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Tempio crematorio: “Si faccia referendum”

Il gruppo ApertaMente: “Sospendano il bando di gara per avviare un processo partecipato nel quale istituzioni, cittadini ed esperti si confrontino”

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La decisione presa all’interno del Municipio non è andata giù ai consiglieri di opposizione e al movimento civico “Apertamente” da loro rappresentato.


Fabio Di Bari

Fabio Di Bari


Ciò che ha maggiormente indispettito è stata “la mancata partecipazione a tutti i livelli”, come chiarisce il consigliere di minoranza Fabio Di Bari, “hanno deciso al chiuso del palazzo; ne siamo venuti a conoscenza prima con la delibera di giunta e successivamente con la pubblicazione del bando.


Ci tengo a precisare che il gruppo consiliare di minoranza, al fine di poter esaminare e studiare nei dettagli il progetto, ha richiesto formalmente gli elaborati protocollando tale richiesta il 13/10/2015. Come ormai prassi l’attesa è stata lunga, e al solito, solo dopo 90 giorni abbiamo ricevuto quanto richiesto.


Si tratta di un mega progetto che ha implicazioni salutistiche, ambientali e sociali: sarebbe stato quantomeno rispettoso, nei confronti di tutti, attivare un largo processo di condivisione e possibilmente cercare di capire che cosa ne pensassero i botrugnesi. Invece nulla! Solo dopo la nostra assemblea, durante la quale abbiamo informato i nostri iscritti, e dopo una nostra azione di volantinaggio, la notizia si è diffusa e la gente ha cominciato a prendere contezza di ciò che sta accadendo”.


Gabriele Manzo

Gabriele Manzo


La proposta di project financing è stata presentata il 5 marzo scorso”, incalza Gabriele Manzo, del direttivo di Apertamente, “tale proposta prevede che gli investitori impegnino circa 2,5 milioni di euro, realizzino per intero l’opera, avendo in cambio la gestione per 30 anni. Al Comune, invece, dovrebbe andare il 4% annuo, salvo offerte migliorative, con il tempio crematorio a pieno regime. Abbiamo fatto i nostri studi e scoperto che, oltre alle due aziende di Domodossola che cureranno la parte edile, amministrativa e burocratica, nell’Associazione Temporanea d’Impresa che ha presentato la proposta, c’è la Futurcrem di Ruffano, cui spetterà la competenza per la gestione dell’impianto ed è una società costituita, guarda caso, appena pochi mesi fa… Da quanto abbiamo potuto visionare, ci risulta che saranno assunte 5 unità lavorative, ma non c’è alcun vincolo relativo alla residenza, quindi non è detto che si tratterà esclusivamente di cittadini di Botrugno. Recepita la proposta, la giunta, il 27 maggio scorso ha deliberato dichiarando l’impianto di “pubblico interesse”… Trattandosi di un’opera di pubblico interesse, con due milioni e mezzo di euro in ballo e con tali implicazioni di impatto ambientale e salutistico, riteniamo che coinvolgere i cittadini sarebbe stato il minimo”.


Il sospetto che si sia voluto portare avanti il tutto senza clamore aumenta”, riprende la parola il consigliere Di Bari, “se si pensa che siamo stati convocati in Consiglio comunale per approvare una variazione di opere pubbliche e, in quell’occasione, è stato citato un progetto per il passaggio della scuola media a ludoteca; si parlava di variazioni di opere pubbliche, ma nessuno ha fatto riferimento al progetto del tempio crematorio…”. Altra stranezza secondo il consigliere di minoranza, “il fatto che su 97 Comuni, compresi centri più grandi come Casarano ed Ugento, nessuno ha manifestato concretamente interesse a realizzare l’impianto crematorio”.


Quello che la gente vuole soprattutto sapere, però, è: ci sono rischi per la salute? “La premessa importante è che già viviamo in un territorio ad alta incidenza di tumori e classificato ad alto rischio; in questa situazione si vanno ad aggiungere emissioni non di poco conto, sempre sperando che i filtri di cui si parla funzionino sempre alla perfezione”. È vero che non è prevista una valutazione di impatto ambientale? “Verissimo. A norma di legge purtroppo non è prevista; sono richieste, invece, una autorizzazione alle emissioni in atmosfera da parte della Provincia e un’altra a firma della Asl. Ciò che preoccupa di più è l’elenco delle sostanze contenute nelle emissioni gassose che dovremo sorbirci per 30 anni e per 12 ore al giorno da un impianto che sorgerà alle porte del paese assai vicino al centro abitato e ad un campo sportivo”.


