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Giulio Cesare Vanini, 400 anni dopo

Un convegno internazionale a Lecce e Taurisano per celebrare il filosofo salentino

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In occasione del 400esimo anniversario della morte di Giulio Cesare Vanini (9 febbraio 1619-9 febbraio 2019), da giovedì 7 a sabato 9 febbraio si svolgerà, tra Lecce e Taurisano, il convegno internazionale di studi “Giulio Cesare Vanini: filosofia della libertà e libertà del filosofare, promosso e organizzato, con il patrocinio dell’Università di Tolosa, dal Centro Internazionale di Studi Vaniniani (CISV) insieme con la Città di Taurisano e l’Università del Salento.


Ad avvicendarsi nel corso delle tre giornate in cui si articolerà il convegno saranno alcuni dei più importanti studiosi vaniniani italiani e stranieri.


L’inaugurazione del convegno è fissata per giovedì 7 febbraio, alle ore 9, presso il Rettorato dell’Università del Salento. Dopo i saluti delle autorità, nel corso della giornata sono previste le relazioni dei docenti e dei ricercatori dell’Università del Salento. L’apertura è affidata al Prorettore Vicario Domenico Fazio (“Sessant’anni di studi su Giulio Cesare Vanini all’Università del Salento”, 9,45-10,30), dopodiché sarà la volta di Adele Spedicati (“Il fenomeno teratologico nel pensiero di Giulio Cesare Vanini”, 11-11.30), Gabriella Sava (“Il sonno e i sogni nell’opera di Giulio Cesare Vanini”,11.30-12), Ennio De Bellis (“La riflessione di Vanini sulla trattazione aristotelica del Primo Motore”, 15-15.30), Marcella Leopizzi (“Il potere taumaturgico dei Re di Francia: Giulio Cessare Vanini e la ricerca della verità”,15.30-16) e Simona Apollonio (“Vanini e il teatro elisabettiano. La messa in scena dell’Amphitheatrum aeternae providentiae”,16-16.30).


Venerdì 8 febbraio il convegno si sposterà a Taurisano, dove Giulio Cesare Vanini nacque nel 1585. Nel pomeriggio si susseguiranno gli interventi del Presidente del CISV Francesco Paolo Raimondi (“Giulio Cesare Vanini: filosofia della libertà e libertà del filosofare”,17-17.45), di Jean-Pierre Cavaillé dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi (“Vanini e le libertà dei libertini”, 17.45-18.30) e di Didier Foucault dell’Università di Tolosa (“Vanini e l’influsso degli astri”,18.30-19.15).


I lavori del convegno si chiuderanno sabato 9 febbraio, il giorno esatto del 400esimo anniversario della morte di Vanini, con le relazioni pomeridiane di Lorenzo Bianchi dell’Università Orientale di Napoli (“Note sulla fortuna di Vanini nel Settecento francese: Voltaire e Naigeon”, 17-17.45), di Miguel Benitez dell’Università di Siviglia (“Vanini tra gli increduli: il Traité sur la religion dei fratelli Lévesque”, 17.45-18.30) e del Vicepresidente del CISV Mario Carparelli (“Vanini e la tradizione ermetica”, 18.30-19). Prima però, alle ore 10 dello stesso giorno, nel corso di una cerimonia solenne, sarà deposta una corona di alloro ai piedi del monumento a Vanini realizzato dall’artista Paolo Prevedini e collocato in Piazzetta del Palazzo Vecchio.


Dopo Lecce e Taurisano, le celebrazioni per il 400esimo anniversario della morte di Vanini si sposteranno a Tolosa. Dal 17 al 19 aprile, infatti, la città dove il filosofo fu bruciato a soli 34 anni, ospiterà il convegno “L’esprit de liberté à Toulouse au temps du Parlement (1443-1790)” organizzato dall’Università di Tolosa e gemellato con quello salentino.


Così Francesco Paolo Raimondi ha sintetizzato la vita e il pensiero di Vanini.


