Approfondimenti
Una volta i salentini emigravano, ma poi tornavano
Andata e ritorno. Come tanti Ulisse che dopo numerose peripezie tornavano alla loro Itaca. Per costruire, edificare, migliorare sé stessi e il paese, per una vita migliore per tutti
Un problema che riguarda il nostro presente è una massiccia immigrazione che in questi ultimi anni ha inciso non poco sulla vita delle nostre città ed è un fenomeno che ci ha colti quasi inaspettatamente perché in fondo, specialmente nel Meridione, ci si sentiva una terra di emigranti e non di “accoglienti”.
Sotto tale aspetto gli studiosi sono d’accordo a dividere la vicenda della emigrazione italiana, dall’Unità (1861) ad oggi, in tre periodi: la grande emigrazione che arriva sino all’avvento del fascismo; l’emigrazione europea che va dai primi anni ’50 alla fine degli anni ’70; la nuova emigrazione che inizia col secolo corrente.
LA GRANDE EMIGRAZIONE
La prima emigrazione, causata dalle condizioni miserevoli in cui viveva buona parte della nazione, peraltro analfabeta, riguardò uno spostamento dei nostri verso altri continenti come l’Africa del nord, ma soprattutto l’America settentrionale e meridionale.
Il fascismo rallentò in parte il processo di emigrazione anche per le numerose opere pubbliche del periodo che furono peraltro utili per impegnare una notevole quantità di manodopera.
Con il dopoguerra, ci fu una consistente emigrazione verso Paesi europei come Germania, Svizzera, Belgio, Francia. L’emigrazione del presente – certamente minoritaria come numero complessivo – riguarda per lo più giovani laureati che cercano una maggiore fortuna all’estero.
Si tratta di una storia complessa che meriterebbe una lunga trattazione, ma chi ha potuto osservare la seconda fase, quella appunto dell’emigrazione in Europa, non può che far venire alla mente particolari annotazioni.
Se l’emigrazione verso le Americhe, infatti, rappresentò per gli italiani del tempo un distacco definitivo, tanto che oggi molti noti personaggi statunitensi si trovano a “scoprire” antenati nella nostra Penisola, l’emigrazione europea, pur scaturita dalle difficoltà economiche derivate dalla guerra, ebbe da subito la caratteristica di uno spostamento relativamente temporaneo.
Innanzitutto ci si spostava in un continente di cui ci si sentiva di far parte e non vi era l’oceano a rendere ben difficile il ritorno, anche temporaneo, per rivedere e salutare familiari e amici; era inoltre una partenza vissuta non con lo spirito d’avventura, sia pure sofferta, come accadeva alla fine dell’Ottocento o ai primi del Novecento, ma con la certezza di un inserimento nel mondo del lavoro che avrebbe consentito quanto meno una tranquillità economica e quindi una serenità familiare.
NEL DOPOGUERRA
Stati come la Svizzera e la Germania, in effetti, erano disposti ad accogliere nostri conterranei in funzione del loro bisogno esistente di manodopera. Quindi l’inserimento nel mondo del lavoro era garantito.
D’altra parte erano gli anni del boom economico e vi fu una forte emigrazione da quella parte della Penisola prevalentemente agricola (il Mezzogiorno appunto) non solo all’estero, ma anche verso le città italiane più industrializzate.
Basti ricordare il cosiddetto “triangolo industriale”, ossia l’area compresa tra Torino (sede della Fiat), Milano (con tutto il suo sviluppo immobiliare, industriale e commerciale) e Genova (il grande porto commerciale).
In tale dinamica, apparve subito chiaro che i rapporti con i paesi di origine erano mantenuti. Non solo: la stabilità economica acquisita all’estero (ma anche in alta Italia) consentiva di poter mettere da parte del denaro in modo da aiutare i familiari che erano rimasti nel paese natio o da utilizzare per loro lecito profitto in vista di un ritorno.
