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Approfondimenti

A Salve l’Hotel dei migranti

Il nostro reportage in una delle sedi nelle quali l’associazione Arci realizza il progetto di prima accoglienza per gli immigrati richiedenti asilo politico

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I ragazzi hanno appena terminato di studiare. Mi vedono arrivare, mi stringono la mano e sorridono. Sorridono sempre, è il loro modo per comunicare, per dirti che sono contenti di essere qui.


Gli operatori dell'ARCI Rino, Michele e Agnese con alcuni degli ospiti dell'Arca Hotel

Gli operatori dell’ARCI Rino, Michele e Agnese con alcuni degli ospiti dell’Arca Hotel


Michele Contaldi, tre lauree magistrali, uno dei tre operatori dell’Arci, l’associazione che gestisce il progetto, parla con loro: “Non è un avvocato! State tranquilli! Interview is not for Commission but for the newspaper! Ti hanno scambiato per l’avvocato”, mi dice, “sono tutti richiedenti asilo politico e sono in attesa che la Commissione territoriale riconosca loro lo status di rifugiato. I tempi di attesa tuttavia superano di gran lunga quelli previsti dalla legge, prolungando così l’emergenza”.

Arriva un ragazzo nigeriano che s’era perso il discorso e baldanzoso, dritto dritto, fa quello che avevano fatto gli altri: mi dà la mano e mi saluta. E tutti a ridere. Un suo amico in italiano lo richiama: “Ehi! Muntari, che fai? Vieni qui!” Lo chiamano come il giocatore del Milan. In effetti sembra il fratello minore.


L’accoglienza e l’integrazione


L’Arca Hotel di Salve è una delle sedi nelle quali l’associazione Arci realizza il progetto di prima accoglienza per gli immigrati richiedenti asilo politico in attesa di essere trasferiti nei CARA. Il progetto è stato assegnato con bando dalla Prefettura di Lecce. “I ragazzi arrivano qui accompagnati dalla polizia, non hanno nulla se non un documento con i loro dati”, ci racconta Agnese Riso, anche lei operatrice Arci con una laurea in sociologia. Continua: “Noi ci occupiamo di tutto: dai vestiti alle prime necessità, li fotosegnaliamo se non è stato già fatto. La priorità è l’assistenza sanitaria: le cure ospedaliere per i cittadini irregolari privi di risorse economiche viene assicurata tramite il rilascio di un tesserino STP (Stranieri Temporaneamente Presenti). Poi richiediamo anche la tessera sanitaria. Inizia così la loro permanenza nel centro. Molti di loro ci restano per mesi. Vogliamo che si integrino con il territorio che li ospita. Ogni mattina io e Michele facciamo lezioni di italiano presso la sala conferenze che l’Amministrazione comunale ci ha messo a disposizione. Imparare la lingua è il primo passo per l’integrazione. E’ importante per loro uscire, lasciare l’albergo per andare a scuola. Lo fanno volentieri e si aiutano tra di loro e devo dire che danno una grossa mano anche a noi!”.


Il calcio, il vero motore


I ragazzi nel pomeriggio si allenano con gli Amatori Calcio di Marciano e Patù. “Lo sport è una grande opportunità”, dice Rino Letizia, il terzo operatore Arci, uno che lì dentro, se non ci fosse, lo si dovrebbe inventare. Comunica con i ragazzi come se parlasse ad un suo amico, con amore e gentilezza ma anche con decisione: “Andate a studiare che di questo passo l’italiano non lo imparate!”. Loro sorridono e prendono il quaderno tra le mani. Una sana dose di praticità e realtà che rende sincero il rapporto. “Giocare a calcio è un modo per stare insieme agli altri: e sono pure bravi!”, continua Rino. Poi si ferma un attimo e guarda Muddasar, un ragazzo Pakistano: “Insomma… mica tutti. Lui non è proprio un campione” e giù una risata. Ride pure Muddasar. “Ma è bravissimo a costruire i muri in pietra. Il migliore. I ragazzi hanno fatto un corso di formazione professionale per diventare esperti in costruzione di muretti a secco ed hanno rifatto i muri di alcune strade di Salve”. Michele ci tiene a sottolineare che “vengono da tutto il mondo, hanno diverse usanze, culture, religioni e idee, ma si aiutano tra di loro come fratelli, mettono a disposizione il loro tempo per gli altri. Di recente ci sono stati dei nuovi arrivi. Tutti hanno dato una mano, senza risparmiarsi”.


