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Essere salentini vuol dire… «Difendere questa terra, ogni giorno oggetto di attacchi»

Il dibattito è aperto: primo ospite della nostra tribuna tutta salentina, Paolo Pagliaro, consigliere regionale e fondatore del Movimento Regione Salento

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di Paolo Pagliaro


Per ognuno di noi, se animato da un sano campanilismo, amare la propria terra è la base del proprio pensiero.


Per i Salentini, oggi, questo amor proprio è ancora più forte perché c’è la consapevolezza che questo territorio, questo lembo di paradiso, spesso dimenticato, ha bisogno di essere difeso, tutelato e rilanciato.


Significa sapere di vivere in uno dei posti più belli dove però la mano dell’uomo ha prodotto solo danni, in passato portando qui ciò che altri non hanno voluto, e oggi rischia di produrne ancora tanti se non fermiamo la colonizzazione delle multinazionali delle energie cosiddette green che però stanno invadendo ogni centimetro di terra e di mare.


Siamo un popolo sincero, caldo in petto, amiamo il prossimo, siamo spontanei, amiamo ridere e scherzare, difficilmente ci offendiamo ma siamo orgogliosi e fieri, siamo forti e testardi e mai cattivi.


Inoltre essere Salentini oggi significa agire per arginare l’emorragia dei nostri giovani che scappano via perché mancano i presupposti per crearsi un futuro.


Siamo storia, arte e cultura, siamo il Salento popolo di sognatori e guerrieri. Siamo – volendo scomodare il maestro Carmelo Bene, la terra nel – sud del sud dei santi – e dobbiamo superare ogni avversità per guardare al futuro con ottimismo.


E per costruire il futuro bisogna conoscere la propria storia. Quindi essere Salentini significa sapere che questa terra ha sempre avuto una propria identità amministrativa: Terra d’Otranto, Provincia di Lecce per fare qualche esempio e saremmo stati regione, se in fase della Costituente per un accordo politico sotto banco, non ci avessero derubati di questo nostro diritto, inventandosi con una scelta burocratica la Puglia.


Da allora siamo sempre stati penalizzati in tutto a favore del resto della regione.

Nella bellezza di tutte le diversità, essere Salentini significa essere consapevoli di avere usi, costumi, radici culturali, tradizioni, completamente differenti rispetto alla Puglia.


Essere Salentini significa lottare ogni giorno perché questa terra ogni giorno è oggetto di attacchi dai quali dobbiamo difenderci: ogni giorno purtroppo c’è una novità, una battaglia da combattere. E questo perché manca quella cabina di regia, che noi crediamo debba essere la Regione Salento, che ci permetterebbe di essere fabbri del nostro destino.


Essere Salentini significa esserne orgogliosi di esserlo e avere idee chiare e lottare per la nostra meravigliosa terra.


Per leggere “Cosa vuol dire essere salentini oggi?” di Luigi Zito clicca qui

Per leggere “Identità salentina, questione aperta” di Hervé Cavallera clicca qui

Per leggere “Salento, il Paradiso delle cose essenziali” di Franco Simone clicca qui


Approfondimenti

Islam, l’altra metà della fede

Musulmani in Salento, Pochi luoghi di culto per una fede relegata ancora alle zone d’ombra ed all’autogestione. L’imam di Lecce: «Coltiviamo la convivialità delle differenze». E poi: «Chi sceglie di vivere in Salento sa che, quando non ci sarà più, la sua salma dovrà tornare in patria e separarsi per sempre dai propri cari, a causa dell’assenza di uno spazio cimiteriale islamico»

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di Lorenzo Zito

Non esiste un dato esatto in grado di dirci quanti siano i musulmani in provincia di Lecce; tuttavia, la comunità islamica salentina è in crescita.

L’ultimo censimento risale al 2014, ma resta non del tutto attendibile: all’epoca, furono conteggiati i cittadini provenienti da Paesi islamici e soggiornanti Salento.