Fabrizio Puce

Fabrizio Puce

Fabrizio Puce, anche lui del direttivo di Apertamente, sottolinea come “il progetto approfitti di un vuoto normativo della Regione Puglia, perché si basa in parte sulla normativa dei termovalorizzatori ed in parte su quella cimiteriale. Non esiste a livello regionale una normativa che specifichi quali siano i requisiti per un impianto di cremazione. È naturale che sorga il sospetto che un’azienda che operi in questo campo prenda utilitaristicamente solo ciò che c’è di vantaggioso per se stessa da una normativa e dall’altra. Il fatto, poi, che non sia prevista una valutazione di impatto ambientale quando c’è di mezzo un bruciatore che raggiunge gli 850° C per lavorare a pieno regime e che emette in atmosfera quantità di cianuro, ossidi di zolfo, ossidi di azoto, tallio, cadmio, mercurio, zinco, metalli vari e soprattutto diossine e dibenzofurani (composti molto tossici e cancerogeni), dovrebbe comunque farci rizzare le antenne”.


Ciò che ci sorprende”, aggiunge Gabriele Manzo, “è che il nostro sindaco sia uno pneumologo e dovrebbe ben conoscere i rischi a cui si va incontro e quindi dovrebbe essere il primo a dichiararsi quantomeno perplesso. Così non sembra, anche perché ad ogni nostro tentativo di contatto con i membri della giunta, ci viene detto semplicemente di non preoccuparci, che è tutto a posto, senza però specificare come si sia giunti a questa conclusione”.


Il gruppo di Apertamente chiede al sindaco e alla giunta “di sospendere immediatamente il bando di gara in corso, avviare un processo partecipato, nel quale si possano confrontare istituzioni, cittadini ed esperti del settore, per giungere poi ad una scelta condivisa, se opportuno anche tramite la convocazione di un referendum popolare, peraltro previsto dallo statuto comunale, sulla opportunità di realizzare detto tempio crematorio”.


Abbiamo già provveduto a chiedere un Consiglio comunale monotematico aperto”, insiste Di Bari, “parliamone, valutiamo tutti insieme se il progetto può creare problemi all’ambiente e alla salute dei cittadini. Non solo, valutiamo se porterà realmente dei vantaggi alla comunità: sono anni che parliamo di turismo, che abbelliamo le nostre piazze, spendiamo i soldi della Comunità europea per restaurare il Palazzo Marchesale e poi decidiamo all’improvviso di cambiare vocazione e affidarci alle cremazioni? Qualcuno ha pensato che in questo modo  regaleremo le nostre strade e le nostre piazze ad un andirivieni di carri funebri e “arricchiremo” il nostro panorama di una bella ciminiera che sbufferà continuamente?”.


Secondo i rappresentanti di Apertamente c’è anche un’altro rischio, quello di una cattedrale nel deserto. Così Gabriele Manzo: “Dal progetto si evince che l’azienda ha fatto delle supposizioni di guadagno, basandosi su un numero di cremazioni uguale all’1% del totale delle persone defunte: chi garantisce che quell’1% sarà realmente cremato? Se quella famosa soglia delle 1.454 cremazioni l’anno non sarà neanche sfiorata e gli introiti verranno a mancare, che succederà? Se l’azienda avrà difficoltà economiche, il Comune che farà?


Come accaduto in altre realtà, non di rado si è assistito in passato ad operazioni di project financing salvate dagli enti pubblici committenti i quali, per evitare il naufragio degli investimenti, hanno rinunciato alla riscossione dei canoni pattuiti o addirittura è capitato che, per ripianare i debiti, si siano attinte delle risorse pubbliche”.


In conclusione, il consigliere Di Bari ribadisce il punto di vista dell’opposizione: “come al solito, ci troviamo di fronte ad un modo di amministrare del tutto antidemocratico, opaco e arrogante, considerato ormai che da tempo questa minoranza viene etichettata come facinorosa solo perché”, attaccano, “ai signori del Palazzo dà fastidio essere disturbati mentre sono intenti a svolgere un operato del tutto discutibile, come dimostrano fatti e atti amministrativi accaduti in questi due anni di gestione, più volte denunciati agli organi di competenza. Forse”, aggiungono, “è proprio questo il vero motivo di tanta agitazione di questa amministrazione, che in questi mesi si è vista travolta da inchieste giudiziarie che hanno riempito pagine di giornali e da visite poco gradite negli uffici comunali. Una collaborazione iniziale corretta, trasparente e senza veti da parte della maggioranza”, concludono, “avrebbe sicuramente portato la minoranza a non dover ricorrere per forza ad adottare toni duri ed azioni forti per riportare la democrazia e la trasparenza a Botrugno”.