I costi dell’accoglienza


I rifugiati costano allo Stato 30 euro più Iva al giorno. A fronte di tale corrispettivo giornaliero all’immigrato si devono garantire il servizio di assistenza alla persona e di mediazione culturale, la fornitura di beni, servizi di gestione amministrativa, assistenza sanitaria, pulizia e igiene ambientale, l’erogazione dei pasti, e un pocket money di 2,50 euro.

“Questo è un aspetto importante”, insiste Agnese, “qualcuno crede che ai ragazzi vengano dati trenta euro al giorno. Non è così: hanno a disposizione 2,50 euro per le piccole necessità. È’ bene che si sappia. Se hanno avuto un diniego dalla Commissione la polizia fornisce loro un permesso di lavoro temporaneo e possono dunque lavorare. Lavorare sarebbe il massimo per completare il processo di integrazione”.

“Si parla tanto dei costi dei centri di accoglienza”, dice Anna Caputo presidente provinciale dell’associazione Arci, “ma il problema è legato ai tempi di permanenza dei richiedenti asilo politico che restano nel centro tanto, troppo tempo, in attesa della sentenza delle Commissione che, per problemi burocratici, tarda ad arrivare: sei, otto mesi, anche un anno. Per ridurre la spesa basterebbe accorciare i tempi dell’iter. Lo Stato investe su questi ragazzi, insegna loro la lingua, li accoglie, fa di tutto per integrarli e poi? Poi lo status di rifugiato per la maggior parte di loro resta un sogno perché non ci sono i presupposti. Sicuramente porteranno con loro quello che hanno imparato ma non c’è alcun ritorno dell’investimento fatto. Riducendo i tempi si ridurrebbero i costi e tutto il processo avrebbe un significato”.


E la notte tutto ritorna…


“Queste persone lasciano una terra che non gli appartiene più”, racconta Roberta Micali, la psicologa che segue i ragazzi, “cercando di integrarsi in un’altra, che spesso non hanno scelto, definita da una lingua, norme culturali, abitudini e degli stili di vita spesso completamente diversi dalle proprie, nella quale, non vi è calore ma spesso lunghi periodi di “inesistenza”, discriminazione, emarginazione e giudizio costante. Gli orrori vissuti, sono tenuti faticosamente a bada di giorno, mentre, di notte, si ripresentano con forza raddoppiata. Nella solitudine della veglia, le urla, il rumore delle bombe, riecheggiano nelle loro orecchie, nei sogni terrifici e negli incubi. Il calore e l’accoglienza della popolazione ospitante potrebbe costituire un fattore di protezione da ulteriori stress per la loro salute psichica”. Ed il territorio? “E’ da qualche anno che l’hotel ospita immigrati”, spiega il sindaco di Salve, Vincenzo Passaseo, “L’Amministrazione è vicina a questi ragazzi cercando di soddisfare le eventuali richieste e mettendo a disposizione le proprie strutture, come la sala conferenze per le lezioni ed il campo sportivo. Siamo a disposizione per ogni tipo di necessità”.

Sono ragazzi giovani, senza famiglia, senza nulla, con tanta nostalgia ed una dignità immensa. Oggi vorrebbero restare, domani andare e poi tornare. Lavorare, più semplicemente vivere. Prendere il treno ed andare via, chissà dove. Forse a casa. Ma non possono. Sono profughi di guerra o persone in cerca di una vita migliore. E che differenza c’è? Nessuna. Credo proprio che la cosa sia del tutto indifferente. Del tutto indifferente.


