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Attualità

Roberto Caputo, cento anni dall’uccisione per mano fascista

La storia del “personaggio scomodo” giustiziato a Tricase nel 1923

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roberto caputo

a cura di Salvatore Coppola


L’uccisione di Roberto Caputo si inquadra nel contesto storico della contrapposizione tra i Fasci e le non molte sezioni di ex combattenti del Salento, che nei primi mesi del 1923, si dimostrarono contrarie alla loro forzata incorporazione all’interno delle sezioni fasciste (nonostante che, in campo nazionale, i rapporti tra i dirigenti dell’Associazione Nazionale Combattenti e quelli del Partito Nazionale Fascista fossero molto stretti).


Il contesto storico


A differenza di quanto era avvenuto in grossi centri a forte concentrazione contadina (Nardò, Taviano, Ugento), dove, fin dai primi mesi del 1921, le squadre fasciste erano state create dagli agrari per stroncare le lotte dei braccianti per la concessione delle terre incolte, a Tricase il Fascio fu costituito solo dopo la marcia su Roma del 28 ottobre 1922. La città non aveva vissuto le “turbolenze” del biennio rosso, non si erano registrate grandi manifestazioni di lotta né si era sviluppato il movimento di occupazione delle terre in quanto la maggioranza dei lavoratori agricoli erano piccoli e medi proprietari, in gran parte dediti alla coltivazione del tabacco; la tabacchicoltura, inoltre, favoriva l’occupazione della manodopera femminile negli opifici privati, oltre che nei magazzini del Consorzio. Altre opportunità di occupazione erano poi assicurate dalla presenza sul territorio dell’officina e del deposito delle Ferrovie Salentine, di uffici pubblici, attività commerciali ed artigianali. In tale contesto politico e sociale, dopo la marcia su Roma fu costituita, nei primi giorni di novembre 1922, la sezione fascista, di cui fu nominato segretario politico Vittorio Facchini. Poco dopo, però, a seguito di contrasti interni, fu eletto segretario il dr. Rodolfo Caputo, cugino del vicepresidente della Sezione Circondariale Combattenti Roberto Caputo, il quale fu accusato dai membri del precedente Direttorio di essere stato l’artefice del cambio al vertice del Fascio. L’operazione politica, però, fu di brevissima durata. Il commissario di zona del Partito Nazionale Fascista avvocato Oronzo Portaccio, infatti, convocò gli iscritti per procedere a nuove elezioni che portarono alla rielezione di Vittorio Facchini a segretario politico e alla nomina di un nuovo Direttorio (Giuseppe Cafiero, Giuseppe Cavalieri, Oreste Contegiacomo, Luigi Provenzano e Vincenzo Pesapane). La sezione contava meno di duecento iscritti, mentre quella degli ex combattenti ne contava settecento, la maggior parte dei quali non erano iscritti al Fascio. Costituita nel 1919, la Sezione Circondariale Combattenti, guidata da Oreste Contegiacomo (presidente) e Roberto Caputo (vicepresidente), oltre a esercitare le funzioni proprie di assistenza socioeconomica a favore dei soci, si impegnava per favorirne il collocamento al lavoro attraverso la costituzione di cooperative di consumo, di produzione e lavoro. Grazie all’impegno di Roberto Caputo, che godeva della stima dei dirigenti della Federazione Provinciale, la stessa fungeva da sezione guida per quelle del Circondario (si tenevano a Tricase, infatti, i convegni periodici e i congressi zonali a cui partecipavano dirigenti locali e provinciali). Roberto Caputo (impiegato presso le Ferrovie Salentine) era sinceramente convinto della necessità di preservarne l’autonomia. I dirigenti del Fascio cominciarono a muovere nei suoi confronti generiche accuse di “bolscevismo”, non solo o non tanto perché aveva nel passato manifestato simpatie per le idee socialiste, ma soprattutto perché, in occasione dello sciopero nazionale contro il fascismo del 31 luglio 1922, aveva sollecitato i ferrovieri a parteciparvi.  Agli inizi del 1923 non esisteva in Tricase, di fatto, alcuna forma di opposizione al fascismo da parte delle organizzazioni politiche tradizionali (partiti e Leghe sindacali); solo la Sezione Circondariale Combattenti si schierava in molte occasioni apertamente e con coraggio contro le iniziative politiche del Fascio, che la accusava, per questo, di minare «la gloriosa ascensione del fascismo» a Tricase.


