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Alessano

Amplia abusivamente un fabbricato: denunciato 40enne ad Alessano

Un uomo di 40 anni è stato segnalato all’autorità giudiziaria dai forestali di Tricase per violazione del Testo Unico delle disposizioni legislativa e dei regolamenti in materia edilizia

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Aveva deliberatamente deciso di allargare la sua abitazione, senza alcun titolo edilizio che glielo concedesse.


Un uomo di 40 anni, ad Alessano, è stato denunciato all’autorità giudiziaria dai carabinieri forestali di Tricase.


E’ accusato di aver violato l’articolo 44, comma primo alla lettera B, del decreto del presidente della Repubblica numero 380 del 2001: il Testo Unico delle disposizioni legislativa e dei regolamenti in materia edilizia.


Durante un sopralluogo, i militari hanno appurato che il 40enne, su un fabbricato allo stato rustico di circa 38 metri quadri, aveva realizzato un ampliamento abusivo per un aumento volumetrico di circa 142,73 metri cubi.

Era stata operata quella che i carabinieri hanno definito “una consistente variazione essenziale e trasformazione permanente dello stato dei luoghi”. Lavori, insomma, per i quali è obbligatorio ottenere preventivamente titolo edilizio.


Pertanto, prima che le conseguente del reato fossero protratte o aggravate, i forestali hanno avvisato l’autorità giudiziaria e posto lo stabile sotto sequestro.


Alessano

Alessano: gattino ucciso e abbandonato in un secchio

La denuncia: «All’interno di un secchio era deposta la carcassa di un gatto, avvolta da una busta perforata in più punti. Vicino, anche un guanto ed uno strato di cellophane»

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Macabro ritrovamento ad Alessano. Ce lo segnala un nostro lettore, Francesco Bello che racconta la sua disavventura. «Durante la consueta passeggiata con i miei amici a quattro zampe, l’ennesimo rinvenimento funesto. A comprovare ancora, un’enigmatica ed occulta violenza sugli animali. Poco più di un mese fa, sempre nel borgo alessanese», ricorda Francesco, «mi era capitato di assistere un gattino morente, il quale riversava sul ciglio di un marciapiede, nell’indifferenza ed insensibilità più totali».

Nell’ultimo caso di specie, «per merito del mio Ugo e del suo fiuto infallibile al netto della sue 16 primavere annesse ad evidenti malanni, mi son ritrovato dinanzi a dei segni indecorosi, quasi certamente brutali gesti consumati ai danni di un felino».

In particolare, nei pressi di una strada secondaria del paese, «all’interno di un secchio era deposta la carcassa di un gatto, avvolta da una busta perforata in più punti. Vicino, anche un guanto ed uno strato di cellophane. Probabilmente, strumentazione integrata e/o strumentale alla violenta dinamica avvenuta. Rattristato da quanto constatato, ho fatto ricorso all’unica opzione ammessa, vale a dire, allertare le autorità competenti e per segnalare l’accaduto e per provvedere alla rimozione dell’animale ucciso».

Ciò detto, resta un esteso alone di mistero sulle recenti vicende alessanesi, «perpetrate a discapito di innocenti ed incolpevoli animali e paradigmatiche di arcana, enigmatica ed allarmante ferocia di matrice umana».

In ultimo, Francesco si lascia andare ad una doverosa e genuina riflessione: «Quello che potrebbe essere un auspicio di semplice esecuzione e di spicciola pretenziosità, fa fatica a trovare una giusta ed adeguata rispondenza nella realtà. Considerato il generico proliferare dell’aggressività in tutte le sue sfaccettature, ridondante nostro malgrado in qualsiasi contesto, dai social ad esempi più tangibili come l’episodio qui riportato. Il rispetto per ogni creatura del creato, in primo luogo verso gli ultimi, i deboli siano essi appartenenti al genere umano siano essi appartenenti al regno animali, dovrebbe essere la forza motrice, il faro rifulgente di valori, compassione e progresso su cui fondare ed animare ogni società o più propriamente l’agire umano».