Muddasar: “In Pakistan mi hanno portato via la terra con la forza”


MUDDASARMuddasar ha 26 anni e viene dal Pakistan. È arrivato in Italia nel febbraio del 2014 ed è il più “anziano” del centro. La commissione ha già rigettato la sua domanda di asilo ed ora spera nel ricorso con l’aiuto di un avvocato. “Sono scappato dal Pakistan ed era l’ultima cosa che avrei voluto fare. Mio padre ha lavorato in Germania per molti anni ma nel 2000 è venuta a mancare mia madre e così è ritornato a casa. Siamo stati perseguitati da chi ha voluto in tutti i modi portarci via la nostra terra. In Pakistan la corruzione è ovunque, sopratutto negli organi che dovrebbero essere preposti a proteggerci e a tutelarci. La mia colpa? Non voler cedere ai ricatti. Ci hanno costretto con la forza, con aggressioni, a privarci di quello che avevamo. Mio padre mi ha detto di andare via e di ritrovare la mia libertà. Sono partito ormai da 8 anni. Ho passato 6 mesi in Turchia e sette anni in Grecia dove ho lavorato come cuoco in un ristorante. Lì un avvocato mi ha chiesto tremila euro per aiutarmi ad avere l’asilo politico, ma non mi hanno dato nulla. Non era più possibile stare in Grecia anche perchè i militanti di destra più volte mi hanno aggredito. Allora per duemila euro ho fatto la traversata in barca a vela dalla Grecia qui in Italia. Sto bene a Salve con gli altri ragazzi. Mi piacerebbe lavorare in un ristorante”.


Charles: “Sono cristiano e in Nigeria… Il mio sogno? Peace!”


CHARLESCharles viene dalla Nigeria ed ha 25 anni. E’ in hotel dallo scorso giugno. Parla solo inglese, Michele ed Agnese mi danno una mano.
Sembra il più smaliziato dei tre, con un sorriso contagioso. Ha un braccio rotto e lo mostra soddisfatto: “E’ successo giocando a calcio. Mi alleno a Patù con gli Amatori Calcio”. “È bravino!”, scherza Michele, “forse lo tesserano per il campionato”. E lui: “Forza Lazio!”. Ed io: “Perché la Lazio?” Ride: “Ci gioca Onazi, nigeriano come me!”.

Quello che ci racconta è difficile da credere. Il sorriso non c’è più: “Ho attraversato il Niger ed il Mali fino ad arrivare in Libia, a piedi ed in autobus. Economicamente in Nigeria non stavo male: studiavo e lavoravo come commesso in un super market. Ma appartengo ad una famiglia cristiana e da noi la maggioranza sono musulmani. Persecuzioni religiose e scontri politici mi hanno costretto ad andare via dal mio Paese, dove la guerra non è mai finita ed è sempre lì, in agguato”.

Non dice altro, resta in silenzio. E prima che gli potessimo chiedere altro cambia discorso: “Lo sapete che suono le percussioni ed il basso. Mi piacerebbe suonare ancora!”. “Allora mettiamo su una band con gli altri ragazzi!”, lo stuzzica Agnese. E lui a ridere ancora senza nascondere un po’ di imbarazzo. E quando gli chiedo qual è il suo sogno non esita un secondo: “Peace!” E non c’è bisogno di interprete…


Shobhan: “Nel mio Paese ero al primo anno di Medicina”


SHOBHANShobhan viene dal Bangladesh, ha 22 anni ed è a Salve da agosto. E’ il più piccolo dei tre, lo si vede. Timido e silenzioso. Si accarezza la barba, mi dice che è fiero di portarla. Gli chiedo di che fede è. È musulmano.  “Ma non studio il corano”, si affretta a precisare, “ho la barba come un Imam ma non lo sono. Studiavo medicina, ero al primo anno. Nel mio Paese ho cinque sorelle e quattro fratelli, mia madre è morta. È difficile pensare a loro così lontani. Io sono giovane e cerco di guardare avanti. Vorrei restare qui in Italia e lavorare. Poi anche riprendere i miei studi ma per ora spero che mi ascoltino e che io possa rimanere in Italia”.


I rifugiati in Italia


mappa delle migrazioniLa definizione di rifugiato è contenuta nella Convenzione di Ginevra, firmata da 147 Stati nel 1951, che descrive come rifugiato colui che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese”. Il rifugiato è una persona costretta a chiedere protezione in un Paese straniero, perchè abbandonare il proprio Paese è l’unico modo in cui può salvare la propria vita o libertà. Il diritto di asilo e di chiedere protezione è garantito anche dall’art. 10 comma 3 della Costituzione italiana: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. In Italia vivono 58mila rifugiati: un numero contenuto rispetto ad altri Paesi dell’Ue, basti pensare ai 571.000 rifugiati che vivono in Germania o ai 193.500 del Regno Unito (fonte UNHCR).


