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Alla Sud-Est come nel vecchio West: assalto al treno

Ecco perchè le Fse sono ridotte così

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Anche prima degli ultimi scandali venuti a galla bastava guardare quegli ammassi di ferraglia che circolano pigramente sui vecchi binari del Salento per capire che qualcosa non andava. Più che Sud Est pare quasi una sceneggiatura anni Settanta di un film ambientato nel vecchio West, con (tranne qualche rara eccezione) vecchi treni fatiscenti e rigorosamente vuoti che pure hanno un costo (salato) ma che nell’epoca dei collegamenti veloci ci impiegano quasi due ore per arrivare da Gagliano del Capo a Lecce, l’equivalente di un volo Brindisi-Londra! E, sempre per rimanere nella terra di Albione, un inglese può prendere il treno, attraversare la Manica e giungere a Bruxelles, in appena 90 minuti, insufficienti per completare il tragitto Gagliano del Capo – Lecce sul trenino della Sud Est!


Come se non bastasse questo desolante panorama le notizie venute fuori negli ultimi giorni (ma non è la prima volta), ci mettono davanti all’ennesimo disastro pubblico italiano.


Così abbiamo appreso che negli ultimi dieci anni l’azienda Sud Est ha speso 42 milioni di euro nella manutenzione di treni e autobus e 272 milioni in esternalizzazione di servizi, spese legali e consulenze. Tutti affari che si sono mangiati il 18 per cento dei ricavi, incanalato in direzione delle tasche di famiglie amiche, studi legali e consulenti.


Tutto questo senza che al Ministero delle Infrastrutture nessuno movesse un dito… E dire che lo stesso Ministero è proprio il padrone della ditta in questione che ha  sede a Bari e gestisce oltre mille chilometri di binari oltre agli autobus per i pendolari! Eppure qualcuno doveva pur capire che qualcosa di strano stava accadendo se un’azienda pubblica che incassa a malapena 150 milioni di euro l’anno ed ha 311 milioni di debiti scialacqua 132 milioni di euro in 10 anni in allegre consulenze!


Come al solito però si interviene per dirla a modo nostro “quando la barca è già sciuta a mare”! Così quando la situazione non è stata più sostenibile si è provveduto a commissariare l’azienda. Il nuovo presidente Andrea Viero, inviato dal ministro Graziano Del Rio nel tentativo di salvare il salvabile, non appena ha consultato le carte e compreso l’andazzo ha chiesto immediatamente il commissariamento.


 Quando i conti non tornano


fse ferrovie sud est trenoI dati sono inequivocabili: 1.400 cause di lavoro in un azienda di 1.393 dipendenti dovevano pur significar qualcosa! E non solo: Viero ha anche scoperto che Luigi Fiorillo, in azienda per 23 anni, tra il 2006 e il 2012 ha percepito 240mila euro solo per il suo ruolo di amministratore unico, mentre il suo compenso totale ha raggiunto la ragguardevole cifra di 13 milioni e 750mila euro (tra il 2004 e il 2005 gli sono stati corrisposti, attraverso un contratto co.co.co, oltre 7 milioni di euro; a questi vanno aggiunti i compensi come responsabile unico del procedimento (quasi 5 milioni dal 2008 al 2015) e il milione circa pagato da Trenitalia come dirigente distaccato di Ferrovie Sud Est): un milione e 145mila euro all’anno di media! Al suo confronto quanto percepito dall’amministratore delegato delle intere Ferrovie dello Stato è una barzelletta…


Telelavoro ed esternalizzazioni


Parti importanti del funzionamento aziendale erano fisicamente al di fuori dell’azienda Sud Est in quanto tale: Il direttore del personale svolgeva la propria attività in telelavoro da Roma, mentre  alcune attività fondamentali per la gestione erano in toto appaltate all’estero. Nel corso degli ultimi dieci anni esternalizzare i servizi è costato 272 milioni, 26 solo nel 2015. La spesa per la gestione contabile ammonta a 83 milioni percepiti da Centro Calcolo per le buste paga (42 milioni), Bit per i biglietti (30 milioni) ed Eltel (10).