Un dato non proprio ortodosso, visto che la provenienza di per sé non rappresenta un passaporto del credo. Sta di fatto che il numero, stabilito in 22mila fedeli, era già di per sé considerevole.

Ci ha parlato di questo dato Saifeddine Maaroufi, imam della comunità islamica di Lecce.

A lui ci siamo rivolti per analizzare la presenza e la vita musulmana in Salento.

Partendo da un punto di domanda: come mai se negli ultimi anni gli arrivi di stranieri sono aumentati (questo sì, lo raccontano i numeri) e molte famiglie musulmane si sono stabilizzate sul territorio, i luoghi di culto continuano ad essere pochi, insufficienti, piccoli e spesso improvvisati?

Facciamo prima un passo indietro, partendo dalla figura dell’imam di Lecce.

Signor Maaroufi, come è iniziata la sua storia in Salento?

«Sono a Lecce da 13 anni, nonostante la mia permanenza sia iniziata quasi per caso. Sono tunisino, vengo da una formazione medica ed ho studiato anche scienze religiose. Durante gli studi, in Tunisia, lavoravo in un call center. Un giorno fui mandato in Italia per fare da formatore ai nuovi operatori che avrebbero lavorato nella nuova sede dislocata di Lecce. Mentre ero qui, in Tunisia scoppiò la Rivoluzione dei Gelsomini, che mi impedì di fare rientro a casa. Da allora mi stabilizzai a Lecce. In seguito, mi ha raggiunto anche la mia famiglia e poi, da un dialogo con la comunità islamica locale, complici i miei studi in scienze religiose, nel 2011 fui scelto come guida spirituale di Lecce».

Chi non conosce la figura dell’imam la immagina un po’ come un vescovo. È corretto?

«Spesso ho riscontrato anch’io come venga fatto questo accostamento, nel tentativo di provare a comprendere meglio questo ruolo. In realtà è qualcosa di diverso, perché nell’Islam non c’è un Clero con una sua struttura gerarchica. Per questo accade che nei Paesi arabi le moschee sono sotto la tutela dello Stato, ed anche il ruolo dell’imam passa da un controllo in un certo senso istituzionale.
Nei Paesi occidentali, come l’Italia, invece, dove tutto questo manca, la scelta dell’imam spetta alla comunità ed è molto legata alle sue conoscenze in ambito religioso. Nel mio caso, poi, pesò anche il fatto che fossi in grado di parlare più lingue, un elemento importante in un territorio che raggruppa fedeli di provenienza eterogenea. Tornando al paragone con la Chiesa va specificato che, nonostante io venga spesso sollecitato a rappresentare pubblicamente la comunità musulmana di tutta Lecce e provincia, non esiste una regola che preveda un ruolo di questo tipo o delle posizioni di subordinazione nei confronti della mia figura».

Qual è la geografia dei luoghi di culto islamici in provincia di Lecce?

«Le moschee presenti in provincia, fuori dalla città di Lecce, sono quattro. Tutte prevalentemente frequentate da fedeli di origine marocchina, infatti la loro esistenza è legata proprio alla presenza di grandi nuclei marocchini che popolano ormai da decenni questi territori. La più vecchia è a Corigliano d’Otranto. Una stanza molto piccola ma che resiste al passare del tempo: è stata aperta negli anni ’80. Un’altra è a Ruffano, dove da lungo tempo si sono stabilizzate tante famiglie di commercianti, anch’essi marocchini. Poi c’è Spongano, paese dove vivono tanti fedeli musulmani impiegati nel mondo dell’edilizia. Qui l’integrazione è passata dal mondo dello sport, attraverso un lungo percorso partito negli anni ‘90 con un’associazione il cui nome, in italiano, significa “I giovani”. Ed infine la moschea di Porto Cesareo, che in questo momento si è trasferita a Veglie. Quest’ultima ha una peculiarità: essendo legata alla natura turistica del luogo, in estate accoglie tanti fedeli che arrivano sul posto per lavorare come venditori ambulanti. A Lecce invece esistono due moschee. Una è nata da poco, sia per dare risposta alla grande richiesta di luoghi di preghiera (i musulmani in città sono circa 7mila) sia per servire una zona scoperta. L’altra è quella in cui mi sono insediato io nel 2011.
Al mio arrivo eravamo in una piccola sala, in uno spazio concesso dal Comune nella zona 167/B. Nel 2014, con un’apposita colletta, abbiamo raggiunto i fondi necessari ed acquistato una palazzina a due piani nel quartiere San Pio.
La nostra moschea oggi è qui: abbiamo scelto questa zona perché è il quartiere multietnico per eccellenza di Lecce e volevamo essere il più possibile vicini alla comunità musulmana.
Abbiamo una grande sala di preghiera, una sala per le donne, dedichiamo degli spazi ai corsi di lingua araba per bambini ed apriamo le porte anche a chi professa altre fedi, per favorire la conoscenza reciproca. Durante il Ramadan, ogni sera accogliamo circa 70 fedeli che vengono a rompere il digiuno in compagnia».