I centri per l’immigrazione


(Fonte Ministero dell’Interno)


Le strutture che accolgono e assistono gli immigrati irregolari sono distinguibili in tre tipologie.


Centri di primo soccorso e accoglienza (CPSA)

Sono strutture allestite nei luoghi di maggiore sbarco, dove gli stranieri vengono accolti e ricevono le prime cure mediche, vengono fotosegnalati, viene accertata l’eventuale intenzione di richiedere protezione internazionale e vengono smistati verso altri centri.

Centri di accoglienza (CDA)

Sono strutture destinate a garantire una prima accoglienza allo straniero irregolare. L’accoglienza nel centro è limitata al tempo strettamente necessario per stabilire l’identità e la legittimità della sua permanenza sul territorio o per disporne l’allontanamento.

Centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA)

Sono strutture nelle quali viene inviato e ospitato lo straniero richiedente asilo privo di documenti di riconoscimento o che si è sottratto al controllo di frontiera, per consentire l’identificazione o la definizione della procedura di riconoscimento dello status di rifugiato.

Centri di identificazione ed espulsione (CIE)

Tali centri si propongono di evitare la dispersione degli immigrati irregolari sul territorio e di consentire la materiale esecuzione, da parte delle Forze dell’ordine, dei provvedimenti di espulsione emessi nei confronti degli irregolari. Il Decreto-Legge n. 89 del 23 giugno 2011, convertito in legge n. 129/2011, ha fissato il termine massimo di permanenza degli stranieri in tali centri a 18 mesi complessivi.


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Auto-diagnosi: i sintomi che cerchiamo di più su Google

Secondo un’analisi svolta dagli esperti della vista di Lenstore, diarrea ansia e vertigine sarebbero i sintomi più ricercati

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 Gli esperti della vista di Lenstore hanno condotto una ricerca per scoprire quali sono i sintomi piú cercati su Google.


La ricerca mostra che le persone si rivolgono a Google per trovare le cause di sintomi di diarrea, ansia e vertigine con una media di 909.000 ricerche al mese.


Durante la pandemia, il  sintomo ‘perdita di gusto e olfatto’ è stato cercato su Google con un aumento del 73%.


Il 27% degli italiani ammette di avere usato Google per ricercare dei sintomi di un malessere nel passato e di essere giunti ad una diagnosi sbagliata o peggiore rispetto a quella fatta in seguito dal medico.


Tenendo questi dati in considerazione, è importante chiedersi quanto Google sia una fonte attendibile da consultare e quanto invece ricorrere al motore di ricerca sia causa di ansie e frustrazioni.


Gli Italiani si preoccupano per la loro salute in media due volte alla settimana e tutti almeno una volta hanno pensato di usare il motore di ricerca online per togliersi dei dubbi riguardo a una condizione di salute.


Lenstore ha analizzato 100 sintomi in 26 paesi per individuare quelli piú ricercati.


A seguire sono riportati i 10 sintomi piú cercati su Google:





















































SintomoNumero di Ricerche al Mese
Diarrea1.088.970
Ansia89.,660
Vertigini745.600
Emicrania713.430
Insomnia662.410
Mal di Gola616.980
Costipazione601.360
Mal di testa507.460
Febbre486.510
Bruciore di Stomaco456.490
Attacchi Epilettici346.960

*Dati basati sulla media di ricerche al mese negli ultimi 12 mesi


La Diarrea è il sintomo più ricercato al mondo, con circa 200.000 click in più al mese rispetto al secondo il classifica: l’ansia.


Con circa 284 milioni di persone al mondo affette dal disturbo d’ansia, non è strano che l’ansia sia uno dei sintomi piú ricercati in diversi paesi tra cui la Turchia (con 49.500 ricerche al mese), l’Italia (40.500 click) e la Norvegia (8.100).


Infine è interessante notare che sintomi come ‘Prurito vaginale’ e ‘Capezzolo rientrante’ abbiano entrambi un volume di ricerca mensile molto alto, con rispettivamente 214.400 e 178.930 ricerche.