Consulenze e spese legali


Sono stati pagati, invece, 116 milioni a società esterne per i sistemi informativi, mentre per spese legali, amministrative e di consulenza Ferrovie Sud Est ha sborsato circa 73 milioni. Fra il 2013 e il 2015 le spese legali sono passate da 1,9 fino a 8,1 milioni. Crescendo insieme ai debiti. Il caso più eclatante fa capo allo studio legale Schiano a cui la società si è affidata totalmente, tanto che si legge nella relazione degli analisti incaricati, “nonostante la gigantesca mole di contenziosi, non c’è alcuna traccia di una direzione affari legali o almeno di un ufficio che sia stato capace di rapportarsi con i legali esterni”. Lo studio Schiano (a cui sono stati liquidati onorari per 27 milioni dal 2001 a oggi) vanta crediti con l’azienda per circa 15 milioni. L’avvocato Angelo Schiano ha fatto anche parte dell’Organo di vigilanza dell’azienda.


Altro studio associato che ha fatto affari d’oro con FSE è quello che fa capo all’ex presidente della Provincia di Bari Marcello Vernola e al fratello Massimo, l’omonimo studio associato al quale dal giugno 2013 al febbraio 2015 sono stati corrisposti oltre 294mila euro. In tre anni gli sono stati affidati 12 incarichi, 6 dei quali in uno stesso giorno: il 22 gennaio 2014! Le consulenze riguardano programmi di valorizzazione con studi di fattibilità di diverse stazioni ferroviarie, ma anche una relazione sul possibile trasporto dei rifiuti degli Ato pugliesi sulla rete ferroviaria Fse. Nel giro di 24 ore, tramite affidamento diretto lo studio ha intascato circa 110mila euro…


All’esterno era affidata anche la gestione dell’archivio storico. Fiorillo ha firmato contratti per incarichi Rita Giannuzzi, Franco Cezza e Gianluca Cezza, rispettivamente madre, padre e figlio.  Per un ammontare di 5 milioni di euro, dei quali ad oggi sono stati pagati 2,9 milioni. Il primo contratto se l’è portato a casa l’archivista Rita Giannuzzi, con un compenso mensile di 8.950, oltre a spese generale forfettarie, poi salito a 9.500.  Nel 2005, il marito dell’archivista, Franco Cezza ha ottenuto un’altra consulenza per curare l’archivio storico per un compenso di 6.650 euro al mese fino al dicembre 2012 (a cui sono seguiti, di prassi, aumento e proroga). Nel frattempo, giusto per non farsi mancare nulla, si è pensato bene di affidare un’altra consulenza al figlio, Gianluca Cezza, che nel 2009 ha proposto alla Sud Est di dotarsi di un sistema informatico per semplificare e snellire il sistema di archiviazione dei dati attraverso i codici a barre.


Anche immobili romani


Nella ricostruzione delle spese sono venuti fuori anche gli immobili che l’azienda aveva nella Capitale. Anche il collegio sindacale aveva sottolineato più volte l’inopportunità di spendere tanti soldi per mantenere un ufficio a Roma, visto che l’azienda ha la sede operativa a Bari (mentre l’amministratore unico risiedeva a Roma). Altro caso discutibile, quello del direttore del personale che, pur avendo da tempo superato i termini per la pensione, continuava la sua attività ma “per motivi di salute svolgeva il proprio lavoro da Roma”, e, quindi percepiva oltre ai suoi bravi 220mila euro anche un’indennità di trasferta (per ogni volta che andava a Bari) pari a 98 euro all’ora. L’indennità di solito si paga per recarsi fuori dall’azienda, ma alla Sud Est tutto è possibile, anche pagarla per raggiungere la propria azienda!