Personaggio scomodo


Essendo stata bocciata dalla maggioranza degli ex combattenti la proposta di fusione o di stretta collaborazione con il Fascio, il presidente Oreste Contegiacomo (che faceva parte del Direttorio fascista) rassegnò le dimissioni motivandole col fatto che, essendo egli un «ex combattente vero», non poteva continuare a presiedere una sezione della quale facevano parte soci che, nei mesi precedenti, avevano manifestato «idee alquanto sovversive e giudizi non rispondenti a verità». A parere del segretario politico del Fascio (che informò i vertici zonali del partito) egli si riferiva a Caputo, accusato di svolgere propaganda antifascista, come si era visto in occasione della celebrazione del XXIV Maggio, quando egli ed altri dirigenti della sezione avevamo tentato di dare alla cerimonia «un significato antifascista». Nel corso di una riunione congiunta dei vertici della Federazione Provinciale Combattenti (guidata da Leonardo Mandragora) e della Federazione provinciale del PNF tenuta a Lecce il 30 maggio 1923, gli avvocati Guido Franco da Gallipoli e Oronzo Portaccio da Taviano (rispettivamente segretario provinciale e commissario zonale del PNF) decisero di costituire una commissione paritetica che avrebbe esaminato lo stato dei rapporti tra combattenti e fascisti allo scopo di favorire la formazione di un «fronte unico» per una leale e fraterna collaborazione tra le due organizzazioni. A partire dal mese di luglio, con sempre maggiore insistenza, il segretario del Fascio chiese ai dirigenti provinciali e zonali del partito di utilizzare la propria autorità politica per convincere gli organi provinciali della Federazione Combattenti a rimuovere Caputo dalla carica di presidente; questi venne, in effetti, rimosso e sostituito, ufficialmente, con l’avvocato Francesco Piccolo, ma continuò a godere della stima dei dirigenti provinciali i quali non potevano né volevano impedirgli di partecipare all’attività della sezione, come chiedeva il Fascio. La grande stima e il grande affetto che nutrivano per lui gli iscritti resero pressoché inefficace la decisione di sospenderlo dalla carica di presidente, per cui, di fatto, Caputo continuò a svolgerne le funzioni, alimentando il rancore dei suoi avversari politici. Nelle lettere che, tra luglio e settembre 1923, il segretario politico del Fascio indirizzò al dirigente zonale e provinciale del PNF Oronzo Portaccio, ritorna, perentorio, il ciceroniano quousque tandem? Fino a quando i vertici provinciali del PNF sarebbero rimasti inerti di fronte alla pervicacia antifascista di Caputo? Fino a quando sarebbe stato tollerato che Caputo continuasse a ostacolare la piena affermazione del fascismo a Tricase? Fino a quando gruppi «non omologati al fascismo» avrebbero continuato a pretendere di preservare la propria autonomia politica? Si rendeva necessario – a parere dei dirigenti del Fascio – un deciso intervento per costringere alle dimissioni il Caputo, «un individuo che tiene un paese in subbuglio, un Fascio da dieci mesi in agitazione, un individuo che fa vergogna all’Associazione ex combattenti». Quali le “gravi” colpe del Caputo? «Tutti i nostri avversari fanno capo al Caputo, siano essi disertori o imboscati, ex combattenti o non, bianchi o rossi, poco importa ricevono da lui protezione perché nostri nemici», queste le accuse mosse nei suoi confronti. E, ancora: «continuando così, dinanzi all’opinione pubblica locale, scemerà anche il valore morale del Fascio, poiché fanno capire ad arte che noi non si reagisce perché più deboli e vili, e spesso debbo lottare perché i fascisti non manganellino coloro che insozzano con la loro iscrizione l’Associazione ex combattenti […] è col cuore sanguinante che in qualità di fascista ed ex combattente vero vedo il disaccordo fra la nostra Sezione e quella degli ex combattenti, cosa che nell’interesse nostro e loro dovrebbe cessare. E’ mio parere che la Federazione Provinciale ex Combattenti voglia prendersi giuoco di noi tutti. Difatti quale canzonatura è quella della sospensione del Caputo, se questi non ha per un giorno cessato dallo sbrigare tutte le pratiche inerenti alla Sezione, ed è costantemente assieme all’avv. Piccoli a confabulare in modo così misterioso che pare congiurino?!?». Appare verosimile che la volontà politica di raggiungere al più presto l’obiettivo della completa fascistizzazione del paese portasse qualche dirigente ad usare nei confronti di chi veniva percepito come un tenace avversario politico espressioni e frasi del tipo «sembra assurdo che non si riesca a togliere di mezzo un individuo», che poi l’esaltazione passionale di qualche militante avrebbe potuto interpretare in un senso diverso e con esiti drammatici; si rendevano conto di ciò i dirigenti del Fascio? Di fronte a quanto sarebbe di lì a poco accaduto, porsi questa domanda non appare inutile per una corretta indagine storica. Se non si tiene conto di come il fascismo avesse, con la sua cultura dell’odio e della violenza, sconvolto gli animi di quanti vi avevano aderito, non si riuscirà a comprendere fino in fondo il senso degli avvenimenti che, pur circoscritti ad una piccola realtà come Tricase, possono essere utili per la comprensione della stessa storia nazionale. L’obiettivo dei dirigenti del Fascio era quello di mettere Caputo nella condizione di non poterne ostacolare i progetti, nessuno di loro probabilmente si rese conto che il tono violento delle loro pretese e la volontà, anch’essa violenta, di non consentirgli alcuna attività politica, avrebbero potuto creare le condizioni perché si giungesse ad esiti drammatici.


