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Approfondimenti

Attilio Scarlino: “Quante fesserie!”

“Grazie a quello in Polonia, il sito di Taurisano resta in vita. L’inchiesta della Procura c’aveva messi in ginocchio, ora siamo più forti di prima”

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Sono giorni movimentati a Taurisano attorno al salumificio Scarlino.


Il sito di Taurisano

Il sito di Taurisano


Ma nonostante lo stato d’agitazione proclamato per i 98 lavoratori dai sindacati la settimana scorsa e il presidio dello stabilimento nella mattinata di ieri, conclusosi con l’incontro col sindaco di Taurisano, Attilio Scarlino tiene botta. Anzi, rilancia nell’intervista rilasciata al nostro giornale.


Con un diavolo per capello, risponde senza peli sulla lingua ai sindacati: “Sono state dette un mucchio di fesserie! La Scarlino”, premette, “è stata costretta ad una drastica riduzione delle forze lavoro in seguito al tragico incidente del 30 agosto 2013 (Mario Orlando, operaio 53enne di Taurisano perse la vita finendo stritolato in una delle impastatrici dove stava lavorando, NdA). A distanza di due anni, la Procura non è ancora riuscita a chiudere l’inchiesta e l’impianto principale è ancora sotto sequestro. Per un po’ di tempo abbiamo lavorato con l’impianto alternativo che non poteva certo produrre quanto quello principale. La particolare situazione ci portava a perdere circa 30 centesimi per ogni chilo lavorato.


Attilio Scarlino

Attilio Scarlino


Superato lo choc per quanto avvenuto, c’era dunque l’esigenza di tornare competitivi sul mercato e per questo, anche considerata la lungaggine dell’inchiesta, abbiamo aperto un nuovo stabilimento in Polonia, facilitati anche dalla burocrazia e dal costo del lavoro molto inferiore a quello italiano”. Scarlino non ha dubbi: “Realizzando di un prodotto di qualità media migliore e con una spesa nettamente inferiore, siamo tornati ad essere competitivi e abbiamo potuto aggredire il mercato europeo; grazie anche a tale investimento, oggi il sito italiano è ancora in piedi; restano a Taurisano: amministrazione, logistica, manutenzione e, anche se in minima parte, produzione. Un’azienda che deve affrontare il mercato non può limitarsi ad un unico sito produttivo, prima o saremmo arrivati alla realizzazione di un nuovo stabilimento; quanto accaduto quella maledetta estate ci ha fatto solo accelerare i tempi. L’idea di aprire in un altro Stato, in posizione strategica, nel cuore dell’Europa, c’era già da tempo”.


Scarlino poi attacca i sindacati: “Con il loro modo di agire creano solo disagi. Catene internazionali come Auchan, Carrefour, Despar, che noi serviamo, allarmate ingiustificatamente dal rumore mediatico che sta circondando la vicenda, potrebbero anche decidere di rescindere i contratti dalla mattina alla sera, lasciandoci con un pugno di mosche in mano”.

L’imprenditore rilancia: “La Scarlino oggi è più forte di prima; dopo i due anni di magra che hanno seguito il fattaccio, i bilanci del 2015, promettono di ritornare ad avere il segno positivo. A giugno abbiamo già registrato un +10%! La Scarlino continua ad essere un’azienda in crescita con una forza produttiva e commerciale non indifferente. Resta il fatto che, ad oggi, non avendo ancora una chiusura della famosa inchiesta della Procura, non possiamo cambiare lo stato delle cose”.


Dovessero essere chiuse le indagini e “riabilitata” la catena principale, gli operai in cassintegrazione avrebbero speranze di riassunzione?


Se, grazie anche all’impianto polacco, la Scarlino continuasse a crescere sul mercato europeo gradualmente potremmo ricominciare ad assumere”.


Secondo la denuncia dei sindacati, i lavoratori nonostante il regime di ammortizzatori sociali, starebbero ricevendo pagamenti soltanto parziali rispetto al dovuto…


Non è assolutamente vero! Lo dirò anche ai sindacati nell’incontro in agenda. E dirò loro anche che la Scarlino oggi è più forte di prima e che il problema dei dipendenti è legato solo ed esclusivamente all’impianto ancora sotto sequestro”.