GIULIO CESARE VANINI: LA VITA


Giulio Cesare Vanini è nato a Taurisano, verosimilmente il 20 gennaio 1585, da Giovanni Battista, intendente prima dei Gattinara e poi dei De Castro, e da Beatrice Lopez de Noguera. Tra il 1601 e il 1606 studiò a Napoli diritto e si laureò il 1° giugno 1606 davanti al Collegio dei Dottori (cfr. Vanini Iliesi, doc. XLIII) in utroque iure. Nel 1603 entrò nell’Ordine carmelitano (forse nel chiostro del Carmine Maggiore) col nome di fra’ Gabriele. Restò a Napoli fino al 1610: nel febbraio dello stesso anno, infatti, conseguì, previo esame, la licentia praedicandi. Presumibilmente nell’ottobre 1610 si trasferì a Padova, con l’intento di proseguire lo studio della teologia. Nel 1611 predicò in una chiesa veneziana “with good reputation”. Il 28 gennaio 1612 fu colpito insieme ad altri confratelli da un provvedimento disciplinare che mirava a relegarlo in uno dei conventi meridionali. Il provvedimento fu assunto dal Generale dell’Ordine, Enrico Silvio, nei confronti di un gruppo di Carmelitani che contestarono l’eccessivo rigore della sua riforma e gli abusi con cui, per restare al vertice della religione carmelitana, tentò di sopraffare le costituzioni del Caffardi. Per non restare vittima delle severe decisioni di Silvio, Vanini si recò nella vicina Venezia, ove si fermò non più di una ventina di giorni, per prendere contatto con l’Ambasciatore inglese, Sir Dudley Carleton. Questi preparò a lui e al suo confratello Giovanni Maria Ginocchio, la fuga verso l’Inghilterra, interessando della vicenda l’amico John Chamberlain e il Primate d’Inghilterra, l’arcivescovo di Canterbury George Abbot. I due frati giunsero sul suolo britannico il 20 giugno 1612 e l’8 luglio successivo pronunciarono l’abiura al cattolicesimo nella Mercers Chapel, alla presenza di un personaggio illustre come Francis Bacon. L’Abbot ospitò il Vanini nella sua  splendida dimora di Lambeth.


Purtroppo però L’Inghilterra non si rivelò la terra promessa, in cui il Vanini aveva riposto tutte le sue speranze di successo come polemista anticattolico e filo-giacobita. Ben presto il rigorismo etico e l’intransigenza del Primate inglese fece rimpiangere al Vanini il mondo cattolico. Nel gennaio del 1613 i due transfughi lamentano di essere stati ridotti in miseria. Essi tentano pertanto di riprendere i contatti con le gerarchie cattoliche per il tramite dell’ambasciatore spagnolo a Londra. Nel mese di marzo dello stesso anno fanno pervenire a Roma un memoriale in cui chiedono al pontefice l’assoluzione in foro fori (vale a dire sul piano meramente giuridico) e non in foro conscientiae (ovvero sotto il profilo della fede), la liberazione dai voti della religione del Carmelo e la concessione di vivere in abito secolare. La congregazione del Santo Uffizio si pronuncia il 22 agosto 1613: il papa Paolo V ingiunge ai due frati di comparire spontaneamente davanti al Santo Uffizio e di fare abiura dell’anglicanesimo, abbracciato l’8 luglio dell’anno precedente. Nel frattempo l’arcivescovo Abbot, scoperto il loro tentativo di rientrare in Italia, li fa arrestare (il 2 febbraio 1614) e li sottopone al giudizio della High Commission (15 febbraio 1614). Ginocchio riesce a fuggire prima della sentenza da una delle finestre di Palazzo Lambeth. Nel dubbio che il Vanini potesse fare altrettanto, Abbot lo fa trasferire nel carcere pubblico, ovvero nella Gatehouse sita sul confine occidentale della Westminster Abbey. Il filosofo rimane in prigione per 49 giorni e nella disperazione giunge fino a meditare il martirio. La soluzione viene fortunatamente dall’abile manovra dell’ambasciatore spagnolo, Diego Sarmiento de Acuña, che, incaricato da Roma di recuperare i due transfughi, riesce a guadagnare l’appoggio del sovrano Giacomo I e a far fuggire Vanini la domenica delle palme, il 23 aprile del 1614.