L’assassinio


Sulla base dei documenti giudiziari, è possibile sostenere che nessuno dei dirigenti fascisti avrebbe voluto che i forti contrasti politici esistenti portassero all’eliminazione fisica di Roberto Caputo da parte di Emanuele Adago (tra i fondatori del Fascio), il quale, nell’esaltazione parossistica di un presunto compito di «pacificazione» che il fascismo in quanto «Idea e Programma» gli assegnava, non esitò, la sera di quella tragica domenica 23 settembre, ad uccidere colui che veniva percepito come «l’Ostacolo sulla strada del trionfo e dell’affermazione della nuova Italia, sulla strada della conquista degli animi e delle coscienze dei Tricasini». Dalle indagini condotte dalla polizia giudiziaria, dalle testimonianze, dai memoriali indirizzati da Adago al Giudice Istruttore e al Presidente della Corte di Cassazione, emerge il movente politico dell’omicidio. Lo stesso Adago, dopo qualche timido tentativo di dimostrare che a spingerlo al delitto era stata una «provocazione» messa in atto da Roberto Caputo (provocazione esclusa, però, da tutte le testimonianze), in seguito sostenne sempre la tesi dell’insanabile contrasto politico come movente dell’omicidio. Nel Caffè del Tempio, alla presenza di numerosi avventori, Adago esplose un primo colpo che raggiunse Caputo alla spalla costringendolo a piegarsi su se stesso e, prima che gli esterrefatti presenti, «paralizzati dal terribile avvenimento», potessero fare qualcosa per bloccarlo, Adago, a bruciapelo, esplose due colpi che raggiunsero al torace Caputo, che stramazzò al suolo, invano soccorso da un gruppo di amici che non poterono fare altro che constatarne la morte. Caputo lasciava la vedova Erminia Turco e due bambini piccoli, Bonaventura e Aida; anche il suo assassino era padre di tre figli.


