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Casarano

“Mi ha stordita con un nebulizzatore ed ha abusato di me”: il racconto di una delle vittime dell’ortopedico arrestato

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Dal racconto di una delle pazienti, emergono alcuni raccapriccianti dettagli sulle pratiche messe in atto dall’ortopedico originario di Tricase arrestato in queste ore con l’accusa di violenza sessuale aggravata.





Il medico, Sergio Cosi, 66 anni, in servizio presso una clinica di Casarano, è stato ristretto ai domiciliari dopo una inchiesta che si è avvalsa di intercettazioni ambientali audio-video raccolte dai carabinieri in seguito alla prima denuncia.





L’attività dell’Arma prende piede dalla testimonianza di una donna di 50 anni di Casarano. Il suo racconto è riportato da LecceNews24: la paziente si reca in clinica lo scorso maggio. Durante la visita, il medico la fa adagiare su un lettino e dopo averle praticato dei massaggi le nebulizza una sostanza sul viso.





È qui che la donna inizia a sentirsi stordita. L’ortopedico poi le sussurra delle frasi del tutto fuori dal contesto medico e subito dopo le inserisce due dita in bocca, allargandole le labbra e sussurrandole: “Che bella lingua che hai”.




È qui che il professionista, approfittando della posizione ribassata del lettino, adeguatamente posizionato in precedenza, si denuda ed abusa della paziente, incapace di reagire perché ancora sotto l’effetto della sostanza inalata.





Uscita dallo studio, la donna si è allontanata senza riferire nulla al marito, che era ad attenderla all’esterno, per timore che lo stesso potesse farsi giustizia da sé.





Un paio di settimane dopo, confidatasi con un’amica, la donna trova la forza di denunciare l’accaduto ai carabinieri. È così che parte l’inchiesta che ha portato ora alla custodia cautelare del medico, ristretto ai domiciliari e ritenuto responsabile di almeno 5 episodi simili.


Casarano

Covid, flettono leggermente i numeri rispetto a ieri

Questa la suddivisione dei casi in provincia: Bari 2.764, Bat 934, Brindisi 761, Foggia 1.269….

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8.333 sono i nuovi contagi da Covid 19, mentre si contano 63.243 test giornalieri. il tasso di positività del 13,2%. Sono sette i morti.

Gli attualmente positivi sono 133.483 (ieri 139.003; -4,18%), 691 (ieri 665; -5,4%) quelle ricoverate in area non critica, 63 (ieri 69; -9%) in terapia intensiva.

Questa la suddivisione dei casi in provincia: Bari 2.764, Bat 934, Brindisi 761, Foggia 1.269, Lecce 1.437, in provincia di Taranto sono 1.061, 62 i residenti fuori regione, 45 appartengono a province in via di definizione.

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Casarano

Il calcio a Casarano: onori del passato, oneri del presente

Alla ripresa del campionato, rossoazzurri chiamati alla riscossa con nuovo allenatore e i nuovi innesti. Intanto si celebrano palmares e record di una storia gloriosa

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Come in un interminabile e infinito gioco dell’oca, anche questa stagione, la terza in serie D brillantemente conquistata con un incredibile triplete e dopo sette anni di tentativi falliti per un soffio, si sta maledettamente rivelando difficoltosa e problematica per il Casarano del presidente Giampiero Maci.

Oltre agli effetti negativi della permanente epidemia, questo campionato si è presentato ai rossoazzurri molto spinoso, non tanto per aspettative di promozione messe da parte nel programma, quanto per un illusorio avvio, seguito poi da una caduta libera fino alla zona playout, persino corredata dal risultato negativo di 2 a 6 contro il Nola, di proporzioni mai verificatesi nella storia del Capozza.

Con la curva dei tifosi organizzati in rotta da tempo con la Società e gli spalti sempre più abbandonati dal pubblico, la Società, forse un po’ in ritardo, è finalmente intervenuta con alcuni rinforzi all’organico e l’ingaggio del nuovo allenatore, Alessandro Monticciolo, di esperienza nella categoria, conseguendo contro la Nocerina tre punti di platino in una vittoria attesa da ben undici giornate.

A questo punto, vista la sosta di due settimane indetta dalla LND per i contagi diffusi in numerosi gruppi-squadra, non resta che approfittare del mese di sosta (l’ultima partita giocata è del 22 dicembre scorso) per affinare gli schemi e farsi trovare ben preparati alla ripresa delle ostilità, in un girone di ritorno ora ancora più impegnativo, verso il raggiungimento della quota salvezza nel più breve tempo possibile.

Nel frattempo il tifoso delle Serpi, oltre al pronto e fiducioso ritorno allo stadio, può recarsi al virtuale, ossia sul web e, specialmente se giovane, conoscere il glorioso passato della propria squadra del cuore, potendo così scoprire sulle tante pagine di Wikipedia onori e record, non sempre ben considerati, ma ottenuti dalla squadra di una cittadina del sud-Salento, doveroso vanto per ogni autentico sportivo.

*nella foto grande in alto: Il Casarano di serie C1 1982-“83 con Don Tonino Bello, nell’incontro organizzato da Oronzo Russo de ”La Gazzetta del Mezzogiorno” in autostrada a Molfetta.

Giuseppe Lagna

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Approfondimenti

Salento, sempre più vecchi e a rischio spopolamento

Ebbene, si può affermare che lo spopolamento consiste, di là dalla riduzione delle nascite, nel fatto che molti giovani vanno via dal loro paese e non vi ritornano se non per trascorrere le vacanze

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di Hervé Cavallera

È da qualche anno che si registra un forte calo demografico in provincia di Lecce.