Ai primi di aprile dello stesso anno i due frati sono già in salvo a Bruxelles, accolti prima dall’ambasciatore spagnolo Don Felipe Cardona, machese di Guadaleste, e poi dal Nunzio Apostolico delle Fiandre, Guido Bentivoglio. Ma qui riemergono le incomprensioni con gli apparati cattolici. Per non andare incontro ad un pericoloso processo in foro conscientiae i due frati si rifiutano di abiurare l’anglicanesimo, affermando di non aver mai tradito nella intimità della coscienza la fede cattolica. Il Nunzio apostolico, dal canto suo, ordina loro di raggiungere Roma. Ginocchio obbedisce rientrando nella nativa Chiavari, presso Genova. Ma il 19 gennaio 1615 viene arrestato per ordine dell’inquisitore genovese. Incarcerato per ben tre anni, egli viene sottoposto all’abiura de vehementi. Vanini invece si reca a Parigi, ove chiede a Roberto Ubaldini, Nunzio Apostolico di Francia, il permesso di pubblicare l’Apologia pro Concilio Tridentino (opera perduta) con licenza della santa Congregazione dell’Indice. Ma il Nunzio gli suggerisce di raggiungere Roma. Vanini si guarda bene di rientrare a Roma e preferisce fermarsi a Genova, ove impartisce lezioni private al giovane Giacomo Doria, rampollo di una delle più nobili famiglie della città. Il 19 gennaio 1615, alla notizia dell’arresto di Ginocchio, lascia l’Italia e si reca a Lione, ove dà alle stampe (nel giugno 1615) la prima delle due opere pervenuteci, l’Amphitheatrum aeternae providentiae. Con il testo ritorna dall’Ubaldini nell’intento di scoprire se il Santo Uffizio ha avviato nei suoi confronti un procedimento. La risposta evasiva del Nunzio gli conferma il sospetto di essere nel mirino dei vertici ecclesiastici. Si libera definitivamente da ogni legame con la chiesa cattolica e torna a Parigi ove frequenta il gruppo dei poeti libertini che ruotano intorno alla figura di Théophile de Viau. Entra in rapporto con personaggi di primo piano sotto il profilo politico- culturale, come il Duca di Montmorency Henri II, Adrien de Montluc, Conte di Cramail, e François de Bassompierre, potente Maresciallo di Francia.


Respirando l’aria di una libertà mai prima goduta, egli dà alle stampe (il 1° settembre 1616) la sua seconda opera, il De admirandis, in cui abbassa il livello di prudenza e di cautela auto-protettiva con cui aveva scritto l’Amphitheatrum. Ad appena un mese di distanza dalla pubblicazione interviene la Facoltà di Teologia della Sorbona che condanna l’opera con la formula del donec corrigatur. Nel frattempo a Parigi la situazione politica diventa incandescente e pericolosa. Si chiude l’epoca della grande influenza dell’italianismo nella corte francese. Il lungo periodo della Reggenza di Maria de’ Medici si avvia ad una tragica conclusione. Luigi XIII esce dallo stato di minorità e rivendica il potere, scatenando una guerra civile contro la madre e contro il potere dei cattolici ultramontanisti. Il Concini e la consorte Leonara Galigai vengono assassinati. I protettori del Vanini sono in stato di allarme: per non essere compromessi, preferiscono farlo trasferire nella cattolicissima Tolosa sotto le ali protettive del Conte di Cramail. A Tolosa Vanini si cela sotto le vesti dell’oscuro Pomponio Usciglio, già nel novembre, o tutt’al più nel dicembre, 1616. Ma il 2 agosto 1618 egli viene arrestato dai Capitouls, Paul Virazel e Jean Olivier, all’età di poco più di 33 anni e mezzo. Il lungo processo si protrasse per più di sei mesi e si concluse nella giornata del 9 febbraio 1619. La sentenza fu pronunciata di primo mattino a camere riunite (la Grand’Chambre e la Tournelle), da un collegio di 19 giudici, incardinati nella Cour de Parlement di Tolosa (uno dei più prestigiosi dei tredici Parlamenti francesi).