Chi ormai non è più giovane ricorda molto bene tanti emigrati che, come laboriose formiche, raccoglievano denaro che poi investivano nella propria terra per costruirsi una casa ove risiedere una volta tornati dall’estero o dall’Italia del nord.
Il paese di origine rimaneva un po’ come il luogo della nostalgia di una giovinezza lontana e degli affetti troncati, un luogo dove trascorrere gli anni una volta pensionati.
E si può constatare l’ampliamento dei nostri paesi con la nascita di nuovi quartieri, anche se con una urbanistica non sempre soddisfacente in quanto ognuno ha edificato su ciò che aveva e le amministrazioni comunali non hanno sempre adeguatamente considerato lo sviluppo della viabilità in funzione della crescita dei mezzi di comunicazione.
Sotto tale profilo, spesso è mancata una visione d’insieme dell’espansione delle varie cittadine, ma questa è un’altra storia e non riguarda gli emigranti, bensì gli amministratori.
Quello che va ricordato è invece il forte attaccamento alla terra natale, sì da ritornarci non solo periodicamente, a Natale, a Pasqua e durante le ferie estive, ma al termine del proprio percorso lavorativo. E c’era in quei volti un senso di soddisfazione.
IL RICHIAMO DELLA PROPRIA TERRA
Erano partiti poveri e molte volte senza casa ed ora tornavano in una casa di loro proprietà; avevano del denaro e una pensione dignitosa.
spesso utilizzavano, per darsi delle arie umanamente comprensibili, un tedesco o un francese approssimativi per far vedere a coloro che non avevano mai viaggiato che essi, invece, conoscevano il mondo e le lingue.
Ma quello che soprattutto può oggi sorprendere è che tornavano a voler essere quello che sentivano di essere: dei cittadini salentini, che dovevano risiedere nel proprio paese di nascita.
In questo si rivelava un attaccamento alla propria origine che può essere spiegato particolarmente dalla natura degli affetti.
Altrove avevano avuto quella fortuna economica che il paese natale non aveva loro consentito, ma essi percepivano che la loro origine e il senso della loro esistenza erano proprio in quel contesto da dove erano dovuti espatriare e a cui non potevano sottrarsi: erano come tanti Ulisse che dopo numerose peripezie tornavano alla loro Itaca.
E tornavano per costruire, per edificare, per migliorare sé stessi e il paese: per una vita migliore per tutti. E si mandavano i figli a scuola, per far loro conseguire un diploma o una laurea.
Con il ritorno degli emigrati i paesi crescevano e in vario modo si arricchivano, e le generazioni si ritrovavano e si intesseva e si rafforzava una comunità.
Ed è una lezione che oggi, in un tempo in cui spesso si cede al proprio individualismo, non bisogna in alcun modo dimenticare, bensì sottolineare se non si vuole svanire nel dimenticatoio di una realtà senza storia e senza affetti.
Approfondimenti
Vita mia: nuovo film e nuova vita per Edoardo Winspeare
Il regista salentino si racconta partendo dal suo primo film di 30 anni fa Pizzicata, oggi…
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di Luigi Zito
Conobbi Edoardo negli anni in cui girava “Pizzicata”.
Io, rientrato da poco “a casa” dopo una esperienza all’estero, stanco di dover subire la “solita litania” che recitava che in Salento nulla è realizzabile, friggevo dalla voglia di poter cuocere un futuro diverso, scintillante che si concretizzasse per me e la mia terra. Questa smania mi portò a vivere tante esperienze: nella musica, nella politica, nel sociale, e a conoscere (ad esempio all’interno dell’associazione del Presepe Vivente di Tricase, di cui divenni presidente, giusto appunto in quel periodo), una fauna di personaggi che, col senno di poi, sconfessando la “solita litania”, qualcosa per la loro terra hanno costruito.
Edoardo è uno di questi: ricordo ancora quando ci incantava con i racconti di Pizzicata, del fascino che serbava per quel mondo contadino di una volta, di come lo rapisse, dell’inquietudine che metteva nel volercelo raccontare.