 


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Islam, l’altra metà della fede

Musulmani in Salento, Pochi luoghi di culto per una fede relegata ancora alle zone d’ombra ed all’autogestione. L’imam di Lecce: «Coltiviamo la convivialità delle differenze». E poi: «Chi sceglie di vivere in Salento sa che, quando non ci sarà più, la sua salma dovrà tornare in patria e separarsi per sempre dai propri cari, a causa dell’assenza di uno spazio cimiteriale islamico»

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di Lorenzo Zito

Non esiste un dato esatto in grado di dirci quanti siano i musulmani in provincia di Lecce; tuttavia, la comunità islamica salentina è in crescita.

L’ultimo censimento risale al 2014, ma resta non del tutto attendibile: all’epoca, furono conteggiati i cittadini provenienti da Paesi islamici e soggiornanti Salento.

Un dato non proprio ortodosso, visto che la provenienza di per sé non rappresenta un passaporto del credo. Sta di fatto che il numero, stabilito in 22mila fedeli, era già di per sé considerevole.

Ci ha parlato di questo dato Saifeddine Maaroufi, imam della comunità islamica di Lecce.

A lui ci siamo rivolti per analizzare la presenza e la vita musulmana in Salento.

Partendo da un punto di domanda: come mai se negli ultimi anni gli arrivi di stranieri sono aumentati (questo sì, lo raccontano i numeri) e molte famiglie musulmane si sono stabilizzate sul territorio, i luoghi di culto continuano ad essere pochi, insufficienti, piccoli e spesso improvvisati?

Facciamo prima un passo indietro, partendo dalla figura dell’imam di Lecce.

Signor Maaroufi, come è iniziata la sua storia in Salento?

«Sono a Lecce da 13 anni, nonostante la mia permanenza sia iniziata quasi per caso. Sono tunisino, vengo da una formazione medica ed ho studiato anche scienze religiose. Durante gli studi, in Tunisia, lavoravo in un call center. Un giorno fui mandato in Italia per fare da formatore ai nuovi operatori che avrebbero lavorato nella nuova sede dislocata di Lecce. Mentre ero qui, in Tunisia scoppiò la Rivoluzione dei Gelsomini, che mi impedì di fare rientro a casa. Da allora mi stabilizzai a Lecce. In seguito, mi ha raggiunto anche la mia famiglia e poi, da un dialogo con la comunità islamica locale, complici i miei studi in scienze religiose, nel 2011 fui scelto come guida spirituale di Lecce».

Chi non conosce la figura dell’imam la immagina un po’ come un vescovo. È corretto?

«Spesso ho riscontrato anch’io come venga fatto questo accostamento, nel tentativo di provare a comprendere meglio questo ruolo. In realtà è qualcosa di diverso, perché nell’Islam non c’è un Clero con una sua struttura gerarchica. Per questo accade che nei Paesi arabi le moschee sono sotto la tutela dello Stato, ed anche il ruolo dell’imam passa da un controllo in un certo senso istituzionale.
Nei Paesi occidentali, come l’Italia, invece, dove tutto questo manca, la scelta dell’imam spetta alla comunità ed è molto legata alle sue conoscenze in ambito religioso. Nel mio caso, poi, pesò anche il fatto che fossi in grado di parlare più lingue, un elemento importante in un territorio che raggruppa fedeli di provenienza eterogenea. Tornando al paragone con la Chiesa va specificato che, nonostante io venga spesso sollecitato a rappresentare pubblicamente la comunità musulmana di tutta Lecce e provincia, non esiste una regola che preveda un ruolo di questo tipo o delle posizioni di subordinazione nei confronti della mia figura».

Qual è la geografia dei luoghi di culto islamici in provincia di Lecce?

