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Il sindaco De Donno: “Così cambierò Tricase”

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ERA IL 21  FEBBRAIO 2018 QUANDO VENNE GIU’ L’ACAIT


Il prossimo 21 febbraio ricorreranno cinque anni dal crollo che ha devastato l’Acait a Tricase. Della situazione dell’ex tabacchificio, di altri temi di attualità e del futuro di Tricase ne abbiamo parlato con il sindaco Antonio De Donno.






«Per Acait abbiamo presentato al Bando del Dipartimento per le politiche di coesione un progetto da 12 milioni di euro che si è piazzato al 44° posto a livello nazionale. Un progetto complesso che prevede un centro di ricerca per alimentazione e salute, uno studio a cura del prof. Giancarlo Logroscino per prevenire l’invecchiamento e le malattie neurodegenerative, la realizzazione di una rete di imprese locali e nazionali, chiamate a dialogare tra loro per creare nuove startup.


Nelle intenzioni del vecchio Governo il finanziamento avrebbe coperto i progetti fino al 45° posto della graduatoria. Poi, però, è caduto l’esecutivo Letta e, con il nuovo Governo, non sappiamo che fine farà quella progettazione. Nell’incertezza abbiamo riaperto il dialogo con la Regione con cui stringere un accordo di programma ad una cifra inferiore, come previsto prima della partecipazione al bando nazionale. Intanto, dal finanziamento di 5 milioni ottenuto per la Rigenerazione Urbana, abbiamo stralciato 1,5 milioni per il complesso Acait».


Cosa ci farete con quei soldi?


«Il capannone utilizzato per i vaccini anticovid ospiterà gli uffici comunali di Anagrafe e Tributi e, forse, pure i Servizi sociali, per i quali stiamo valutando anche l’ipotesi dei vicini locali, già ristrutturati, sottostanti la sede della Polizia Locale. Quegli ambienti ora sono a disposizione dell’Ambito per il progetto antiviolenza. Vedremo. Nel capannone nuovo, che sarà pronto tra un mese o due, trasferiremo l’ufficio tecnico. Con lo spostamento degli uffici, intanto, libereremo Palazzo Gallone e il Convento dei Domenicani che saranno restituiti al loro ruolo di contenitori culturali. Stiamo sistemando tutta l’area verde e, dal capannone grande, crollato cinque anni fa, stiamo provvedendo a smaltire tutto l’amianto per poi ricostruire la parte crollata. A lavori finiti, con il bando del Dipartimento di Coesione, se faranno scorrere la graduatoria, o mediante l’accordo di programma con la Regione, valuteremo i progetti in ballo da tempo».


Era in piedi anche un contenzioso con l’azienda che aveva installato i pannelli fotovoltaici prima del crollo…


«Abbiamo parlato con la ditta in questione e tracciato la via per un accordo».


È vero, come sostiene una voce che circola in paese, che dovrete risarcirli di una cifra compresa tra 60 e 70mila euro?

«Quando chiuderemo la vicenda ne riparleremo».


DIRIGENTI SI CAMBIA!


Sin dal suo insediamento ha sempre sostenuto che, per avere una marcia in più, è necessario riorganizzare la macchina amministrativa quindi uffici e direzione dei settori. A che punto siamo?


«Con i concorsi abbiamo dato forza agli uffici e se, dopo il Bilancio, avremo nuova capacità occupazionale, assumeremo ancora, attingendo dalle graduatorie.

Ad oggi  con l’ingresso di una trentina di nuovi lavoratori, tutti brillanti, si respira aria nuova con una differente energia. Intanto, abbiamo approvato in giunta la nuova geografia dei settori, aggiungendo, ad esempio, “Cultura” che prima era incardinato sotto “Servizi sociali” e “Tributi”. Abbiamo diviso l’Ufficio Tecnico in tre settori diversi: “Lavori pubblici”, “Urbanistica” e “Ambiente e cimiteri”, ognuno con proprio dirigente (prima era tutto in capo all’in. Vito Ferramosca, Ndr) e proprio personale».


CENTRO STORICO


Con gli 1,5 milioni stralciati di cui sopra, il progetto parrebbe quello di far… esplodere il centro storico.

«Quei soldi saranno utilizzati per il rifacimento delle strade in stile via Thaon De Revel («a proposito non risponde al vero che quella strada tornerà ad essere a doppio senso. Invertiremo invece il senso di marcia di via Toti, tra piazza Principessa e piazza Cappuccini»). Rifaremo piazza Sant’Andrea a Caprarica; scenderemo lungo via V. Emanuele dove sistemeremo i marciapiedi; arriveremo in piazza Santa Lucia, dove elimineremo quel simil rondò che gira intorno alla chiesa («quello spazio sarà basolato e interdetto alle auto»), invertendo il senso di via Monterosso, che oggi conduce da via Thaon de Revel alla piazza.


Procederemo su via Cadorna, fino al Calvario, sempre come su via Thaon de Revel. Poi ,da piazza dei Caduti, stesso lavoro su via Fr.lli Allatini che diventerà a senso unico fino a Largo Ciardo (bar del Popolo), anch’esso ribasolato, così come via Stella d’Italia. Stesso discorso per via Marina Serra, scendendo da piazza Pisanelli, e per tutte le viuzze intorno».


Una serie di sensi unici e l’allargamento della ZTL che riportano alla madre di tutti i problemi. Dove si parcheggerà?

«Abbiamo individuato delle aree intorno al centro storico, come quella di fronte al Liceo “Comi” che è di proprietà comunale, o come nella zona “Donna Maria” anche se bisogna valutare come fare con il vincolo dato dal rischio idrogeologico. Si potrebbe realizzare un parcheggio stagionale e, nel momento in cui le previsioni annunceranno potenziali rischi, lo si potrebbe chiudere temporaneamente».


Sempre per il centro storico avete ereditato dalla precedente amministrazione un finanziamento di 1,4 milioni di euro per sistemare piazza Pisanelli, via Tempio, via San Demetrio. E i lavori?


«Già affidati. Avevamo chiesto di iniziare da via San Demetrio con l’intento di completarla prima dell’estate. Invece, siccome quella strada dovrà essere basolata ci siamo dovuti fermare per… carenza di basoli sul mercato. In epoca di Pnrr accade anche questo! Ci hanno detto che avremo la possibilità di acquistarli tra settembre e ottobre. I lavori inizieranno in via Tempio, poi piazza Pisanelli. Ci si fermerà per consentire la fruibilità durante la stagione estiva e, subito dopo, si completerà il tutto con via san Demetrio».


PD MAL DI PANCIA


Nello scorso autunno dal locale circolo del Partito Democratico è partita una neanche troppo velata richiesta di rimpasto in giunta. Tutto passato?


«Mi hanno consegnato un documento nel quale si facevano una serie di riflessioni. Si ribadiva la voglia di contribuire alla buona riuscita dell’amministrazione e, per questo, si riteneva necessario mettere mano ad alcune deleghe. Cosa  sulla quale stavamo già ragionando, pensando anche di dare delle deleghe ad alcuni consiglieri comunali per aiutare la giunta e, eventualmente, di rimodulare alcune deleghe anche in seno alla giunta. Ho fatto sapere al Pd che quella era la strada che avremmo perseguito. Vedremo se tra uno, due o tre mesi.


L’idea, del resto, era già condivisa da tutta la maggioranza. Uscire in questo modo, però, ha rischiato solo di complicare le cose. Si poteva risolvere il tutto senza prove di forza che dessero all’esterno l’impressione, errata, che nella maggioranza non vi fosse possibilità di dialogo e capacità di trovare una soluzione. Ciò ha creato un po’ di fraintendimenti ed è circolata la “fake” che il Pd volesse lasciare la maggioranza».