I giornali locali

Sotto il titolo L’efferato delitto di Tricase il giornale La Provincia di Lecce del 30 settembre riportò la notizia dando un ampio risalto alla descrizione dei fatti, alla reazione della folla e al funerale che si era svolto il martedì successivo con una grande partecipazione di popolo. Nell’articolo si legge, inoltre, che il giorno successivo all’uccisione di Caputo («di sentimenti pacifici e patriottici era amato da tutto il paese che ammirava in lui il giovane laborioso, gioviale e disinteressato») una folla numerosa si era recata nella sede del Fascio, si era fatta consegnare la chiave e il gagliardetto, aveva preso i ritratti e le bandiere che vi si trovavano e aveva depositato il tutto nella Sezione Circondariale Combattenti, mentre i negozi e gli stabilimenti erano rimasti chiusi in segno di lutto.


Il funerale


Al funerale avevano partecipato una massa imponente di popolo e le delegazioni dell’Associazione Provinciale Combattenti, dell’Associazione provinciale e locale dei Ferrovieri, oltre alle autorità comunali. Sul giornale locale (Il Tallone d’Italia) la notizia dell’uccisione di Caputo (ricondotta ad un episodio di cronaca nera) venne presentata come l’esito drammatico di un diverbio e di una rissa «tra l’operaio tappezziere delle ferrovie salentine Roberto Caputo da Tricase e il meccanico Adago Emanuele nativo di Ginosa e residente a Tricase da più di trent’anni». Non seguiva alcun commento, tranne una breve considerazione finale («ci asteniamo dal raccogliere le diverse versioni del fatto che corrono nella bocca del pubblico per rispetto alle autorità inquirenti»).


Processo e (lieve) condanna


L’avvocato Antonio Dell’Abate, difensore di Adago, sostenne la tesi del «delitto politico avente fine nazionale»; tutte le circostanze al vaglio degli inquirenti, d’altronde, sembravano convergere in tale direzione.  La sentenza, emessa il 13 maggio 1925, configurò il delitto come omicidio volontario; concessi i benefici della «provocazione lieve» (che comportava la riduzione di un terzo della pena prevista nel minimo di anni 18), e delle «attenuanti generiche» (che comportava la riduzione di un ulteriore sesto della pena inflitta), la Corte d’Assise condannò Emanuele Adago ad anni dieci di reclusione, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e ad anni due di vigilanza speciale, oltre al risarcimento dei danni in favore della parte civile (la vedova Erminia Turco, costituitasi anche in nome e per conto dei figli, rappresentata dall’avvocato Michele De Pietro). Poiché il delitto era stato determinato da «movente politico» gli venne concesso il beneficio del condono di anni tre. La Corte di Cassazione, con sentenza del 3/2/1926, confermò la decisione della Corte d’Assise di Lecce; con successiva ordinanza del 17/5/1926 la Cassazione concesse all’imputato l’ulteriore beneficio di quattro anni di condono ai sensi di un nuovo decreto di amnistia emanato dal governo. Di lì a poco, dopo avere scontato meno di tre anni di reclusione, Adago venne rimesso in libertà.


La Sezione Circondariale Combattenti, dopo i tragici avvenimenti che l’avevano colpita, mantenne, sia pure a fatica, la propria autonomia fino al 15 dicembre del 1925, quando fu obbligata a trasformarsi in una appendice del Fascio. Il presidente Mario Ingletti, in tale circostanza, fece inserire nel verbale di passaggio di consegna dai vecchi ai nuovi dirigenti imposti dal Fascio la seguente dichiarazione: «i Combattenti di Tricase, consci dell’attuale stato di cose in cui è conculcato ogni diritto, sono soppresse tutte le libertà, anche le più elementari ad ogni vivere civile, si astengono di elevare protesta per la violenza commessa ai danni della loro libera organizzazione, ma dichiarano di  serbare nell’avvenire vivo ricordo dell’arbitrio consumato a loro danno. Dichiarano inoltre che essi riconosceranno sempre quali capi della loro organizzazione i compagni liberamente eletti e considereranno soltanto degli intrusi gli altri comunque imposti».