Come mai ci sono così poche moschee sul territorio?

«La presenza di una moschea è legata alla spontanea iniziativa dei cittadini di fede musulmana. Il contesto non sempre aiuta a compiere questo passo, soprattutto dal punto di vista burocratico. La nostra religione non è riconosciuta ufficialmente dallo stato, nonostante in Italia vi siano oltre 2 milioni di musulmani (quasi la metà italiani). Questo ha delle conseguenze pratiche che vanno, ad esempio, dal non potersi assentare dal lavoro per celebrare i giorni di festa islamici, perché non riconosciuti, al dover utilizzare canali non convenzionali per praticare le attività di culto. Accade allora che, proprio per quanto detto, le moschee sul territorio nascono dall’impegno di associazioni fondate musulmani che però, su carta, sono costrette ad avere finalità diverse da quelle reali, agendo in una sorta di zona grigia».

Le istituzioni locali aiutano? Le amministrazioni vengono incontro alla comunità islamica?

«Non sempre, o non abbastanza. Prevale l’ottica utilitaristica. Troppe volte si sente dire “quanti sono i musulmani che votano nella nostra città?”.
Senza il voto, non si ha peso civile nelle scelte e viene meno l’ascolto delle istituzioni. Anche molte amministrazioni che condividono quelle idee che vengono incontro ai bisogni della comunità islamica finiscono per non far nulla, per paura di esporsi a critiche. Per fortuna, l’apertura mentale dei salentini compensa, mantenendo questa una terra d’accoglienza».

Come vivono in Salento i cittadini stranieri musulmani?

«La “convivialità delle differenze” professata da Don Tonino Bello ha fatto breccia nel cuore dei salentini, che da decenni accolgono i fratelli musulmani che arrivano da ogni dove.
Ricordo gli anni in cui gli attentati terroristici nelle grandi città europee avevano seminato panico e islamofobia: anche allora i salentini ci sono stati vicini, perché hanno imparato a conoscere le persone. Il fatto stesso che non esistano quartieri ghetto nel nostro territorio è segno e strumento di convivialità.
Lo straniero qui è il vicino di casa o il commerciante del mercato cui ci si rivolge ogni settimana. Non è un caso se tante famiglie straniere hanno messo radici in Salento, fermando qui quel viaggio migratorio che molte volte prosegue verso il nord Europa o, ancora, spegnendo il sogno del rientro in patria».

Lontano da casa, arrivati qui in Italia, come cambia il rapporto con la fede? Si affievolisce o aumenta?

«Molto spesso cresce. È come se fosse un tratto identitario che, a maggior ragione lontano dalla propria terra, i fedeli vogliono preservare. Vedo tanti giovani avvicinarsi molto di più alla fede dopo esser arrivati in Italia. Questo è uno degli elementi che, qui in Salento, ha reso la
nostra una comunità religiosa salda».

E il rapporto con la Chiesa cattolica?