Del resto, uno dei precetti (firmato Dalai Lama) quale pietra miliare, valevole per tutti a prescindere da credenze e/o affiliazioni filosofico-religiose, è il seguente: «Il nostro primo scopo in questa vita è di aiutare gli altri. E se non puoi aiutarli, almeno non ferirli». Troppo utopistico?

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Alessano

GAL Capo di Leuca: obiettivo raggiunto

La spesa pubblica complessiva sostenuta dal GAL Capo di Leuca è di oltre quattro milioni di euro, in linea con il 55% previsto nel Piano di Azione Locale in corso di attuazione. Il presidente Antonio Ciriolo: «Risultato eccellente»

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Il Gruppo di Azione Locale “Capo di Leuca” s.c. a r.l. comunica che il 31 dicembre scorso ha trasmesso alla Regione Puglia i risultati conseguiti in termini di utilizzo delle risorse finanziarie a valere sul Programma LEADER, la cui attuazione è coordinata dall’Assessorato all’Agricoltura della Regione Puglia. Dalle risultanze è emerso un dato importantissimo: il raggiungimento dell’obiettivo di spesa assegnato dalla Regione per l’attuazione del Programma LEADER. L’obiettivo per tutti i GAL pugliesi, per l’anno 2021, è stato fissato nel 55% della spesa (quota pubblica) prevista nel Piano di Azione Locale in corso di attuazione.

La spesa pubblica complessiva sostenuta dal GAL Capo di Leuca è di oltre quattro milioni di euro.

Un risultato degno di nota, ottenuto in un periodo difficile a causa della pandemia da virus COVID-19, che ha reso tutto particolarmente complicato, al cui conseguimento hanno contribuito i 22 Comuni dell’area di intervento del Programma LEADER: Alessano, Alliste, Casarano, Castrignano del Capo, Corsano, Gagliano del Capo, Matino, Melissano, Miggiano, Montesano Salentino, Morciano di Leuca, Patù, Presicce-Acquarica, Racale, Ruffano, Salve, Specchia, Taurisano, Taviano, Tiggiano, Tricase e Ugento e le aziende private che hanno presentato, nei termini fissati dal GAL, le relative domande di pagamento.

Per il Presidente del Consiglio di Amministrazione, Antonio Ciriolo (nella foto grande in alto insieme al direttore Giosuè Olla Atzeni) si tratta di «un risultato eccellente, del quale va dato merito a quanti operano per la crescita economica e sociale del comprensorio, rappresentata in primis dal Consiglio di Amministrazione e dalla struttura tecnica del GAL. Un ringraziamento particolare a tutte le componenti della società consortile, che ho l’onore di presiedere, dai colleghi del consiglio di amministrazione Giulio Sparascio (vice presidente), Gabriele Abaterusso, Adamo Fracasso e Fabrizio Arbace, alla struttura tecnica, guidata dal direttore Giosuè Olla Atzeni e composta dal vice direttore, Emiliano Cazzato, dalla responsabile dell’area tecnica, Arch. Sandra Branca, dagli animatori Maurizio Antonazzo, Cosimo Antonio Rizzo, Grazia Martella, Anna Casciaro e Massimiliano Nenni. Un impegno collegiale finalizzato, quotidianamente, al sostegno alle iniziative di sviluppo attuate dai Comuni e dagli operatori privati. La sintonia fra tutti i destinatari delle risorse LEADER e il GAL ha portato a questo importante risultato, che ci stimola a proseguire sulla strada intrapresa. Nei prossimi mesi la struttura operativa del GAL sarà impegnata ad assistere i beneficiari dei contributi nel completamento dei progetti ammessi a contributo e a programmare altre iniziative previste nella programmazione comunitaria, nazionale e regionale dei fondi destinati allo sviluppo del territorio di riferimento».