Andrano

Statale 275, qualcosa si muove. Tre stralci per 289 milioni

Dopo decine e decine di morti, di incidenti gravi con menomazioni, ritardi, dimostrazioni, associazioni che si sono accapigliate per vedere l’opera iniziata; pastoie burocratiche che hanno affossato un progetto che doveva vedere l’alba 30 anni fa, probabilmente (il dubbio è d’obbligo)…

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Una ventina le aziende interessate all’aggiudicazione che dovrebbe arrivare nei prossimi mesi

Dopo decine e decine di morti, di incidenti gravi con menomazioni, ritardi, dimostrazioni, associazioni che si sono accapigliate per vedere l’opera iniziata; pastoie burocratiche che hanno affossato un progetto che doveva vedere l’alba 30 anni fa, probabilmente (il dubbio è d’obbligo), fra alcuni mesi partiranno i lavori per l’ammodernamento del primo lotto della SS 275 Maglie-Santa Maria di Leuca. 

Anas in questi giorni sta vagliando i raggruppamenti d’impresa per aggiudicare i tre differenti stralci, in cui è stato suddiviso l’appalto 289 milioni di euro, conteso fra un gruppo di 25 aziende e, che Dio ce la mandi buona, nei prossimi mesi, l’iter dovrebbe concludersi.

L’appalto del primo lotto diviso in tre stralci

L’obiettivo più volte confermato dal commissario straordinario governativo per la SS 275, Vincenzo Marzi è quello di far partire i lavori prima possibile. Infatti, le aziende che hanno partecipato alla gara non sono tante: a novembre scorso sono pervenute in totale 25 offerte: 9 per il primo stralcio; 9 per il secondo e 7 per il terzo.

Si parte da Melpignano si arriva a Tricase

Il primo è il più lungo e consistente in termini economici: parte da Melpignano e Scorrano, per una lunghezza di 11 Km e vale 149,4 milioni di euro; il secondo è compreso tra Botrugno e Surano, lungo 7,7 Km, per un importo di 81,7 milioni; il terzo è il tracciato tra Surano e la zona industriale di Tricase-Specchia-Miggiano, lungo 5,1 chilometri, vale 56,8 milioni di euro.

39 i km dei lavori e 11 i Comuni coinvolti

Sono 39 i Km interessati e coinvolgono 11 comuni del sud Salento: Melpignano, Maglie, Muro Leccese, Scorrano, Botrugno, San Cassiano, Nociglia, Surano, Montesano Salentino, Andrano, Tricase.

E’ prevista la realizzazione di una strada a 4 corsie, larga 22,5 metri. A questa si affianca la previsione di esecuzione di 16 svincoli, 78 complanari, 14 cavalcavia, 2 sovrappassi, 3 sottopassi e 16 vasche di prima pioggia.

La durata dei lavori pubblicata nel bando di gara di giugno 2023, per l’esecuzione del primo stralcio è  stimata in 2 anni e mezzo lavorando tutti i giorni, incessantemente; per il secondo stralcio sono 870 i giorni; per il terzo stralcio ci vorranno 605 giorni.

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Approfondimenti

Grappoli di reminiscenze, senza tempo né confini

 A Marittima: qualche giorno fa, transitando per la piazza del paese in sella al mio scooter color sabbia, ho visto, seduto su una panchina pubblica provvidenzialmente ombreggiata ed esposta a un benefico venticello, un “vecchio” marittimese

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In una recente e differente narrazione, traendo spunto dal casuale incontro con due turisti/ospiti provenienti da S. Francisco, USA, mi soffermavo diffusamente su Marittima e più esattamente sul Rione dell’Ariacorte, dove sono nato e, fra l’altro, annotavo: «Attualmente, con il mio paesello, e specialmente con i residenti, non intrattengo più i rapporti d’intimità e consuetudine viscerale a trecentosessanta gradi, che hanno, invece, caratterizzato le stagioni della mia fanciullezza, adolescenza e prima giovinezza».
Non v’è, invero, contraddizione fra l’anzidetta puntualizzazione e quanto sto per raccontare qui. Semmai, la cronaca freschissima che segue, può considerarsi un’eccezione rispetto al ricordato e consolidato stato d’interazione, in termini complessivi, fra me e la località natia.