Questo puó essere causato dal fatto che possa essere piú semplice parlare con il medico di determinati sintomi rispetto ad altri e che quindi il motore di ricerca venga usato piú spesso in queste occasioni.


Il 15% degli Italiani ha ammesso di non avere voluto visitare il proprio medico durante la pandemia per paura del COVID.


Sebbene sia noto che gli Italiani si preoccupano moltissimo per la loro salute, abbiamo voluto riportare qui sotto i 10 sintomi piú ricercati su Google dagli Italiani ed il loro corrispettivo volume di ricerca:
















































SymptomNumero di ricerche al mese
Ansia40,500
Mal di Gola33,100
Febbre27,100
Mal di Testa27,100
Lingua Bianca27,100
Diarrea27,100
Insomnia27,100
Raffreddore22,200
Emicrania18,100
Prurito Anale18,100

*Dati basati sulla media di ricerche al mese negli ultimi 12 mesi


Altre nazioni che mostrano un interesse simile per le cause di ‘Lingua bianca’ sono gli Stati Uniti (con circa 60.500 ricerche mensili), la Francia (con circa 22.200), il Regno Unito (14.800) e la Spagna (12.100)


I Sintomi di COVID-19


L’avvento del coronavirus ha aumentato esponenzialmente il volume di ricerca di alcuni sintomi.


Ad aprile,infatti, gli Italiani hanno cercato su Google il sintomo ‘Perdita di gusto’ con un aumento del 63% rispetto a gennaio.


La tabella a seguire mostra l’aumento graduale della ricerca di certi sintomi connessi al COVID, durante varie fasi della pandemia da gennaio ad aprile.













































SintomoGennaioFebbraioMarzoAprileIncremento %  da Gennaio ad Aprile
Perdita di gusto12,16012,21072,510113,630834.46%
Perdita di olfatto6,8706,71071,07050,230631.15%
Mancanza di fiato154,640165,580626,630407,490163.51%
Febbre484,190545,7701,393,410923,08090.64%

La Febbre é stato il sintomo più ricercato durante l’ultimo anno in Germania, Paesi Bassi e Svezia.


Roshni Patel, professionista e responsabile ai servizi a Lenstore commenta: « E’ interessante il fatto che le persone si affidano ad un motore di ricerca per avere un aiuto medico, piuttosto che rivolgersi ad uno specialista. E’ facile in questi casi lasciarsi spaventare dalle diagnosi di Google oppure prendere sottogamba una condizione di salute che necessita di attenzione medica immediata. Il fatto che abbiamo accesso immediato a queste fonti è positivo. Tuttavia quando si tratta di salute, è importante rivolgersi ad un medico specializzato piuttosto che fidarsi delle notizie sul web».


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L’accorato appello di un nostro connazionale di Lucerna

“Ci eravamo impegnati per raccogliere i fondi e rilevare la Casa d’Italia, ma Roma ci ha delusi…”

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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO


Dopo diverse telefonate ricevute in Redazione da parte del signor Ippazio Calabrese di Tiggiano, che ci esortava a pubblicare la lettera indirizzata alle istituzioni italiane per tramite di un suo console, abbiamo deciso di rendere pubblica questa denuncia (che molte redazioni di giornali hanno ricevuto), nella speranza che il grido d’aiuto dei tanti connazionali all’estero, nella fattispecie quelli del cantone Lucerna, in Svizzera, possano ricevere la dovuta attenzione, e che il danno per aver dovuto “abbandonare l’Italia” ieri non si trasformi in una sonora beffa oggi.


Lettera aperta al Console generale di Zurigo, dr. Giulio Alaimo 


Il Console di Zurigo, dr. Giulio Alaimo, tra qualche settimana si trasferirà  nel Principato di Monaco, dove ricoprirà  l’incarico di  Ambasciatore e vorremmo approfittare dell’occasione per portare a conoscenza della comunità italiana  alcuni particolari sull’operato dello stesso.


Era il 23 settembre del 2016, ad  appena 2 mesi dal suo insediamento, quando venne per la prima e ultima volta a trovarci alla Casa d’Italia di Lucerna, i connazionali erano onorati e contenti di fare la sua conoscenza. 


