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Alessano

Se fossi don Tonino…

Lettera aperta. Scritta dal vescovo di Ugento – Santa Maria di Leuca, mons. Vito Angiuli, che tenta di simulare quello che oggi il Servo di Dio scriverebbe alla “sua” gente

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A conclusione della settimana dedicata agli appuntamenti che ricordano il “dies natalis” del Servo di Dio, Tonino Bello, maestro di spiritualità incarnata, della teologica della pace, interprete autentico delle linee teologiche e pastorali emerse dal Concilio Vaticano II, il Vescovo mons. Vito Angiuli, sabato 20 aprile, alle ore 18, giorno dell’anniversario della morte, celebrerà sulla tomba di don Tonino Bello, ad Alessano, la messa di commemorazione.

Per quanto riguarda il Processo per la beatificazione, siamo alla fase diocesana che, con tutta probabilità, dovrebbe durare fino alla fine dell’anno; in questa fase vengono raccolte le testimonianze di fedeli sulle virtù eroiche del Servo di Dio. Conclusa questa fase, tutto passerà nelle mani della Congregazione delle cause dei Santi in Vaticano per l’analisi di dettaglio e per i riscontri. La tempistica di queste fasi è tutt’altro che prevedibile; pertanto non hanno fondamento le anticipazioni di date diffuse nei mesi passati da soggetti diversi dalle autorità ecclesiastiche competenti, che peraltro comunicheranno con tempestività ogni novità ufficiale riguardo al Servo di Dio, Tonino Bello.


Intanto il vescovo di Ugento – Santa Maria di Leuca, mons. Vito Angiuli, scrive una lettera aperta con la quale tenta di simulare quello che oggi il Servo di Dio scriverebbe alla “sua” gente.


Alessano, 20 aprile 2013

Cari amici, forse vi sembrerà strano ricevere questa mia lettera a distanza di tempo. Sono passato vent’anni dall’ultima volta che ci siamo scambiati parole significative.  Devo, però, confessarvi che non ho potuto resistere all’impeto che mi ha preso dopo aver letto il motuproprio di Benedetto XVI, Porta fidei. Le parole del Papa mi hanno colpito profondamente per la verità dei contenuti, la forza delle argomentazioni, la semplicità della scrittura. Mi sono sembrate tanto più vere ora che Benedetto XVI ha rinunciato al suo ministero petrino e sulla Cattedra di Pietro gli è succeduto Francesco, un Papa che già nel nome annuncia una grande novità per tutta la Chiesa.

Ho letto il documento di Benedetto XVI tutto d’un fiato, come fosse una lettera indirizzata alla mia persona perché ho avvertito che si trattava di uno scritto che mi chiedeva di rivedere il mio cammino di fede in quanto cristiano, sacerdote e vescovo.

Mi è sembrato che l’immagine della porta da varcare contenesse un invito suadente ad attraversala, senza esitazione e indugio, ma con generosità e allegria, senza indecisioni e tentennamenti, ma con fiducia e speranza. Insomma, per dirla con parole altisonanti, che talvolta ho utilizzato anch’io, sine modo e sine glossa.

Varcare la porta della fede!

Ma non avevo già varcato una, due e più volte quella porta che introduce nella stanza del tesoro? La fede, infatti, è come uno scrigno che contiene un tesoro di grande valore, «il tesoro della vita», (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 5 battesimale, 13).

Sì, cari amici, devo confessarvi candidamente che ho varcato la porta della fede fin da quando “ho succhiato il latte”, cullato dolcemente dalle braccia di mia madre Maria (che bel nome e quanta assomiglianza con la Santa Vergine!). Fin da allora, ho avvertito che si trattava di una iniziazione alla “gioiosa danza della fede”.