Ipotizzata anche una rovinosa caduta dell’Amministrazione…


«Cè chi ha voglia di cimentarsi in questi giochi. Noi siamo qui per servire la città. Tricase merita rispetto e bisogna andare oltre le mire e i desiderata personali e dei partiti. Abbiamo preso un impegno preciso con la cittadinanza e credo che lo stiamo onorando. In poco più di due anni abbiamo avuto accesso a milioni di euro. Tra rigenerazione urbana, Contratto Istituzionale di Sviluppo sulle marine, relamping (il project financing presentato da Enel che ridarà luce all’impianto di pubblica illuminazione – led, nuovi punti luce, illuminazione artistica di Palazzo Gallone e dei castelli, semafori intelligenti, parcheggi fotovoltaici, ecc., NdR), ed altri progetti che stiamo portando avanti, come il rifacimento degli ingressi, la città cambierà volto. Stiamo portando avanti un disegno che prevede la riqualifica di tutte le lottizzazioni nelle zone di completamento di proprietà del Comune rimaste abbandonate. L’intento è di organizzare spazi per momenti di svago, sport, relax. Vorremmo fare in modo che ogni quartiere abbia la sua zona attrezzata, così come sta già avvenendo in Zona Draghi».



PUG

State scommettendo forte sulla realizzazione del PUG, strumento di cui Tricase non è mai stata in grado di dotarsi. Non a caso, ancor oggi, ci si basa un Piano di Fabbricazione del 1974.


«Abbiamo formalmente dato avvio allo studio. In brevissimo tempo organizzeremo una serie di incontri alla presenza dell’Arch. Alessandro Benevolo (Coordinatore Gruppo Progettazione Pug), prima con i progettisti e poi invitando i cittadini per illustrare la nostra linea.


Lo sviluppo deve essere organizzato in base agli abitanti, la crescita demografica, ecc. In un primo momento è stata presentata una richiesta di 2.600 nuove abitazioni a fronte delle 1.300 che, invece, ci spettano. Dovremo rientrare nei parametri, riportando alla destinazione originale tutte quelle lottizzazioni ferme da anni e che nessuno vuole portare a termine. Stiamo poi effettuando uno studio nelle zone di campagna comprese tra Tricase e le frazioni e tra lo stesso Capoluogo e le Marine, per valutare l’opportunità di riabilitare le pajare  e altre costruzioni preesistenti, con delle idee innovative che consentano a chiunque di trasformarne la destinazione urbanistica, metterle a frutto e alimentare il concetto di albergo diffuso a noi tanto caro».


Vogliamo fare un nodo al fazzoletto, stile Striscia la Notizia, sul Pug?


«I tempi sono maturi ed abbiamo cognizione di causa dell’impronta che vogliamo dare. Puntiamo all’adozione entro il prossimo Natale, al massimo nei primi mesi del 2024».


CITTADELLA SPORTIVA


«Stiamo lavorando per la cittadella sportiva. Abbiamo appena ripulito il vecchio palazzetto che è “riapparso” come per magia. Fatto il punto su eventuali finanziamenti sia in ambito sportivo che culturale con i Vetrici del Credito Sportivo. Sempre in zona “Campo Verde” sistemato l’incrocio dei Vigili del Fuoco grazie anche alla Provincia, installato l’impianto semaforico e organizzato un nuovo piccolo parcheggio. Ancora in corso i lavori per il rifacimento delle strade».


RETE FOGNARIA


È in ballo la realizzazione della rete fognaria e idrica in quelle zone che ne sono ancora sprovviste, frazioni e marine in particolare.


«In più occasioni abbiamo evidenziato ad Acquedotto Pugliese le carenze di cui soffriamo con decine di chilometri di reti mancanti. Abbiamo avuto rassicurazioni in merito. I primi lavori sono previsti a Depressa e Lucugnano e in una parte di Tricase. Stiamo affrontando il problema della necessaria pompa di sollevamento a Marina Serra. Puntiamo di giungere, sia in direzione sud che da Tricase Porto in direzione Andrano, fino ai confini dell’abitato. Senza dimenticare la necessità impellente di dotare di acqua e fogna tutta la Zona Industriale».


IL MILIONE DIMENTICATO


Avete cambiato il modo di gestire il verde cittadino. Vuole spiegare?


«Abbiamo scorporato i bandi tra sfalcio e arredo verde. Prima veniva appaltato tutto ad una ditta. Oggi abbiamo separato i canali riuscendo a anche a risparmiare. Nel biennio 2019-20 sono stati spesi quasi 400mila euro fra affidamento del verde e gestione delle piazze. Nel frattempo abbiamo individuato una risorsa di cui, non so perché, nessuno era a conoscenza.


Nel piano economico e finanziario della Tari vi erano delle risorse accantonate che potevano essere utilizzate solo per alcune cose, tra cui pulizia e sfalcio. Mai utilizzato questo fondo è cresciuto fino ad oltre un milione, fermo lì, a disposizione. Eppure negli anni abbiamo speso un sacco di soldi per lo sfalcio e avremmo potuto farlo con quei fondi. Da oggi e per i prossimi due lustri, comunque, il Comune non dovrà più impegnare centomila euro l’anno per lo sfalcio che potrà essere effettuato dalla stessa ditta che si occupa dei rifiuti».


ALLAGAMENTI E RISTORI


In merito all’eccezionale evento atmosferico che ha colpito Tricase  nello scorso ottobre, creando danni soprattutto (ma non solo) in Zona Lama?


«Abbiamo stanziato una somma e daremo un contributo a chi ha subito danni. Ci confronteremo con l’autorità idrica pugliese per capire cosa fare nell’immediato («vorremmo creare nelle zone a rischio alcune trincee drenanti») per calmierare il rischio. È già in programma una riunione con Asset per capire, invece, cosa fare per risolvere in maniera definitiva la questione».


MACCHINA DEL TEMPO


Se avesse la possibilità di tornare indietro di 30 mesi, portandosi dietro l’esperienza vissuta, si ricandiderebbe?


«Chi gestisce la cosa pubblica deve sentire dentro l’amore per la sua città e la necessità di sacrificarsi. Ho compreso tante cose che prima, da semplice cittadino, non potevo cogliere fino in fondo. Confermo che è una delle sfide più appaganti: poter contribuire alla vita della propria città e al benessere dei propri concittadini è una delle più belle esperienze che una persona possa vivere. Lo rifarei cento volte».


OLC E LA ZONA INDUSTRIALE


La Olc azienda di Specchia che ha acquistato il complesso della ex Adelchi lamenta ostracismo da parte di questa amministrazione ai suoi progetti. Qual è la vostra posizione?


«È fondamentale sgombrare il campo dalla idea  fuorviante, quella cioè che si tratta di una posizione preconcetta dell’amministrazione e degli uffici comunali. Nei limiti di ciò che deve essere autorizzato non negheremo nulla.


Ciò che non è lecito farsi non verrà autorizzato, come è giusto che sia. Gli uffici rispondono secondo le norme non certo perché la mattina qualcuno si è alzato col piede sinistro. Vi sono una serie di problemi.


Loro vorrebbero far aprire due punti commerciali a degli imprenditori cinesi in zona industriale. La Legge prevede la copertura di un 10% della proprietà come punto di rivendita ma, evidentemente, di quei prodotti realizzati all’interno dell’opificio.


Mi spiego meglio: se sei un forno, puoi vendere il pane che produci, se serramenti, infissi, ecc.. Vedremo: noi ci atterremo esclusivamente alla legge e ai regolamenti».


E alle sentenze: «Attendiamo il pronunciamento del Tar sulla questione e soltanto dopo la decisione dei giudici saremo, eventualmente, in grado di riprogrammare il tutto. Da parte nostra massima disponibilità».


Giuseppe Cerfeda






Attualità

Acait, simbolo dell’industria del tabacco dalla patrimonializzazione alla rinascita

Antonio Monte, Ricercatore del CNR-ISPC e vice presidente dell’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale: «Nonostante siano trascorsi 120 venti anni dalla nascita, l’ACAIT porta con sé tanti appassionanti ricordi, vivi nella memoria delle vicende del tabacchificio e di chi ci ha lavorato». L’auspicio: «Il complesso, testimonianza storica di un passato industriale, può diventare luogo ideale di incontro tra natura e cultura, recuperando un vuoto urbano della città»

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Dal numero unico in istribuzione “ACAIT, LA STORIA SIAMO NOI

L’arch. Antonio Monte

di Antonio Monte

L’ACAIT-Consorzio Agrario Cooperativo del Capo di Leuca, con sede in Tricase, fu il primo Consorzio agrario pugliese e tra i primi in Italia: venne costituito il 28 dicembre del 1902, con rogito del notaio Francesco Scolozzi.