Qualche giorno fa, transitando per la piazza del paese in sella al mio scooter color sabbia, ho visto, seduto su una panchina pubblica provvidenzialmente ombreggiata ed esposta a un benefico venticello, un “vecchio” marittimese, Costantino C., il quale vanta e si porta appresso, con disinvoltura, ben novantotto primavere già valicate, per di più guidando ancora, quando occorre, o un’autovettura o un motofurgone “Ape”.

Conosco la citata persona, è proprio il caso di dirlo, da quando sono nato e, lui, giovanottino, abitava, insieme con la sorella Maria, presso la nonna Costantina – i loro genitori erano mancati prematuramente – nell’Ariacorte, a cinquanta metri di distanza da casa mia.

Insomma, a Costantino C., mi lega un’intensa familiarità, sono edotto di tutte le vicende della sua esistenza, da alcuni lustri, in particolare, ho modo di incontrarlo sovente, giacché possiede un giardino, con annesso fabbricato (da poco, l’ha donato ad alcuni nipoti che vi stanno eseguendo importanti opere di ristrutturazione), situato proprio dirimpetto alla mia villetta della “Pasturizza”.

Arrestata d’istinto la marcia del ciclomotore, mi sono avvicinato e seduto accanto, chiedendogli, come approccio, notizie circa lo stato dei lavori edili.
Pochi minuti dopo, si è accostato a noi un altro compaesano, Santo C., appena più giovane di Costantino, e i due, all’unisono, come del resto mi aspettavo, sono immediatamente passati a rievocare un episodio assai lontano, sia come datazione, sia come luogo di svolgimento, evidentemente, però, rimasto indicativo e impresso nella mente, fatto in cui, insieme con loro, io stesso mi ero, in certo qual modo, trovato coinvolto.
Sarà stato il 1963 o il 1964 e lavoravo in banca, a Taranto, da tre anni circa, svolgendo le mansioni di segretario, oggi si dice assistente, di un vicedirettore settorista, il quale, per chiarire, gestiva un determinato portafoglio di clienti.

Insieme con il citato funzionario, compivo spesso visite agli utenti, sia per mera cortesia, sia e soprattutto per ricognizioni dirette sulle loro aziende e le loro attività.
Un giorno c’eravamo portati a domicilio di un operatore agricolo (grosso proprietario di terreni e produttore di vino e olio) di Francavilla Fontana, da molto tempo cliente affidato, vuoi con linee di credito a carattere ordinario e continuativo, vuoi sotto forma di anticipazioni su giacenze di vino e olio, nelle more della loro vendita.

Guarda caso, io non ne ero minimamente a conoscenza, nell’azienda dell’operatore in discorso, da parecchi anni, prestavano attività, sia pure stagionalmente, Costantino e Santo, unitamente ad altri due marittimesi, Peppino e Vitale.

Tutti i già menzionati, quindi, persone di massima fiducia dell’imprenditore francavillese, di casa, alla stregua di famigliari.

Orbene, il mio superiore si era determinato a recarsi nell’azienda di tale cliente, diciamo così, per accertarsi che esistessero effettivamente le giacenze di prodotto su cui era stato da poco concesso un finanziamento e, quindi, si era premurato di dare anche una sommaria occhiata alle relative cisterne.

Sennonché, giusto lì, come ebbero a confidarmi in seguito i miei concittadini, aggiungendo qualche abbozzo d’ilarità, si nascondeva un trucchetto, alquanto rudimentale e, tuttavia, valido a far apparire qualcosa che, in realtà, non esisteva.

E, però, anch’io, dall’altra parte, cioè dall’interno della banca, avevo avuto modo di accorgermi che gli amici marittimesi, o, meglio, le loro firme, erano talora “utilizzati” dal datore di lavoro, per agevolare alcune sue operazioni di finanziamento da parte della banca.
Certo, stagioni non solo antiche ma, specialmente, dai contenuti totalmente diversi, allora la fiducia e la parola erano una cosa seria, nel lecito e anche ai limiti della norma o borderline per stare al linguaggio presente: così abbiamo, l’altro giorno, commentato concordemente, sulla panchina della piazza di Marittima, Costantino, Santo ed io.