 


Attualità

Mentre il resto d’Italia corre, il Salento resta fermo sui binari

Lecce–Gagliano del Capo in 2 ore e 50 minuti. Resta l’arretratezza del trasporto ferroviario salentino nonostante i fondi stanziati per l’elettrificazione. Un divario infrastrutturale che penalizza pendolari e turisti e certifica la distanza tra il Sud Salento e il resto d’Italia. La denuncia del consigliere regionale Paolo Pagliaro che annuncia: «In Consiglio regionale chiederemo presto una nuova audizione in Commissione Trasporti per un aggiornamento sull’avanzamento dei lavori, e non ci stancheremo di sollecitare il completamento della metropolitana di superficie del Salento per rottamare definitivamente i treni del Far West e assicurare a pendolari salentini e turisti un trasporto ferroviario locale moderno ed efficiente, con tempi di percorrenza accettabili»

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di Giuseppe Cerfeda

Da queste colonne tante volte negli anni abbiamo affrontato di petto la questione.

Quella contro il trenino dell’esasperazione è una battaglia ultradecennale de ilGallo, al pari di quella per l’adeguamento della SS275 Maglie-Leuca.

Il trasporto ferroviario nel Salento continua a rappresentare una delle più evidenti cartoline dell’arretratezza infrastrutturale del territorio, soprattutto se confrontato con i servizi offerti nel Centro e nel Nord Italia.

Una distanza che non è soltanto geografica, ma fatta di treni lenti, mezzi obsoleti e tempi di percorrenza che sembrano appartenere a un’altra epoca.

La denuncia del consigliere regionale Paolo Pagliaro riporta oggi sotto i riflettori una situazione che, nonostante annunci e finanziamenti, resta sostanzialmente immutata.

Due ore e 50 minuti per percorrere i 65 chilometri che separano Lecce da Gagliano del Capo, a bordo di un treno a gasolio delle Ferrovie Sud Est che viaggia a una velocità media di appena 50 chilometri orari.

Un viaggio che Pagliaro definisce senza mezzi termini «da Far West» e che replica, quasi identico, quello compiuto l’8 gennaio 2021 per denunciare le stesse criticità.

Cinque anni dopo, la fotografia è la medesima: disagi quotidiani per pendolari e studenti, servizi inadeguati per i turisti e un territorio che continua a pagare il prezzo di scelte rinviate.

A rendere il quadro ancora più amaro è il paradosso dei finanziamenti.

Nel 2021 la Regione Puglia ha stanziato 50 milioni di euro per l’elettrificazione della linea salentina delle Ferrovie Sud Est fino a Gagliano del Capo, una misura che avrebbe dovuto segnare una svolta decisiva.

Eppure, tra cantieri dai tempi lumaca e cronici ritardi burocratici, i benefici continuano a non arrivare.

I treni elettrici restano una promessa e le littorine a gasolio continuano a solcare i binari del Sud Salento.

Il confronto con il resto della regione è impietoso e certifica una “Puglia a due velocità”.

Mentre sulla tratta Foggia–Bari 115 chilometri vengono coperti in un’ora, nel Salento quasi tre ore non bastano per percorrere poco più della metà della distanza.

Una disparità che, come sottolinea Pagliaro, non è più tollerabile e che riflette una visione infrastrutturale che da decenni penalizza il territorio più a sud della regione.

Ma il problema non è solo tecnico.

È politico, sociale ed economico.

Un sistema ferroviario inefficiente incide sulla qualità della vita di chi si sposta ogni giorno per lavoro o studio, limita le opportunità di sviluppo e danneggia l’immagine turistica di una terra che continua a essere promossa come eccellenza, ma che nei collegamenti interni mostra tutte le sue fragilità.

Da qui l’annuncio di una nuova audizione in Commissione Trasporti per fare chiarezza sullo stato dei lavori e la richiesta di accelerare il completamento della metropolitana di superficie del Salento, indicata come l’unica soluzione strutturale per superare definitivamente l’era dei treni diesel.

L’invito rivolto all’assessore regionale alle Infrastrutture Raffaele Piemontese e al presidente della Regione a salire su uno di questi convogli non è solo una provocazione politica, ma un appello a confrontarsi con la realtà quotidiana di migliaia di cittadini.

Finché viaggiare in treno nel Salento continuerà a significare tornare indietro nel tempo, parlare di modernizzazione e di pari diritti alla mobilità resterà un esercizio retorico.