La Società Anonima cooperativa a capitale illimitato cominciò ad essere operativa nel 1904, quando i primi soci iniziarono a sottoscrivere le azioni: tra essi compaiono i nomi di: Winspeare Comm. Antonio; Codacci-Pisanelli avv. Alfredo; Ingletti avv. Gennaro e tanti altri nomi illustri.

Le attività della fase colturale e premanifatturiera ebbero inizio già intorno alla fine del 1903 quando tre grandi ditte attive nel campo della tabacchicoltura europea, la The Commercial Company of Salonicco Limited dei F.lli Allatini; la Maurice Hartog & C. e la Francesco Holtmann commissionarono la coltivazione e l’acquisto di 2mila quintali di tabacchi levantini per la produzione di sigarette.

SON PASSATI 120 ANNI

Una lunga storia durata 90 anni (1904 -1995); una storia radicata nella memoria di centinaia di famiglie tricasine che, nel pulsante sito industriale, trovarono lavoro e dignità.

Nonostante siano trascorsi centoventi anni dalla nascita (1904-2024), l’ACAIT porta con sé tanti appassionanti ed emozionanti ricordi ancora vivi nella memoria delle vicende del tabacchificio e fra i tanti che, con il lavoro, lo hanno vissuto.

La memoria è risaputo, è la rielaborazione della nostra storia, dei modi in cui si sono vissute le vicende collettive e personali, le stesse che rappresentano l’identità di una comunità, il condensato storico delle comunità di Terra d’Otranto.

Alla fine degli anni Settanta del Novecento, inizia una crisi irreversibile per la coltivazione e lavorazione del tabacco che porterà numerose aziende a chiudere definitivamente.

Nonostante l’ACAIT avesse una struttura forte e ben solida non sfuggirà ugualmente, purtroppo, alla crisi di mercato, figlia di una cattiva volontà politica a livello regionale e nazionale. La coltura del tabacco non rientrava più nelle strategie politiche nazionali e, nonostante i numerosi convegni, uno dei quali tenutosi proprio a Tricase nel dicembre 1979, la situazione volgeva sempre al peggio. La crisi ventennale del tabacco, quindi, porterà anche l’ACAIT, la più prestigiosa e longeva cooperativa di Puglia e dell’Italia meridionale, al fallimento. La cooperativa, dopo una lunga, gloriosa e travagliata storia, viene messa in liquidazione nel novembre del 1995 e quindi, chiusa.

L’ABBANDONO E GLI STUDI

Inizia così, nonostante il 21 luglio del 2003 il sito industriale venne acquisito a patrimonio pubblico dal comune, un permanente stato di abbandono, che dura da allora.

Nel corso degli anni l’ACAIT è stata al centro di dibattiti pubblici, polemiche, campagne elettorali, studi e progetti che, forse, poco hanno riguardato il destino della “fabbrica” di tabacco. L’interesse scientifico da parte di singoli ricercatori e da parte di enti di ricerca, verso il sito industriale, nasce nella metà degli anni novanta del secolo scorso, quando il CNR-IsCOM (Istituto per la Conservazione delle Opere Monumentali) avviò un primo studio storico architettonico, archeoindustriale basato sullo stato di conservazione della struttura produttiva. Tra il 1998 e il 1999 al CNR-IsCOM si affiancò l’Università degli Studi di Lecce con l’insegnamento di Archeologia industriale, tenuto dapprima dal prof. Gino Papuli ed in seguito dal prof. Renato Covino, gli stessi che, nel 2006, assegnarono una tesi di laurea alla laureanda tricasina, Beatrice Longo, dal titolo: Un secolo d’oro verde nel Salento leccese: l’azienda cooperativa agricola industriale del Capo di Leuca (ACAIT 1902-1994).

Erano gli anni in cui il sito era in uno stato di totale abbandono, preda di continui e reiterati atti vandalici per mano di ignoti (come si evince dalle foto).

Grazie alla segnalazione fatta dal CNR-IBAM, da Renato Covino e dall’AIPAI (Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale) che si occupa di siti industriali dismessi e archivi d’impresa, nel 2001, la neonata amministrazione, guidata dal sindaco Antonio Coppola, decise per il recupero dell’archivio storico, che versava in uno stato di totale incuria e abbandono.

IL DOTTORATO DI RICERCA

Inoltre, negli anni che seguirono, anche il Dipartimento di Studi Storici dal Medioevo all’Età Contemporanea, promosse uno studio sull’ACAIT attraverso un Dottorato di ricerca (dottoranda Daniela De Lorentiis) che fece seguito, nel 2012, all’organizzazione di una mostra storico-documentaria, dal titolo “Fumeremo popolari. Il Consorzio Agrario Cooperativo del Capo di Leuca (1902-1938)”, finanziata dal CUIS (consorzio Universitario interprovinciale salentino).

Negli anni il ricco patrimonio documentale, costituente il pregevole Fondo archivistico aziendale, è stato recuperato e inventariato ed oggi è disponibile, almeno quello che ne è rimasto, anche in versione digitale.

In questi ultimi anni grazie ad una convenzione operativa tra CNR-ISPC e Comune di Tricase (numero delibera 113, della Giunta comunale del 13.04.2018), il CNR-ISPC ha svolto un accurato rilievo geometrico, un rilievo 2D/3D, mediante fotogrammetria digitale/laser scanner, con ricostruzione di un modello di porzioni significative del fabbricato, indicandone le aree umide ed i quadri fessurativi di tutto il sito industriale.

L’attività di studio è stata finalizzata alla completa conoscenza stereometrica della fabbrica.

Inoltre, è stata svolta una campagna di indagini, in particolare: esame petrografico (attraverso osservazioni mineralogico-petrografiche) su sezione sottile in microscopia ottica a luce trasmessa con determinazione della struttura/tessitura; analisi mineralogica mediante Diffrattometria di Raggi X su polveri; analisi della porosità mediante misure con porosimetro a mercurio; misura della velocità di propagazione degli ultrasuoni; rilievi termografici mediante termocamera ad alta risoluzione (< 20mK).

I risultati finali dell’attività di ricerca sono stati presentati a convegni internazionali e nazionali.

AVVIARE LA RINASCITA

L’auspicio, dopo una trentennale attività di ricerca, dopo aver attivato un processo di patrimonializzazione, ed aver riconosciuto il notevole valore patrimoniale, è che si possa, finalmente, iniziare a parlare di “rinascita” della struttura, per dare “nuova vita” all’intero complesso industriale.

Un progetto potrebbe essere quello di rigenerazione di tutta l’area, di dare nuova funzione al sito rispettando i connotati e lo stile originali, che curi e conservi il carattere industriale, che mantenga i corpi di fabbrica nella loro integrità, pur adeguandoli alle nuove esigenze funzionali e tecnologiche. Il complesso dell’ACAIT, testimonianza storica di un passato industriale, può diventare luogo ideale di incontro tra natura e cultura. La sfida pone obiettivi ambiziosi: recuperare un vuoto urbano della città storica, rispettandone i caratteri formali ed architettonici che gli sono propri, oggi caricati da un forte valore simbolico; metterlo in relazione e simbiosi con le nuove funzioni che verranno insediate.

L’idea progettuale non è solo un’idea di recupero, ma ripensare e ridisegnare un pezzo di città.

Un progetto che metta insieme cultura: si pensi, ad esempio, alla realizzazione di un Museo del tabacco, della tabacchicoltura e delle tabacchine di Terra d’Otranto, una istituzione che ricordi la storia della tabacchicoltura, oggi del tutto assente nel Salento; e ricerca: una formazione, organizzazione e visione innovativa.  L’obiettivo dovrà essere quello di trasformare il complesso, oggi dismesso, in un polo di opportunità, aperto a tutta la città che si presti a ricucire lo strappo operato nel complesso tessuto urbano, sia da un punto di vista geografico che culturale. Solo questo potrà generare una “rinascita” della storica ACAIT e dare ad essa “nuova vita”, la vita che gli spetta e merita per il glorioso passato nell’industria del tabacco, che si potrà tradurre in un florido futuro per le nuove generazioni.