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Alessano

“Don Tonino? Sarebbe diventato Papa”

Il ricordo toccante di don Totò Mileti, di Cursi, classe 1931, amico storico di don Tonino

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ESCLUSIVA

di Luigi Zito

E’ Natale. Una ricorrenza anche quest’anno un po’ sbilenca, come quella dell’altro anno, segnata da una serie di spauracchi, freni e inibizioni.

Nonostante tutto è sempre forte l’annuncio trasmesso da questa festa e, oltre agli addobbi, le luci, i canti natalizi, che da soli non bastano a scaldare il cuore, il vero messaggio che dovrebbe arrivare in una società turbata, confusa e smarrita – oggi più che mai -, dovrebbe essere l’amore, l’altruismo e la carità cristiana (capisaldi della società europea).

Sono fermamente convinto che, in un periodo come quello che stiamo vivendo, il riscatto dell’essere umano debba passare attraverso alcune buone azioni compiute verso i più deboli – Dio sceglie i piccoli per confondere i sapienti – occorre alimentare quel battito d’ali che conforta e fa volteggiare il cuore, far sprigionare quella sinfonia di emozioni che bruciano attraverso il dono, e dopo, scaricare il Green Pass per la nostra coscienza cristiana.

E allora, cosa si accompagna meglio a queste incertezze se non i turbamenti di don Tonino Bello, arrivati a noi con “gli auguri scomodi” formulati ai potenti di sempre che, ancora oggi, interrogano, disarmano e pongono soggezione?

“…Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano. (…) I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio.
E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri, che è poi l’unico modo per morire ricchi.”

Ebbene, quest’anno per Natale abbiamo ritenuto opportuno farvi rivivere alcune azioni del “Prete col Grembiule” attraverso l’emozionante, vivido ricordo del “fratello nel Vangelo” che ha percorso buona parte del tragitto della sua esistenza seduto affianco, a cassetta, in un viaggio interminabile e intenso, un viaggio che ha conosciuto discese ardite e risalite, le polveri e l’altare, poste sicure e briganti dietro l’angolo, sempre pronti, armi in pugno, ad assaltare la diligenza.

«ERA IL 1950…»

«Conobbi don Tonino in prima Liceo, era il 1950, frequentavamo entrambi il seminario regionale di Molfetta...».
Don Salvatore Mileti, per tutti don Totò, classe 1931, s’illumina al ricordo. Un raggio fa capolino dal suo cuore e si stampa sul volto, è un attimo, e poi ricomincia: «Eravamo in tutto una ottantina di persone provenienti da tutta la Puglia e, naturalmente, noi leccesi legammo subito. Dopo il Ginnasio e i tre anni di liceo, per don Tonino si presentò un’occasione che ha influito non poco nella sua vita pastorale. Venne a Molfetta monsignor Baldelli, responsabile della Poa, l’attuale Caritas, in cerca di seminaristi per avviarli ad una nuova missione: essere preti operai, vicini alla gente, agli ultimi e a chi aveva bisogno. Per Tonino fù un attimo: subito accettò”.

COME FRATELLI

Questa la ferma convinzione che lo porta a perorare la causa di don Tonino e che, nonostante il bivio a cui la vita li mise di fronte, alla mia domanda, «Eravate molto uniti?”, riprende: “Eravamo come fratelli, ci incontravamo ogni anno, anche quando lui era a Bologna e, non appena se ne presentava la possibilità, stavamo insieme. Fummo ordinati sacerdoti nel 1957 e, subito dopo, io fui mandato a Poggiardo come vice parroco, lui invece ad Ugento dove ha sempre insegnato. Tonino era il centro della Diocesi, portava avanti il seminario, la cultura, la catechesi, era come un pilota nelle diverse pastorali, sia da un punto di vista culturale che pratico».

Il gomitolo dei ricordi si srotola senza nodi. Don Totò sbroglia alcune emozioni sopite e continua: «“Ti racconto un particolare affettuoso. Eravamo stati ordinati da poco sacerdoti, Tonino mi chiama e mi ordina: Totò devi venire ad Ugento, per Santa Lucia, devi parlare tu! Cercai di obiettare: ma come io!? Avevamo poca esperienza, allora non esistevano microfoni e diavolerie varie, bisognava salire sul pulpito e arringare la folla. Furbacchione lui, eh?!”».