La Casa d’Italia, in quel periodo, ospitava l’asilo materno gestito dalle Suore Scalabriniane che accudivano diversi bambini. Il suddetto immobile, era stato comprato, nel 1939, dallo Stato italiano, grazie anche al contributo della comunità italiana locale che, così facendo, andava incontro alle esigenze dei tanti genitori che lavoravano, e potevano affidare i propri figli alle stesse suore che albergavano nella  struttura. 


Per motivi di sicurezza e fiducia, la Comunità affidò, in seguito, l’immobile nelle mani sicure dello Stato, ma  quest’ultimo ha preferito, (e siamo ad oggi, nel 2018), mettere all’asta l’edificio, senza interrogarsi come venire incontro agli interessi ed alle esigenze dei propri Connazionali.


La Casa d’Italia negli anni è stata sede  anche del consolato fino al 2000, diventata poi agenzia consolare ed infine assorbita dal Consolato di Zurigo. 


Inoltre, sempre nello stesso edificio, ha operato il corrispondente consolare, la Missione Cattolica, la Dante Alighieri, l’Unitre, le ACLI, il CASLI, la biblioteca italiana, il CONI, ed altro, financo un ristorante italiano gestito dalla Colonia Libera. 


Nel 2017 da Roma venne  deciso di chiudere e vendere l’edificio. Preoccupati della vendita avvenuta negli ultimi anni di altri immobili dello Stato italiano ubicati in Svizzera, e ci riferiamo a quelli  di Locarno, Bellinzona e San Gallo, subito ci siamo messi all’opera per racimolare la somma di denaro, corrispondente alla cifra della base d’asta, richiesta nel bando, affinché la casa rimanesse nelle mani degli italiani in Svizzera. 


Nonostante quell’immobile, come Lei è a conoscenza, pregiatissimo dr. Alaimo, racchiudeva 80 anni di storia dell’emigrazione italiana e, pertanto, meritava di essere salvato e tramandato alle future generazioni,  nonostante avessimo un accordo con la Farnesina, tramite una trattativa privata scritta, nonostante ci fossimo strenuamente battuti per racimolare il denaro, il Ministero degli Esteri non ci è venuto incontro e l’ha venduto al miglior offerente!


Adesso ci sentiamo traditi dalle Istituzioni: dall’allora Ambasciatore Del Panta, dai parlamentari eletti all’estero, dall’inutile CGIE  e dal Com.It.Es di appartenenza. 


Ci saremmo aspettati dal Presidente del Com.It.Es di Zurigo che, oltre che a scrivere lettere a destra e a manca (senza ricevere risposte), si fosse premurato di farsi ricevere, con spirito patriottico, dal Console Alaimo e dal precedente  Ambasciatore e, a nome della Comunità tutta, avesse contattato la Farnesina, per non far partire l’asta. 


Purtroppo tutto ciò non è stato fatto, per non contraddire le Istituzioni romane. 


Con rammarico dobbiamo evidenziare l’indifferenza di tutti i rappresentanti delle Istituzioni,  per non essere stati in grado  di fare squadra, per salvare quell’immobile dall’immenso valore umano-storico-culturale.  


Quello che più ci ha fatto arrabbiare è stato l’atteggiamento arrogante e denigratorio dello Stato italiano, che non si è degnato nemmeno di rispondere alle richieste di sospensione del bando di vendita all’asta della Casa d’Italia di Lucerna, e quello di concederci la priorità di acquisto. 

Purtroppo, con amarezza, dobbiamo affermare che la nostra richiesta di acquisto non è stata presa nemmeno in considerazione. 


Qual è il rispetto delle Istituzioni verso noi italiani all’estero?


E’ questa la stima, il rispetto ed il valore che ha Roma verso gli Italiani residenti all’estero? 


Abbiamo dovuto giustificare l’operato di Roma anche nei confronti della Città di Lucerna, che  aveva espresso per iscritto la  volontà di acquistarla ma non seguì nessuna risposta. Proviamo vergogna!


Nella comunità di Lucerna e cantoni limitrofi, non sappiamo dove organizzare eventi culturali  o commemorare le nostre feste nazionali. Ci  sentiamo abbandonati dallo Stato italiano con una profonda ferita che stenta a rimarginarsi, e ancora oggi attendiamo una replica per coprire l’assordante silenzio per quello che non è successo. 