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Acait, noi c’eravamo

Le interviste di Ercole Morciano a chi ha vissuto quegli anni e lavorato nel consorzio. Un racconto polifonico sulle condizioni di vita e di lavoro nel Capo di Leuca nel ventesimo secolo

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Dal numero unico in istribuzione “ACAIT, LA STORIA SIAMO NOI

Le interviste a chi ha vissuto quegli anni e lavorato nel consorzio. Un racconto polifonico sulle condizioni di vita e di lavoro nel Capo di Leuca nel ventesimo secolo. Le testimonianze raccolt sono a cura di Ercole Morciano, componente della Società di Storia Patria per la Puglia, insegnante di scuola media in pensione, nato a Tricase, dove vive con la famiglia.

Ercole Morciano

Autore di molti libri, ha pubblicato: L’Immacolata Concezione di J. Palma il giovane. Arte e culto della Vergine Immacolata a Tricase, Bleveditore, Tricase 2004; Tricasini, Edizioni dell’iride, Tricase 2005; Famiglie, devozioni e carità a Tricase in età moderna, Congedo editore, Galatina 2006; Il Cardinale Giovanni Panico e la «decolonizzazione» della Chiesa australiana, Ed. Pia Fondazione «Card. G. Panico», Tricase 2008; Ebrei a Tricase-Porto (1945- 1947), Ed. Grifo Lecce 2009; Le suore d’Ivrea a Tricase e il primo asilo infantile, minuto d’arco editore, Tricase 2011; Una storia della carità a Tricase. Sulle orme di S. Vincenzo de Paoli dal ’700 al ’900. Prefazione di S. Palese: Mal d’estro edizioni, Tricase 2014; Due tricasini nelle terre delle Foibe (1943-1945). Le storie di Giuseppe Caloro e di Salomone Morciano, edizioni Grifo (Cavallino) collana Quaderni di Leucadia, 2016; Ebrei a Tricase Porto. Nuova edizione, edizioni Grifo (Cavallino) collana Quaderni di Leucadia, 2017; Un vescovo del sud Salento e la Grande Guerra. Luigi Pugliese a Ugento (1915-1921), edizioni Edi.New, 2019; Nella scuola con amore, edizioni ASCLA Soc. Coop. impresa sociale, 2022; Elezioni e poesie a Tricase 1946/1963 xfor Nociglia 2023. Ha curato la pubblicazione di Don Eugenio. Scritti per i 50 anni di sacerdozio di don E. Licchetta, Mal d’estro edizioni, Tricase 2013.

di Ercole Morciano

ENTRAI ALL’ACAIT PRIMA DEL MILITARE…

Donato Ippazio Panico. Nato a Tricase il 19 gennaio 1954, pensionato dal 2019: «Lavorare e prendere una buona paga alla mia età, considerati quei tempi, mi faceva sentire contento»

Donato Ippazio Panico (foto D.I. Panico)

Che rapporto hai avuto con l’Acait?

«Ho cominciato a lavorare prima di fare il militare. Riparavo le casse per il tabacco. Tornato dal militare sono stato assunto come operaio agricolo e lavoravo nel frantoio e nel tabacchificio. Il frantoio del Consorzio si trovava sullo stesso viale della ghiacciaia ma prima di essa. Il frantoio era elettrico con tre presse rotanti e, a parte, il separatore. C’erano le presse e i cosiddetti fiscoli: ogni tre fiscoli mettevo il disco d’acciaio. La pressa piccola premeva per un quintale e un quarto di olive; mentre la grande era tarata per il doppio, ma arrivavamo anche a tre quintali».

Quali erano gli orari di lavoro?

«Si cominciava la mattina alle 4,30 – 5 e si finiva la sera alle dieci e mezza, undici secondo il lavoro che c’era. Non c’erano festività. A mezzogiorno c’era la pausa per pranzare. Il pranzo me lo portavo da casa e mangiavo dentro il frantoio. La stagione dipendeva dall’annata; in genere cominciava ai primi di novembre e finiva a gennaio. Alcuni anni finiva anche a marzo. Era importante raggiungere almeno le 51 giornate lavorative che ti davano i diritti che la legge riconosceva agli operai agricoli: l’assistenza sanitaria INAM, l’assicurazione, la disoccupazione e gli altri benefici».

Quanti eravate e chi era il capo o nachiro?

«Oltre al sottoscritto, mio suocero Luigi Giudice, Umberto Cazzato e Tommasino Ingletto. Gerardo Bonamico era addetto al ritiro delle olive con l’automezzo dell’Acait. Il nachiro era mio suocero, io ero il più giovane. Mettevo le olive nella vasca dove giravano le presse che le schiacciavano. Riempivo i fiscoli di pasta di olive e li mettevo sotto torchio. Svuotavo la sansa dai fiscoli già schiacciati e tolti dal torchio. I portatori delle olive erano sia piccoli proprietari che facevano l’olio per casa che grossi proprietari che lo vendevano ai commercianti di olio. Per la maggior parte erano tricasini, diciamo al 90%».

Il pagamento come avveniva?

«Venivo pagato ogni mese e firmavo la busta paga. Erano puntuali, eccetto l’ultimo periodo quando cominciarono le difficoltà dell’azienda. I contributi mi venivano messi regolarmente».

Cosa facevi nel tabacchificio?

«Facevo l’operaio. Portavo il tabacco alla pressa dove vi erano le operaie tabacchine addette a formare i ballotti. Questi ballotti, raggiunta una certa quantità, venivano portati alle stufe per completare l’essiccamento cominciato col sole».

Cosa ricordi altro?

«Riguardo all’olio, i produttori lo ritiravano direttamente, oppure ci pensava Gerardo a portarlo a domicilio. I miei rapporti con gli operai, sia nel frantoio che con le operaie nel tabacchificio, erano buoni e ci rispettavamo l’un l’altro. Quando c’ero io, la “mescia” era Maria Pizza di Specchia e me la ricordo come una brava persona. Sue collaboratrici erano tre tabacchine molto esperte: Laura Esposito, Ada Piscopiello e una certa Lutgarda di cui non ricordo il cognome».

In generale che ricordo ti è rimasto?

«Il fatto di lavorare e prendere una buona paga alla mia età, considerati quei tempi in cui molti dovevano emigrare all’estero o in alta Italia, mi faceva sentire soddisfatto e contento del mio lavoro, anche se gli orari erano quelli che erano. Aver trovato versati regolarmente i contributi mi ha reso ancora più grato verso l’Acait e i suoi amministratori e dirigenti perché son potuto andare regolarmente in pensione. Abito vicino alla sede del Consorzio e, vederlo ogni giorno con i capannoni mezzi crollati, mi intristiva un po’. Ora sono in corso i lavori di recupero. Spero di vederli finiti e vedere ritornare la vita in quel luogo».

«INIZIAI A LAVORARE ALLO SPILORDO…»

Assunta Panico. Nata a Tricase il 28 giugno 1934, vedova di Giovanni Battocchio: «Non si doveva parlare né mangiare. Si poteva andare liberamente al bagno ma senza esagerare»

Assunta Panico, vedova Battocchio

Quanto tempo hai lavorato all’ACAIT?

«Per circa 40 anni. Sono entrata nel 1951, a 17 anni, come apprendista e ho lavorato fino al 1984. Sono andata in pensione nel 1989. Gli ultimi 5 anni ho lavorato presso una cooperativa di Gagliano per arrivare alla pensione».

In cosa consisteva il tuo lavoro?

«Ho svolto diversi tipi di lavoro legati al tabacco. Il primo anno, da apprendista, ho cominciato a lavorare allo “spilordo”: sfilare, cioè, le ultime foglie in alto della corda e metterle nella cassa. L’anno successivo ho fatto la “spianatrice”: mettere la foglia sul ginocchio e stirarla con le mani facendo attenzione a non rovinarla e a mantenerla intatta».