Di lì a poco, è arrivato ad aggregarsi alla comitiva un ennesimo “ariacortese”, Costantino N. e, quasi contemporaneamente, Uccio N., geometra in pensione e, fuor d’ogni dubbio, compaesano d.o.c., non essendosi mai allontanato, durante i suoi ottantun anni, dalla natia Marittima. A questo punto, a beneficio di quanti non fossero a conoscenza, mi soffermo su un breve inciso: fra i nomi maggiormente diffusi nella località, ricorrono quelli di Vitale e Costantino o Costantina, a motivo che, collegando i comuni mortali ai santi, S. Vitale, cavaliere nell’esercito romano ai tempi di Nerone, nato a Milano e martirizzato a Ravenna, è il protettore di Marittima, mentre, a compatrona, è stata da vecchia data proclamata la Vergine Maria Santissima di Costantinopoli o Madonna Odegitria.

Costantino, come ho avuto modo di accennare anche in precedenza, faceva parte, penultimo nato, di una famiglia numerosa, ma soprattutto antesignana e allargata, per vicende naturali, in senso laterale o di discendenza.

Difatti, la padrona di casa, in altre parole sua madre, Rosaria, proveniente da Andrano, reduce dal primo matrimonio nel corso del quale le erano nati due figli, Andrea e Giuseppa (Pippina), rimasta vedova ancora giovane, aveva sposato in seconde nozze il marittimese Ciseppe (Giuseppe), reduce, anche lui, da una precedente unione, già padre di tre figli e, parimenti, rimasto vedovo anzitempo.

Rosaria e Giuseppe, novella coppia, procrearono ulteriori quattro figli, Pompilio, Vitale, Costantino e Concetta.

Sì che, a un certo momento, venne a formarsi un nucleo o f0c0lare di undici persone, fra i due coniugi e i nove discendenti arrivati dall’accoppiata di letti.

Molti i ricordi e le annotazioni snocciolati, approfittando della presenza di Costantino, riguardo ai membri della famiglia di Rosaria e Giuseppe ‘u fusu.

Alla fine degli anni Trenta o agli inizi del decennio successivo, la scomparsa di Giuseppe, a causa di una rovinosa caduta mentre era intento a fissare, a un gancio del soffitto, un chiuppu (una sorta di grosso casco, facendo riferimento alle banane) di tabacco già essiccato.
Nel 1945, il matrimonio di Pippina nel canonico abito bianco, di cui, lo scrivente, serba perfettamente il ricordo.

Nel 1947, esattamente il 22 gennaio, le nozze di Andrea (con Valeria), in un giorno in cui, Marittima, registrò il particolarissimo fenomeno di un’abbondante nevicata.

Nel 1951, un’improvvisa e brutta traversia, fortunatamente finita bene, in capo a Vitale, sotto forma di un’infezione da tetano a un piede (precisa, adesso, Costantino, che, all’epoca, lui era assente da Marittima per il servizio militare in Marina, imbarcato su un dragamine di stanza alla Spezia). Dopo, infine, seri problemi agli occhi per l’altro figlio, Pompilio, invero mai risolti.

A un dato momento, Costantino, seduto nel gruppo e rivolgendo lo sguardo a Uccio N. che gli stava accanto, ha ritenuto di richiamare i legami di parentela fra lo stesso Uccio e me (le rispettive mamme, Nina e Immacolata, erano cugine di primo grado, figlie di due sorelle, Cristina e Lucia).  Aggiungendo, inoltre, che lui medesimo, a seguito del matrimonio, si era apparentato con l’ex geometra, posto che il suocero Giuseppe P. (in vita, operatore ecologico, attacchino e necroforo del Comune di Diso), era, a sua volta, primo cugino del padre di Uccio, Pippi ‘u scanteddra o mesciu Pippi ‘u barbieri, la cui madre, Pasqualina M. detta Nina, era sorella della genitrice di Giuseppe P., Maria Donata M.

I conti degli accostamenti fra parentele o famigliarità quadrano perfettamente, a prova di dati anagrafici e/o di battesimo.

Uccio N., il quale, al momento di aggregarsi, aveva domandato, sorridendo, se, in quella circostanza, fossi io a tenere banco nel gruppo, non ha, poi, rinunciato a intervenire, dicendo la sua a proposito di una sfaccettatura straordinaria insita nel desco domestico del suo nonno paterno, Vitale N. ‘u fiore.