E il divario con il resto del Paese, anziché ridursi, rischierà di diventare ancora più profondo.

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Attualità

Selezioni per oltre 20 profili professionali

Recruiting Day 2026 ARPAL Puglia: giovedì 29 gennaio primo appuntamento al Centro per l’Impiego di Lecce in collaborazione con Manpower Onsite. Il 4° Report 2026 segnala 385 posizioni aperte in tutta la provincia, con il turismo in testa per numero di opportunità

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Prendono ufficialmente il via i Recruiting Day 2026dell’Ambito di Lecce di ARPAL Puglia, iniziativa dedicata all’incontro diretto tra domanda e offerta di lavoro.

Il primo appuntamento è fissato per giovedì 29 gennaio, dalle 15 alle 17, presso il Centro per l’Impiego di Lecce, in viale Giovanni Paolo II, 3, in collaborazione con Manpower Onsite.

Nel corso del recruiting day saranno effettuati colloqui di selezione per numerose figure professionali: cinque addetti al Call Center Inbound, due addetti al testing, due operatori al taglio laser, cinque saldatori a filo continuo, cinque addetti al montaggio e cinque operatori CNC.

Per tutte le posizioni è richiesto il diploma di scuola superiore, una pregressa esperienza nella mansione, competenze tecniche specifiche e, a seconda del profilo, la disponibilità a lavorare su turni.

La partecipazione è riservata esclusivamente ai candidati che avranno presentato la propria domanda entro il 28 gennaio tramite il portale regionale “Lavoro per Te Puglia”.

In sede di colloquio è consigliato presentarsi muniti di curriculum vitae.

I residenti o domiciliati fuori regione potranno sostenere il colloquio da remoto, previa richiesta da inoltrare all’indirizzo ido.lecce@arpal.regione.puglia.it.

I Recruiting Day proseguiranno con altri due appuntamenti: il 5 febbraio presso il Centro per l’Impiego di Poggiardo, dedicato ai settori informatico e amministrativo, e il 12 febbraio al Centro per l’Impiego di Nardò, con focus sul comparto tessile-abbigliamento-calzaturiero.

Tutti gli eventi prevedono la possibilità di colloqui online, in linea con la strategia regionale #mareAsinistra, finalizzata a favorire il rientro e la valorizzazione dei talenti pugliesi.

Intanto, il 4° Report 2026 delle offerte di lavoro di ARPAL Puglia fotografa un mercato occupazionale in movimento, con 122 offerte attive per un totale di 385 posizioni aperte.

Il settore turistico si conferma il più dinamico con 106 posti disponibili, seguito dall’agroalimentare (66) e dalla sanità e servizi alla persona (39).

Buone opportunità anche nei comparti delle costruzioni e impiantistica, del tessile-abbigliamento-calzaturiero e del metalmeccanico.

Il report include inoltre tirocini formativi, opportunità riservate al collocamento mirato e proposte di lavoro e formazione all’estero attraverso la rete EURES, confermando il ruolo centrale di ARPAL Puglia nel sostegno all’occupazione e alla mobilità professionale.

PER CONSULTARE INTEGRALMENTE IL REPORT DI ARPAL CLICCA QUI

4° REPORT Ambito Lecce

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Leuca: Torre dell’Uomo Morto da… resuscitare

Proposta di progetto di recupero e riutilizzo commissionata da Caroli Hotels a BDF Architetti, immaginando la torre come punto d’incontro: un giardino sul mare, terrazze, piccoli eventi culturali, mostre, musica, parole…

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Ci sono luoghi che non sono solo pietre o muri, ma memoria viva.

La Torre dell’Omo Morto, a Santa Maria di Leuca, è uno di questi.

Da secoli osserva il mare, silenziosa.

Ha difeso la costa, ha custodito storie, paure, speranze.

Oggi però quella torre, così simbolica per tutti noi, vive in uno stato di abbandono che non le rende giustizia.

Il progetto di cui parliamo oggi è una proposta di recupero e riutilizzo, commissionata da Caroli Hotels a BDF Architetti, lo studio di Vincenzo Bagnato e Pasquale De Nicolo.

