaggi e/o verdure.

Lupini, carrube e fichi sono, insomma, divenuti figli minori e spuri della terra, le relative coltivazioni appaiono rarefatte e, di conseguenza, i raccolti trascurati o abbandonati. Mentre, sino alla metà del ventesimo secolo ma anche a tutto il 1960/1970, rappresentavano beni indicativi per i bilanci delle famiglie di agricoltori e contadini ed elementi di non poco conto per le stesse, dirette occorrenze alimentari.

I primi, della sottofamiglia delle Faboidee, al presente richiamati solo sulla carta e nelle enciclopedie come utili ai fini della decantata “dieta mediterranea”, si trovavano diffusi su vasta scala, specialmente nelle piccole proprietà contadine attigue alla costiera, fatte più di roccia che di terra rossa, si seminavano automaticamente e immancabilmente senza bisogno di soverchia preparazione del terreno, né necessità di cure durante il germoglio e la crescita delle piante, dapprima in unità filiformi, poi robuste e ben radicate sino all’altezza di metri 1 – 1,50, recanti, alla sommità, rudi baccelli contenenti frutti a forma discoidale, compatti, di colore fra il giallo e il beige – biancastro.

Al momento giusto, le piante erano divelte a forza di braccia e sotto la stretta di mani callose e affastellate in grosse fascine o sarcine. A spalla, i produttori trasportavano quindi tale raccolto nel giardino o campicello, con o senza aia agricola annessa, più prossimo alla casa di abitazione nel paese, lasciandolo lì, sparso, a essiccare completamente sotto il sole.

Dopo di che, avevano luogo le operazioni di separazione dei frutti dai baccelli e dalle piante, sotto forma di sonore battiture per mezzo di aste e forconi di legno. Diviso opportunamente il tutto, con i già accennati discoidi, si riempivano sacchi e sacchetti.

Il prodotto, in piccola parte, era conservato per le occorrenze, diciamo così, domestiche: previa bollitura e aggiuntivo ammorbidimento e addolcimento con i sacchetti tenuti immersi nell’acqua di mare, i lupini diventavano una sorta di companatico o fonte di nutrimento di riserva e, in più, servivano ad accompagnare i “complimenti”, consistenti in panini, olive, sarde salate, peperoni e vino, riservati, in occasione dei ricevimenti nuziali, agli invitati maschi. Invece, l’eccedenza, ossia la maggior parte del raccolto, era venduta a commercianti terzi.

°   °   °

Le carrube sono i favolosi e bellissimi pendagli, color verde all’inizio e marrone sul far della maturazione, donatici dagli omonimi maestosi alberi, taluni di dimensioni monumentali, tutti affascinanti.

Anche riguardo alle carrube, non si pongono attenzioni particolari, salvo periodiche potature delle piante, i frutti si raccolgono, al momento, purtroppo, da parte di pochi, attraverso tocchi con aste di legno, un’operazione denominata abbacchiatura, come per le noci.

Il prodotto, copioso e abbondante ad annate alterne e riposto in sacchi di juta, oggi è indirizzato esclusivamente alla vendita a terzi; al contrario, in tempi passati ma non lontanissimi, le carrube, dopo l’essiccazione al sole, erano in parte abbrustolite nei forni pubblici del paese e, conservate in grossi pitali in terracotta, insieme con le friselle e i fichi secchi, componevano le colazioni e, in genere, i frugali pasti in campagna dei contadini.

Piccola nota particolare, d’inverno, poteva anche capitare di grattugiare le carrube e, mediante la graniglia così ottenuta mescolata con manciate di neve fresca (beninteso, nelle rare occasioni in cui ne cadeva), si realizzava un originale e gustoso dessert naturale e sano.

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I fichi, al momento, purtroppo, lasciati, in prevalenza, cadere impietosamente ai piedi degli alberi, erano, una volta, oggetto di una vera e propria campagna di raccolta, ripetuta a brevi intervalli in genere sempre nelle prime ore del mattino, con immediato successivo sezionamento (spaccatura) dei frutti e disposizione dei medesimi su grandi stuoie di canne, “cannizzi”, e paziente fase di essiccazione sotto il sole.

Allo stesso modo delle carrube, in parte erano poi cotti nei forni e andavano a integrare le fonti dell’alimentazione famigliare, in parte erano somministrati agli animali domestici, in parte, infine, erano venduti.

Soprattutto, se non proprio, per i fichi, le famiglie avevano l’abitudine, in luglio e agosto, di spostarsi fisicamente dalle case di abitazione nel paese, nelle piccole caseddre di pietre situate nelle campagne, cosicché si risparmiavano le ore occorrenti per l’andata e il ritorno di ogni giorno a piedi e avevano, in pari tempo, agio di attendere direttamente e più comodamente a tutte le fasi della descritta raccolta.

Non c’è che dire, ieri, in un modello esistenziale più semplice, alla buona e intriso di spontanea connaturata operosità, si aveva interesse, e attenzione, anche per beni “poveri” ma, con ciò, non meno utili di altri; oggi, il concetto di valore si è in certo senso ripiegato su se stesso e finalizzato a obiettivi e orizzonti di tutt’altra stregua, fra cui miraggi a portata di mano.