Nonostante che da più parti si sostenga che non è (o non dovrebbe essere) un fenomeno inarrestabile, è comunque un fenomeno consistente e deve essere inteso nella sua logica.

Ebbene, in linea generale si può affermare che lo spopolamento consiste, di là dalla riduzione delle nascite, nel fatto che molti giovani vanno via dal loro paese e non vi ritornano se non per trascorrere le vacanze. Il Salento in tal modo diventa una terra di anziani, senza una reale prospettiva di sviluppo (che non sia quello della terra dei vacanzieri) e di vita.

Ora, se si considera la storia, alcuni elementi appaiono indiscutibili. Nel passato il Salento era terra di emigranti per molti delle classi sociali meno abbienti, ma accadeva che dopo anni di lavoro all’estero gli emigrati ritornavano nel proprio paese dove, con i risparmi, si erano adoperati per far costruire una civile abitazione.

Così, grosso modo, almeno sino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso. Sempre nel passato, le classi agiate mandavano i loro figli a conseguire la laurea nell’Università di Napoli o in sedi ancor più distanti (Bologna, ad esempio), non essendoci sedi universitarie in Puglia, ma una volta conseguita la laurea il dottore tornava nella propria terra. Ora non più.

Nonostante la Puglia vanti, dal secolo scorso, diverse sedi universitarie (l’Università di Bari è sorta nel 1925 con la Facoltà di Medicina, quella di Lecce è istituita nel 1955, l’Università di Foggia è istituita nel 1999; ad esse devono essere aggiunte le università private e le sedi staccate delle statali a Taranto e Brindisi), il numero di coloro che si laureano fuori regione o che soprattutto si allontanano dal Salento è in crescita.

La diffusione del numero dei laureati salentini non corrisponde, pertanto, alla presenza degli stessi nel Salento. Il tutto, tenendo conto della carenza di strutture industriali o che comunque non richiedano una manodopera laureata, e quindi da utilizzare quanto meno a partire dal diploma della secondaria, ha fatto sì che sia notevolmente cresciuta la frequenza universitaria nella speranza che la laurea garantisca un posto di lavoro di buon livello.

Ciò considerato, il non rientro nel territorio natio dei laureati significa, in una società in cui è esplicita la richiesta di un sapere specializzato, che il Salento, di là dalle sue indiscutibili bellezze paesaggistiche ed artistiche, non è una terra in grado di corrispondere alle richieste di tutti i laureati, come al tempo stesso non è stato in grado di assorbire i diplomati della secondaria in genere né di incentivare esiti lavorativi per i diplomati degli istituti professionali.

La presenza di uno squilibrio tra la richiesta di lavoro specialistico e la soddisfazione della stessa viene, di conseguenza, a gravare sulla responsabilità di una classe politica provinciale, regionale, nazionale che non è riuscita, nel corso dei decenni, a generare delle offerte connesse alla logica del mercato del lavoro.

In breve, al processo di scolarizzazione di massa non si è accompagnato un progetto di vasta portata capace di assorbire in maniera articolata la crescita sociale.

Non si tratta solo di uno spostamento di salentini in altre parti d’Italia, ma addirittura all’estero. È la cosiddetta fuga dei cervelli in cui si ripresenta l’antico fenomeno dell’emigrazione.
Tale parola potrebbe sollevare perplessità nell’età della globalizzazione e sembrare inadeguata, ma così non è quando l’andare via diventa necessario o quando le offerte sono più vantaggiose in altre parti della Penisola o del mondo. Si deve pur vivere, si potrebbe dire drasticamente.

Ma un territorio che si spopola non vuol dire solo perdita di professionisti più o meno di talento. Implica perdita di affetti, indebolimento della cosiddetta classe dirigente, smarrimento delle tradizioni, limitazione delle forze intellettualmente generative.
Senza voler essere catastrofisti, occorre rendersi ben conto del significato del processo in atto.

Non si tratta semplicemente di non perdere concittadini, ma di assicurare, se non proprio la crescita, il perdurare di una civiltà che è un intreccio di affetti, tradizioni, innovazioni.
A tutto questo si aggiunge il fenomeno della denatalità, che ha anche altre sue logiche, ma che attesta la crisi della famiglia tradizionale la quale richiede, per la sua stessa sopravvivenza, progetti a lungo termine.

Al contrario, si tende a vivere alla giornata, con unioni che possono sciogliersi con relativa facilità, generando a loro volta una nuova serie di problemi non sempre vissuti pacatamente.
Come si vede, tutto si collega e si tiene. Non si è giunti, si capisce bene, ad un disastro irrimediabile, ma le premesse, come si è visto, non sono propriamente rosee.

Per riconsiderare il pensiero di Émile Durkheim, occorre che vi sia una dialettica tra statica e dinamica sociale. Una società quale che sia ha sempre bisogno di una coesione connessa a dei valori condivisi capaci di fondare una coscienza collettiva.

La globalizzazione, proprio per le sue aperture sconfinate, può rischiare di travolgere ogni coesione. Ciò diventerebbe assai grave in una società che va perdendo la presenza dei propri giovani.

Si comprende che la via di salvezza necessita di una visione politica di ampio respiro e della capacità di realizzarla e ciò deve accadere in un contesto in cui avviene proprio la fuga dei giovani, ossia di coloro che dovrebbero coniugare tradizione e innovazione.

Tale visione è l’unico percorso da percorrere e bisogna che ciò si manifesti in maniera decisiva.

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