Infine, vorremmo portare a conoscenza al dr. Alaimo, che nel novembre 2018 sono stati cancellati nella sola zona di Lucerna, Niedwalden, Obwalden e Uri ben 3 corrispondenti consolari.  Ne è rimasto  solo uno che, ora, deve fare il lavoro che, precedentemente,   svolgevano in quattro.


Dopo oltre vent’anni di  volontariato, queste persone  che la comunità apprezzava, sono state improvvisamente destituite dalle loro mansioni, senza una spiegazione. Sarebbe stato cortese se fosse giunto loro un ringraziamento per iscritto per il decennale lavoro di volontariato, svolto a costo zero.


Nonostante il caso fosse stato fatto presente in diverse occasioni alle riunioni del Com.It.Es, che Lei, dr. Alaimo, nell’ultimo anno (prima del coronavirus), non ha presieduto, facendosi sostituire da un funzionario del Consolato, finora non è stata presa nessuna decisione sull’argomento.


Ed è per questo che i firmatari in calce ne approfittano, per rivolgere un immenso grazie agli ex-corrispondenti consolari:  Andrea Nieddu, Pietro Razza e  Carmine Di Clemente.


Un’ ultima osservazione riguarda la ristrutturazione della Casa d’Italia di  Zurigo, ancora di proprietà dello  Stato, dove  Lei, dr. Alaimo, non si è prodigato più di tanto per riservare, in futuro, un piccolo spazio alle Associazioni e ai Connazionali, che prima della chiusura dell’immobile, del 2017, era stato ritrovo sicuro e punto di riferimento. 


Da persone educate e rispettose delle Istituzioni Le auguriamo ogni bene per il suo nuovo ruolo di Capo Missione nel Principato di Monaco.


Firmato:


Ippazio Calabrese Consigliere Com.It.Es /Zürich – Carmine Di Clemente ex-Corrispondente Consolare – Cavaliere Giulio Rossi – Carmela Sbaraglia 


Judith Conte – Angelo  Farina – Giuseppe  Carrubba – Franco Nuzzo – Richard Emmenegger – Carmelina Santangelo – Evangelo Perez  


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Ebrei a Tricase Porto, la storia che sfila tra le dita

Si chiamava Geltrude Kraus ed era una bella ragazza di origini austriache, ebrea, bionda, che sembrava…

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Le emozioni sono attimi fuggenti che sfilano tra le dita, come un nastro di seta che, scivolando via, ci accarezza la pelle e sprigiona sensazioni e suggestioni che permeano l’animo umano.


Sono briciole di storia sedimentata, attimi di letizia che riemergono dalla profondità dei ricordi che, solo col trascorrere del tempo, apprezziamo sempre di più.


Quelle dell’estate del 1945, anche se lontane nella memoria, cristallizzate nel racconto di Ercole Morciano e descritte con maestria, ci fanno riflettere sui momenti bui che quella generazione ha vissuto, ha saputo affrontare e superare, sul candore della fanciullezza e sul valore dell’amicizia che, nonostante tutto, vince su ogni obbrobrio che l’uomo genera.


Il libro Ebrei a Tricase-Porto è uno scrigno di racconti che immortala una breve storia tricasina di quegli anni; attimi di vita vissuta che scorrono via come nastri di seta fra le dita; avvincente come un giallo che cattura con piacevole leggerezza, riportandoci in quelle suggestive estati che hanno segnato la vita per tanti tricasini e molti altri “immigrati” di passaggio.


Luigi Zito


STORIE DI RAGAZZE TRICASINE ED EBREE


Ercole Morciano


Clara e Marisa Bleve abitano in Tricase, corso Roma, nei pressi del passaggio a livello ferroviario e sono entrambe pensionate.


Il racconto che segue è una delle tante storie – oltre cinquanta – che ho raccolto nel mio libro Ebrei a Tricase-Porto, pubblicato dalle edizioni del Grifo di Lecce. Sono storie accadute negli anni 1945-1947, quando alla marina di Tricase era attivo il D.P. Camp n. 39, per l’accoglienza dei profughi Ebrei alla fine della seconda guerra mondiale.


