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Attualità

Salento: è emergenza 118

Si ripete l’annosa emergenza che di estate in estate lascia il Salento, e le migliaia di turisti che lo raggiungono, in mano ad una inadeguata e insufficiente rete di assistenza sanitaria

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Nel pieno della stagione estiva si ripresenta puntualmente l’annoso problema dell’emergenza sanitaria. Sono sempre più frequenti ed in costante crescita le richieste di soccorso da parte dei cittadini che si trovano in particolari condizioni di difficoltà e questo è dovuto ai più disparati motivi, dall’aumento del flusso turistico alle particolari condizioni climatico-ambientali passando per le molteplici attività ricreative in corso sulla costa salentina. Ma nonostante ciò, i problemi legati alla gestione delle emergenze sanitarie sono ancora tanti e perlopiù irrisolti.

Nella provincia di Lecce, con un flusso di centinaia di migliaia di turisti (+4,9% rispetto allo scorso anno secondo dati Istat), le postazioni di soccorso attive con ambulanza sono soltanto ventidue e di queste non tutte con il medico a bordo. Una situazione di emergenza continua che in alcune zone assume livelli di autentica criticità. Basti pensare che nella fascia costiera di 40km che si estende da Punta Prosciutto a Santa Maria al Bagno ci sono solo tre presidi dotati di personale paramedico. L’unica ambulanza equipaggiata di medico si trova presso il presidio di Nardò con un carico di lavoro difficilmente gestibile considerata la mole di richieste che quotidianamente giungono alle centrali operative di emergenza.

La questione è finita sulla scrivania del presidente del Consiglio regionale, Onofrio Introna, che si è visto recapitare un’interrogazione da alcuni consiglieri regionali salentini (Saverio Congedo, Luigi Mazzei, Aldo Aloisi e Antonio Barba) con la richiesta di rivedere la distribuzione nel territorio regionale delle postazioni di ambulanza e auto mediche e, più in generale, l’intera rete del 118 in particolar modo nel Salento, dove si registra una inadeguata dotazione di automezzi rispetto a quella delle altre province pugliesi.

Andando avanti così – si legge nella nota – ci sarà una progressiva desertificazione del servizio sanitario. Adesso è il momento di predisporre un intervento organico, serio e complessivo che possa garantire un adeguato servizio del 118 ai cittadini, soprattutto ai salentini che stanno pagando il prezzo più alto. Ormai la sanità locale è al collasso e la Regione non può continuare a girare lo sguardo. Adesso è necessario elaborare un piano di interventi che risponda definitivamente alle necessità del territorio, potenziando le postazioni e riorganizzando il servizio in generale. È un problema regionale ed è giusto che sia l’Asl che la Regione diano una risposta concreta, anche se in ritardo”.

I problemi sono noti ma mancano le soluzioni. Non si tratta solo di carenze nell’organico del personale medico oppure di problemi legati alla turnazione dovuta alla fruizione delle ferie. Ad aggravare ulteriormente la situazione contribuisce la scarsa formazione dei cittadini in tema di pronto soccorso. Nonostante le campagne di sensibilizzazione per un utilizzo appropriato del 118, tantissime sono le richieste di intervento per problemi che possono essere tranquillamente risolti senza il ricorso ad un’ambulanza. Ma il problema principale è soprattutto di natura economica in quanto la Asl non paga ai medici del 118 più di 210 ore mensili e, pertanto, a causa della carenza di personale, numerose postazioni restano sprovviste di medico sebbene parecchi di loro sarebbero disposti a lavorare più del tetto massimo consentito.

A nulla è valso il tentativo della Asl di ricorrere al reclutamento di medici per i Pronto Soccorso tramite una cooperativa di Parma, situazione questa che invece di risolvere il problema ha aumentato i malumori dei medici salentini che, attraverso i sindacati di categoria, hanno lamentato l’assenza di una seria programmazione, ma soprattutto una presunta forma di “ghettizzazione” e di scarsa valorizzazione della figura del medico di pronto intervento.

Massimo Alligri

Attualità

Centro storico di Gallipoli: i commercianti non ci stanno

«Poco turismo per colpa nostra? Semmai il contrario!»

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In merito alla questione della chiusura delle attività commerciali nel centro storico di Gallipoli per il periodo invernale, Sandro Freddo e Matteo Spada, rispettivamente membro del direttivo e presidente dell’Associazione Commercianti e Imprenditori, ribadiscono che il poco turismo fuori stagione (né, tantomeno, il ripopolamento del centro storico) non è causato dalla chiusura delle attività commerciali ma, esattamente al contrario, sono i commercianti che sono obbligati a chiudere le attività per mancanza di turismo (o di residenti).