Il testo della sentenza recita:


Sabato, 9 febbraio 1619, nella Grand’Chambre, unita alla Chambre criminelle, presenti i signori: le [Gilles Le] Mazuyer, primo presidente, de [Jean de] Bertier et [Guillaume de] Segla, anche presidenti; [Bertrand d’] Assezat, [George] Caulet, [Guillaume] Catel, [Guillaume de] Melet, [Pierre de] Barthélemy [de Gramond], [Antoine] de Pins, [Jacques] Maussac, [Jean d’] Olivier, [Jean-François] de Hautpoul, [François de] Bertrand, [Michel de] Prohenques, [Jean] de Nos, [Hérard de] Chastanet, [Charles de] Vézian, [Nicolas de] Rabaudy, [Anne de] Cadilhac.


Visto dalla Cour, le due camere riunite insieme, il processo fatto d’autorità da quelle su richiesta del procuratore generale del Re [François Saint-Félix d’Aussargues], a Pompon Ucilio, di nazione napoletano, prigioniero nella conciergerie; sentite le accuse a suo carico e le informazioni addotte contro di lui, le audizioni, i confronti, le obiezioni da lui proposte contro i testimoni ammessi a suo confronto, ed altre documentazioni sul caso, arringhe e conclusioni del procuratore generale del Re contro il suddetto Ucilio, ascoltato nella Grand’ Chambre.


S’è deciso che il suddetto processo è in condizione di essere giudicato definitivamente senza ulteriori informazioni circa la verità delle obiezioni e, ciò facendo, la Corte ha dichiarato e dichiara il detto Ucilio colpevole e convinto dei crimini di ateismo, bestemmia, empietà ed altri eccessi risultanti dal processo.


Per punizione e riparazione dei quali ha condannato e condanna il suddetto Ucilio a essere consegnato nelle mani dell’esecutore dell’alta giustizia, il quale lo condurrà su di un carro, in camicia, avendo una corda al collo e un cartello sulle spalle, recante queste parole: ‘ateista e bestemmiatore del nome di Dio’; e lo condurrà davanti alla porta della Chiesa metropolitana di Santo Stefano, ove, stando in ginocchio, con la testa e i piedi nudi, tenendo in mano una torcia ardente, domanderà perdono a Dio, al Re e alla Giustizia per le suddette bestemmie e successivamente lo porterà nella Place du Salin, e lo legherà a un palo che vi sarà piantato, gli taglierà la lingua e lo strangolerà, e dopo il suo corpo sarà bruciato sul rogo che ivi sarà apprestato e le ceneri gettate al vento; la Corte ha altresì confiscato e confisca tutti i suoi beni, che, tolti i costi della giustizia e riservate le tasse, andranno a profitto di chi ha subito spese. Gilles Le Masuyer. Guillaume de Catel.


La sentenza fu eseguita lo stesso giorno prima dell’imbrunire. Condotto davanti alla Grande Porte della cattedrale di Saint Etienne, Vanini per ben tre volte rifiutò di fare ammenda onorevole al Re, a Dio e alla giustizia. Giunto nella Place du Salin, il boia gli strappò la lingua con le tenaglie; quindi grondante di sangue il condannato, alla presenza di un migliaio di persone, fu appeso al palo e strangolato; poi il suo corpo fu gettato sulle fiamme e infine le sue ceneri furono sparse al vento, affinché di lui non restasse più alcuna traccia. L’indomani, nella stessa piazza, ripresero tra sfarzosi carrousels i festeggiamenti per le nozze della sorella del Re. Tra i nobili che danzarono le pompose quadriglie c’erano alcuni dei protettori del Vanini, i quali nei loro motti ne esaltarono la figura. In quello stesso giorno cominciava a prendere corpo la fortuna del filosofo taurisanese.