Intorno a quel tavolo da pranzo (parolone esagerate), occupavano posto, ha raccontato Uccio, suo nonno e sua nonna, insieme con un paio di ascendenti e i loro sei figli (cinque maschi e una femmina) e, già così, si arrivava a dieci persone. Inoltre, quasi tutti i giorni, specialmente la sera, si aggiungevano sette nipoti di Pasqualina M., detta Nina, figli di due sue sorelle passate prematuramente a miglior vita e, quindi, rimasti orfani.

Diciassette “avventori”, dunque, alla fine, a intingere il cucchiaio nell’unico piatto posto al centro del tavolo, che doveva servire per l’insieme di commensali, con conseguenti difficoltà, per ciascuno, a far arrivare il cucchiaio alla minestra.

Dire che, l’appetito era tanto e non esistevano altre cose da mangiare, tranne, al caso, un tozzo di frisella o una piccola manciata di fichi secchi.

Eppure, sembra assolutamente inverosimile, si sopravviveva e, mette conto di porre l’accento, negli stati d’animo della gente, albergava ben più serenità di adesso.

Rocco Boccadamo

 

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Approfondimenti

Salento oggi, il dibattito continua

Gli interventi di: Gaia Barletta, leccese, attivista queer e operaia culturale (presidente di 73100 Gaya, organizzazione che si occupa di diversity, equity ed inclusion); Mariella Piscopo di Taurisano, giornalista di viaggi, firma di reportage e guide, esperta di comunicazione food & travel; Paolo Insalata di Felloniche (Castrignano del Capo), presidente dell’associazione Lampus e organizzatore di concerti jazz; Mario Carparelli di Ugento, Docente di Storia della filosofia moderna dell’Università del Salento

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GAIA BARLETTA

Di Lecce. Attivista queer e operaia culturale. Presidente di 73100 Gaya, organizzazione che si occupa di diversity, equity ed inclusion

«Cambiamo prospettiva, diamoci identità mediterranea»

Gaia Barletta (foto © Alessia Rollo)

«Sono una di quelle salentine che ha deciso di restare e di provare a contribuire al cambiamento: sono attivista per i diritti delle persone lgbtqia+ (lesbiche, gay, bisessuali, trans*, queer, intersex, asessuali +) e quest’attitudine nel tempo sta diventando il mio lavoro – intendo l’attivismo, non l’essere persona queer, quello fa parte della mia natura, così come l’essere salentina.

Essere salentina per me oggi significa rendermi conto di poter cambiare la prospettiva sulle cose, allargare l’orizzonte, connettermi con un’identità più ampia che è quella mediterranea. Non so ancora esattamente cosa significhi perché ha a che fare con la storia, anzi con tante storie, che sono quelle di tutte le persone e le popolazioni che nel tempo hanno attraversato -nel bene e nel male- il territorio nel quale siamo noi oggi e che hanno contribuito a formare la nostra identità, quella che rivendichiamo con orgoglio.

Quello che so è che ha a che fare con accoglienza, diversità, rispetto, che sono i valori fondamentali che mi muovono e che provo a diffondere nella mia sfera personale e in quella sociale e lavorativa, cercando di agire in modo da costruire ponti, non da alzare muri perché di certo non abbiamo bisogno di ulteriori conflitti.

Siamo in un momento storico cruciale, nel mezzo di trasformazioni importanti sotto tanti aspetti, primo fra tutti il clima e il Salento è al centro del Mediterraneo che cambia.

Forse è proprio questo il motivo per il quale credo valga la pena esplorare l’identità mediterranea: perché ha che fare con il mare e la sua profondità ma anche per provare a dare una prospettiva nuova alle persone più giovani e alle generazioni future».

Gaia Barletta

MARIELLA PISCOPO

Di Taurisano. Giornalista di viaggi, firma di infiniti reportage e guide, esperta di comunicazione food & travel

«Il Salento è un viaggio interiore, il nostro luogo dell’anima»

Mariella Piscopo

«Non è solo la nostra terra di nascita, il Salento è il nostro luogo dell’anima, un viaggio interiore alla scoperta del sé più autentico.