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Illuminare balconi e terrazzi: idee d’effetto anche per chi non ha il giardino

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Luci Natalizie

L’illuminazione esterna durante il periodo delle festività rappresenta un gesto di condivisione della gioia e un modo per estendere il calore domestico oltre le mura dell’abitazione. Spesso si crede che la creazione di allestimenti luminosi d’impatto sia un privilegio riservato a chi possiede ampi giardini, ma balconi e terrazzi, anche se di piccole dimensioni, offrono opportunità creative straordinarie. Con un’attenta pianificazione e l’utilizzo di soluzioni adatte, è possibile trasformare questi spazi in veri e propri palcoscenici luminosi. L’impiego strategico delle lucine di Natale è fondamentale per infondere magia e visibilità anche negli angoli più ristretti.

La sicurezza e la scelta dei materiali

Prima di procedere con qualsiasi allestimento luminoso esterno, è imperativo considerare gli aspetti legati alla sicurezza e alla durabilità. L’uso di prodotti certificati e specificamente contrassegnati per l’uso in esterni (con grado di protezione IP adeguato, generalmente IP44 o superiore) è essenziale per resistere all’umidità, alla pioggia e alle variazioni termiche. È altresì prudente optare per soluzioni a basso consumo energetico, come le luci LED, che non solo garantiscono una lunga vita operativa ma riducono anche l’impatto sulla bolletta elettrica. La scelta di alimentatori e prolunghe anch’essi resistenti alle intemperie assicura che l’installazione sia stabile e priva di rischi.

L’arte di definire i contorni

L’illuminazione efficace di un balcone o di un terrazzo si basa sulla capacità di definire e valorizzare i contorni dello spazio disponibile. Invece di installare le luci in modo casuale, è opportuno concentrarle lungo le ringhiere, le cornici delle finestre o i bordi del pavimento. Le catene luminose disposte orizzontalmente lungo la ringhiera creano un effetto visivo ordinato e accogliente, che demarca elegantemente lo spazio. Per un effetto più sontuoso e stratificato, si possono utilizzare le stalattiti luminose o le tende di luci, facendole scendere verticalmente dalla parte superiore del balcone. Queste soluzioni offrono una densità luminosa immediata e trasformano la facciata dell’edificio in una vera e propria tela festiva.

Sfruttare la verticalità e gli elementi esistenti

Nei piccoli terrazzi, la verticalità è la chiave per massimizzare l’impatto senza sacrificare lo spazio calpestabile. È possibile decorare le pareti esterne, se consentito dal regolamento condominiale, con reti luminose che simulano un effetto di cielo stellato o con motivi sagomati a tema festivo. I vasi e le fioriere esistenti possono diventare parte integrante dell’allestimento: luci a batteria possono essere posizionate all’interno dei vasi o avvolte attorno alle piante sempreverdi. L’utilizzo di rami luminosi inseriti in fioriere decorative offre un’alternativa sofisticata all’albero tradizionale, creando punti luce alti e sottili che non occupano spazio in larghezza.

L’uso di elementi decorativi a pavimento

Anche se lo spazio è limitato, è possibile introdurre elementi luminosi a pavimento che aggiungano profondità e magia. Le lanterne da esterno, alimentate a batteria o con candele a LED, possono essere posizionate negli angoli o vicino alla porta d’ingresso. Queste lanterne offrono una luce calda e diffusa che evoca un senso di intimità e accoglienza. Un’altra idea d’effetto è l’utilizzo di proiettori laser o LED a tema festivo, che proiettano fiocchi di neve o figure natalizie direttamente sulla parete esterna dell’edificio. Questa soluzione crea un grande impatto visivo con un ingombro fisico minimo.

Colore e temperatura: la scelta del tono emotivo

La temperatura del colore delle luci natalizie ha un’influenza decisiva sul tono emotivo dell’allestimento. Le luci bianco caldo, che tendono al giallo, sono preferite per creare un’atmosfera tradizionale, accogliente e rassicurante, che ricorda il tepore dei focolari. Al contrario, le luci bianco freddo o quelle blu e viola creano un effetto più moderno, glaciale ed elegante. Per un risultato armonioso, è generalmente consigliato non mescolare troppe temperature di colore diverse nello stesso spazio. La coerenza cromatica è essenziale per evitare un effetto caotico e per rafforzare la sensazione di ordine e cura nell’allestimento.

Soluzioni pratiche per l’alimentazione

Nei balconi dove le prese elettriche esterne sono insufficienti o assenti, le soluzioni a batteria o a energia solare sono una risorsa preziosa. Le catene luminose a batteria, spesso dotate di timer incorporato, consentono di programmare l’accensione e lo spegnimento, ottimizzando il consumo e liberando l’utente dall’onere di collegare o scollegare le luci ogni sera. I pannelli solari, sebbene meno performanti nelle brevi giornate invernali, sono ideali per i punti esposti al sole, offrendo una soluzione ecologica e totalmente autonoma dal punto di vista energetico. L’attenzione alla praticità operativa è fondamentale per assicurare che l’allestimento luminoso sia fonte di gioia e non di stress gestionale.

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