Hai fatto anche altro?

«Ho imparato a fare la “cernitrice” e per questo serviva conoscere il tabacco.  Veniva cernito secondo i colori a partire dalla foglia più bella senza lacerazioni e mano a mano passare a quelle meno belle e più scadenti. Da una corda di tabacco potevano uscire fino a 36 classi di qualità che l’operaia doveva riconoscere e raggruppare. Ho fatto anche la “imballatrice”, mettevo le foglie nel torchio per schiacciarle e formare i “ballotti”, poi messi in un deposito al chiuso con il solfuro per proteggerli dagli insetti».

Erano operazioni difficili?

«Bisognava stare attente e fare le cose per bene per non danneggiare il tabacco. Ho anche collaborato alla stufa per il riscaldamento, alla spedizione o ad altri incarichi che la maestra mi dava».

Quali erano gli orari di lavoro?

«Ricordo che si entrava alle 7,30 al suono della sirena. Indossavamo tutte il camice color tabacco. Alle 12, la pausa pranzo: io arrivavo a casa, perché vicina alla fabbrica, ma altre che abitavano più lontane, mangiavano sistemate alla meglio nella piazza di fronte. Era quello un momento in cui ci si poteva parlare, distrarsi, vedere quello che mangiava la collega. Alle 13 il rientro, fino alle 16, quando la sirena suonava per l’uscita».

Com’era l’ambiente di lavoro?

«Ogni operaia aveva il suo da fare. Non si doveva parlare. Non si doveva mangiare. Si poteva andare liberamente al bagno ma senza esagerare. Al di sopra c’era la “maestra” (la mescia) e il “sorvegliante”. La “mescia” controllava tutto, dava i compiti, ti cambiava di posto se occorreva. Entrambi ti potevano sospendere e il giorno dopo non lavoravi e perdevi la giornata. La “mescia” mia, quando entrai, era Maria Fracasso che abitava vicino al Calvario. Era severa ma non cattiva; ricordo che perdonava; molto meno perdonava il sorvegliante, don Rodolfo Facchini, una persona alta, imponente, che si faceva un po’ temere. Quando la “mescia” Maria Fracasso andò in pensione, diventò “mescia” Nina Turco (Caporale). Anche lei era brava nel suo mestiere ed era meno severa di Fracasso. Quando chiudeva il magazzino di Specchia, di proprietà del Consorzio, faceva da “mescia” anche Lucia Battocchio, moglie di Antonio Casciaro. Pure lei molto brava e competente».

E il direttore?

«Ricordo che don Mario (Ingletti) passava nei reparti verso le otto e mezzo. Si sentiva il suo buon profumo quando passava. Si fermava a parlare con noi operaie. Chiedeva notizie delle nostre famiglie. Me lo ricordo come una brava persona, sorridente. Quando poteva aiutava. Quando nel 1971 mi trasferii nella casa nuova e mi servivano frigorifero e lavatrice: andai da lui. Allora il Consorzio vendeva pure elettrodomestici. Mi disse: «Cci bboi?». Gli chiesi lo sconto e lui mi diede per regalo un ferro da stiro e mi disse «portalu allu ragionieri Angelelli» e feci come mi aveva detto. Ho pagato a rate che mi venivano trattenute sulla busta paga».

Si comprava anche dell’altro?

«C’era lo spaccio del Consorzio dove potevi comprare generi alimentari o prodotti per la casa. Si comprava allo spaccio non solo perché i prezzi erano convenienti, ma anche perché potevamo pagare con le trattenute sulla busta paga. Compravamo anche il ghiaccio (alla ghiacciaia c’era Panico), le bombole di gas della Pibigas (c’era Giosuè Maglie), concimi per la campagna, dov’era addetto Ubaldo di Specchia, radio e televisioni per cui era responsabile Cesare Peccennini. C’era pure la corriera e, nell’officina, vi era Donato Sodero, ancora giovanotto».

Eri fissa o stagionale? Come venivate pagate?

«Ero stagionale. I primi anni si iniziava a lavorare verso dicembre e si finiva a maggio-giugno. Poi col passare degli anni i turni sono diventati sempre più corti. Gli ultimi cinque anni ho lavorato alla cooperativa di Gagliano, a Tricase il lavoro non c’era più. Venivamo pagate ogni quindicina. Ricordo ancora che il primo anno avevo lavorato solo 4 giornate e presi 1.600 lire, 400 lire al giorno. Ero un po’ emozionata per il primo guadagno della mia vita. Ogni 15 giorni venivano nel reparto don Rodolfo Facchini, che faceva l’appello e don Nino Malizia [Cosi-Tasco] che ci dava la busta paga e ci faceva firmare. Ci davano anche il tempo di controllare, ma i pagamenti erano sempre giusti. Invece, dopo, molte si sono accorte con sorpresa che i contributi non erano stati versati regolarmente».

Com’era il rapporto con le altre operaie?

«Molto buono. Ci conoscevamo tutte. Ho sempre collaborato con tutte le altre e sempre fatto il mio dovere. Quando serviva ho mostrato alle altre come dovevano fare. L’importante era lavorare bene, non perdere tempo, fare quello che ti chiedevano e rispettare tutti. Io e le altre operaie vicine ci volevamo bene. Ricordo in particolare Lucia Morciano, Maria Manno, Tetta Fersini. Quando suonava la sirena ero stanca ma, quasi mi dispiaceva uscire, perché mi ero trovata bene».

Che ti è rimasto di quella esperienza?

«Un buon ricordo. Avevo un lavoro, non mi annoiavo, prendevo una buona paga. Superate ogni anno le 51 giornate, avevo tutti i diritti: assegni, cassa malattia, pensione, disoccupazione nei mesi in cui non lavoravo. Il Consorzio era un gioiello. Era tenuto benissimo e tutto funzionava a meraviglia. Poi le cose son cambiate e purtroppo abbiamo dovuto vedere anche il crollo dei locali. Peccato! Perché hanno dato vita e lavoro a tutto il paese per tanti anni».

«FUI ASSUNTO COME TUTTOFARE»

Cesare Peccennini. Nato a Tricase il 25 settembre 1932: «Mio padre era dipendente Acait. Quando andò in pensione, era il 1954, venni assunto al suo posto. Avevo 20 anni…!»

Cesare Peccennini

Il tuo cognome non mi sembra delle nostre parti.

«La mia famiglia proviene dal ravennate. Mio nonno era tenente della Guardia di Finanza e a fine ’800 fu il primo comandante della nuova Tenenza di Tricase. Si sposò qui e formò la sua famiglia; restò anche dopo il pensionamento».

Hai lavorato in Acait?

«Mio padre era dipendente Acait. Quando andò in pensione, era il 1954, venni assunto al suo posto; ero molto giovane, avevo poco più di 20 anni. Vi rimasi per circa 5-6 anni, poi mi licenziai per mettermi in proprio».

Che mansione svolgevi?

«Ero stato assunto come “tuttofare”. Avevo la patente di guida e avevo frequentato un corso per corrispondenza della “Radioelettra”, pertanto ero in grado di smontare, rimontare e riparare apparecchi radio. Svolgevo perciò parecchi lavori. Come radiotecnico curavo la vendita e la riparazione degli apparecchi radio. Questo settore rientrava nelle competenze del rag. Mario Angelelli e io ero suo collaboratore; il direttore di tutta l’azienda era il rag. Mario Ingletti. C’era nel Consorzio un locale a ciò adibito, che dopo venne trasferito in via Municipio (ora via Toma), al piano terra del palazzo Caputo, ora del dr. Russo. Oltre agli apparecchi radio si vendevano anche altri elettrodomestici, comprese le televisioni che di lì a poco si sarebbero diffuse in ogni casa. I prezzi erano molto convenienti e la qualità pure. La clientela era molto diffusa anche fuori Tricase perché l’Acait consentiva di pagare con comodo, anche con cambiali di poche migliaia di lire. Si vendevano anche macchine da cucire della marca “Borletti”. Per acquisire competenze nel campo della Tv frequentai un apposito corso di specializzazione presso la “Magneti Marelli”. Installavo le antenne sui terrazzi, issate su tubi di acciaio zincati, quelli utilizzati per gli impianti di acquedotto. Mio collaboratore era un altro dipendente Acait, Oreste Santacroce. Talvolta mi accompagnava Giosuè Maglie».