Giuseppe Cerfeda


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Cosa si potrà fare il 3, 4 e 5 Aprile?

Si può fare il pic nic a Pasquetta o organizzare un pranzo all’aperto? 

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Cosa si potrà fare per Pasqua e pasquetta?


Coprifuoco?  Si, dalle 22 alle 5.


Andare in un’altra regione? Soltanto per motivi di lavoro, salute e urgenza con autocertificazione.


Fare una passeggiata? Si, ma nei pressi della propria abitazione.


Fare attività motoria? Si, soltanto individuale all’aperto.


Uscire fuori dal Comune per fare attività sportiva? 


Solo in bicicletta o di corsa, non si può andare con la vettura.


Si può uscire dal proprio Comune per andare a fare acquisti? 


Solo se nel proprio Comune non ci sono punti vendita o nel caso in cui un Comune contiguo al proprio «presenti una disponibilità, anche in termini di maggiore convenienza economica».


Si può andare a trovare amici e parenti?


Soltanto una volta al giorno al massimo due persone con minori di 14 anni all’interno della propria regione.


Si può andare nelle seconde case? 


Si, ma solo il nucleo familiare dimostrando di averne titolo prima del 14 gennaio 2021 e purché la casa non sia abitata da altri. In Puglia è vietato andare nelle seconde case anche ai residenti. 


Le coppie che vivono in città diverse possono incontrarsi? 


Si, nel luogo in cui si ha la residenza, il domicilio o l’abitazione.

Le persone separate o divorziate possono raggiungere i figli minori? 


Sì, gli spostamenti per raggiungere i figli minorenni presso l’altro genitore o comunque presso l’affidatario, oppure per condurli presso di sé, sono sempre consentiti. Bisogna scegliere il tragitto più breve.


I negozi sono aperti?


I negozi sono aperti solo sabato 3 aprile. Pasqua e pasquetta possono rimanere aperti solo farmacie, edicole, tabaccai. I parrucchieri restano chiusi per tutti i tre giorni.


Si può andare al bar o al ristorante? 


Sono chiusi per l’accesso al pubblico ma aperti per l’asporto con queste modalità: dalle 5 alle 18, senza restrizioni; dalle 18 alle 22, è vietata ai soggetti che svolgono come attività prevalente quella di bar senza cucina ma è consentita alle enoteche e alle vinerie.


Si può chiedere la consegna a domicilio? 


Si, senza limiti di orario.


Si può pranzare o cenare negli alberghi? 


È consentito senza limiti di orario ma solo per i clienti che vi alloggiano.


Si può organizzare il pranzo di Pasqua con amici o parenti? 


All’interno delle proprie abitazioni è raccomandato stare con i conviventi e comunque in caso di incontri è consigliato mantenere la mascherina e il distanziamento.


Si può fare il pic nic a Pasquetta o organizzare un pranzo all’aperto? 


No, perché in zona rossa è vietato uscire dalla propria abitazione se non per «comprovate esigenze».


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Galatina, la fiera diventi Industry Academy

Il progetto di riqualificazione e sviluppo vede interessati i settori della Formazione Professionale e delle Attività Economiche e punta sul “Lavoro”

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UNA PROPOSTA PER UNA INDUSTRY ACADEMY MULTISETTORIALE


Galatina si candida come sede per la riqualificazione e formazione professionale al servizio delle aziende manifatturiere e dei servizi per lo sviluppo integrato del Comprensorio del Sud Salento – Transizione 4.0.


Con Deliberazione della Giunta Comunale è stato proposto ad ANPAL (Agenzia Nazionale per le Politiche Attive sul Lavoro) che il Quartiere Fieristico divenga sede di una Industry Academy Multisettoriale che coniughi la formazione con la pratica e l’uso delle tecnologie, attraverso due ambienti virtuali, la fabbrica e l’azienda.


In questo momento una delle possibilità di maggiore interesse è destinare parte degli spazi quale Hub tecnologico per incubare nuove imprese giovanili e quale stabile sede per lo sviluppo di Laboratori del “saper fare” e di professionalità tecniche in campi di grande espansione nel prossimo decennio, quali la green economy, la transizione energetica, la digitalizzazione e la innovazione dei processi.