Le sorelle Bleve furono da me intervistate, nella loro casa, l’11 febbraio 2016. Segue il loro racconto:


“Al tempo in cui avvennero i fatti, [nell’immediato secondo dopoguerra, ndc] noi eravamo piccole. Nostro padre [Pippi] era dipendente delle Ferrovie del Sud-Est ed abitavamo a S. Eufemia, frazione di Tricase che ora è attaccata al paese, invece in quel periodo era ancora abbastanza separata.


La nostra famiglia era composta da nostro padre, nostra madre e quattro sorelle: Stella, Ornella, Clara e Marisa. Le prime due sono morte. In particolare Stella, la nostra sorella maggiore della quale vi parleremo, è morta trenta anni fa.


Stella nel 1946 frequentava la quinta elementare. In quel tempo gli alunni e le alunne della quarta classe elementare che volevano continuare fino alla quinta, dovevano recarsi alle scuole elementari di Tricase, perché nelle scuole di S. Eufemia la quinta classe non c’era.


Anche per questo motivo non tutti continuavano; la maggior parte si ritirava perché era più importante, per i genitori, che i figli andassero a lavorare in campagna.


Un giorno nostra sorella tornò da scuola molto contenta perché in classe era stata presentata dalla maestra una nuova alunna.

Si chiamava Geltrude Kraus ed era una bella ragazza di origini austriache, ebrea, bionda, che sembrava essere più grande di età perché era più alta. La maestra Elena Iannace aveva accolto molto bene la nuova alunna e aveva invitato tutti, compagni e compagne, ad essere gentili con lei che veniva da molto lontano e, a causa della guerra, aveva sofferto molto con la sua famiglia.


Geltrude era una ragazza molto socievole che faceva subito amicizia. Infatti nostra sorella, anche lei molto brava, legò subito con la nuova compagna. Geltrude veniva spesso a casa nostra per stare con nostra sorella e perciò anche noi l’abbiamo conosciuta.


Anche se eravamo più piccole, lei ci trattava molto bene e ricordiamo che era abbastanza affettuosa. Ricordiamo inoltre che spesso portava con sé cose buone da mangiare. A noi non mancava il necessario, ma aspettavamo Geltrude con una certa impazienza e chiedevamo a Stella «quando viene Geltrude?».


Lei ci portava infatti caramelle, cioccolata, ma le cose che aspettavamo di più, perché erano per noi una vera novità, erano le gomme americane da masticare, le “cingomme”: così le chiamavamo tutte contente.


Geltrude era una brava ragazza. Anche a scuola – ce lo diceva nostra sorella – era brava e riceveva dalla maestra buoni voti. Ricordiamo che parlava l’italiano discretamente.


Anche durante l’estate, l’amicizia con nostra sorella continuò. L’anno scolastico successivo papà iscrisse Stella alla scuola media di Tricase.


Per l’esame di ammissione le due amiche furono preparate dalla signora Jannace che abitava in via Stella d’Italia. Le due amiche si ritrovarono poi nella stessa classe e noi ne fummo contente.


Durante l’anno scolastico, nei primi mesi del 1947, Geltrude lasciò improvvisamente la scuola perché la sua famiglia andò via dalla casa di Tricase-Porto dove i Kraus abitavano. Stella aveva perduto la sua amica, ma anche noi rimanemmo dispiaciute perché non avremmo più rivisto Geltrude.


Di quel periodo ci rimase una foto di Geltrude, che col tempo purtroppo è andata perduta e un quaderno dalla copertina scura, regalo di Geltrude a Stella, dove c’è scritto “ […s]chool” e che ancora conserviamo con cura. Ci resta soprattutto il ricordo di un’amicizia che, nata spontanea, è rimasta cara alla memoria della famiglia perché ci lega alla nostra indimenticabile sorella maggiore e alla fanciullezza vissuta insieme”.


Albania, 1945-46. Geltrude Kraus è la terza da sn.


Le è a fianco un’altra ragazza, un po’ più grande d’età: Johanna Gerecter. Le due ragazze si ritrovarono nel campo di Tricase-Porto dove giunsero nel 1946 attraversando, con le loro famiglie, il Canale d’Otranto.


Il quaderno scolastico donato da Geltrude Kraus alla compagna di classe e poi amica Stella Bleve.


Elena Jannace Stefanachi, l’insegnante elementare che accolse nella classe quinta la profuga ebrea Geltrude Kraus.


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