Oggi, 30 anni dopo, dopo tanta esperienza e tanti film alle spalle, sono qui a chiedere all’amico cosa ci riserverà la visione di questo nuovo lavoro (Vita mia esce nelle sale il prossimo 9 aprile) e di consegnare, a chi leggerà questa intervista, un po’ della sua anima, della bellezza, del fascino, della storia che (cocciutamente), specchiandosi con il suo mondo, ha voluto raccontare.
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TRENT’ANNI DOPO PIZZICATA
Sono passati 30 anni dal tuo primo film “Pizzicata”: come è cambiato il regista Edoardo e come si è evoluto il cinema nel frattempo?
«Pizzicata è stato girato nel ’94 (uscito nel ’96), mentre il mio primo documentario è del 1989. Fine anni ’80, inizio anni ’90, resisteva ancora qualcosa del mondo contadino, ora è totalmente scomparso. Allora non si faceva che parlare di manufatturiero ed è scomparso anche quello. Oggi la Xylella e l’incuria sono il segno più evidente che in campagna non c’è più nessuno. Il cinema è cambiato tantissimo: i primi lavori li giravo in pellicola e dovevo far stare tutto in uno chassis di 10 minuti. Che ansia! Col digitale è tutto più facile.
Ero inesperto, prima c’era un’idea sacrale dell’inquadratura: bisognava mettere la macchina, l’obiettivo, una fatica.
Non c’era Internet, non c’erano i telefonini: nel 1994 non ce l’aveva quasi nessuno. Ricordo durante le prime riprese che avevamo un cellulare grossissimo per tutta la troupe e che telefonare costava… l’iradiddio».
REALTA’, SOGNI ED AUTENTICITA’ DEL CINEMA SALENTINO
Nei tuoi film hai sempre raccontato un Salento umano, carico di umori e colori, tradizioni e trasformazioni, con attori poco noti e uso del dialetto, spesso definito dalla critica “neorealismo salentino”: è ancora così? Cosa è cambiato in tutto questo tempo?
«Certo che mi faccio ispirare dalla realtà. I miei film sono realistici, ma non sono dogmatico. A esempio, in questo film ci sono le allucinazioni, in “Sangue Vivo” raccontavamo gli effetti della droga, dell’eroina. Non sono uno duro e puro, ci sono anche i sogni. Sono alla continua ricerca di autenticità, per questo uso attori non professionisti e li faccio parlare nella loro lingua. Se giro un film nel Salento, voglio salentini. Trovo così bella questa Italia dove esistono tanti dialetti, tanti accenti. Sono il pioniere del cinema salentino e spero cogliate l’ironia di questa mia affermazione. Non sono un pioniere del cinema che so, spagnolo, siciliano ma di una piccola provincia, di una penisola nella penisola. Questo è il Salento, il Finis Terrae, è qualcosa di speciale dove si respira un’energia incredibile, meno omologata, ecco perché affermo sempre: “Qui finisce il mondo, ma ne inizia un altro di fantasia”».

A quale dei tuoi film sei più legato e ti riconosci di più? Avresti cambiato qualcosa?
«Sono legato un po’ a tutti i miei film, sono come dei figli: uno è più bello però è un somaro; l’altro è bravissimo a scuola ma è una frana negli sport; sono tutti imperfetti.
A quale tengo di più? Direi “Pizzicata”, il primo, con tutte le sue ingenuità, e poi “Sangue Vivo”, “In Grazia di Dio” e anche la “Vita in Comune”. Quelli più importanti, che sono costati un botto, come “Miracolo” e “Galantuomini”, un po’ meno.
Avrei cambiato un sacco di cose: li avrei fatti più brevi, lavorato di più sulla recitazione, anche se devo ammettere che la forza dei miei prodotti sta proprio nella recitazione autentica. Magari poi incontro “il cristiano di Patù” e mi rimprovera: “Ma quann’è che ca pii l’attori veri, ca cuntene italianu?” Perché questi non sono attori? Sono come noi, sono verosimili, quindi veri».