La proposta si lega al percorso intrapreso tra Regione Puglia ed ANPAL con l’accordo sottoscritto a marzo 2021 per la creazione di un “Patto per le competenze” che ha l’obiettivo di colmare il disallineamento tra domanda ed offerta.


Galatina fa il primo passo in una iniziativa di straordinaria valenza sociale ed economica, che ha la necessità di un supporto trasversale, in cui i ruoli politici ed istituzionali riescano a fare sintesi nell’interesse unico della crescita del territorio.

Il progetto di riqualificazione e sviluppo vede interessati i settori della Formazione Professionale e delle Attività Economiche e punta sul “Lavoro” come elemento etico ed economico per una reale ripartenza del sistema produttivo.


 La candidatura di Galatina e del Quartiere Fieristico – per il Sindaco di Galatina Marcello Amantenasce nell’ambito del sistema di relazioni dettate dall’accordo quadro sottoscritto tra l’Amministrazione Comunale ed ARTIS Puglia Sviluppo (APS), consortile pubblico-privata finalizzata allo sviluppo, a partecipazione diffusa operante sotto la vigilanza del MISE (Ministero dello Sviluppo Economico), a sua volta promotrice ed Organismo statutario della Fondazione ITS Regionale della Puglia per il Turismo Allargato (ITST). Il ruolo degli ITST, riconosciuto e valorizzato anche a livello governativo, permette di garantire un sistema di formazione e riqualificazione professionale di alto profilo. L’iniziativa si muove nello spirito di uno sviluppo sinergico del territorio. È bene ribadire che il potenziale utilizzo polifunzionale dell’area del quartiere fieristico è in linea con altre possibilità di riqualificazione che non escludono una interessenza di insediamenti ed azioni.


L’impegno dell’Amministrazione Comunale è quello di garantire le migliori condizioni per il recupero di un bene immobile (e di un’area) che appartiene alla cultura sociale ed economica della comunità e che rappresenta per carico storico, per possibilità logistiche, per collocazione strategica una occasione di sviluppo per l’intero Salento.


Nico Mauro, Assessore alle Attività Produttive ed al Turismo, che ha proposto l’iniziativa, afferma: “Raccogliamo una reale esigenza di un territorio ampio con aziende operanti nei settori del manifatturiero e dei servizi (compresi quelli Sanitari), delle produzioni agro-alimentari, del turismo. Aziende che hanno bisogno di investire nel capitale umano, guardando alla formazione professionale sia come riqualificazione che formazione avanzata per i giovani. L’opportunità può essere colta nell’ambito delle iniziative già in atto tra Ente Regione, Anpal e Ministero del lavoro e dello Sviluppo Economico. La linea da seguire è nella logica della “Ripartenza e Sviluppo” che richiede la tempestiva convergenza di più fattori: potenziamento delle competenze e necessarie azioni innovative e tecnologiche delle capacità produttive e di mercato. Per Galatina ed il Salento deve rappresentare un’occasione su cui tutti sono chiamati a lavorare.”


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Gli effetti del Covid sull’economia provinciale

Il Salento accusa il colpo più duro sul fronte economico. Quello che sta caratterizzando questa fase di emergenza Covid, è lo spettro della recessione e dal conseguente pericolo rappresentato dalla diffusione di maggiori diseguaglianze sociali.  Questo è il preoccupante scenario che emerge dal rapporto “L’economia della Puglia 2020” presentato  dalla Banca d’Italia. E in questo quadro le donne…

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Come è avvenuto in tutto il Paese e in particolare nel Mezzogiorno anche in Puglia il confinamento e la chiusura imposta dalla pandemia ha prodotto una significativa perdita di Prodotto interno lordo.


Infatti nella nostra regione il calo del Pil si è attestato intorno al quattro per cento rispetto al cinque per cento in meno registrato a livello nazionale. Un dato che fa il paio con l’arretramento anche degli indicatori del benessere, se è vero che la Puglia è la quarta regione italiana per numero di domande per il reddito di cittadinanza e una quota di famiglie in povertà relativa, ossia con una spesa equivalente inferiore alla metà di quella media nazionale che, nel 2018, era pari al 20% per cento, a fronte dell’11,8 dell’Italia.


L’emergenza Covid-19 «sta avendo significative ripercussioni sul mercato», si legge nel rapporto.