«Le moschee presenti in provincia, fuori dalla città di Lecce, sono quattro. Tutte prevalentemente frequentate da fedeli di origine marocchina, infatti la loro esistenza è legata proprio alla presenza di grandi nuclei marocchini che popolano ormai da decenni questi territori. La più vecchia è a Corigliano d’Otranto. Una stanza molto piccola ma che resiste al passare del tempo: è stata aperta negli anni ’80. Un’altra è a Ruffano, dove da lungo tempo si sono stabilizzate tante famiglie di commercianti, anch’essi marocchini. Poi c’è Spongano, paese dove vivono tanti fedeli musulmani impiegati nel mondo dell’edilizia. Qui l’integrazione è passata dal mondo dello sport, attraverso un lungo percorso partito negli anni ‘90 con un’associazione il cui nome, in italiano, significa “I giovani”. Ed infine la moschea di Porto Cesareo, che in questo momento si è trasferita a Veglie. Quest’ultima ha una peculiarità: essendo legata alla natura turistica del luogo, in estate accoglie tanti fedeli che arrivano sul posto per lavorare come venditori ambulanti. A Lecce invece esistono due moschee. Una è nata da poco, sia per dare risposta alla grande richiesta di luoghi di preghiera (i musulmani in città sono circa 7mila) sia per servire una zona scoperta. L’altra è quella in cui mi sono insediato io nel 2011.
Al mio arrivo eravamo in una piccola sala, in uno spazio concesso dal Comune nella zona 167/B. Nel 2014, con un’apposita colletta, abbiamo raggiunto i fondi necessari ed acquistato una palazzina a due piani nel quartiere San Pio.
La nostra moschea oggi è qui: abbiamo scelto questa zona perché è il quartiere multietnico per eccellenza di Lecce e volevamo essere il più possibile vicini alla comunità musulmana.
Abbiamo una grande sala di preghiera, una sala per le donne, dedichiamo degli spazi ai corsi di lingua araba per bambini ed apriamo le porte anche a chi professa altre fedi, per favorire la conoscenza reciproca. Durante il Ramadan, ogni sera accogliamo circa 70 fedeli che vengono a rompere il digiuno in compagnia».

Come mai ci sono così poche moschee sul territorio?

«La presenza di una moschea è legata alla spontanea iniziativa dei cittadini di fede musulmana. Il contesto non sempre aiuta a compiere questo passo, soprattutto dal punto di vista burocratico. La nostra religione non è riconosciuta ufficialmente dallo stato, nonostante in Italia vi siano oltre 2 milioni di musulmani (quasi la metà italiani). Questo ha delle conseguenze pratiche che vanno, ad esempio, dal non potersi assentare dal lavoro per celebrare i giorni di festa islamici, perché non riconosciuti, al dover utilizzare canali non convenzionali per praticare le attività di culto. Accade allora che, proprio per quanto detto, le moschee sul territorio nascono dall’impegno di associazioni fondate musulmani che però, su carta, sono costrette ad avere finalità diverse da quelle reali, agendo in una sorta di zona grigia».

Le istituzioni locali aiutano? Le amministrazioni vengono incontro alla comunità islamica?

«Non sempre, o non abbastanza. Prevale l’ottica utilitaristica. Troppe volte si sente dire “quanti sono i musulmani che votano nella nostra città?”.
Senza il voto, non si ha peso civile nelle scelte e viene meno l’ascolto delle istituzioni. Anche molte amministrazioni che condividono quelle idee che vengono incontro ai bisogni della comunità islamica finiscono per non far nulla, per paura di esporsi a critiche. Per fortuna, l’apertura mentale dei salentini compensa, mantenendo questa una terra d’accoglienza».

Come vivono in Salento i cittadini stranieri musulmani?

«La “convivialità delle differenze” professata da Don Tonino Bello ha fatto breccia nel cuore dei salentini, che da decenni accolgono i fratelli musulmani che arrivano da ogni dove.
Ricordo gli anni in cui gli attentati terroristici nelle grandi città europee avevano seminato panico e islamofobia: anche allora i salentini ci sono stati vicini, perché hanno imparato a conoscere le persone. Il fatto stesso che non esistano quartieri ghetto nel nostro territorio è segno e strumento di convivialità.
Lo straniero qui è il vicino di casa o il commerciante del mercato cui ci si rivolge ogni settimana. Non è un caso se tante famiglie straniere hanno messo radici in Salento, fermando qui quel viaggio migratorio che molte volte prosegue verso il nord Europa o, ancora, spegnendo il sogno del rientro in patria».

Lontano da casa, arrivati qui in Italia, come cambia il rapporto con la fede? Si affievolisce o aumenta?