Un progetto che nasce dall’ascolto del territorio e dal rispetto profondo della sua identità.

Non si tratta solo di restaurare un monumento, ma di restituirlo alle persone.

Di trasformare un luogo isolato in uno spazio vivo, accessibile, condiviso.

Immaginiamo la torre come punto d’incontro: un giardino sul mare, terrazze, piccoli eventi culturali, mostre, musica, parole. Uno spazio dove residenti e visitatori possano fermarsi, guardare l’orizzonte e sentirsi parte di una storia più grande.

Recuperare la Torre dell’Omo Morto significa prendersi cura della nostra memoria collettiva, ma anche investire nel futuro di Leuca.

Perché la bellezza, quando viene condivisa, diventa forza, identità, comunità.

LA STORIA

La Torre dell’Omo Morto o degli “Uomini morti” sorge a Santa Maria di Leuca, (Castrignano del Capo), su un terreno registrato al catasto al foglio 25 part. 127, di proprietà della famiglia Fuortes (Eredi di Gioacchino Fuortes).

La denominazione “degli uomini morti” deriva dal fatto che nella grotta sottostante furono trovate ossa umane; èé anche detta “vecchia” per distinguerla da quella “nuova” o “di Filippo II”, ormai demolita e al cui posto oggi sorge il Faro.

È una torre circolare fortificata costruita con funzione di vedetta e difesa dai pirati, realizzata totalmente in muratura e dotata di un ambiente interno voltato a cupola.

Le mura hanno uno spessore medio di circa 5 metri, ed al loro interno è ricavata una scala che conduce alla sommità della torre.

L’ambiente interno, originariamente adibito a cisterna per l’acqua piovana, comunica con l’esterno attraverso un’apertura circolare del diametro di 1,60 m.

Per ragioni di sicurezza, tutte le torri marittime erano prive di ingresso alla base, sicché ad esse si accedeva dal piano superiore per mezzo di una scala in legno removibile.

È credibile che ciò valesse anche per la Torre dell’Omo Morto, le cui aperture attualmente rilevabili sono senz’altro posteriori; del resto, anche l’imponente scala di pietra ormai demolita ma di cui c’è traccia nelle fotografie d’inizio secolo, venne costruita allorché era ormai da tempo cessata ogni minaccia sia dal mare che dall’entroterra.

La Torre dell’Omo Morto è uno degli ultimi esempi di bastione difensivo con questa tipologia, perché, come ricorda Mario de Marco, già dalla seconda metà del ‘500 gli ingegneri regi idearono una nuova tipologia a pianta quadrangolare.

Nella zona a sud di Otranto e di Gallipoli si trovano numerose torri costruite con la medesima forma strutturale della Torre dell’Omo Morto (muratura a due paramenti riempita a pietrame informe misto a malta e pozzolana, base troncoconica coronata da un cordolo su cui si innesta una parte cilindrica che sviluppa all’interno un ambiente voltato), ma esse sono antecedenti, poiché risalgono alla prima metà del XVI secolo.

La Torre dell’Omo Morto è invece stata costruita sicuramente dopo il 1560, allorchè Andrea Gonzaga successe nella Contea di Alessano in seguito alla morte della madre Isabella di Capua.

Il marito di Isabella di Capua, Ferdinando Gonzaga, capitano generale dell’esercito di Carlo V, in quegli anni veniva spesso da Mantova nel Regno di Napoli per presidiare le coste minacciate dai pirati barbareschi; pertanto, con ogni probabilità, fu lui a promuovere la costruzione della Torre, i cui costi non potevano essere certamente sostenuti dalla piccola Università di Salignano che, nel 1550, contava appena 38 fuochi, pari a circa 190 abitanti.

Come ricorda Giovanni Cosi, la Torre venne armata nel 1576 con un pezzo d’artiglieria chiamato“mezzo Falconeto”, della portata di due libbre e lungo sette palmi; sul focone, fissata a due perni, vi era un’etichetta con le lettere “C.II.R.LXVII”, che indicavano il peso di due cantare e sessantasette rotoli (c.ca 238 kg).