Avvertivo che i movimenti lenti e cadenzati di mia madre, accompagnati da un nenia antica che cantava la dolce melodia dell’amore, eco dell’amore misericordioso e gratuito di Dio, erano “parole di fede”, sussurrate teneramente e impresse nel mio animo come fossero spezzoni di una melodia celeste.

Più tardi ho avuto la conferma e ho compreso (dati alla mano!) che nei gesti  e nella cantilena di mia madre vi era una implicita allusione alle gradi opere compiute da Dio nella creazione e nella storia della salvezza.

Si è così instaurato un dialogo con questa donna, “sorgente e culla” della mia vita che non si è più interrotto. Il cordone ombelicale della fede materna non si è più spezzato. Anzi con il passare del tempo si è approfondito e rafforzato, fino a trasformarsi in un sogno lungamente accarezzato e continuamente richiamato alla memoria.

Ho imparato a gustare le dolci atmosfere della famiglia nella quale ogni gesto assumeva il sapore di una “liturgia domestica”, il flusso caldo di affetto condito con i sapori genuini della casa e la dignità di parole che avevano la forza di descrivere, anzi di costruire attorno a me un luogo che in seguito mi sarebbe sembrato quasi un “paradiso terrestre”!

Sulle ginocchia di mia madre, mentre stringevo le mie mani al suo seno, mi sembrava di abbracciare qualcosa di divino. Veniva così spontaneo “credere”. La fede (lo avrei capito meglio dopo) consisteva nel vedere in modo chiaro che la realtà nasconde qualcosa di sublime, che toccare un corpo significa avvertire un calore che trasmette il senso di una sicura protezione e che lasciarsi accarezzare da una mano fa vibrare di gioia il cuore.

Sono queste le sensazioni che mi sono venute in mente la prima volta che ho letto le parole del profeta Isaia: «Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non commuoversi per il figlio del sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io, invece, non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani» (Is 49, 15-16).

Tra le pareti domestiche ho assaporato il valore della fede che si esprime come “comunione fraterna”.  Ritrovarmi con i miei fratelli e mia madre attorno alla tavola per consumare un pasto frugale con la gioia che veniva dallo stare insieme è stato un ammaestramento che non ho più dimenticato. Avrei ben presto capito che riunirsi nello stesso luogo, condividere i beni disponibili, spezzare il pane insieme, conversare  fraternamente erano gesti dal chiaro valore sacramentale ed eucaristico e che la fiducia reciproca era la giusta atmosfera per comprendere il miracolo dell’unità.

Ho trascorso giorni felici nel mio paese, abitato da gente semplice che conserva ancora oggi i tratti di una antica nobiltà. Lì ho imparato l’importanza dei “volti”. Nella Chiesa parrocchiale, per le strade del paese, nelle case dei parenti e degli amici ho scoperto che il volto dell’altro è molto di più di una semplice “figura esteriore”. Nei lineamenti di un bambino, di un giovane o di un anziano è impressa una storia personale che nessuna parola riesce compiutamente ad esprimere. Occorre avere “gli occhi dell’amore e della fede” per vedere nell’altro i lineamenti del “Volto invisibile”, di quel mistero che tutti ci avvolge.

Frequentando il convento dei frati cappuccini ho ammirato la luminosa bellezza di “Madonna povertà”. La sua avvenenza mi ha sedotto! No, non ha senso trattenere nelle proprie mani i beni materiali come fossero un tesoro personale; non dà gioia vivere solo per l’arricchimento e l’accumulo di denaro: la mente si inebria, il cuore si indurisce, i sentimenti si smorzano. Rimane solo la falsa illusione di aver acquisito un potere che ben presto mostrerà la sua vanità. Cari amici, ve lo dico con il cuore in mano: “Non arricchitevi. Non vale la pena affannarsi. Non vedete i gigli del campo. Non mietono, non seminano eppure Dio li nutre. Risplendono di un candore che illumina la vista ed emanano un profumo che inebria il cuore”. La felicità non è nelle ricchezze, ma è nascosta altrove!