Avevi altri impegni di lavoro?

«Avendo la patente facevo all’occorrenza anche l’autista. Ogni mattina alle sette dovevo accompagnare al tabacchificio di Specchia, detto “Palummaru”, di proprietà dell’Acait, la maestra Lucia Battocchio di Tricase. D’estate, quando era in funzione la trebbia dell’Acait, venivo incaricato di portare il vino agli operai al momento della colazione. Quando occorreva, in collaborazione con l’autista Colangiulo, guidavo il camion delle bombole di gas liquido per portarle nei paesi del Capo. Le bombole di “Pibigas” venivano trasportate da Galatina con grossi camion della ditta Femar (Fedele-Marrocco). Arrivavano senza preavviso, anche in orari strani e io collaboravo con gli altri addetti allo scarico-carico nel deposito all’interno del Consorzio. Ricordo un episodio particolare: una volta giunse da Galatina il camion delle bombole di sera, al buio. Con gli altri stavo provvedendo allo scarico quando vidi arrivare da lontano il buon Mimmi Colangiulo che portava una lucerna per farci vedere meglio nelle operazioni. Quando lo vidi, mi misi a gesticolare e gridare con tutte le forze per allontanarlo. La fiamma viva della lucerna poteva innescare un incendio e una esplosione disastrosa. Mimmi si preoccupava per noi che lavoravamo al buio e perciò non capiva la mia reazione ed i miei urli. Ovviamente dopo gli chiesi scusa perché era una persona correttissima e meritava tutto il mio rispetto.  Un’altra fonte di grosso rischio era la cosiddetta “casamatta”. Era una costruzione isolata, distante dalle altre per motivi di sicurezza in quanto vi si depositava il solfuro. “Lu nzulfuriu” poteva provocare pericolose esplosioni e pertanto ricordo che la casamatta aveva quattro parafulmini e una serie di messe a terra per evitare corto-circuiti pericolosi. Era un potente antiparassitario e veniva usato all’interno del tabacchificio per proteggere il tabacco e gli altri prodotti della cooperativa (cereali, legumi ecc.) oppure veniva venduto ai soci e all’esterno per uso privato. Alla vendita, se non erro, era addetto Ubaldo Branca, un dipendente originario di Specchia molto scrupoloso e consapevole dei rischi che si correvano nel maneggiare il solfuro. L’esclusivista a Tricase e dintorni era Michelangelo Dell’Abate, titolare della rivendita di prodotti di monopolio e di tabacchino».

Ricordi qualche altro aneddoto?

«Nell’Acait lavorava anche Donato Sodero. In un locale, dove prima era stato il maestro meccanico e autista Donato De Micheli. Il giovane Donato Sodero accudiva e, quando necessario, riparava i motori di tutti i mezzi del Consorzio, compresa una corriera. Una volta doveva mettere in fase una pompa d’iniezione di motore Diesel, cioè regolare gli iniettori e metterli in linea per la giusta rotazione. Mi chiamò per collaborare e ci riuscimmo, con non poca fatica ma con grande soddisfazione. Un altro luogo dove venivo chiamato ad operare era la “pesa” anche per conto terzi: una bilancia particolare dove i mezzi che trasportavano animali da macello o altri prodotti venivano pesati e veniva rilasciato il certificato. L’addetto era Santoro, il papà di Italo, che a volte mi chiamava per dargli una mano».

Quando lasciasti?

«Dopo 5-6 anni, frequentato il corso TV nella sede Magneti-Marelli di Bari e acquisite ottime competenze, fui interpellato dalla ditta che mi offrì di diventare responsabile della sede provinciale di Sassari, in Sardegna. Fu per me un momento difficile perché dovetti scegliere tra carriera e famiglia. Scelsi quest’ultima perché non volevo lasciare da sola mia sorella Maria, in seguito alla perdita della mamma e mi misi in proprio. Non mi sono pentito».

Come ti organizzasti?

«Affittai un locale in piazza Vittorio Emanuele, ora Pisanelli, di proprietà di Michelangelo Dell’Abate per mettervi laboratorio e negozio, continuando l’attività di tecnico radio-tv. Dopo qualche anno mi trasferii vicino alla chiesa di Santa Lucia, in un locale il cui proprietario era Vincenzo Carlucci e, infine, in un mio locale in via Micetti, dove ho operato con soddisfazione mia e, penso, dei clienti fino al pensionamento».

FACEVO QUELLO CHE LA “MESCIA” MI DICEVA

Teresa Bonalana. Nata a Tricase il 24 ottobre 1939, vedova di Gerardo Stefano Coluccia: «Ogni quindicina. Facevano l’appello e ti davano la busta paga. Sul pagamento erano puntuali»

Quanto tempo hai lavorato all’ACAIT?

«Ho iniziato a lavorare all’ACAIT a 17 anni, ma ero tabacchina già a 14 anni. Per 3 anni, infatti, ho lavorato come apprendista al magazzino di Pisanelli che si trovava vicino all’asilo delle suore, di fronte alla villa di donna Mariuccia Caputo. Era un po’ distante da casa mia e allora mio padre che si conosceva bene col dott. Rosario Gabrieli, molto amico di don Mario Ingletti, gli chiese se mi poteva assumere al Consorzio. Don Mario accettò e venni assunta all’ACAIT. Il magazzino era molto più vicino a casa mia, che era in via Dalmazia, a due passi dal consorzio. Dopo ho saputo che Don Mario aveva chiesto notizie su di me alla signora Pisanelli che dirigeva il tabacchificio, la quale diede buone referenze. Ho lavorato come operaia tabacchina stagionale fino al 1969. Finito di lavorare all’ACAIT, devo ringraziare Giulio Sparasci che mi faceva assumere ogni anno come operaia agricola per raggiungere le 51 giornate di lavoro. Se non le raggiungevi, perdevi tutti i benefici e restavi in mezzo a una strada. Facendo le 51 giornate venivi iscritta agli elenchi anagrafici e godevi di tutti i benefici che la legge allora riconosceva alle operaie agricole. è stato grazie a Giulio se, alla fine del lavoro, abbiamo potuto regolarizzare i contributi che mancavano all’INPS per prendere la pensione».

Qual era la tua mansione?

«Ho lavorato sempre ai torchi. Prendevo dalle casse le foglie di tabacco già lavorato e le sistemavo nelle presse tra le tavolette di legno. Poi giravo la manovella del torchio per schiacciare le foglie e formare il “ballotto”. Il tabacco, così formato, passava dopo alle stufe per il riscaldamento e, dopo ancora, avveniva l’insaccatura, cioè veniva messo nei sacchi come quelli delle patate».

Come era l’ambiente di lavoro?

«Mi trovavo bene. Avevo imparato bene il mestiere e facevo quello che la “mescia” mi diceva. Io non mi sono trovata con la “mesciaMaria Fracasso. Ai tempi miei la mescia era la Nina Caporale [Turco]. Ricordo che non si dava molte arie, non era cattiva con noi operaie. Certo, ogni tanto qualche sospensione c’era. Ma, se l’operaia riusciva a convincerla, perdonava anche. Io non sono stata mai sospesa. Al bagno potevi andare quando volevi, non dovevi chiedere il permesso ma dovevi stare attenta a non perdere tempo. Se facevi il tuo dovere nessuno ti rimproverava».

Riguardo al pagamento?

«Era ogni quindicina. Facevano l’appello e ti davano la busta paga. Sul pagamento erano puntuali. Invece coi contributi c’è stato qualche problema che è venuto fuori alla fine del lavoro».

Che ricordo ti è rimasto di quell’esperienza?