GIULIO CESARE VANINI: IL PENSIERO


La filosofia vaniniana è probabilmente l’espressione più estrema del radicalismo della seconda decade del Seicento. Il Vanini rappresenta in qualche modo la coscienza filosofica in cui tutti gli elementi di crisi e di rottura culturale vengono alla luce. Ciò si evince anche solo attraverso una enucleazione schematica degli apporti più significativi del suo pensiero. Il primo dato indicativo è il rapporto che egli ebbe con la Rinascenza e con il tardo Rinascimento. Taluni studiosi hanno voluto relegarlo entro gli angusti limiti del pensiero tardorinascimentale fino a farne un epigono privo di originalità o un vuoto ed insignificante ripetitore di tematiche ormai superate e provenienti dai testi lemniani, fracastoriani, cardaniani, scaligeriani, pomponazziani e ferneliani. Ma è questa una lettura che si ferma alla superficie dei materiali da lui utilizzati e che, per ciò stesso, si lascia sfuggire la sua originalità e la peculiarità del suo rapporto di rottura e insieme di continuità con la Rinascenza. Da una parte egli mette in crisi l’eredità umanistico-rinascimentale: demolisce il mito dell’antropocentrismo, scardina i principî del platonismo cristianizzato, fa scricchiolare i pilastri dell’aristotelismo concordistico, smantella la costruzione di un universo compatto, finito, armonizzato, avente al suo vertice Dio e la schiera delle Intelligenze angeliche, stronca ogni forma di teleologismo, sfata il mito del primato dell’uomo nella scala degli esseri viventi, manda in frantumi i più consolidati principî dell’etica cristiana, smaschera le illusioni della magia e dell’astrologia. Dall’altra egli sviluppa, fino a radicalizzarli, i temi del naturalismo, dell’erudizione e del ritorno al mondo antico. Il naturalismo rinascimentale o tardorinascimentale, che non sconfina quasi mai in forme di miscredenza e di irreligiosità, assume, invece, nei testi vaniniani toni di forte radicalità perché prende le mosse da un concetto di natura ormai del tutto svincolato da contaminazioni di ordine metafisico. Vanini teorizza una natura che è pienamente autonoma nella sua composizione materiale e nei suoi principî costitutivi di moto e di quiete. Il rapporto con Dio è reciso alla radice, poiché viene negato non solo l’atto creativo, ma anche l’attività assistenziale, provvidenzialistica e finalistica, di una intelligenza sopraceleste. Pertanto il cosmo nella sua autonomia è eterno, non ha né inizio né fine, ma è, secondo il celebre paradosso empedocleo, perfetto e perfettibile proprio in forza della sua imperfezione. Gli sbocchi materialistici sono inevitabili: tutto si riduce a materia vivente e vivificatrice, senza gerarchizzazioni e gradi di realtà, poiché unica è la materia di cui sono composti i corpi celesti e quelli terreni fino ai più umili come lo scarabeo. La vita è l’effetto casuale della generazione spontanea. L’uomo non fa eccezione: rigorosamente radicato nel regno animale, è anch’esso una produzione casuale e spontanea della materia: il suo passato è a quattro zampe e nella sua anima non v’è traccia di una impronta divina.