Sostando alcuni anni a Bologna, ho scoperto dove era questo altrove. In quella straordinaria città, fucina di nuove atmosfere, ho compreso che solo la fede carica di amore ha la capacità di saziare il cuore dell’uomo. Una fede, però, che non è solo uno sguardo rivolto verso il cielo, ma è un ardente desiderio di entrare “nelle vene della storia”. Mi sono esercitato un poco a percorrere i sentieri calpestati quotidianamente da tutti, assaporando le gioie semplici e nascoste nella vita quotidiana: la fatica del lavoro, il bisogno di compagnia, l’attenzione ai problemi sociali, l’impegno per la giustizia, la sofferenza dei poveri, il dolore degli umili.

È stata una lezione di vita che ho cercato di trasmettere ad Ugento dove, per un lungo periodo di tempo, mi sono impegnato a condurre per mano le nuove generazione e ad aprire loro i tesori nascosti nella fede in Cristo. Credere in lui è una proposta di vita, un cammino mistagogico, un’educazione permanente. Vivendo a stretto contatto con i ragazzi e i giovani ho voluto far percepire che la fede è vita e che la vita è bella.

La vita, però, ha anche i sui lati imprevedibili e, talvolta, sembra prendere una direzione non prevista. Così, non senza qualche rimpianto, mi sono trovato a lasciare la comunità del Seminario e ad assumere la responsabilità della parrocchia di Tricase. Il clima effervescente che si respirava nel post-concilio e la frequentazione di sacerdoti e laici dotati di una forte personalità hanno impresso un’altra svolta alla mia vita. Mi è parso più chiaro che la fede deve diventare anima della società e deve innestarsi nel tessuto di un popolo, trasformando dal di dentro la cultura e i valori di riferimento. Ho vissuto poco tempo in questo nuovo ambiente, ma quelli anni sono stati “travolgenti”, e hanno acceso un fuoco incontenibile, un amore appassionato e sconvolgente.

Per questo, quando mi hanno chiesto di trasferirmi a Molfetta, non è stato facile lasciare la “mia” gente e quel mare accogliente come un grembo materno e forte come un leone ruggente. Prima di partire, sono andato lungo il molo a cantare il mio amore e la struggente tristezza dell’addio. Come due innamorati ci siamo scambiati reciproca ed eterna fedeltà e abbiamo pattuito che, certo, ben presto ci saremmo rivisti. Sapevamo di non poter fare a meno l’uno dell’altro. Ci siamo detti che la “lontananza non è come il vento” e che la ”distanza non fa dimenticare chi si ama”. Quella sera (ma era già notte avanzata) è stato molto difficile staccarsi da quel posto incantevole. Non so bene come sono riuscito percorrere la strada del ritorno a casa.

Mentre mi dirigevo a Molfetta, pensavo a queste cose e mi confortava il fatto che anche lì avrei trovato il mare. Ma (ognuno lo comprende) c’è mare e mare! Tuttavia, quasi volendo ingannare me stesso, dicevo che, a ben vedere, l’acqua è sempre la stessa e che la somiglianza, talvolta, annulla la differenza. Ho imparato così ad amare la nuova compagnia. E questa resa obbediente alla Voce mi ha consentito di comprendere che la fede deve assumere la forma di “segno” e di “servizio incondizionato verso tutti”.

Così, quasi per caso e senza un progetto ben definito in partenza, pur se coltivato lungamente nel cuore fino a farlo diventare motto del mio nuovo servizio ministeriale, mi sono imbattuto in una numerosa serie di “nuovi amici”. Li ho incontrati nei posti più diversi, dove non avrei mai pensato di poterli incrociare: abbandonati sopra la panchina di un giardino pubblico, nascosti sotto una barca rovesciata sulla riva del mare, accasciati sulla soglia di un portone di un palazzo, addossati accanto alle porte di bronzo delle Chiese. (Non si è mai capito se erano le porte a sostenerli o se erano loro a mantenere saldi gli stipiti e gli architravi di quelle splendide porte). Molti li ho raccolti e li ho portati a casa. Ci siamo affezionati vicendevolmente. Avrei voluto accoglierli tutti. Sapevo con certezza che ognuno di loro, pur se all’apparenza poteva sembrare un “palazzo diroccato e di poco pregio”, in realtà aveva il valore di una “cattedrale divenuta basilica maggiore”.

