Connect with us

News & Salento

Ciak a Supersano con “Il giuramento di Ippocrate”

Pubblicato

il

Si tratta di un nuovo film firmato dal regista di commedie Lucio Pellegrini (che ha anche diretto la fiction tv “I liceali”), con un eccezionale cast: da Stefano Accorsi a Vittoria Puccini, a Pierfrancesco Favino. “Il giuramento di Ippocrate” è  prodotto da Fandango del pugliese Domenico Procacci, in collaborazione con l’Apulia Film Commission ed il location manager e organizzatore pugliese, Fabio Marini, ormai impegnato da diverse settimane, prima nel reperimento delle location e adesso nell’allestimento dei set e nell’organizzazione pugliese. Le riprese si svolgeranno in questo mese di maggio a Supersano. Grande collaborazione da parte del sindaco Roberto De Vitis e del consigliere comunale Francesco Corrado. La scenografia è firmata da Roberto De Angelis.


Ed il bilancio “D’autore” è più che positivo per l’Apulia Film Commission


A soli tre mesi dalla realizzazione, “D’autore”, il Circuito Regionale di Sale Cinematografiche di Qualità, finanziato dalla Regione Puglia e realizzato dalla Fondazione Apulia Film Commission, traccia il primo felice bilancio. Dislocato su tutto il territorio regionale, il progetto fa registrare un notevole incremento di presenze di pubblico, ma anche il consolidamento di un’idea lungimirante che ha saputo tenere conto degli spettatori più esigenti e appassionati della settima arte. La nascita del Circuito D’Autore ha favorito la circolazione di pellicole di qualità in modo uniforme su tutto il territorio regionale, superando i meccanismi di distribuzione ordinari, tesi a favorire realtà più centrali e già consolidate, e passando per centri minori quali Calimera. Ben 40 pellicole sono state ospitate nel Circuito D’Autore, dando sì grande spazio agli autori di nota fama (Scorsese, Polanski, Salvatores, Eastwood, Burton), ma riservando anche particolare attenzione a piacevoli rivelazioni come Pietro Marcello, Yojiro Takita, Jeacques Audiard, Luca Guadagnino, Giorgio Diritti, Philippe Lioret e Gotz Spielmann. Grande spazio è stato ed è riservato al cinema italiano di qualità. Diverse, poi, le esclusive regionali ottenute dall’Apulia Film Commission per il Circuito come il Premio Oscar 2009 per il miglior film straniero, “Departures”, che è stato premiato dal pubblico “d’autore”, facendo registrare nelle sale del DB D’Essai a Lecce un inaspettato successo e, in alcuni casi, il tutto esaurito. Dati eccellenti si rilevano anche per i distributori, soprattutto quelli indipendenti. Sul piano della fidelizzazione del pubblico, inoltre, in soli tre mesi, il Circuito D’Autore ha ottenuto  e mantenuto un aumento complessivo di presenze pari al 25%. Il DB d’Essai di Lecce, penalizzato dalla compresenza di Multiplex e da restrittive dinamiche distributive, sta pian piano conquistando il pubblico leccese anche grazie ad alcune esclusive regionali.

Roberta Lomonaco (Apulia Commission per il Salento)


Attualità

Patu, scelta come location dal regista Saby Raphael

Recentemente ha focalizzato l’attenzione su questo tema, riunendo un gruppo di musicisti e ballerine, prendendo ispirazione dalla cultura della “Taranta”

Pubblicato

il

Riceviamo e Pubblichiamo

di Rosa Valiani
“Numerose iniziative sono state messe in atto per contrastare il fenomeno della violenza di genere, tra cui l’iniziativa panchine rosse, dibattiti, flash mob e campagne pubblicitarie. Queste piccole azioni sono volte a sensibilizzare l’opinione pubblica su una problematica sempre più diffusa.
La lotta contro questa piaga richiede interventi urgenti che mirino a eliminarla alla radice, attraverso l’educazione e, soprattutto, la promozione del rispetto sin dalle famiglie. Il regista Saby Raphael ha recentemente focalizzato l’attenzione su questo tema, riunendo un gruppo di musicisti e ballerine, prendendo ispirazione dalla cultura della “Taranta”.
Per questa iniziativa straordinaria, ha scelto come location il pittoresco paese di Patù, nel cuore dell’estremo sud. Le riprese si sono svolte nella piazza principale del centro e nei dintorni, con una coreografia che ha eseguito la rappresentativa danza del basso Salento, nota come “la Pizzica”.” Corpi Violati ” La danza sulla violenza sulle donne.
Nella prima parte dello spettacolo, gli artisti indossavano abiti bianchi a simboleggiare la libertà violata, alternando a vestiti rossi che rappresentavano la violenza, la rabbia e la ribellione.
Una rete è stata utilizzata per intrappolare inizialmente le donne, rappresentandole come fragili e sottomesse al loro destino di sottomissione.
Successivamente, le protagoniste si sono liberate da questa oscura oppressione, dando vita a una danza liberatoria, un atto di protesta e, allo stesso tempo, di speranza per il futuro”.
Lo spettacolo è andato in onda su Sky sabato 23 settembre, alle ore 21.
Continua a Leggere

News & Salento

Roberto Caputo, cento anni dall’uccisione per mano fascista

La storia del “personaggio scomodo” giustiziato a Tricase nel 1923

Pubblicato

il

roberto caputo

a cura di Salvatore Coppola

L’uccisione di Roberto Caputo si inquadra nel contesto storico della contrapposizione tra i Fasci e le non molte sezioni di ex combattenti del Salento, che nei primi mesi del 1923, si dimostrarono contrarie alla loro forzata incorporazione all’interno delle sezioni fasciste (nonostante che, in campo nazionale, i rapporti tra i dirigenti dell’Associazione Nazionale Combattenti e quelli del Partito Nazionale Fascista fossero molto stretti).