«È ottimo, c’è un bel dialogo. La Chiesa è impegnata anche nelle attività di prima accoglienza, e questo è un elemento che genera un proficuo contatto sin dall’arrivo del migrante».

Cosa manca, cosa cambieresti sul lato pratico e su quello umano?

«Su quello umano coltiverei ancora l’ascolto per incentivare ulteriormente la vicinanza tra le comunità.
Su quello pratico ci sarebbe molto da fare. Partirei sicuramente dalla possibilità di avere uno spazio cimiteriale islamico. A Lecce e provincia non ve ne sono. Il più vicino è nel Barese. È una grande mancanza che si porta dietro un grande dolore per le famiglie musulmane. Chi sceglie di vivere in Salento lo fa nella consapevolezza che, quando non ci sarà più, la sua salma dovrà tornare in patria. Questo, oltre a comportare delle spese elevate e delle procedure non semplici, significa doversi separare per sempre dalla propria famiglia che ha messo radici in questa splendida terra».

L’Islam e il Salento, l’analisi del prof. Hervé Cavallera, clicca qui

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Sei nuovi percorsi di studi all’IISS Egidio Lanoce di Maglie

Il dirigente Giovanni Casarano: “Siamo molto soddisfatti, il collegio dei docenti ha accolto con entusiasmo la proposta di aderire alla sperimentazione, tanto che dopo l’idea iniziale di coinvolgere due indirizzi pilota…”

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Con l’ok del Ministero dell’istruzione e del merito ai percorsi quadriennali sperimentali, l’IISS Egidio Lanoce rivoluziona quasi completamente la propria offerta formativa.

Sono 6 i nuovi percorsi quadriennali sperimentali approvati dal Ministero per l’anno scolastico 2024/2025 presso l’IISS di Maglie: nel settore tecnico, Biotecnologie Ambientali e Biotecnologie Sanitarie; nel settore professionale, Agrario, Alberghiero, Manutenzione e Assistenza Tecnica; Made in Italy.

Quest’ultimo indirizzo sarà realizzato in rete con l’IISS E. Mattei di Maglie e l’IISS Don Tonino Bello di Tricase.

I nuovi percorsi, altamente innovativi e sviluppati attraverso la creazione di una filiera formativa tecnologico-professionale integrata con imprese e ITS Accademy, sperimenteranno un nuovo modo di imparare e di insegnare e favoriranno la crescita degli studenti dal punto di vista cognitivo, motivazionale e relazionale, promuovendone la curiosità e la passione per l’apprendimento.

Essi saranno caratterizzati da un’offerta formativa condivisa da diversi attori del territorio, in cui assumerà un ruolo di primo piano la coprogettazione con le realtà produttive del settore.

I piani di studio proposti prevedono, tra gli altri, i seguenti aspetti: compresenza tra docenti di discipline diverse o affini; potenziamento delle discipline STEM; potenziamento delle attività laboratoriali; potenziamento della lingua inglese attraverso l’uso della metodologia CLIL; aree di approfondimento su tematiche di indirizzo e/o trasversali; sviluppo di progetti con ITS Accademy ed imprese; PCTO nei periodi di interruzione delle lezioni e fruibili anche con esperienze all’estero.

«Siamo molto soddisfatti», ha dichiarato il dirigente Giovanni Casarano, «il collegio dei docenti ha accolto con entusiasmo la proposta di aderire alla sperimentazione, tanto che dopo l’idea iniziale di coinvolgere due indirizzi pilota alla fine la sperimentazione è stata estesa a quasi tutti gli indirizzi dell’Istituto. Abbiamo lavorato molto alla progettazione di questi nuovi percorsi di studio che, vogliamo sottolineare, non sono percorsi quinquennali con un anno in meno, bensì percorsi innovativi che si avvalgono di una nuova didattica orientata al futuro, a vantaggio di un’entrata anticipata (a 18 anni anziché 19) nel mondo del lavoro o nel circuito dell’Istruzione post Diploma attraverso gli ITS (scuole di eccellenza ad alta specializzazione tecnologica) o l’Università, come avviene in molti paesi Europei».