STORIA ED AMBIZIONI DI CASA MIA
Cosa deve aspettarsi chi andrà a vedere “Vita mia”? Di cosa parla? C’è ancora un forte radicamento col nostro territorio? È autobiografico?
«Di vedere una grande storia tra due donne, diverse in tutto: estrazione sociale, educazione, provenienza geografica, lingua e grazie a queste si riscoprono. Racconta di come certi pregiudizi si superano proprio grazie alla conoscenza.
Importante è anche il periodo storico in cui è ambientato il film. Espone i drammi, le stratificazioni dell’Europa e di come il nostro continente oggi («lo penso veramente»), sia una speranza, un faro di civiltà, anche per tutti ‘sti autocrati che abbiamo, a destra e a sinistra, sopra e sotto, con tutti questi pazzi che credono che ormai conti solo la forza! Noi abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle il nazifascismo, il totalitarismo di stampo sovietico e questo ci ha inspirato a realizzare un’Europa unita. Poi c’è il fascino della Transilvania, dove abbiamo girato.
Il Salento che traspare è diverso: testimonia di una famiglia aristocratica decaduta, impoverita («molto autobiografico questo»).
Mi sono ispirato alla vicenda di mia madre, discende da una famiglia dell’impero Austro-Ungarico, incarna proprio la Mittel-Europa, è la Principessa del Lichtenstein anche se nutre uno sviscerato amore per il Salento: asserisce che è una terra di grande civiltà, di grandissima civiltà».

«Ci sono l’Europa, l’amicizia, la Seconda Guerra Mondiale, il senso di colpa, l’insopprimibile bisogno di dire la verità. È poi un film molto femminile, con un gran finale, con due donne fiere, forti e affascinanti».
LA DEDICA SPECIALE
A chi dedica questo tuo nuovo lavoro?
«Beh, facile, a mia madre. Le voglio dire, però, che lei è molto più simpatica del personaggio che mi ha ispirato, nel film mi sono lasciato decisamente prendere dal racconto…».
Approfondimenti
RSA, ultima spiaggia o atto d’amore? La difficile scelta
Una serie di domande per capire con quale animo affrontano, molte famiglie, la scelta spesso sofferta ma inevitabile…
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ESCLUSIVA
Negli ultimi anni, sempre più famiglie si trovano ad affrontare scelte difficili legate all’assistenza dei propri genitori anziani.
Quando la gestione domestica non è più possibile, le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) diventano una soluzione spesso necessaria, anche se non priva di dubbi, timori e riflessioni profonde.
Abbiamo rivolto alcune domande a nostri lettori che si sono trovati a compiere questa scelta, per raccogliere le loro esperienze, le motivazioni che li hanno guidati e il giudizio maturato nel tempo.
4 DOMANDE 4
1 Quando ha deciso di optare per la RSA? 2 Cosa l’ha spinta? C’è stato un fattore scatenante? 3 Come vive la scelta? Ripensamenti? 4 Come giudica la RSA che ospita il suo genitore?
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Carmen di Specchia: «Scelta serena per il bene di mamma»
1 – «Ho deciso di inserire mia madre in RSA quando mi sono resa conto che la badante non sarebbe stata in grado di seguirla adeguatamente, sia dal punto di vista farmacologico che neurologico».
2 – «Il fattore scatenante è stata proprio l’impossibilità di gestire mia madre in modo appropriato, per quanto riguarda la terapia farmacologica e gli aspetti cognitivi legati alla sua condizione».
3 – «Vivo questa scelta con serenità, ritengo che sia stata la soluzione migliore per garantire il benessere psicofisico di mia madre. Mai pentita di questa decisione».
4 – «Ritengo la RSA che ospita mia madre eccellente. Gli ospiti vengono seguiti con attenzione e stimolati dal punto di vista cognitivo. Purtroppo, non tutte le RSA sono adeguate ad assistere gli ospiti in modo appropriato».