L’altro aspetto fondamentale del pensiero vaniniano è dato dal particolare modo di rapportarsi al mondo antico. Qui l’elemento innovativo è dato dall’erudizione, identificata con l’audacia: non si tratta cioè di imitare – come fanno gli umanisti – gli antichi, lasciando pressoché intatte le coordinate intellettuali e culturali della tradizione cristiana. Per Vanini il ritorno all’antico è il ritorno ad una intuizione precristiana del mondo, è lo strumento per la costruzione dell’ateismo moderno. Nella sua biblioteca, come in quella dei libertins che a lui si ispireranno, vi sono gli atei greci e latini, come Plinio, Diagora, Cicerone, Diodoro Siculo, Epicuro, Lucrezio, Luciano, Protagora, Anassagora, Empedocle, Democrito. Persino Platone ed Aristotele sono letti in chiave ateistica. L’ateismo antico diventa un modello per l’ateismo moderno. Ciascun pensatore è assunto come un prototipo culturale: Lucrezio lo è per l’idea della natura come machina mundi, governata da una necessità ineludibile, in cui il miracoloso è ricondotto – o meglio ridotto – al naturale; Diodoro Siculo lo è per la generazione casuale e spontanea delle forme viventi; la lezione di Diagora e di Epicuro è funzionale alla demolizione della divina provvidenza; quella di Plinio, di Democrito e di Aristotele alla costruzione di una dottrina della mortalità dell’anima; Cicerone, Luciano e Protagora sono modelli per la critica razionalistica delle religioni e gli stoici per l’idea di una saggezza umana, interamente fondata sulla natura.


Date queste premesse, va da sé che il pensiero vaniniano ha una forte carica antiteologica: lo smantellamento delle categorie del pensiero religioso è senza precedenti. Le tradizionali prove dell’esistenza di Dio, da quelle cosmologico-a posteriori a quelle ontologico-a priori, vengono meticolosamente demolite. Qualsiasi nesso tra Dio e il mondo viene rescisso, negato come impossibile. Nessuna causalità divina può garantire dall’esterno il moto dell’universo; nessun volere libero può coniugarsi con l’ordine indefettibile della natura e per converso qualsiasi mutamento fisico dell’universo è incompatibile con la rigida necessità dell’essenza divina. Inadeguata a ristabilire un qualsivoglia legame con il mondo è la scientia Dei la quale o non ha accesso alla infinita varietà delle cose naturali o è gravemente compromessa nella sua natura di sapere avente per oggetto essenze eterne. Le Intelligenze celesti o motrici sono dichiarate superflue e da ultimo sono smascherate come insussistenti. Le sostanze separate non hanno miglior sorte. Ai demoni non è riconosciuta alcuna forma di realtà. L’oltremondo, dagli inferi al paradiso celeste, cade nella sfera del fabuloso e in quella delle superstizioni senili. Allo stesso dominio appartengono i miracoli, le profezie, le divinazioni, gli oracoli, le apparizioni angeliche e divine: tutte sono falsità, finzioni, menzogne che tocca al filosofo smascherare. E perciò tutto è deriso, smitizzato, desacralizzato. Non si salva neppure il testo biblico, equiparato alle favole di Esopo; anzi, si fa notare, non senza un malizioso compiacimento, che non se ne è mai trovato l’originale. I versetti salomonici, lungi dall’essere rivelativi di una sapienza divina, sono lascivi, ineleganti, privi di qualsiasi valore razionale e zeppi solo di proverbiucoli popolari. Il racconto mosaico della creazione del mondo è degno di spugna e di carbone; il Dio del vecchio testamento è un Dio vendicatore e geloso delle altre divinità; le resurrezioni bibliche sono storielle abbellite fuco sanctitatis oppure sono riconducibili a fenomeni di morte apparente. I miracoli operati da Mosè davanti al faraone sono sospettati di essere opera di magia. L’attraversamento del Mar Rosso fu possibile a causa della bassa marea. L’attacco alla religione si traduce, in un’ottica di forte radicalizzazione del realismo machiavelliano, in critica dei fondamenti del potere politico, fino ad anticipare alcuni dei temi delle Considerations politiques sur les coups d’Etat del Naudé.