La quota di occupati nei settori sospesi da marzo a maggio è stata del 31%; a marzo il flusso di nuove assunzioni nel settore privato non agricolo si è ridotto di oltre un terzo.


Nei primi quattro mesi del 2020 le ore di Cig autorizzate sono, infatti, quintuplicate viene sottolineato nella relazione tecnica.


Anche la Svimez, che raramente indugia su stucchevoli “narrazioni”, nel confronto tra quest’anno e quello che verrà, prevede per la nostra regione una marcata recessione.


All’interno di questo fosca cornice notiamo che è Lecce la provincia ad accusare il colpo più duro sul fronte economico.


La crisi generata dalla pandemia ha provocato una sforbiciata nei post di lavoro di non poco conto.


Sono esattamente 2.646 i dipendenti persi nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto: di questi, più della metà, ossia 1.593, sono in provincia di Lecce.


È quanto emerge da uno studio sulle imprese attive, riferito al primo semestre di quest’anno, condotto dall’Osservatorio Economico di Aforisma School of Management.


«Nel Leccese», spiega Davide Stasi, responsabile dell’Osservatorio, «si è passati da 179.128 unità lavorative a 177.535. La perdita di questi posti di lavoro è dovuta, principalmente, al mancato rinnovo dei contratti a termine e per la forte stagionalità del settore turistico-ricettivo (-1.216 addetti), oltre alla crisi sul fronte dei servizi di informazione e comunicazione (-1.427)».



Anziani, servizi  e impegni di cura delle donne al tempo del Covid


Lo shock imposto dalla fase emergenziale ha provocato maggiori impegni di cura e assistenza ai figli e agli anziani in famiglia, dove la maggior parte del lavoro domestico è sempre stato svolto dalla donna


La situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha contribuito a mettere in luce alcune caratteristiche del welfare italiano, sostanzialmente centrato sulla famiglia come ammortizzatore sociale e caregiver primario ed imperniato sulla figura femminile. La pandemia ha infatti messo a dura prova molte famiglie, le cui figure più esposte sono state le donne, chiamate a riorganizzare i ritmi della quotidianità dividendosi tra lavoro, cura della casa, gestione delle attività scolastiche e dei momenti di gioco dei figli e spesso assistenza ai familiari più anziani.


Lo rileva Donna e cura in tempo di Covid-19, un’indagine di Ipsos per WeWorld, i cui risultati dimostrano che il 60% delle donne italiane ha dovuto gestire da sola famiglia, figli e persone anziane, spesso insieme al lavoro: un carico pesante, che ha portato 1 donna su 2 in Italia a dover abbandonare piani e progetti a causa del Covid. Gli ultimi dati Istat fotografano in modo impietoso, con la crudezza dei dati, il fenomeno: oltre il 70% del lavoro familiare è a carico della donna; solo il 50% delle donne ha un’occupazione a tempo pieno; la retribuzione del lavoro femminile nel nostro Paese è tra le più basse d’Europa. Insomma, le donne in Italia quando lavorano sono discriminate e in ogni caso il lavoro di cura (dei propri famigliari e della rete parentale allargata) grava ancora oggi sulle loro spalle.


Una situazione che le costringe a un percorso “multitasking” che incide a fondo sul benessere della loro vita. Quando i demografi, i sociologi, gli psicologi  e gli esponenti sindacali  pongono  oggi con insistenza  il problema della conciliazione dei tempi di vita e di cura, fanno sostanzialmente riferimento agli “equilibrismi” che la donna è costretta a compiere per incastrare nella sua vita quotidiana il lavoro fuori casa, quindi il suo impegno professionale, con tutti gli impegni e le responsabilità legate alla cura domestica, alla cura dei figli e dei suoi famigliari.


Questo perché, ancora oggi, in maniera molto estesa, si ritiene che il lavoro di cura sia di “competenza” pressoché esclusiva del mondo femminile.

«Oltre ad un’innegabile arretratezza culturale che ancora caratterizza il nostro Paese e che risulta evidente nel persistere di tanti stereotipi e luoghi comuni sulla divisione dei ruoli e sulla gestione dei carichi famigliari, una delle cause principali di questa situazione è l’impianto fortemente familistico del sistema di welfare italiano», sottolinea a proposito la sociologa Chiara Saraceno, «che tuttora delega alle famiglie la responsabilità di cura sia degli adulti in condizione di dipendenza, sia dei bambini”.