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Roberto di Maglie: «Evento doloroso come punto di svolta»
1 – «Ho deciso per la RSA quando è arrivato il momento in cui non potevamo più tenere la mamma a casa, perché aveva bisogno di assistenza continua. Fortunatamente la RSA di Maglie si è dimostrata molto attenta nel servizio e pienamente rispondente a ciò che desideravamo per nostra madre».
2 – «A un certo punto mia madre è peggiorata. Per tanti anni è stata seguita da mia sorella che, purtroppo, nel frattempo è venuta a mancare. Così abbiamo optato per la RSA di Maglie».
3 – «Assolutamente no, non ci siamo pentiti della scelta. Siamo rimasti contenti sotto ogni aspetto. Anzi, se qualcuno me lo chiedesse, consiglierei senz’altro la RSA».
4 – «La struttura è ottima: pulita, ordinata, ben organizzata e con personale molto professionale. Inoltre, svolgono costantemente corsi di aggiornamento e dimostrano grande attenzione verso gli ospiti. Vi sono persone responsabili, umane e coscienziose, indispensabili in questo tipo di lavoro».
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Santino di Specchia: «Nessun rimpianto ma consapevolezza»
1 – «Abbiamo scelto di portare mia madre in RSA perché viveva da sola e noi non avevamo la possibilità di garantirle una presenza continua. Abbiamo ritenuto che la RSA fosse la soluzione migliore, ci sarebbe sempre stato qualcuno in grado di assisterla e prendersi cura di lei».
2 – «All’inizio è stato difficile, soprattutto perché non riconosceva più le sue cose: la casa, gli odori, i profumi, gli oggetti quotidiani, dalla sedia al mestolo, fino a un semplice bicchiere. Pian piano, ha iniziato a comprendere quanto fosse importante poter stare sempre in compagnia di qualcuno e, gradualmente, si è abituata».
3 – «Non mi ci siamo pentiti della scelta, a casa non avremmo potuto offrirle ciò che invece ha ricevuto in RSA».
4 – «Preciso che per il primo anno e mezzo è stata in un’altra struttura scelta perché era l’unica ad avere posti disponibili. Da qualche mese ho cambiato RSA e la situazione è migliorata moltissimo: l’assistenza e l’attenzione alla persona sono cresciute notevolmente. Anche il suo stato d’animo e il suo equilibrio psicologico sono migliorati molto e oggi si trova abbastanza bene».
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Antonella di San Foca: «Mia madre, rinata in RSA»
1 – «Non è stata una scelta facile, soprattutto per una figlia. Portare la mamma in RSA è molto doloroso.
Ho accettato la decisione, presa dai miei fratelli a denti stretti, nella speranza che lì potesse essere seguita meglio, visto che lavoravamo tutti e avevamo poca fiducia nelle badanti».
2 – «Il fattore determinante è stato l’Alzheimer, di cui mia madre aveva iniziato a soffrire in modo significativo: non ricordava più se avesse acceso o spento il gas e cominciava a cadere in casa. Questo è stato il motivo principale che ha portato alla decisione».
3 – «Mia madre è stata ospitata in altre RSA dove non ha ricevuto lo stesso trattamento di quella attuale.
In quelle strutture stava male: quando andavo a trovarla, voleva andar via, cercava di scappare, si rifiutava di mangiare e spesso la trovavo con lividi alle braccia. In quei momenti mi sono pentita della scelta, senza dubbio».
4 – «La RSA che la ospita oggi, invece, si distingue per umanità. Dopo le esperienze precedenti, l’ho portata nella struttura della signora Luana Pataleo. Mia madre era in condizioni critiche: non mangiava più e temevamo che potesse morire nel giro di una settimana. Grazie all’amore, alla cura e alla professionalità di tutto il personale, posso dire che è rinata. È rifiorita, letteralmente.
Sono profondamente grata a questa struttura, perché hanno restituito vita e dignità a mia madre. La mia esperienza, quindi, è positiva solo per quanto riguarda la RSA della signora Luana Pataleo. Senza di loro, credo che mia madre non ce l’avrebbe fatta, oppure avrei fatto di tutto per riportarla a casa».