«La ricordo con piacere, anche perché ero giovane, mi piaceva lavorare e portare a casa i soldi. La mattina mi alzavo alle 6 – 6,30, mi lavavo, facevo colazione con una frisa o con pane e conserva o altre cose di casa, indossavo il camice da lavoro, fatto con una stoffa resistente di color tabacco. Alle sette ero pronta e, quando suonava la sirena, ero già sul posto di lavoro. Alle 10,30 c’era una pausa di 5 minuti per una colazione molto breve. L’altra pausa, di un’ora, era dalle dodici all’una ed io andavo a casa perché abitavo vicino al Consorzio. La giornata di lavoro finiva alle tre e mezzo: col suono della sirena uscivamo dal magazzino ed era uno spettacolo vedere tutte queste donne sulla piazza e in via Allatini, spesso sorridenti. Molte si accompagnavano a braccetto. Era bello anche sentire il loro vociare che riempiva le strade del paese. Quando passo vicino al consorzio oggi mi viene il magone per quello che vedo, anche se non ho perso la speranza che tutto venga sistemato com’era una volta».

PAPÀ ERA ADDETTO AL SUONO DELLA SIRENA

Francesco Colangiulo. Nato a Tricase il 21 gennaio 1940, sottoufficiale della Guardia di Finanza in pensione: «I miei erano dipendenti del Consorzio. Papà fu assunto dopo i dolorosi fati del 1935»

Giovannina Accogli (foto di F. Colangiulo)

Quali rapporti hai avuto con l’Acait?

«Sia papà, Domenico, più conosciuto come Mimmi e la mamma, M. Giovanna (per tutti Giovannina), Accogli erano dipendenti del Consorzio. Papà era stato assunto dopo i dolorosi fatti del maggio 1935, durante i quali, a causa di una grave ferita, aveva subito l’amputazione della gamba sinistra.

La mamma, assunta come tabacchina, cambiò lavoro perché destinata a vendere, sia ai dipendenti che ai soci, le stoffe dell’UNRRA, un ente assistenziale post-bellico, nello spirito della cooperativa ACAIT. Da piccolo, dall’età di 5-6 anni fino al termine delle scuole medie, trascorrevo nel Consorzio molto tempo.

Conosco pertanto parecchio della vita di allora. Ricordo anche i personaggi che venivano presso l’azienda, per esempio il senatore Francesco Ferrari, il dottor Gratis di Tutino, il colonnello Resci, poi sindaco di Tricase, don Nino Aymone e più di tutti l’avvocato Vincenzo Resci di Sant’Eufemia, presidente del Consiglio di Amministrazione».

I tuoi genitori cambiarono spesso tipo di lavoro?

Domenico (Mimmi) Colangiulo (foto di F. Colangiulo)

«Papà fece sempre il fattorino e si interessava di vari impegni che gli venivano affidati dal direttore, rag. Mario Ingletti, del quale godeva piena fiducia. Ricordo che aveva un grosso mazzo di chiavi che interessavano i vari ambiti del Consorzio. Si muoveva con una bicicletta adattata alla sua condizione. La protesi veniva poggiata su una piccola pedana a forma di scarpa, mentre col piede destro pedalava continuamente a mozzo fisso. Il tutto pensato e realizzato da lui stesso. Con la bici si muoveva per andare in banca, alla posta ed altri uffici per incombenze varie, sempre a servizio dell’Acait. Papà era addetto anche al suono della sirena che scandiva i tempi della giornata: ricordo che durante il periodo bellico faceva suonare la sirena per avvisare la popolazione di un eventuale attacco aereo su Tricase. Ricordo che la maggior parte della gente si dirigeva verso la campagna; io andavo con la famiglia verso la zona “Lavari”, dove i miei nonni avevano in fitto una campagna. La mamma, assunta come tabacchina, in seguito prestò servizio come bambinaia nell’asilo nido all’interno della struttura. Per l’epoca era una grande novità, pensata per venire incontro ai bisogni delle tabacchine, madri e dipendenti. Accudiva (con altre colleghe) i bambini, tenuti nei box o in braccio, secondo le esigenze di ciascuno e del momento. I piccoli erano accuditi in tutto e, all’occorrenza, per esempio per l’allattamento o altre necessità, venivano chiamate le rispettive madri. Giusto ricordare che, sempre nello spirito cooperativistico all’avanguardia rispetto ai tempi, il servizio ambulatoriale medico era diretto dal dr. Alessandro Caputo e, successivamente, dal di lui figlio, il pediatra Enzo Caputo. Bimbi e madri godevano pertanto di un servizio medico specialistico che avveniva di pomeriggio».

Hai altri ricordi?

«Un altro famigliare dipendente dell’Acait era lo zio Emilio, fratello di papà. Era autista di camion: trasportava ballotti di tabacco lavorato dal tabacchificio alla stazione ferroviaria e provvedeva alla fornitura di bombole di gas (Pibigas) anche nei paesi vicini e ad altre incombenze inerenti alla poliedrica attività dell’Acait. Ricordo pure che c’era un valido ufficio amministrativo diretto dal rag. Mario Ingletti, coadiuvato da altre figure quali: rag. Pietro Marzo (di Matino ma residente a Tricase), Rodolfo Facchini, Pippi Cassano, Costantino Cosi-Tasco, Ninì Toma e, più tardi, la rag. Anna Maria Raeli; infine, il rag. Cesario De Iaco. Ho un ricordo speciale anche del rag. Mario Angelelli che vedevo come il principale collaboratore di don Mario Ingletti per le sue specifiche competenze professionali, oltre alle doti umane che lo rendevano una persona affabile. Mi preparò per gli esami di ammissione alla scuola media; per me resta tuttora una grande persona verso la quale ho un caro e gradito ricordo».

Un tuo pensiero finale…

«Sono rimasto sempre affezionato all’ACAIT, per quanto rappresentava per Tricase e per il Capo di Leuca, ritenendola un’eccellenza cooperativistica da fare invidia alle cooperative del nord. Resto amareggiato per averne visto la fine e per quello a cui oggi assistiamo. Ovviamente l’auspicio è di una pronta rinascita».

MIO PADRE ERA ALLA GHIACCIAIA

Fernando Panico. nato a Tricase il 24 novembre 1948, pensionato SIP-Telecom: «La famiglia era composta da mio padre, mia madre e 12 figli. Io ero l’ottavo…»

Che rapporti hai avuto con l’ACAIT?

Cosimo Panico (foto f. Panico)

«Mio padre, Panico Cosimo Salvatore, classe 1911, era il responsabile della Ghiacciaia dell’Acait. Il suo incarico era di far funzionare l’impianto per la produzione del ghiaccio in blocchi e per la vendita all’ingrosso e al dettaglio. Per accedere, si entrava dal primo cancello a destra subito dopo villa Raeli. In fondo al viale c’era l’edificio della caldaia al confine col suolo, dove c’è ora la caserma dei Carabinieri e l’edificio, allora scuola media. La ghiacciaia era costruita con le volte a spigolo, e più alta di circa 1,50 metri circa rispetto al livello stradale in modo da favorire il carico dei blocchi sui carri».

In cosa consisteva il suo lavoro rispetto all’impianto?  «C’era una specie di vasca lunga 6-7 metri e larga circa 3 metri, collegata ad una cisterna che raccoglieva l’acqua piovana. La vasca era piena fino a circa mezzo metro dal bordo e, su di essa, vi erano delle travi in legno sollevabili lunghe quanto la vasca e larghe circa 25 cm. Nella vasca c’erano parecchie file di forme in lamiera zincata e, in ogni fila, c’erano 7-8 forme. Ogni forma era alta circa mt 1.20. La base superiore era di cm. 25 di lato, mentre quella inferiore era di cm. 20: era più piccola per consentire lo scivolamento del blocco di ghiaccio».

Quanto tempo occorreva per chiudere un ciclo?

«Almeno due giorni completi. Mio padre assisteva al funzionamento del compressore grosso che si trovava all’ingresso a sinistra ed era sempre in funzione. Di regola la notte la ghiacciaia veniva chiusa, salvo le ordinazioni eccezionali richieste dai pescherecci di Gallipoli o di Otranto. In tal caso i blocchi venivano caricati su grossi camion. Mio padre la notte riposava e io con qualche mio fratello più grande, lo sostituivamo».