Che sia per carenza di risorse o per incapacità di intercettare i bisogni della collettività, il welfare pubblico fatica a rispondere alle esigenze delle famiglie.


Un buon numero di famiglie non possono contare ancora oggi su una rete di servizi sociali che consenta ad entrambi i genitori di affrontare gli impegni professionali e quelli legati alle responsabilità famigliari con un minimo di serenità.


Il rischio è quello di un arretramento sociale.


I servizi per le famiglie e l’infanzia erano già pochi prima della pandemia, adesso probabilmente saranno anche meno.


Bisogna tener conto poi di un altro importante aspetto: i danni psicologici prodotti dalla pandemia.


La paura della situazione nuova, inattesa e potenzialmente dannosa per la salute, in una condizione di isolamento sociale, hanno inevitabilmente incrementato il malessere psicologico, predisponendo al rischio di cadute depressive.


Particolarmente esposte a questi effetti perversi  sono le  donne che si destreggiano,  tra l’impegno lavorativo, la scuola  dei figli a casa  e la cura delle  persone anziane. In questi mesi di pandemia è molto cresciuta la richiesta, anzitutto per iniziativa sindacale,  di potenziare l’assistenza al domicilio e ridurre i ricoveri in ospedale e nelle Residenze sanitarie assistenziali.


Ciò che va potenziato sono principalmente le prestazioni sociosanitarie per la tutela del non autosufficiente nelle funzioni della vita quotidiana: per la cura di sé (lavarsi, vestirsi, nutrirsi, usare il bagno, muoversi in casa e fuori) e per la cura dell’ambiente domestico (fare la spesa, cura della casa).


Tutele senza le quali è inutile anche una buona assistenza sanitaria al domicilio, come ben sa qualunque operatore sanitario. Ma questo tipo di interventi non può consistere solo in poche ore settimanali attualmente garantite dagli operatori sociosanitari: le persone non autosufficienti, per restare a casa, hanno bisogno di aiuti per gli atti della vita quotidiana tutti i giorni, e in numero adeguato.


Se ci accontentiamo di un welfare pubblico che al massimo garantisce poche ore alla settimana condanniamo di fatto al ricovero tutti i non autosufficienti che non hanno famiglie che possano integrare queste poche ore, o col loro lavoro di cura o con denaro per assumere badanti.


«Occorre un’assistenza domiciliare sociosanitaria fondata»,  sostiene Maurizio Motta dell’Istituto per la Ricerca Sociale, «su offerte differenziate da adattare alla specifica situazione del paziente e della famiglia: assegni di cura per assumere lavoratori di fiducia da parte della famiglia (ma con supporti per reperirli e amministrare il rapporto di lavoro, ove la famiglia non sia in grado), contributi alla famiglia che vuole assistere da sé, affidamento a volontari, buoni servizio per ricevere da fornitori accreditati assistenti familiari e pacchetti di altre prestazioni (pasti a domicilio, telesoccorso, ricoveri di sollievo, piccole manutenzioni, trasporti ed accompagnamenti), operatori pubblici (o di imprese affidatarie) al domicilio».


La principale indicazione è pertanto quella di migliorare e meglio articolare l’offerta di assistenza domiciliare se, come  previsto, nei prossimi anni  sono destinati ad aumentare gli anziani soli e isolati.


Anche  il demografo Gianpiero Dalla Zuanna ne avverte l’impellente necessità poiché «i pochi figli (o sempre più spesso l’unico figlio) chiederanno agli enti pubblici e al terzo settore di essere aiutati nell’assistenza socio-sanitaria del genitore, sempre più spesso di entrambi i genitori, quando insorgono seri  problemi di disabilità».


Riscontri analoghi si hanno in ambito sindacale. Piero Ragazzini, Segretario Generale Fnp Cisl, rimarca e constata con amarezza che «le nostre richieste per un welfare nuovo, in grado di far fronte alle sempre più numerose e non facili necessità di una vita che si allunga, portandosi con sé patologie croniche da curare con assiduità, non hanno avuto mai risposte, se non quelle che si limitavano a concessioni occasionali poco efficaci. Abbiamo diritto ad una sanità efficiente, all’altezza delle necessità di una società che cambia, che presenta difficoltà sempre crescenti, dove quasi ogni famiglia ha al proprio interno un anziano, un invalido o un disabile a cui prestare assistenza, conciliando il tutto con esigenze lavorative e familiari».


*: Studio del Prof. Gianfranco Esposito, sociologo e responsabile del Dipartimento Welfare della Cisl.


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