Lo confesso candidamente: questi gesti non sono stati condivisi da tutti. Non sempre sono stato compreso. Talvolta gli equivoci e le diffidenze sono state molto resistenti. Non nascondo che alcuni giudizi, taglienti e affilati come lame che penetrano nella carne viva, hanno provocato in me non poche ferite. Avevo però la chiara coscienza di percorre il sentiero che mi era stato indicato. Non quello scelto da me, ma quello sussurrato dalla Voce. E questo mi ha dato fiducia. Così ho continuato ad amare tutti “fino alla fine”, fin quando mi sono “ammalato d’amore”! La follia dell’amore non si può spiegare se non a chi è disponibile a lasciarsi afferrare e consumare dall’amore.

Mentre farneticavo, roso dal dolore e dalla malattia, mi sembrava di aver “combattuto la buona battaglia e aver conservato la fede”. Nei momenti di lucidità, ho affidato il giudizio sulla mia vita a chi ha più sapienza di me.

Se ho desiderato fare ritorno al mio paese è soprattutto per riposare per sempre accanto a mia madre. Tremavo di tenerezza al pensiero che avrei potuto ascoltare, ancora una volta come facevo da bambino, il suo caldo respiro e l’incantevole suono delle sue dolcissime nenie.

Mi sembrava giusto ritornare nel luogo da cui ero partito per radicarmi in modo più profondo nella mia terra e piantare il seme della speranza lì dove essa mi era apparsa come stella che orienta il cammino.

Avevo visto fin da piccolo la sua luminosa bellezza. Non era la luce di una qualsiasi speranza, ma di quella che si staglia sulla croce e poggia sulla roccia, su Cristo Risorto, l’unico che ha il potere di spalancare la porta dell’eternità dalla quale è possibile accedere a quell’amore che brucia come un fuoco inestinguibile.

Piantato come un seme nella nuda terra, ho continuato ancora a sognare e, per quanto mi è possibile, a trasmettere le utopie della fede che hanno dato sapore alla mia vita. Ed è da quel nascondiglio sotterraneo, cari amici, che vi ho scritto questa lettera. Ho pensato di indirizzarla a Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento-S. Maria di Leuca, perché la faccia pervenire a tutti voi.

Siatene certi: non vi ho dimenticati. Vi porto tutti nel cuore. Per questo vi saluto con affetto. Custodite anche voi, nel vostro animo, il ricordo della mia persona. Così il dialogo potrà continuare e trovare vie di accesso più segrete e personali.

Non dimenticate, però, di dire a tutti, anche a nome mio, che la vita è bella e che la speranza non delude!

Se potete, venite a trovarmi. Sarà bello continuare a frequentarci e ad apprezzare, nel silenzio della preghiera, l’inestimabile valore della fede, perla preziosa per la quale vale la pena di lasciare ogni altra cosa. Non sciupatela, ma arricchitela con la vostra testimonianza. Il mondo ne ha un grande bisogno.

Vi saluto con affetto. Vi voglio bene!

Vostro don Tonino


Alessano

Incendio in Rsa di Montesardo: due indagate e 3 perizie

Incidente probatorio nelle scorse ore: da chiarire le responsabilità della donna che provocò l’incendio e di colei che gestisce la struttura. A causa del rogo perse la vita una 67enne

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Prosegue l’inchiesta sull’incendio all’interno della RSA Gaudium di Montesardo (Alessano) che, lo scorso marzo, portò al decesso di una delle ospiti ed all’intossicazione di altre 4 persone.