«Così è ristabilito il corretto rapporto di causa-effetto tra i due fenomeni, uno conseguenza dell’altro. La responsabilità quindi è da ricercarsi nella mancata destagionalizzazione, con l’assenza di turisti e la mancanza dei residenti nel centro storico, che non consentono un’apertura delle attività per tutto l’anno; ma non è certo da addebitarsi ai commercianti». Infine, il presidente Matteo Spada lancia una proposta: «Partire dal settore enogastronomico ed attivare (o sviluppare) i punti di interesse e di aggregazione come il Teatro Garibaldi, per poter innescare un processo di sviluppo in controtendenza e dare dei motivi validi per entrare nel centro storico e permettere quindi alle attività commerciali un’apertura continuativa per 12 mesi all’anno».

Dichiara Sandro Freddo, operatore del centro storico e membro del direttivo dell’Ass. Commercianti: «Una cosa dev’essere chiara: la chiusura delle attività commerciali del centro storico nel periodo invernale è frutto di scelte forzate: non è che non ci sia turismo per la chiusura delle attività commerciali, ma è esattamente il contrario. Deve essere chiaro a tutti che i commercianti sono di fatto obbligati a chiudere, in quanto non vi è quel flusso di affari tale da giustificare l’apertura di un’attività per tutto il periodo invernale, né tantomeno hanno la possibilità di occupare il suolo pubblico ai fini commerciali. Quindi, dalla mancata destagionalizzazione con l’assenza di turisti nei mesi freddi e dalla mancanza dei residenti nel centro storico, scaturisce la desertificazione del centro storico di Gallipoli. Questo ovviamente, altro non è che il frutto di ciò che è dettato dal mercato; ed i commercianti, in assenza di politiche che diano un indirizzo ben preciso al tessuto economico, commerciale e imprenditoriale della città, devono quindi sottostare alla legge di mercato, che impone di puntare su ciò che è più redditizio in particolari periodi dell’anno, come trattare articoli per i turisti da vendere durante la stagione estiva e facili da riporre in valigia»

Rimarca il presidente Matteo Spada: «Si vuole addossare ai commercianti la responsabilità dello svuotamento del centro storico, senza considerare, ad esempio, che le stesse istituzioni hanno delocalizzato gli uffici al di fuori di esso, facendo venire meno servizi essenziali per i residenti. Non di secondaria importanza sono poi i problemi causati dall’attuale contesto normativo (su scala locale ad esempio, non è permessa l’occupazione di suolo pubb. Ininterrottamente per 365 gg l’anno), la concorrenza dei negozi online e le variabili macro economiche, che comportano consumi sempre più contratti e che rendono sempre più oneroso e problematico gestire o avviare un’attività commerciale. Quindi, accusare i commercianti dello svuotamento del centro storico, è frutto di una visione semplicistica e miope, in quanto serve per prima cosa la volontà istituzionale di voler mettere a fuoco il problema, analizzandone il fenomeno e le variabili che hanno portato a questo, e dall’altra parte cercare di porre in essere delle contromisure idonee per poter registrare una controtendenza ponendo fine al trend di spopolamento e desertificazione. Certo, non è facile trovare una soluzione che possa portare più residenti per le vie del centro storico, dato che nel corso degli ultimi decenni sono profondamente cambiati gli stili di vita e le necessità della popolazione, con una maggiore ricchezza media e lo sviluppo di nuove aree residenziali con maggiori servizi, che vengono preferite alla “poesia” che può offrire il centro storico.

Quello che avviene a Gallipoli in inverno accade anche in tanti altri centri storici, come Ischia, Matera, Leuca e, fino a poco tempo fa, Lecce; senza dimenticare poi altre due variabili fondamentali: in primis, il Centro Storico di Gallipoli è delocalizzato rispetto al Centro “geografico” della città e, in secundis, a spopolarsi non sono solo i centri storici, ma è l’intero Salento e tutto il mezzogiorno. Come si può pensare allora che sia possibile invertire tale tendenza semplicemente mantenendo qualche negozio aperto, magari molto più scomodo da raggiungere rispetto agli altri presenti nel borgo nuovo; mentre altri luoghi di forte interesse sono chiusi, come il Teatro Garibaldi, che invece potrebbe rendere la città protagonista di una preziosa stagione teatrale ed essere un’attrazione per tutta la Provincia? Oltre gli aspetti artistico-culturali poi, l’unico settore abbastanza attrattivo nel centro storico è la ristorazione; allora, magari, si potrebbe partire proprio dal settore enogastronomico, insieme all’attivazione dei punti di interesse e di aggregazione come il Teatro Garibaldi, organizzando piccoli e grandi eventi toccando le nostre peculiarità quali l’arte dei cartapestai, i riti della settimana santa e così via, per poter innescare un processo di controtendenza e dare dei motivi validi (e ce ne sono tanti) per entrare nel centro storico e permettere quindi alle attività commerciali un’apertura continuativa per 12 mesi all’anno. Ristabiliamo quindi un ordine logico per un problema che è ancora ben lontano dall’essere risolto e affrontato e che danneggia tutti, non solo i residenti ma soprattutto i commercianti stessi; perché sarebbe da folli limitarsi ad un’apertura di 8 mesi, se ci fosse da guadagnare e lavorare per tutto l’anno».

