Tricase: in memoria di don Antonio Ingletto

Lo vediamo ancora oggi varcare la soglia a giorni alterni, abbozzare un delicato sorriso e salutare in modo semplice e garbato. Lui, sofferente nella sofferenza, era il primo a trasmettere quel messaggio criptato che solo chi soffre riesce bene a interpretare, e gli ammalati gli si facevano intorno perché quello sguardo ben propiziava al prosieguo della terapia. 1…2…3…4 ore, un tempo in cui i suoi compagni di viaggio apprendevano dalla spiritualità delle sue sommesse parole. 1…2…3…4 ore, il tempo in cui gli operatori del reparto amavano “essere protagonisti dell’esperienza dell’umiltà, dell’abbandono e dell’affido”, vicino alle parole vive di don Tonino che dalla “Lettera agli ammalati” amava recitare: “E ora che il nostro lamento si trasforma in danza, vorrei dirvi ancora: non dobbiamo vergognarci della nostra malattia. Non è qualcosa da tenere nascosta. Non è un tabù. E’ quella parte della nostra identità che ci fa rassomigliare di più a Gesù Cristo. Come facciamo a tenerla nascosta? E’ una tessera di riconoscimento incredibile, straordinaria. Non dobbiamo vergognarci della nostra malattia. Dobbiamo esserne fieri. La malattia non è frutto dei nostri peccati personali. Perché il Signore non dà la sofferenza e il dolore a seconda dei meriti e dei demeriti di una persona. Tutto ciò che riguarda la sofferenza è un mistero che ci trascende e che va oltre di noi…”. E’ così che vogliamo ricordarlo: il pastore che ha testimoniato la vita di Gesù Cristo, il Risorto, e l’uomo che con dignità ha intriso d’amore e solidarietà i fratelli compagni della sofferenza.  

Con devozione e affetto

Medici, infermieri e personale tutto del Reparto Emodialisi dell’Ospedale “Panico” di Tricase