Nelle scorse ore, dinanzi al gip Angelo Zizzari ed al pm Massimiliano Carducci, si è tenuto l’incidente probatorio.

Sul registro degli indagati due nomi: quello di una delle ospiti e quello della donna che gestisce la struttura, che compare anche nell’elenco delle persone offese.

Le accuse

La prima, una donna di 77 anni, è indagata per danneggiamento seguito da incendio, morte o lesioni come conseguenza di altro delitto e omicidio colposo.

Secondo la ricostruzione dell’accaduto, è ritenuta la responsabile materiale dell’incendio divampato la notte dell’11 marzo. Per futili motivi, avrebbe dato fuoco ad un asciugamani utilizzando un accendino (inizialmente si era parlato di un mozzicone di sigaretta) e lo avrebbe lasciato, in fiamme, su di un letto.

Gesto che avrebbe provocato il rogo rivelatosi poi fatale, alcuni giorni dopo, per Ippazia Ciardo Prontera. Una delle ospiti, di 67 anni, deceduta al Perrino di Brindisi, dove era arrivata dall’ospedale di Tricase. Aveva riportato ustioni al collo, al volto e alla braccia, oltre ad una intossicazione da fumo: le sue condizioni erano apparse subito gravi.

Peserà sul giudizio della 77enne una perizia psichiatrica disposta dal giudice, per definire se al momento dei fatti fosse in grado di intendere e di volere.

Al momento, la donna resta in libertà vigilata, all’interno della struttura.

Al contempo, le indagini dovranno stabilire se la responsabile della struttura, indagata per omicidio colposo e lesioni personale colpose, abbia messo in atto le misure necessarie per la prevenzione degli incendi e per salvaguardare l’incolumità degli ospiti della RSA.

Il giudice, infine, ha disposto altre due perizie sul caso: una nelle mani dell’ingegnere Rocco Tarantini, che dovrà effettuare degli accertamenti tecnici sull’incendio, e l’altra in capo al dottore Roberto Vaglio per accertamenti medico-legali.

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Alessano

Auto contro bici sulla Alessano-Corsano: ciclista in codice rosso

Uomo di Corsano soccorso dopo violento scontro e condotto in ospedale a Tricase

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E’ apprensione per le sorti di un uomo investito oggi nel Capo di Leuca mentre era in sella ad una bicicletta.

L’incidente è avvenuto ad Alessano, lungo la strada provinciale che conduce a Corsano. Proprio di Corsano, 59 anni, sarebbe l’uomo travolto da un’auto in transito.

Violento l’impatto che ha visto il ciclista finire contro il parabrezza di una Dacia. La bici è stata piegata in due dallo schianto, l’uomo, invece, è stato soccorso dal personale del 118 e condotto in ospedale a Tricase.

Le sue condizioni sono apparse subito critiche: è arrivato in nosocomio in codice rosso. I primi riscontri sono però fortunatamente positivi: non sarebbe in pericolo di vita.

Sulla strada una macchia di sangue racconta la violenza dell’incidente, i cui rilievi sono stati effettuati dai carabinieri, intervenuti sul posto con il personale della Radiomobile di Tricase e della stazione di Alessano.

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Alessano

Il turismo settembrino del Capo di Leuca al TG2

Il servizio andato in onda oggi per la rubrica “Sì, viaggiare”

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La rubrica del Tg2, viaggiare, ha trasmesso oggi il servizio di Miska Ruggeri sull’offerta turistica settembrina del Sud Salento.

In un tour dalla cosa di Ugento a quella di Alessano, passando per Leuca, sono stati intervistati Damiano Reale (per il Vivosa Apulia Resort e Masseria Fontanelle) e Cesare Longo (per il Ristorante Lo Scalo Di Novaglie).

Il servizio

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