Un lampo riga il volto di don Totò, seguito da una sonora risata. E’ un attimo, poi prosegue nel ricordo di quel singolare botta e risposta: «“Senti Totò, ti devo confidare un’altra cosa. Cos’è successo? Risposi allarmato. Niente, oggi è anche il compleanno del Vescovo. Ma si pacciu!?, lo ripresi, e mò me avvisi?», fu la pronta risposta.

LA LUCE PREMONITRICE

«Non solo», accenna il parroco nel suo racconto, accompagnato sempre dalla gioia del ricordo, «il Pontificale è nella Cattedrale di Ugento, davanti al Vescovo, ai canonici, alla folla. Racconto questo ad onore suo: avevo avuto, qualche anno prima un intervento agli occhi e rischiavo seriamente di perdere la vista, quel sermone, quella spinta a omaggiare Santa Lucia e la luce fu premonitrice. Anche allora Tonino aveva visto giusto, tanto che fino alla fine della sua esistenza non perdeva occasione per parlarmene: Totò, ti ricordi quella predica a Ugento, quando parlavi della luce?».

Un connubio fraterno, un amico del cuore che sicuramente, mi inserisco, ti avrà messo a parte di molte confidenze. Ritrova la pace e la giusta serenità e mi apostrofa: «Don Tonino era il centro in tutto quello che faceva, punto! E poi l’esperienza di Bologna l’aveva segnato, maestri come il cardinale Lercaro, momenti difficili come il ’68, l’hanno formato e portato ad abbracciare una spasmodica attenzione verso gli ultimi.
Sostengo poi che Tonino si sia rivelato da Vescovo, maturato anche grazie all’esperienza avuta a Tricase da parroco (dove rimase per tre anni prima di diventare Vescovo); l’essere vicino alla gente, testare con mano le necessità, i problemi, le cure che il popolo chiede, entrare nel vivo delle situazioni, l’ha completato. Una volta Vescovo, poi, ancora di più, ha sperimentato le esigenze delle parrocchie, le suppliche, le situazioni difficili da affrontare”.

L’ATTACCAMENTO ALLA MADRE

E poi, l’attaccamento che ha sempre avuto nei confronti della madre: «Per lui era un faro, un punto di riferimento essenziale, essenziale”, ribadisce quasi a voler convincere sé stesso prima, il lettore poi, e chi lo ascolta.
Si incupisce, mi fissa e con vigore recupera: “Beh, devo dirtelo, era la terza volta che aveva rifiutato di diventare Vescovo, di andare in Calabria. All’ennesimo richiamo di Roma, eravamo a Marina Serra, su uno scoglio, non posso dimenticarlo, alla sua domanda: che dici Totò, che devo fare?», come una nuvola uggiosa pronta a rovesciare acqua, risponde: «Sai che ti dico? Mo basta! Glielo dissi in dialetto, tanta era la mia rabbia: Se non accetti jeu te pìu a cazzotti, devi accettare! E fu così che si convinse. Lui doveva, doveva», rimarca, «essere Vescovo per quello che è stato col senno di poi. Monsignor Mincuzzi aveva scelto bene e poi, diciamocelo, Roma l’aveva posto già sotto la sua lente. Gli anni di Tricase, oltre che formativi, emozionanti, colmi di esperienze e affetti ricambiati dai tricasini, sono stati per Tonino la culla dove ha accresciuto e pasciuto la carità, l’amore per il prossimo, lo spezzare il pane».