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“Sei pugliese? Non affitto a meridionali”

Storia di razzismo dal milanese: “Per me meridionali, neri e rom son tutti uguali perché sono razzista”

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Arriva da Milano l’ultima incredibile, per quanto ormai siano sempre più frequenti, storia di razzismo.

È il vecchio stereotipo affibbiato ai meridionali, in questo caso, a tornare a colpire, per poi colpire nell’ignoranza del razzismo più basso.

Succede nella provincia milanese e ne è vittima Deborah, una ragazza pugliese. La sua storia, la racconta la sua fidanzata, Laura Ortolani, diffondendola sui social:

La mia compagna decide di trasferirsi nel mio paese in provincia di Milano. Cerca una casa in affitto, la trova e se ne innamora. Si mette d’accordo con la proprietaria di casa, una ragazza, per far partire il contratto ad ottobre. Quindici giorni prima dell’inizio del contratto la ragazza le manda un messaggio dicendole che l’inizio del contratto slitta di un mese trovando scuse poco credibili. In un secondo momento la mia compagna riceve un altro messaggio da parte della ragazza che le dice che la casa in affitto non può più dargliela perché preferisce venderla. La mia compagna le risponde dicendole che non trova corretto cambiare le carte in tavola all’ultimo minuto e che i patti erano altri. In tutto ciò interviene la madre della ragazza che contatta la mia compagna. Il motivo per cui non viene data la casa in affitto alla mia compagna è perché la mia compagna è nata a Foggia. C O S A?, direte voi. Esattamente. È nata a Foggia e la signora Patrizia di Malvaglio ritiene che in casa sua i meridionali non devono entrare”.

A testimonianza dell’accaduto, Laura posta le note vocali ed i messaggi della donna. Audio in cui la signora afferma: “Per me i meridionali son sempre meridionali, anche nel 4000. Per me meridionali, neri e rom son tutti uguali: io son proprio una razzista al 100%“. E in risposta alla ragazza che le annuncia che diffonderà i suoi messaggi, aggiunge: “Dica pure che sono salviniana”, sottolineando di essere razzista e leghista della prima ora.

Questo il link ai contenuti multimediali condivisi da Laura Ortolani su Facebook: clicca qui.

A margine lo screenshot, postato sempre da Laura Ortolani, di un messaggio inviatole dalla stessa donna.

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Attualità

Tricase Porto: la spiaggetta è nuda

Ad ogni temporale la stessa storia con la sabbia trascinata in mare. Schiuma rabbia il sindaco Chiuri: «Ogni volta ci costa dei soldi, speriamo di avere quanto prima i permessi per realizzare un cordolo di contenimento»

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Che fine ha fatto la spiaggetta di Tricase Porto?

Se lo saranno chiesti in molti in questi giorni, soprattutto nel post temporale di inizio settimana quando quella che una volta era la caratteristica spiaggetta ricoperta di rena è in pratica (ri)diventato uno scoglio nudo alla mercé delle onde.

«È una vicenda che si trascina da diversi anni e quel che mi rode è che ogni volta che accade ci costa un bel po’ di soldi», ha chiarito il sindaco di Tricase Carlo Chiuri, «il problema è sempre il solito, districarsi tra le maglie della burocrazia per avere i permessi per costruire un cordolo che contenga la sabbia. La questione comunque dovrebbe essere in via di risoluzione definitiva grazie ad un progetto già in giunta ed in attesa di approvazione».

«Si tratta di avere ancora un po’ di pazienza», gli fa eco l’ing. Vito Ferramosca, responsabile dell’ufficio tecnico, «grazie al progetto già in Giunta, entro l’anno prossimo quello della sabbia portata via dal maltempo dovrebbe rimanere solo un ricordo».

L’ingegnere poi spiega quanto accaduto negli ultimi giorni: «In seguito ad un temporale e in vista del Festival dell’Irregolare, in programma il 10 settembre scorso, ci siamo attivati per recuperare almeno parte della sabbia che era stata trascinata in mare. Sabbia di fiume», precisa, «perché quella di mare non si può prendere da altre spiagge, che avevamo già messo in loco a giugno. Il pomeriggio del 9 settembre siamo andati a recuperare la sabbia dal mare ma abbiamo dovuto rinviare i lavori perché fino alle 18 la spiaggetta era comunque piena di bagnanti. Ci siamo ripresentati  la mattina dopo all’alba e abbiamo rimesso a posto quanto possibile. Fatica inutile, però, perché il 10 settembre un altro temporale ha vanificato tutto il lavoro fatto».

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