A partire dalle radici profondissime, come quelle degli ulivi millenari, che ci riportano a casa, anche dopo un lungo periodo, come è accaduto a me, dopo 15 anni di lontananza in giro per l’Italia e il mondo.

A partire dalla spiritualità legata ad antichi valori, che si ripete e rinsalda in ogni festa patronale, nelle processioni pasquali, nei rituali di ringraziamento delle tavole di San Giuseppe, nei canti di passione in griko.

A partire dal calore umano e da quel senso di comunità genuino, che ci fa aprire le porte di casa e aggiungere un posto a tavola per chiunque o a far salire in macchina il turista che ci chiede indicazioni per accompagnarlo direttamente a destinazione.

A partire dallo spirito del nostro territorio che è magico e misterioso, tra megaliti, torri, resti messapici, castelli medievali, cattedrali barocche, masserie fortificate, grotte preistoriche e cripte suggestive.

Un posto unico, dove due mari si incontrano e la luce è così avvolgente da lasciare senza parole.

A partire dalla campagna e dalla ricchezza dei suoi ortaggi, dalle tavole imbandite che meglio non si può, dai prodotti poveri sublimati in ricette di deliziosa semplicità, come le frise condite con olio, pomodorini e origano, che ogni salentino porta con sé
ovunque vada.

E il pesce, i crostacei, i molluschi con un sapore, che è difficile trovare altrove.

A partire dalla lentezza, dalla semplicità, dal silenzio della controra nei paesini che sembrano deserti, dal miraggio di fuga a portata di mano, come quando si percorre la litoranea Otranto-Leuca e tra il blu del cielo e il cristallo del mare si ammira l’azzurro in tutte le sue sfumature.

Senza parole, con gli occhi incantati e il volto pieno di stupore».

Mariella Piscopo

PAOLO INSALATA

Di Felloniche (Castrignano del Capo). Presidente Associazione Culturale Lampus e organizzatore di concerti jazz

«Uniti nelle disuguaglianze. Confidiamo nelle nuove generazioni»

Paolo Insalata

«Che hanno in comune un leucano con un foggiano?

Beh, salvo l’appartenenza alla stessa regione, direi ben poco, considerando il fatto che le due località sono distanti quanto lo sono Roma e Parma: mondi completamente diversi!

Tutto cambia lungo quei 400 km di distanza: paesaggi, tradizioni, cultura, cucina e financo i dialetti.

Se non fosse per l’avvento della lingua italiana, un andriese e un gallipolino, non si capirebbero mai!

Restringendo il confronto nella sola provincia di Lecce, con i suoi circa 300 paesi (tra comuni e frazioni), le differenze tra gli abitanti si assottigliano ma non si annullano, rimanendo spesso molto evidenti.

E allora, cosa accomuna i “salentini”?

Al primo posto vedo l’attaccamento alla propria terra e il vanto di sbandierare con fierezza la propria appartenenza al Salento.

Avendo vissuto per oltre trent’anni da Roma in su, ho conosciuto poche persone orgogliose della propria terra quanto i salentini.

Cercando altri elementi che ci accomunano, penso alla fede calcistica “pe lu Lecce”, alla passione per “piatti forti” della cucina locale (dal pasticciotto a ciciri e tria, sagne torte, fave e cicorie, ecc…), all’orgoglio di vivere in un paesaggio illuminato da una luce straordinaria che fa brillare una costa meravigliosa, al privilegio di vivere circondati dal barocco.

Un’altra nota caratteristica dei salentini è la loro capacità di inserirsi nel tessuto sociale dei luoghi lontani dal Salento in cui si trasferiscono per lavoro, non sentendosi mai pesci fuor d’acqua ma suscitando spesso espressioni di amicizia e simpatia nei locali.

La società è molto cambiata dal dopoguerra ad oggi e sono cambiati anche i “salentini” che con l’emigrazione per lavoro o studio, l’avvento della televisione e dei nuovi media, hanno perso i tratti tipici di una cultura prevalentemente contadina fatta di famiglie numerose, lavoro e dinamiche solidaristiche proprie delle piccole comunità.

Ogni famiglia salentina ha parenti più o meno vicini che hanno lasciato il Salento e che, quando ci tornano (se tornano), dopo l’università, o a fine carriera lavorativa o per le vacanze, non sono più i salentini che erano prima di allontanarsi dalla loro terra.