Come avveniva la vendita al minuto?

«Il ghiaccio veniva acquistato dai bar, oppure dai gelatieri ambulanti, oppure dalle famiglie.  Si vendeva a blocchi interi, oppure metà blocco o ancora un quarto di blocco. Il blocco intero veniva steso sul banco e con un normale seghetto metallico si iniziava a tagliare. A un certo punto lo poggiavi su uno spigolo vivo e gli davi un colpo secco e si rompeva».

Dove veniva conservato il ghiaccio prodotto e ancora non venduto?

«L’impianto era dotato di una cella frigorifera coibentata e col pavimento di legno. Mio padre per entrare indossava cappello e abiti pesanti che si portava da casa. Ricordo che non aveva guanti per proteggersi le mani. Lui entrava nella cella, che si poteva aprire sia dall’interno che dall’esterno, e riceveva da uno di noi figli i blocchi interi di ghiaccio che facevamo passavano da una finestra coibentata. Mio padre sistemava i blocchi nella cella opportunamente separati da listelli in legno per evitare che si unissero. Si accatastavano così per essere pronti per la vendita. A volta gli acquirenti erano molti e si formavano delle code. Molti venivano a prenderlo con le biciclette e lo mettevano in sacchi di Juta. I signorotti che avevano la ghiacciaia a casa compravano blocchi interi mentre le altre persone in genere compravano un quarto di blocco».

Ricordi qualche aneddoto in particolare?

«Una volta venne a prendere il ghiaccio un assessore del comune di cui non faccio il nome. Invece di fare la coda passò davanti a tutti gli altri. Mio padre gli disse di mettersi dietro gli altri e aspettare il suo turno. L’assessore disse a mio padre «nu me canusci ci suntu»: mio padre gli rispose che doveva fare ugualmente la fila. Lui andò dal il direttore per lamentarsi. Qualche giorno dopo il direttore chiamò mio padre e gli disse «Cosimu, qualche vota, se poti, chiudi l’occhiu». Ma mio padre non cambiò il suo modo di fare».

Quanto tempo ha lavorato tuo padre alla caldaia?

«Il tempo preciso non lo ricordo. Forse mio padre è entrato fine anni ’40 primi anni ’50. Io, bambino piccolo, lo ricordo già occupato al Consorzio.  È andato in pensione ai primi anni’70. Ha conservato un buon ricordo e soprattutto era contento perché poteva mantenere col suo lavoro la famiglia: moglie e 12 figli. Lui andava d’accordo con tutti: Giosuè Maglie, Filippo Cosi, Ubaldo Branca di Specchia, Costantino De Giuseppe e Donato Sodero. Spesso d’estate mi mandava per portare loro il ghiaccio o l’acqua fresca. Mio padre portava avanti anche la terra che gli aveva lasciato il nonno, cosa che fece anche dopo il pensionamento. Mio padre è morto il 10 ottobre 1991 a circa 80 anni».

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Donne e lavoro: tavolo permanente in Provincia

Collaborare per individuare azioni e costruire percorsi rivolti a favorire l’occupazione femminile nel territorio salentino, a ridurre il divario di genere e a favorire anche l’inclusione delle persone diversamente abili. Con questi obiettivi si è costituito ieri, a Palazzo Adorno, il tavolo tecnico permanente, promosso dalla consigliera di Parità della Provincia di Lecce Antonella Pappadà.

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I lavori, aperti dal saluto del presidente della Provincia di Lecce Stefano Minerva e introdotti dalla consigliera di Parità Antonella Pappadà (entrambi nella foto in alto) alla presenza del dirigente del Servizio Pari opportunità provinciale Pantaleo Isceri, hanno registrato un’ampia partecipazione da parte dei principali attori che, a vario titolo, si occupano di lavoro e, in particolare, di occupazione sul territorio.

Intorno a tavolo, infatti, c’erano Cristina Mercuri (Confindustria) e Fernando Nazaro (imprenditore), Floriana Dell’Orco (Camera di commercio di Lecce), Emanuela Aprile (Confartigianato), Fiorella Fischetti (Cgil), Ada Chirizzi e Concetta Mummolo (Cisl), Mauro Fioretti (Uil), Anna Maria Cherubini (UniSalento), Maria Luisa Serrano (Cpo Ordine degli avvocati di Lecce), Cristian Primiceri (Osservatorio di diritto del lavoro e previdenza dell’Ordine degli avvocati), Luisa Crusi (Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili di Lecce), Duilia Del Mastro (Ordine dei Consulenti del lavoro di Lecce), Barbara Rodio (Arpal Puglia), Daniela Talà (Sviluppo Lavoro Itala), Elisabetta Salvati (Aforisma), Serenella Molendini (Centro ricerca europea per l’innovazione sostenibile – Creis), Marco Sponziello (Associazione Next Eu), Maria Grazia Zecca (esperta in diritto antidiscriminatorio), Laura Parrotta (avvocata con esperienza nelle tematiche delle Pari Opportunità).

«Sono molto soddisfatta di questo inizio di mandato», dichiara Antonella Pappadà, consigliera di parità della Provincia di Lecce, «che sembra sia nato sotto i migliori auspici se consideriamo la grande partecipazione di tutte le rappresentanze del territorio che, a vario titolo, si occupano delle tematiche del mondo del lavoro».

«Il grande interesse dimostrato e la risposta al mio invito a costituire questo tavolo di lavoro permanente», prosegue, «lasciano ben sperare che, insieme, si possa realizzare qualcosa di concreto per il nostro territorio per favorire l’occupazione femminile, ridurre il divario di genere e favorire anche l’inclusione delle persone diversamente abili e, al contempo», conclude Antonella Pappadà, «contrastare gli stereotipi e le discriminazioni per prevenire la violenza di genere»

Soddisfazione è stata espressa anche dal presidente della Provincia Stefano Minerva, che ha ringraziato la consigliera di Parità Antonella Pappadà «per aver voluto avviare, fin da subito, un percorso di collaborazione a 360 gradi con i rappresentanti delle istituzioni, dei sindacati, delle associazioni di categoria, degli ordini professionali».

«Una rete di cui in questo momento storico c’è bisogno», ha evidenziato il presidente, «soprattutto sul fronte dell’occupazione femminile, che deve essere messa ancora di più al centro delle politiche economiche e sociali, a livello nazionale, ma anche locale».

Nel corso dell’incontro sono state tracciate a grandi linee le direttrici su cui lavorare nei prossimi mesi, non senza prima di aver condotto un’analisi del territorio.

In particolare, con il supporto di tutte le professionalità intervenute si punterà a promuovere incontri itineranti sul territorio con le amministrazioni, le aziende e tutti gli stakeholder interessati dalle tematiche del lavoro e alla diffusione delle pari opportunità; orientamento integrato multilivello e formazione/informazione negli enti locali, nelle scuole, università, aziende, ecc. Inoltre, si favoriranno le Politiche attive per il lavoro e i servizi a supporto, con particolare riguardo alla qualificazione, riqualificazione per l’ingresso o reingresso della donna nel mondo del lavoro, con attenzione anche ai diversamente abili e, ancora, formazione, informazione e diffusione della Certificazione di genere.

Il tavolo rimane aperto e sarà arricchito dalla partecipazione di altri soggetti interessati a sostenere i percorsi individuati.

«Sarà importante capitalizzare le misure finanziarie per la parità di genere previste nel Pnrr e non solo, sia quelle dirette, quali la certificazione di parità di genere e la promozione della creazione di imprese femminili, sia quelle trasversali, quali la promozione dell’accesso da parte delle donne all’acquisizione di  competenze Stem», riprende la consigliera di parità della Provincia di Lecce Antonella Pappadà, «così come diffondere azioni positive finalizzate a promuovere la conciliazione dei tempi di vita con quelli di lavoro, attraverso la tutela della maternità, della paternità e l’assistenza ai soggetti disabili».

 

 

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