L’adesione alla sperimentazione si pone in continuità con il lavoro di innovazione svolto negli anni dall’IISS Egidio Lanoce.

Tante opportunità, al passo con i tempi, per giovani appassionati di futuro.

Sarà possibile iscriversi sin da ora, per l’anno scolastico 2024/2025, alle classi prime di ciascuno dei nuovi percorsi.

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Abbiamo mai imparato qualcosa?

Lo scrittore di Castrignano del Capo Vittorio Buccarello in vista della Giornata della Memoria: «La Storia si ripete, come se si volesse rifugiare in qualcosa che non si può evitare. Ma io non condivido questo pensiero di comodo o di rassegnazione; sarebbe come voler far credere che le opere dell’uomo siano delle calamità naturali»

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di Vittorio Buccarello

PER NON DIMENTICARE                    

      Ho un appuntamento anche quest’anno:           

      vado dove trovo dolore e disperazione,              

      dove sono numeri le persone,

      come fossero spazzatura da incenerire.                               

      Vado dove l’umanità sprofonda

      nel buco più profondo dell’inferno,

      dove la terra subisce l’onta

      della pazzia dell’odio e del tiranno.       

      Lasciate ogni speranza voi che entrate

      su questo treno che vi porta nei tormenti,     

      come la peste sarete bruciate,           

      fumo a perdere tra il triste coro dei lamenti.                   

      Ora io vi ricordo per non dimenticare,

      ma questo non mi dà consolazione                

      perché continuo ancora ad osservare

      quanta altra gente fa la stessa fine.

      La Storia si ripete come sempre,

      cambia la moda ma non la sostanza,

      tutto è manovrato dal prepotente,

      che in base ai tempi cambia l’usanza.

      Essi sono i lupi che cambiano il pelo

      per farsi credere di essere migliori,               

      ma il loro cuore rimane sempre vile   

      anche oggi come quello di ieri.

OLOCAUSTI IN GENERE

Si effettuano ogni anno nei giorni della memoria, manifestazioni mirate a sensibilizzare la mente della gente, nel ricordare le crudeltà degli orribili genocidi compiuti, in particolare nell’Olocausto di Auschwitz, le fosse Ardeatine e delle Foibe Istriane

Ma ognuna con le proprie dimostrazioni che sembrano rimpallarsi come fossero in gara, tra la peggiore o la meno peggio.

Manifestazioni che però possono anche essere interpretate un modo partigiano, orientate sull’opportunismo politico, dove ogni partito cerca di far valere la sua convenevole ragione sulla fetta dei propri elettori, affinché avessero la mente continuamente orientata e distinta da altri genocidi in competizione. Dimostrazioni di analoghe atrocità ma figuranti parte, bandite separatamente ognuna per la sua fazione e per questo possono sembrare demagoghe.

Quanto sarebbe giusto se almeno questi tragici ricordi fossero rappresentati e giudicati con manifestazioni unitarie e senza accaparramenti politici.

Ricordare tutti fatti del passato, sarà certamente importante, ma la sola commemorazione in questo modo, non basta per reprimere tali atrocità nel futuro, non credo sia questo il modo più utile o sufficiente per prevenirle inseguito. E come nei fatti, costatiamo che succedono ancora oggi, anche se in modi diversi o meno simili, ma sempre genocidi sono e verso ogni genere di gente inerme.

Meglio fosse manifestare globalmente tale drammaticità succeduta, senza schieramenti, se si volesse veramente frenare qualunque comportamento segregazionistico che spoglia la cultura della civiltà, e che desse l’importanza ad ogni riflessione a distinguere ciò che separa o unisce, affinché almeno su questi fatti, le opinioni si orientassero sulla linea del giudizio comune, ripudiando tali atrocità vecchie e nuove e da qualunque parte queste provengono. E tale condotta dovrebbe essere operata nelle scuole, già dai primi insegnamenti, affinché l’educazione civica, saggezza e altruismo possano camminare insieme da soli in modo spontaneo, senza il bisogno che fossero imposte, o da leggi che mettano divieti, ma che spesso creano delle reazioni opposte.