Maria di Santa Cesarea: «Decisione sofferta ma inevitabile»
1 – «Abbiamo deciso di optare per una RSA in un momento particolarmente difficile dal punto di vista della salute di mia madre. La scelta è maturata soprattutto a causa della crescente difficoltà nel riuscire ad accudirla in modo adeguato e completo, nonostante gli aiuti esterni».
2 – «All’inizio è stata una decisione molto sofferta: temevo di non fare abbastanza per lei o, peggio, che potesse sentirsi abbandonata. Tuttavia, superate le difficoltà iniziali legate soprattutto alla malattia, anche lei ha compreso che si trattava della soluzione migliore».
3 – «Il personale e, in primo luogo, la direzione hanno contribuito in modo determinante a garantire la sua serenità. Oggi non solo non siamo pentite della scelta, ma siamo convinte di aver fatto la cosa giusta».
4 – «Ritengo che la RSA che ospita mia madre si avvalga di personale competente, gentile e profondamente umano, sempre attento ai bisogni degli ospiti, sotto la costante e attenta supervisione della direzione».
1 – «Ho deciso di ricorrere a una RSA quando mia madre, a causa della demenza senile, ha iniziato ad aver bisogno di assistenza continua, 24 ore su 24. Essendo figlio unico, non ero più in grado di gestire la situazione da solo».
2 -«Il momento decisivo è arrivato con l’aggravarsi delle sue condizioni cliniche: ha iniziato ad avere difficoltà respiratorie e episodi di fibrillazione. Anche dopo il ricovero in ospedale, la situazione non è migliorata. Mi sono reso conto che non c’erano alternative».
3 – «Oggi vivo questa scelta con una certa serenità, anche perché mia madre sta molto meglio ed è in mani sicure. A volte lascia intendere il desiderio di tornare a casa, ma con il passare dei giorni la vedo sempre più tranquilla».
4 – «La RSA che la ospita, la “Capece” di Nociglia, merita solo parole positive: sia per il miglioramento delle condizioni di salute di mia madre, che per l’attenzione e la cura dimostrate dal personale, composto da ragazzi e ragazze di grande sensibilità».
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La Municipal, il Salento che non fa cartolina
Carmine Tundo da Noha (Galatina), anima e cuore del progetto La Municipal, racconta fragilità, territorio e contraddizioni senza filtri né compromessi…
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di Giuseppe Cerfeda
C’è un Salento che non ha bisogno di essere fotografato per esistere. Non è quello delle spiagge sature d’estate, né quello delle brochure patinate. È un Sud più lento, più ruvido, più vero. È da lì che nasce La Municipàl, progetto musicale di cui Carmine Tundo, cantautore, musicista e produttore di Noha, frazione di Galatina, è anima e motore.
La Municipàl è una forma narrativa, un modo di stare dentro le cose.
Musicalmente si muove tra indie pop, canzone d’autore e suggestioni alternative (anche se a Carmine non piacciono le etichette, NdA), con una scrittura che tiene insieme intimità e osservazione sociale. Le canzoni non cercano l’effetto immediato, ma restano, sedimentano.
Tra i brani più amati ci sono “I tuoi bellissimi difetti”, “Lettera dalla provincia leccese”, “George (il mio ex penfriend)”, canzoni che raccontano relazioni fragili, disincanto generazionale, piccoli paesaggi emotivi. Come per “La Maglia del Lecce”, simbolo fortissimo di identità salentina, ogni elemento ha un significato preciso, legato alla storia e al territorio. Non c’è mai compiacimento, piuttosto una tensione costante verso qualcosa di autentico.
E poi c’è il territorio, che non è sfondo ma materia viva: campagne, contrade, mare, paesi. Il Salento, nella musica de La Municipàl, non è mai folclore: è una condizione esistenziale.
IL CANTAUTORE “MASCHERATO”
«Un cantautore mascherato da band». Così si definisce Carmine Tundo, con una semplicità che dice molto del suo approccio.