Come le ciliegie, una esperienza tira l’altra e, una volta ritrovata la solarità, con piglio riprende: «Ero il parroco di Cursi, l’anno era il 1991. L’11 luglio ricorrevano i 350 anni dell’apparizione della Madonna dell’Abbondanza, una delle apparizioni storiche del Salento (è iscritta nel catasto onciario del ’700), lo chiamai e gli chiesi: Tonino devi venire alla novena! Non ti preoccupare, ci sarò, mi rispose. Si teneva, e si tiene tuttora, al Santuario a pochi km da Cursi: il pellegrinaggio inizia alla 5,30 di mattina, è sempre molto sentito e partecipato, arrivano da tutto il Salento e anche quella volta ci fu un mare di gente! Lui si alzò alle tre di mattina, parti da Molfetta, arrivò in tempo e tenne una omelia superlativa, fu un trionfo! Nessuno pensò di registrare l’evento ma, grazie alla Provvidenza, dieci anni dopo la morte di don Tonino, mi arriva una telefonata da un frate Cappuccino, Padre Francesco Neri, che mi confida:Don Totò abbiamo trovato l’omelia di don Tonino!”».

Si ferma un amen e prima di riprendere la storia, cava a piene mani dalla valigia dei ricordi, la apre: “Mi sono ricordato che a Cursi c’era un frate, un certo Padre Pio, innamorato della tecnologia, dei social e, dovunque andasse, si accompagnava con questi strumenti: fu grazie a lui se oggi la possiamo ricordare e leggere ancora. Presi questa omelia, la stampai e l’anno successivo, nella ricorrenza della morte di don Tonino, feci dono a tutte le famiglie di Cursi di quell’illuminato sermone».

Mancavano due anni, come sappiamo oggi, alla malattia e alla morte, come la visse? «Ero presente quando si operò, io e don Gerardo Serra, un altro caro amico, gli siamo stati vicini fino alla fine. La sofferenza l’ha vissuta coscientemente e l’ha anche accettata, però, ricordo mi diceva spesso:Totò dici ca’ me la face a mie la grazia, lu miraculu!?”».

DON AMBROGIO E GLI ACCATTONI

Si ferma rovista fra le pila di volumi depositati sulla scrivania e, dopo una certosina ricerca, mi mostra un libro: «Questo è don Ambrogio Grittani, l’ispiratore di don Tonino, è stato anche nostro professore di Liceo, per poco. Durante il suo percorso alcune esperienze di vita lo portarono a decisioni estreme: vendette tutto e dedicò il resto della sua esistenza alla cura degli accattoni. Don Ambrogio oggi è venerabile in attesa della santità, e la causa di canonizzazione la iniziammo noi: il Vescovo era Tonino, io il postulatore e l’avvocato del Diavolo, don Luca Murolo il promotore di giustizia. In Puglia», scende di un tono con la voce a rimarcare la serietà della notizia, «dopo la guerra, abbiamo avuto una piaga sociale, la più tremenda: l’accattonaggio.
Lui rinunciò a tutto per questo e così decidemmo di istruire la causa di don Ambrogio, lui che, dopo essere stato ad Assisi, dichiarò: “Mi spenderò nel campo che tutti schivano, ma che Cristo ama di più: gli accattoni”. Don Tonino aveva spillato il suo latte e, nel letto di morte, ricordando don Ambrogio, si interrogava sulla grazia e sui miracoli.
Lui amava la vita, anche se accettò di buon grado quello che gli succedeva».

IL CARDINALE MARTINI L’AVREBBE INDICATO COME FUTURO PAPA

Mi intrufolo nelle giaculatorie dei suoi pensieri: qual è il ricordo più bello che conservi dell’amico? «Io lo invoco spesso, tanto. Non manca l’amico, il confessore, manca chi in questi momenti bui avrebbe preso in mano la situazione e sarebbe andato avanti con sicurezza. Senza fantasie», sentenzia guardandomi dritto negli occhi, «il cardinale Martini avrebbe indicato lui come Papa, se la storia fosse andata diversamente. Credo che le vie del Signore siano sconosciute e infinite e, forse, serviva questo per portarlo alla soglia della santità».