Non solo: spesso, essendo stati permeati da nuove esperienze che ne hanno modificato la personalità, non ci si ritrovano più!

Alla luce di queste considerazioni, si può ancora parlare di “identità salentina”?

Forse si, ma a mio parere si tratta di un’identità non basata sulle affinità ma sui contrasti e sulle disuguaglianze!

Questo crea un grosso problema: le differenze spesso dividono, suscitano sospetto e diffidenza e sono un freno enorme allo sviluppo e alla crescita di una comunità ingessata in un presente un po’ miope e statico, oggi poco propenso al cambiamento.

Oggi è, di massima, così, ma la mia sensazione è che le nuove generazioni daranno a breve una spallata alla mentalità arroccata nella difesa del proprio campanile rompendo il muro della diffidenza e aprendosi con coraggio al confronto e alla collaborazione, apprezzando il valore delle differenze, riconoscendone le potenzialità e non i limiti.

Con un pizzico di fiducia e grazie all’insediamento sempre crescente dei “nuovi salentini” provenienti dalle più disparate latitudini, prontissimi ad apportare linfa nuova al Salento, il futuro che intravedo per il Salento è decisamente più che florido e creativo!».

Paolo Insalata

MARIO CARPARELLI

Di Ugento. Docente di Storia della filosofia moderna all’Università del Salento. È il più giovane esponente della tradizione storiografica salentina su Giulio Cesare Vanini

«Scommettere sul Salento è stato il mio modo di amarlo»

Mario Carparelli (foto Adnkronos)

«Potrà sembrare banale, ma per me essere salentini, oggi, dovrebbe significare, prima di tutto, non essere provinciali.

Purtroppo, nelle opposte fazioni – quella degli esaltatori e quella dei denigratori “a prescindere” del Salento – c’è un fondo di provincialismo. E, aggiungerei, anche di “riduzionismo”.

Intendo dire che sia gli uni che gli altri, tanto gli “apocalittici” quanto gli “integrati”, riducono il Salento a pochi elementi distintivi e identificativi, se non a vere e proprie caricature.

Al contrario e per fortuna, il Salento è una terra ricca e dalle molteplici anime, che custodisce tante storie straordinarie, piccole e grandi, antiche e moderne.

Io sono stato battezzato da don Tonino Bello e sono uno studioso di Giulio Cesare Vanini. Quanti territori possono permettersi il lusso di vantare tra le proprie radici due simili giganti?

Eppure, quanti salentini possono affermare di conoscere veramente e profondamente queste due straordinarie figure?

Ecco, l’orgoglio e l’amore per il Salento devono poggiare sulla cultura e sulla consapevolezza, non sulla semplice appartenenza. Oggi più che mai.

Da questo punto di vista, ritengo che i turisti e i sempre più numerosi “salentini d’adozione” ci abbiano molto aiutato: ci hanno aperto gli occhi, ci hanno insegnato a vedere ciò che non riuscivamo più a vedere, a sorprenderci e a meravigliarci nuovamente di ciò che davamo ormai per scontato.

È così che, anche grazie a loro, abbiamo riscoperto il Salento. Ho studiato filosofia a Firenze e, durante gli anni dell’università,
ho vissuto anche a Milano.

Non ho mai, però, nutrito dubbi sul fatto che sarei tornato. Che la mia casa e il mio futuro fossero qui. Scommettere sul Salento è stato il mio modo di amare il Salento.

E lo è ancora oggi.

Ai tanti ragazzi che, per professione, ho il privilegio di incontrare sul mio cammino, quando mi chiedono un consiglio su cosa fare “da grandi” non smetto mai di ripetere: non abbiate paura di scommettere sulla vostra terra.

Lo credo fermamente.

Ci sono tanti settori con margini di crescita e miglioramento enormi, a partire dalla sostenibilità e dalla cultura.

A patto di uscire alla logica degli “oceani rossi”, provando invece a immaginare e creare “oceani blu” come il nostro mare, tanto per citare il capolavoro di W. Chan Kim e Renée Mauborgne».

Mario Carparelli

Per leggere gli interventi precedenti clicca qui e qui

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