Polistrumentista e autore prolifico, Tundo è uno di quei musicisti che non inseguono il tempo ma lo attraversano. Parallelamente a La Municipàl porta avanti altri progetti, esplora, cambia pelle.
Eppure, il centro resta sempre lo stesso: la necessità di dire qualcosa di vero tenendo sempre al centro il Salento, la musica indipendente e il bisogno di raccontarsi senza filtri. Le sue canzoni nascono quando devono nascere. Non c’è forzatura, non c’è strategia. Solo urgenza.
L’INTERVISTA
Siete spesso raccontati come una band che porta il Sud dentro le canzoni. Ma siete molto di più. Tu come descriveresti La Municipàl?
«Un cantautore mascherato da band».
Tre parole per raccontare il Salento contemporaneo attraverso la tua musica?
«Indipendente, evocativa, contraddittoria».
SCRIVERE QUANDO SERVE, NON QUANDO CONVIENE
Nei tuoi testi c’è equilibrio tra intimità e racconto sociale. Da dove nasce?
«Scrivo quando ho qualcosa reale da dire. Aspetto che arrivi la canzone, non la cerco. E quindi spesso parto da cose personali, che può essere un bene ma anche un male».
IL SALENTO CHE NON SI VEDE
Qual è il Salento che non viene raccontato abbastanza?
«Quello di chi ci vive tutto l’anno. Lontano dall’immagine turistica, c’è un mondo fatto di inverni duri e noiosi, ma pieno di storie affascinanti».
La musica può ancora raccontare un territorio meglio di altri linguaggi?
«Credo che debba farlo».
LA GEOGRAFIA DELL’ISPIRAZIONE
C’è un luogo preciso che senti come sorgente creativa?
«Il centro della provincia. Vivo a Sirgole, una contrada vicino al Canale dell’Asso. Ci ho dedicato anche un album, La valle dell’Asso. Ma tutto il Salento ispira: la campagna, lo Ionio, l’Adriatico, i borghi. Siamo fortunati».
GENERAZIONI E LINGUAGGI
Ti senti parte di una generazione che cerca nuove parole per raccontarsi?
«Ogni generazione ha il suo linguaggio. Le canzoni devono essere lo specchio dei sentimenti. Non mi piacciono quelle che non raccontano nulla».
INDIE O ETICHETTA?
La scena indie è ancora indipendente o è diventata un’etichetta?
«Non mi sono mai sentito parte di quella scena. Ci hanno inserito per questioni anagrafiche. Essendo salentini abbiamo già una vocazione indipendente. Poi è una questione di attitudine: puoi esserlo anche con budget da mainstream».
ALGORITMI, MODE E LIBERTÀ
Scrivere oggi è diverso rispetto a dieci anni fa?
«Per me no. Non mi faccio influenzare. Avendo più progetti, posso sperimentare. Inseguire un trend non ha senso, soprattutto se sei in ritardo».
La musica indipendente riesce ancora a dire qualcosa di scomodo?
«Nell’underground sì. Nei circuiti più commerciali molto meno. Dipende sempre dal contesto».
Tra vent’anni, cosa vorresti che si percepisse ascoltando La Municipàl?
«Una forte verità».
IL PRESENTE E IL FUTURO
Progetti futuri?
«Tour con Mundial e Nu Shu, e con Gaia Rollo, bravissima cantautrice che suona con me ne La Municipàl. Sto anche preparando il tour per i 10 anni di Le nostre guerre perdute».
Cos’è oggi il Salento per te?
«Una casa che a volte ti sta stretta, ma resta sempre il tuo rifugio».
Ci sono artisti che raccontano un luogo. Poi ci sono quelli che lo abitano davvero, anche quando salgono su un palco lontano. Carmine Tundo appartiene alla seconda categoria.
La Municipàl non addolcisce, non semplifica, non cerca scorciatoie. Sta dentro le crepe, nelle contraddizioni, nei silenzi.
Ed è proprio lì, in quel punto scomodo e autentico, che le sue canzoni diventano necessarie.
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