Nel 1696 il Sindaco di Castrignano Pietro Ciaccia chiese al notaio Domenico Donnicola di stipulare un atto pubblico al fine di effettuare i necessari lavori di riparazione sulla Torre, che vennero poi realizzati dall’ Università di Castrignano (che allora aveva la giurisdizione sulla Torre) per ordine del governatore della Terra d’Otranto.

Nel 1846, come ricorda l’Arditi, la Torre venne disarmata.

Attualmente la Torre dell’Omo Morto, vincolata dalla Legge 1089/1939, risulta in stato di completo abbandono e degrado, dopo aver subito un intervento di consolidamento in base ad un progetto del 1987.

IL PROGETTO

La Torre dell’Omo Morto si trova in una posizione assai strategica sul lungomare di S. Maria di Leuca: di fronte alla rotonda, ne costituisce un naturale punto di riferimento e forte elemento di identità paesaggistico-architettonica; la presenza, peraltro, della storica Villa Fuortes fa di questo punto del lungomare un vero e proprio “centro” per tutta la città.

L’edificio versa in uno stato di forte degrado sia da un punto di vista materico che funzionale; nonostante un intervento di consolidamento effettuato non molti anni fa, la costruzione medievale è infatti pericolante e difficile da raggiungere e visitare, oltre che impossibile da utilizzare per alcun tipo di attività.

Il motivo principale che ha determinato lo stato di abbandono della Torre e che ne continua a renderne difficile l’utilizzo è il suo isolamento rispetto all’asse urbano principale costituito dalla strada litoranea.

È per questa ragione che il suo recupero passa necessariamente attraverso un intervento di riqualificazione esteso a tutta l’area su cui essa insiste, e non può prescindere dal coinvolgimento della antistante Villa Fuortes.

Il progetto prevede la modellazione morfologica dell’area che, definendo un nuovo sistema di accessi, la colleghi al resto del percorso trasformandola in un vivo punto di riferimento per tutto il lungomare.

La modellazione del terreno, nell’assoluto rispetto della roccia calcarea esistente, recupera l’originaria quota di attacco a terra della Torre e definisce un sistema di risalita dalla strada costituito da terrazze pavimentate, rampe, scalinate e affacci, che consentono di passeggiare, sostare, godere del panorama a 360° sul mare e sul territorio circostante; queste zone pavimentate, alternate ad aree verdi che nell’insieme creano un vero e proprio giardino sul mare, diventano qua e là delle piccole piazze ideali per ospitare manifestazioni all’aperto come rappresentazioni teatrali, piccoli concerti, mostre, sagre, ecc.

L’interno della Torre è costituito da un ambiente circolare voltato a cupola del diametro di 8,40 m, a cui si accede attraverso tre ingressi (uno orientato a nord, uno a sud e uno a est) che lo collegano direttamente con l’esterno. La muratura, dello spessore di circa 4 metri, ospita, in corrispondenza dell’ingresso a nord, una scala in pietra che conduce alla sommità dell’edificio.

Lo spazio così configurato risulta idoneo per ospitare al suo interno attività di tipo museale e culturale.

Il progetto propone quindi un suo utilizzo per mostre temporanee, piccole conferenze o incontri di varia natura.

Il progetto prevede inoltre la sistemazione della copertura attraverso la realizzazione di un pavimento ligneo, la chiusura del lucernaio centrale con un vetro, e l’installazione di una ringhiera di protezione, al fine di creare una terrazza panoramica accessibile attraverso la scala interna.

Le potenzialità del monumento della Torre e del progetto di riqualificazione possono trasformare quest’ area di S. Maria di Leuca in un importante polo culturale che possa inserirsi in un più ampio circuito regionale, attualmente in fase di realizzazione in altre città della Puglia, che riesca concretamente a costruire una rete di divulgazione della cultura del mare e della navigazione tradizionale.

Per l’intero complesso è previsto un misurato sistema di illuminazione indispensabile per esaltare le caratteristiche morfologiche del terreno e quelle architettoniche del monumento, dando visibilità e riconoscibilità all’intero complesso.

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