Poi, quasi disgustato al ricordo che gli balena in mente, rivela: «Durante la canonizzazione c’era anche chi riottoso affermava: “Non fate la causa di santificazione per don Tonino, così rischia di diventare un santino da idolatrare e svilisce tutta la sua opera”. E’ vero, risposi, ma tutto dipende da noi. L’importante è il messaggio che noi lanciamo e oggi, ne sono certo, metterei la mano sul fuoco, quel messaggio l’ha fatto suo Papa Francesco”.

Don Tonino, affondo, era accettato, amato in quei tempi?
«Era un profeta, anche se in tanti, anche prelati, non l’hanno mai accettato! Tante volte quando periodicamente ci vedevamo, lui si confidava, dicendomi: “Totò non mi capiscono! Sembrano fole al vento. Leggi!”. E mi mise in mano una lettera della Congregazione del Culto di Roma, dove venivano criticati alcuni suoi modi di essere, di intendere il sacerdozio, ed erano tutte scelte che oggi sta perpetuando Papa Francesco».

PERTINI E LA CROCE DI LEGNO

«E poi, voglio raccontarti il fatto della croce…». Della croce? Abbozzo, sono tutto orecchi.

«Una volta i Vescovi, dopo la consacrazione, dovevano presentarsi dal Presidente della Repubblica, che all’epoca era Sandro Pertini. Tonino, a differenza degli altri vescovi, si presentò con una croce di legno al collo. Il Presidente, dopo i convenevoli, lo richiamò: “Eccellenza, ma che croce è questa!? Non ho mai visto un Vescovo con una tale croce”.
“Presidente, le piace? Ribatte Tonino. Questa è fatta con l’ulivo di Puglia e visto che ci tiene tanto gliela regalo!”. E la passo a Pertini. “Un altro aneddoto che spesso raccontava e quando lui, chiamato dal cardinale Martini a Milano, si precipitò e, al momento di officiare la Santa Messa, il cardinale gli chiese: “Ma non hai portato con te l’abito da Vescovo?”. No, fu la laconica risposta di Tonino! I canonici dovettero correre per cercare qualcosa che servisse al caso. Lui era così, schietto, sincero, badava poco alla forma ma tanto alla sostanza».

L’ANELLO DI RAME DELLA MAMMA

«E, poi», si ferma, sgrana gli occhi, mi trafigge con lo sguardo e mi interroga: «Ma tu conosci il fatto dell’anello?».
No, accenno sincero, me lo racconti. «Dunque, quella volta sugli scogli di Marina Serra quando lo minacciai se non avesse accettato la carica, gli confidai: “Tonino io sono venuto anche perché noi, 24 amici, avremmo deciso di regalarti l’anello vescovile. Abbiamo deciso, ti faremo dono di un semplice anello”. Credimi», pausa scenica, mancava solo la colonna sonora di Morricone, «crollò e mi disse: “Totò, ti devo fare una confidenza”. Tu sai che sono molto legato a mia mamma e vorrei portare al dito la sua fede. Rimasi stupefatto e sbigottito ma subito ripresi: sì, ma la fede della mamma tua, come quella di mia madre, sai chi ce l’ha, no?!
“Chi ce l’ha?” Mi chiese!
Mussolini! Ribattei (durante la guerra raccolse tutti gli ori degli italiani per profonderli alla causa bellica). “Si, è vero”, accennò. Conservo, però, la fede di rame di mia madre ed io vorrei portare quella. Bene, risposi, dove la tieni? Nel comò di casa! Lasciammo il mare e con la sua 500 ci portammo verso Alessano.
Mi consegnò quel simulacro.
Cercammo un filo di cotone per misurare la circonferenza del dito, e fu allora che mi ammonì: “Senti Totò, sai che in te ho fiducia santa, mi raccomando!”.
Va bene risposi, commosso. Nello stesso giorno la portai ad un amico orefice che la indorò e scrisse in modo minuscolo sulla fede: “I tuoi compagni di viaggio”».

Quella povera Vera l’ha accompagnato per il resto dei suoi giorni, come a segnare il suo modo di essere e di intendere la vita: povero, semplice, umile, servile, altruista, genuino, puro.

In una parola Santo.

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