«Molto spesso cresce. È come se fosse un tratto identitario che, a maggior ragione lontano dalla propria terra, i fedeli vogliono preservare. Vedo tanti giovani avvicinarsi molto di più alla fede dopo esser arrivati in Italia. Questo è uno degli elementi che, qui in Salento, ha reso la
nostra una comunità religiosa salda».

E il rapporto con la Chiesa cattolica?

«È ottimo, c’è un bel dialogo. La Chiesa è impegnata anche nelle attività di prima accoglienza, e questo è un elemento che genera un proficuo contatto sin dall’arrivo del migrante».

Cosa manca, cosa cambieresti sul lato pratico e su quello umano?

«Su quello umano coltiverei ancora l’ascolto per incentivare ulteriormente la vicinanza tra le comunità.
Su quello pratico ci sarebbe molto da fare. Partirei sicuramente dalla possibilità di avere uno spazio cimiteriale islamico. A Lecce e provincia non ve ne sono. Il più vicino è nel Barese. È una grande mancanza che si porta dietro un grande dolore per le famiglie musulmane. Chi sceglie di vivere in Salento lo fa nella consapevolezza che, quando non ci sarà più, la sua salma dovrà tornare in patria. Questo, oltre a comportare delle spese elevate e delle procedure non semplici, significa doversi separare per sempre dalla propria famiglia che ha messo radici in questa splendida terra».

L’Islam e il Salento, l’analisi del prof. Hervé Cavallera, clicca qui

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Sei nuovi percorsi di studi all’IISS Egidio Lanoce di Maglie

Il dirigente Giovanni Casarano: “Siamo molto soddisfatti, il collegio dei docenti ha accolto con entusiasmo la proposta di aderire alla sperimentazione, tanto che dopo l’idea iniziale di coinvolgere due indirizzi pilota…”

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Con l’ok del Ministero dell’istruzione e del merito ai percorsi quadriennali sperimentali, l’IISS Egidio Lanoce rivoluziona quasi completamente la propria offerta formativa.

Sono 6 i nuovi percorsi quadriennali sperimentali approvati dal Ministero per l’anno scolastico 2024/2025 presso l’IISS di Maglie: nel settore tecnico, Biotecnologie Ambientali e Biotecnologie Sanitarie; nel settore professionale, Agrario, Alberghiero, Manutenzione e Assistenza Tecnica; Made in Italy.

Quest’ultimo indirizzo sarà realizzato in rete con l’IISS E. Mattei di Maglie e l’IISS Don Tonino Bello di Tricase.

I nuovi percorsi, altamente innovativi e sviluppati attraverso la creazione di una filiera formativa tecnologico-professionale integrata con imprese e ITS Accademy, sperimenteranno un nuovo modo di imparare e di insegnare e favoriranno la crescita degli studenti dal punto di vista cognitivo, motivazionale e relazionale, promuovendone la curiosità e la passione per l’apprendimento.

Essi saranno caratterizzati da un’offerta formativa condivisa da diversi attori del territorio, in cui assumerà un ruolo di primo piano la coprogettazione con le realtà produttive del settore.

I piani di studio proposti prevedono, tra gli altri, i seguenti aspetti: compresenza tra docenti di discipline diverse o affini; potenziamento delle discipline STEM; potenziamento delle attività laboratoriali; potenziamento della lingua inglese attraverso l’uso della metodologia CLIL; aree di approfondimento su tematiche di indirizzo e/o trasversali; sviluppo di progetti con ITS Accademy ed imprese; PCTO nei periodi di interruzione delle lezioni e fruibili anche con esperienze all’estero.

«Siamo molto soddisfatti», ha dichiarato il dirigente Giovanni Casarano, «il collegio dei docenti ha accolto con entusiasmo la proposta di aderire alla sperimentazione, tanto che dopo l’idea iniziale di coinvolgere due indirizzi pilota alla fine la sperimentazione è stata estesa a quasi tutti gli indirizzi dell’Istituto. Abbiamo lavorato molto alla progettazione di questi nuovi percorsi di studio che, vogliamo sottolineare, non sono percorsi quinquennali con un anno in meno, bensì percorsi innovativi che si avvalgono di una nuova didattica orientata al futuro, a vantaggio di un’entrata anticipata (a 18 anni anziché 19) nel mondo del lavoro o nel circuito dell’Istruzione post Diploma attraverso gli ITS (scuole di eccellenza ad alta specializzazione tecnologica) o l’Università, come avviene in molti paesi Europei».