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“Vento di Soave” a Melpignano

Il film di Corrado Punzi per la rassegna cinematografica “Il Gusto della Terra”. Palazzo Marchesale, stasera alle 19,30, ingresso libero

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La sensibilità verso il cibo e chi lo produce, il legame intrinseco tra uomo, cibo e natura in vari paesi del mondo sono al centro della rassegna cinematografica “Il Gusto della Terra”, dedicata alle culture alimentari e all’abitare, organizzata dal Comune di Melpignano, in collaborazione con il Master in Gastronomie Territoriali Sostenibili e Food Policies (Università del Salento e Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo) all’interno del Palazzo Marchesale.

La proiezione di interessanti pellicole, che raccontano di buone pratiche agroalimentari, di piccoli produttori, di territori di periferia e di lavoratori che vivono ai margini e nell’ombra di un sistema produttivistico attraversato da profondi interrogativi morali, è a ingresso libero.

Il terzo appuntamento è questa sera alle ore 19,30, con la proiezione di Vento di Soave, un film di Corrado Punzi (Italia, 2017, 77 min), che parla di Brindisi e del petrolchimico, esplorando il legame tra terra, vita e lavoro nel contraddittorio paesaggio italiano.

Racconta di come si vive in una città del sud Italia, a pochi metri da una centrale a carbone e da un petrolchimico tra i più grandi d’Europa e di cosa sia rimasto delle iniziali promesse di progresso. Due agricoltori che lavorano sotto le centrali e un ambientalista dal profilo contradittorio, cercano di dimostrare i danni economici e sanitari subiti dalle industrie e invece l’addetto stampa della Centrale racconta una realtà opposta. Così, mentre la città assiste agli eventi culturali e sportivi finanziati dalle industrie, la verità e la giustizia sembrano rimanere sospese e indecifrabili, come in un processo kafkiano.

I documentari e lungometraggi, selezionati da Valentina Cancelli, agricoltrice, curatrice di festival cinematografici tra Vienna e il Salento e allieva del Master in Gastronomie Territoriali Sostenibili e Food Policies, indagano le molteplici sfaccettature di una questione ecologica trasversale. Sottolineano la necessità di interrogarsi sinceramente sul senso e sui metodi della transizione, sui modi di produrre, distribuire e consumare il cibo, che devono mettere al centro il rispetto della vita sul Pianeta. Le pellicole narrano le storie di piccole comunità in relazione stretta con i luoghi che abitano e forniscono una chiave di volta per conoscere, discutere e praticare le buone pratiche, per ridare biodiversità alla Terra, nutrimento al suolo e all’uomo, per prendersi cura del presente per potersi garantire un futuro.

Prossimi appuntamenti

Domenica 21 aprile, ore 16 / La Quercia e i suoi Abitanti (adatto per bambini e famiglie), un film di Laurent Charbonnier e Michel Seydoux (Francia, 2022, 80 min), un’avventura francese nel cuore della natura.

Giovedì 2 maggio, ore 19,30 Come Semi al Vento, un film di Tommaso Faggiano e Francesca Casaluci (Italia, 2019, 53 min) storia di resilienza e speranza.

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Maglie ritrova il monumento a Francesca Capece

Terminati i lavori di restauro. Domenica 21 aprile, alle ore 11, la restituzione alla città. Presente anche il Ministro Fitto. Il sindaco Toma: «Monumento che ci identifica come comunità cittadina»

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Compiuti i lavori di restauro della statua marmorea della duchessa Francesca Capece.

Il restauro verrà svelato con una cerimonia domenica 21 aprile, alle ore 11.

Ne dà annuncio il sindaco di Maglie Ernesto Toma: «Il manufatto che dal 1900 campeggia nella nostra bella piazza quale espressione di affettuosa riconoscenza della cittadinanza verso la nobildonna, sarà simbolicamente restituito alla Città. Un’opera portata a compimento cogliendo l’opportunità dell’ArtBonus e grazie alla sensibilità culturale di Banca Popolare Pugliese, partner d’eccezione in questo progetto».