Sarebbe bene che soprattutto nella scuola, fosse questo, il primo elemento di studio, per educare le nuove generazioni, sugli indirizzi virtuosi, verso i valori necessari per una civiltà degna di essere chiamata tale. Solo una educazione responsabile, produce una società altrettanto responsabile. Se questo non avviene, il difetto sta anche nella parte didattica che si è lasciata trascinare in quel prato dove cresce e fa crescere qualsiasi tipo di erba, con la conseguenza che sarà sempre l’erbaccia ad avere il sopravvento. Appunto servirebbe dare più peso a una cultura civile accompagnata con insegnamenti ed esempi che valorizzano il comportamento responsabile di ognuno e soprattutto di chi occupa posti di potere.

Per stimolare le menti a diventare congrue del proprio essere e come conviene essere, per sé e per gli altri. Servono principalmente esempi positivi orientati alla consapevolezza, che ciò che si fa, torna sempre indietro, sia nel bene che nel male e che Impediscono il rischio di far prevalere la prepotenza e il bullismo.

Spesso si sente dire la solita frase: la Storia si ripete, come se si volesse rifugiare in qualcosa che non si può evitare. Ma io non condivido questo pensiero di comodo o di rassegnazione; sarebbe come voler far credere che le opere dell’uomo siano delle calamità naturali.

Ricordare ogni anno tali genocidi con l’intento di condannarli, creano a sua volta, emozioni e turbamento nella gente e possono anche provocare esempi da copiare, perché intanto che si condannano si pubblicizzano, esponendoli a tutti, che nello stesso tempo possono incidere nelle menti faziose, la stessa rabbia di quei carnefici che non possono più colpire, ma possono essere di esempio per i malintenzionati. Esempi che penetrano come fossero un copia e incolla nella società, usati spesso a causa dell’inerzia soprattutto in quei giovani che cercano di soddisfare un bramoso spirito di protagonismo nel modo negativo. Con episodi che a loro volta verrebbero ulteriormente evidenziati dai media e ampliati per avere più audience e ridare altro esempio del male. Creando così una spirale che trascina tutti a rendere normali le continue anomalie. Azioni spregevoli che messe sul piatto della bilancia darebbero ulteriore peso rispetto alla sana civiltà che non avrebbe più la possibilità di riemergere.

Perciò, basterebbe raccontare tali tragedie certamente con disgusto, ma anche con intelligenza, come se fossero cose da scartare, incidenti di percorso e basta: al fine di alleggerire la curiosità stimolante dei soggetti che cercano sensazioni eclatanti.

Credo che, conoscendo ormai la storia e la politica con tutte le sue sfaccettature, serva ad ognuno rendersi conto di quanto sia importante neutralizzare il pensiero dai media da tutto quanto questo potere cerca di inculcare nelle menti. Poter essere capaci a rimanere legati solo al puro e proprio modo di pensare. Almeno in quelle decisioni dove possiamo essere padroni. Essendo che la nostra libertà è ancora costretta alla necessità di dover subire e accettare tutte le condizioni imposte da chi amministra. In quanto esso, ha in mano le redini per farci tirare il carro dove sono agiati tutti i potenti e governanti del popolo che dicono sovrano, ma che hanno ridotto a fette, per ognuno la sua porzione.

 DALL’OLOCAUSTO ALLE FOIBE   

Risorgono per la memoria

i fatti da condannare

passati alla storia

dal reciproco errore.       

Essi bollono in pentola

come una minestra salata

evaporano fumo che sventola

della stessa pietanza gelida.

Si rimpallano sugli specchi

le uguali atrocità

alternando i riflessi          

in base alla faziosità.

V.B.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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