L’adesione alla sperimentazione si pone in continuità con il lavoro di innovazione svolto negli anni dall’IISS Egidio Lanoce.

Tante opportunità, al passo con i tempi, per giovani appassionati di futuro.

Sarà possibile iscriversi sin da ora, per l’anno scolastico 2024/2025, alle classi prime di ciascuno dei nuovi percorsi.

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Abbiamo mai imparato qualcosa?

Lo scrittore di Castrignano del Capo Vittorio Buccarello in vista della Giornata della Memoria: «La Storia si ripete, come se si volesse rifugiare in qualcosa che non si può evitare. Ma io non condivido questo pensiero di comodo o di rassegnazione; sarebbe come voler far credere che le opere dell’uomo siano delle calamità naturali»

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di Vittorio Buccarello

PER NON DIMENTICARE                    

      Ho un appuntamento anche quest’anno:           

      vado dove trovo dolore e disperazione,              

      dove sono numeri le persone,

      come fossero spazzatura da incenerire.                               

      Vado dove l’umanità sprofonda

      nel buco più profondo dell’inferno,

      dove la terra subisce l’onta

      della pazzia dell’odio e del tiranno.       

      Lasciate ogni speranza voi che entrate

      su questo treno che vi porta nei tormenti,     

      come la peste sarete bruciate,           

      fumo a perdere tra il triste coro dei lamenti.                   

      Ora io vi ricordo per non dimenticare,

      ma questo non mi dà consolazione                

      perché continuo ancora ad osservare

      quanta altra gente fa la stessa fine.

      La Storia si ripete come sempre,

      cambia la moda ma non la sostanza,

      tutto è manovrato dal prepotente,

      che in base ai tempi cambia l’usanza.

      Essi sono i lupi che cambiano il pelo

      per farsi credere di essere migliori,               

      ma il loro cuore rimane sempre vile   

      anche oggi come quello di ieri.

OLOCAUSTI IN GENERE

Si effettuano ogni anno nei giorni della memoria, manifestazioni mirate a sensibilizzare la mente della gente, nel ricordare le crudeltà degli orribili genocidi compiuti, in particolare nell’Olocausto di Auschwitz, le fosse Ardeatine e delle Foibe Istriane

Ma ognuna con le proprie dimostrazioni che sembrano rimpallarsi come fossero in gara, tra la peggiore o la meno peggio.

Manifestazioni che però possono anche essere interpretate un modo partigiano, orientate sull’opportunismo politico, dove ogni partito cerca di far valere la sua convenevole ragione sulla fetta dei propri elettori, affinché avessero la mente continuamente orientata e distinta da altri genocidi in competizione. Dimostrazioni di analoghe atrocità ma figuranti parte, bandite separatamente ognuna per la sua fazione e per questo possono sembrare demagoghe.

Quanto sarebbe giusto se almeno questi tragici ricordi fossero rappresentati e giudicati con manifestazioni unitarie e senza accaparramenti politici.

Ricordare tutti fatti del passato, sarà certamente importante, ma la sola commemorazione in questo modo, non basta per reprimere tali atrocità nel futuro, non credo sia questo il modo più utile o sufficiente per prevenirle inseguito. E come nei fatti, costatiamo che succedono ancora oggi, anche se in modi diversi o meno simili, ma sempre genocidi sono e verso ogni genere di gente inerme.