Ilprimo cittadino invita tutti i magliesi «all’ombra del monumento per celebrare questa importante realizzazione, ancor più significativa perché ci identifica come comunità cittadina».

All’evento parteciperà anche il ministro per gli Affari Europei, il Sud, le Politiche di Coesione e il PNRR Raffaele Fitto.

 

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Alessano

L’Università del Salento plastic free per la Giornata della Terra

Iniziative sul territorio per celebrare l’evento mondiale e rimuovere plastica e rifiuti dispersi in spazi pubblici

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L’Università del Salento si mobilita per la Giornata della Terra (“Earth Day”) che si celebra il 22 aprile a livello mondiale. Numerose le iniziative in programma: eventi di CleanUp sul territorio con la raccolta dei rifiuti in plastica abbandonati; l’esplorazione di un “Museo virtuale degli ecosistemi per le scuole secondarie di secondo grado; una lezione pubblica aperta e partecipativa nel campus Ecotekne sull’obiettivo “Rifiuti Zero”.

Durante il weekend 19-21 aprile si svolgerà la campagna nazionale “Giornata della Terra” promossa dall’associazione “Plastic Free Odv Onlus”, della quale l’Università del Salento è partner istituzionale.

I volontari in campo rimuoveranno plastica e rifiuti dispersi in spazi pubblici.

In provincia di Lecce dopo l’appuntamento di venerdì 19Spongano (zona Le More, ore 15,30), domenica 21 aprile toccherà a: Casarano (piazzale Madonna della Campana, ore 9), Alessano (autolavaggio self service Planet Wash, via Gonfalone, ore 9), Cutrofiano (passeggiata ecologica, Chiesa Madonna delle Grazie, via Aspromonte 98, ore 9), Gallipoli (Rivabella parcheggio Lido La Bussola, ore 9), Taurisano (parcheggio antistante il cimitero comunale, ore 9,30), Gagliano del Capo (villetta Aldo Moro, ore 9,30), Veglie (strada Spartifeudo Veglie-Salice, ore 10), Salice Salentino (strada Spartifeudo Veglie-Salice, ore 10); Lecce (Spiaggiabella, via Porto Ercole, ore 10).

Lunedì 22 aprile, nel giorno dell’Earth Day, l’Università del Salento ha organizzato due ulteriori iniziative.

Il primo evento sarà online ed è indirizzato agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado. È curato congiuntamente dal Laboratorio di Ecologia dell’Università del Salento (referenti Alberto Basset e Franca Sangiorgio) e dall’Istituto di Geoscienze e Georisorse (IGG) del CNR (referenti: Mariasilvia Giamberini e Cecilia Noce). Il titolo dell’iniziativa, che si svolgerà il 22 aprile dalle ore 10 alle ore 11, è “Conoscere gli ecosistemi per proteggerli”: gli studenti saranno accompagnati nell’esplorazione di un “Museo virtuale sugli ecosistemi” e potranno seguire i talk di ricercatori esperti in Ecologia, partecipando al gioco “Scelte per la Sostenibilità” (alle scuole iscritte sarà inviato per email il link per partecipare).

Il secondo evento consisterà in una Lezione pubblica, aperta alla partecipazione di studenti, docenti, personale amministrativo, associazioni e cittadini, sul tema “Earth Day e obiettivo Rifiuti Zero: dalle regole legali ai comportamenti reali” (referente Massimo Monteduro). La Lezione si svolgerà il 22 aprile dalle ore 11.30 alle ore 14.30 nell’aula R13 dell’edificio R1 nel campus Ecotekne (Giurisprudenza), con la partecipazione di Chiara Feliziani (Università di Macerata), Eugenio Fidelbo (Università di Bologna), Alessio Martini (Università di Roma Tre), Giovanni Maria Caruso (Università della Calabria) e del referente di “Plastic Free Odv Onlus” per le Regioni Puglia e Basilicata, Luigi Schifano.

 

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