Meglio fosse manifestare globalmente tale drammaticità succeduta, senza schieramenti, se si volesse veramente frenare qualunque comportamento segregazionistico che spoglia la cultura della civiltà, e che desse l’importanza ad ogni riflessione a distinguere ciò che separa o unisce, affinché almeno su questi fatti, le opinioni si orientassero sulla linea del giudizio comune, ripudiando tali atrocità vecchie e nuove e da qualunque parte queste provengono. E tale condotta dovrebbe essere operata nelle scuole, già dai primi insegnamenti, affinché l’educazione civica, saggezza e altruismo possano camminare insieme da soli in modo spontaneo, senza il bisogno che fossero imposte, o da leggi che mettano divieti, ma che spesso creano delle reazioni opposte.

Sarebbe bene che soprattutto nella scuola, fosse questo, il primo elemento di studio, per educare le nuove generazioni, sugli indirizzi virtuosi, verso i valori necessari per una civiltà degna di essere chiamata tale. Solo una educazione responsabile, produce una società altrettanto responsabile. Se questo non avviene, il difetto sta anche nella parte didattica che si è lasciata trascinare in quel prato dove cresce e fa crescere qualsiasi tipo di erba, con la conseguenza che sarà sempre l’erbaccia ad avere il sopravvento. Appunto servirebbe dare più peso a una cultura civile accompagnata con insegnamenti ed esempi che valorizzano il comportamento responsabile di ognuno e soprattutto di chi occupa posti di potere.

Per stimolare le menti a diventare congrue del proprio essere e come conviene essere, per sé e per gli altri. Servono principalmente esempi positivi orientati alla consapevolezza, che ciò che si fa, torna sempre indietro, sia nel bene che nel male e che Impediscono il rischio di far prevalere la prepotenza e il bullismo.

Spesso si sente dire la solita frase: la Storia si ripete, come se si volesse rifugiare in qualcosa che non si può evitare. Ma io non condivido questo pensiero di comodo o di rassegnazione; sarebbe come voler far credere che le opere dell’uomo siano delle calamità naturali.

Ricordare ogni anno tali genocidi con l’intento di condannarli, creano a sua volta, emozioni e turbamento nella gente e possono anche provocare esempi da copiare, perché intanto che si condannano si pubblicizzano, esponendoli a tutti, che nello stesso tempo possono incidere nelle menti faziose, la stessa rabbia di quei carnefici che non possono più colpire, ma possono essere di esempio per i malintenzionati. Esempi che penetrano come fossero un copia e incolla nella società, usati spesso a causa dell’inerzia soprattutto in quei giovani che cercano di soddisfare un bramoso spirito di protagonismo nel modo negativo. Con episodi che a loro volta verrebbero ulteriormente evidenziati dai media e ampliati per avere più audience e ridare altro esempio del male. Creando così una spirale che trascina tutti a rendere normali le continue anomalie. Azioni spregevoli che messe sul piatto della bilancia darebbero ulteriore peso rispetto alla sana civiltà che non avrebbe più la possibilità di riemergere.

Perciò, basterebbe raccontare tali tragedie certamente con disgusto, ma anche con intelligenza, come se fossero cose da scartare, incidenti di percorso e basta: al fine di alleggerire la curiosità stimolante dei soggetti che cercano sensazioni eclatanti.

Credo che, conoscendo ormai la storia e la politica con tutte le sue sfaccettature, serva ad ognuno rendersi conto di quanto sia importante neutralizzare il pensiero dai media da tutto quanto questo potere cerca di inculcare nelle menti. Poter essere capaci a rimanere legati solo al puro e proprio modo di pensare. Almeno in quelle decisioni dove possiamo essere padroni. Essendo che la nostra libertà è ancora costretta alla necessità di dover subire e accettare tutte le condizioni imposte da chi amministra. In quanto esso, ha in mano le redini per farci tirare il carro dove sono agiati tutti i potenti e governanti del popolo che dicono sovrano, ma che hanno ridotto a fette, per ognuno la sua porzione.

 DALL’OLOCAUSTO ALLE FOIBE   

Risorgono per la memoria

i fatti da condannare

passati alla storia

dal reciproco errore.       

Essi bollono in pentola

come una minestra salata

evaporano fumo che sventola

della stessa pietanza gelida.

Si rimpallano sugli specchi

le uguali atrocità

alternando i riflessi          

in base alla faziosità.

V.B.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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