Il contesto storico

A differenza di quanto era avvenuto in grossi centri a forte concentrazione contadina (Nardò, Taviano, Ugento), dove, fin dai primi mesi del 1921, le squadre fasciste erano state create dagli agrari per stroncare le lotte dei braccianti per la concessione delle terre incolte, a Tricase il Fascio fu costituito solo dopo la marcia su Roma del 28 ottobre 1922. La città non aveva vissuto le “turbolenze” del biennio rosso, non si erano registrate grandi manifestazioni di lotta né si era sviluppato il movimento di occupazione delle terre in quanto la maggioranza dei lavoratori agricoli erano piccoli e medi proprietari, in gran parte dediti alla coltivazione del tabacco; la tabacchicoltura, inoltre, favoriva l’occupazione della manodopera femminile negli opifici privati, oltre che nei magazzini del Consorzio. Altre opportunità di occupazione erano poi assicurate dalla presenza sul territorio dell’officina e del deposito delle Ferrovie Salentine, di uffici pubblici, attività commerciali ed artigianali. In tale contesto politico e sociale, dopo la marcia su Roma fu costituita, nei primi giorni di novembre 1922, la sezione fascista, di cui fu nominato segretario politico Vittorio Facchini. Poco dopo, però, a seguito di contrasti interni, fu eletto segretario il dr. Rodolfo Caputo, cugino del vicepresidente della Sezione Circondariale Combattenti Roberto Caputo, il quale fu accusato dai membri del precedente Direttorio di essere stato l’artefice del cambio al vertice del Fascio. L’operazione politica, però, fu di brevissima durata. Il commissario di zona del Partito Nazionale Fascista avvocato Oronzo Portaccio, infatti, convocò gli iscritti per procedere a nuove elezioni che portarono alla rielezione di Vittorio Facchini a segretario politico e alla nomina di un nuovo Direttorio (Giuseppe Cafiero, Giuseppe Cavalieri, Oreste Contegiacomo, Luigi Provenzano e Vincenzo Pesapane). La sezione contava meno di duecento iscritti, mentre quella degli ex combattenti ne contava settecento, la maggior parte dei quali non erano iscritti al Fascio. Costituita nel 1919, la Sezione Circondariale Combattenti, guidata da Oreste Contegiacomo (presidente) e Roberto Caputo (vicepresidente), oltre a esercitare le funzioni proprie di assistenza socioeconomica a favore dei soci, si impegnava per favorirne il collocamento al lavoro attraverso la costituzione di cooperative di consumo, di produzione e lavoro. Grazie all’impegno di Roberto Caputo, che godeva della stima dei dirigenti della Federazione Provinciale, la stessa fungeva da sezione guida per quelle del Circondario (si tenevano a Tricase, infatti, i convegni periodici e i congressi zonali a cui partecipavano dirigenti locali e provinciali). Roberto Caputo (impiegato presso le Ferrovie Salentine) era sinceramente convinto della necessità di preservarne l’autonomia. I dirigenti del Fascio cominciarono a muovere nei suoi confronti generiche accuse di “bolscevismo”, non solo o non tanto perché aveva nel passato manifestato simpatie per le idee socialiste, ma soprattutto perché, in occasione dello sciopero nazionale contro il fascismo del 31 luglio 1922, aveva sollecitato i ferrovieri a parteciparvi.  Agli inizi del 1923 non esisteva in Tricase, di fatto, alcuna forma di opposizione al fascismo da parte delle organizzazioni politiche tradizionali (partiti e Leghe sindacali); solo la Sezione Circondariale Combattenti si schierava in molte occasioni apertamente e con coraggio contro le iniziative politiche del Fascio, che la accusava, per questo, di minare «la gloriosa ascensione del fascismo» a Tricase.

Personaggio scomodo

Essendo stata bocciata dalla maggioranza degli ex combattenti la proposta di fusione o di stretta collaborazione con il Fascio, il presidente Oreste Contegiacomo (che faceva parte del Direttorio fascista) rassegnò le dimissioni motivandole col fatto che, essendo egli un «ex combattente vero», non poteva continuare a presiedere una sezione della quale facevano parte soci che, nei mesi precedenti, avevano manifestato «idee alquanto sovversive e giudizi non rispondenti a verità». A parere del segretario politico del Fascio (che informò i vertici zonali del partito) egli si riferiva a Caputo, accusato di svolgere propaganda antifascista, come si era visto in occasione della celebrazione del XXIV Maggio, quando egli ed altri dirigenti della sezione avevamo tentato di dare alla cerimonia «un significato antifascista». Nel corso di una riunione congiunta dei vertici della Federazione Provinciale Combattenti (guidata da Leonardo Mandragora) e della Federazione provinciale del PNF tenuta a Lecce il 30 maggio 1923, gli avvocati Guido Franco da Gallipoli e Oronzo Portaccio da Taviano (rispettivamente segretario provinciale e commissario zonale del PNF) decisero di costituire una commissione paritetica che avrebbe esaminato lo stato dei rapporti tra combattenti e fascisti allo scopo di favorire la formazione di un «fronte unico» per una leale e fraterna collaborazione tra le due organizzazioni. A partire dal mese di luglio, con sempre maggiore insistenza, il segretario del Fascio chiese ai dirigenti provinciali e zonali del partito di utilizzare la propria autorità politica per convincere gli organi provinciali della Federazione Combattenti a rimuovere Caputo dalla carica di presidente; questi venne, in effetti, rimosso e sostituito, ufficialmente, con l’avvocato Francesco Piccolo, ma continuò a godere della stima dei dirigenti provinciali i quali non potevano né volevano impedirgli di partecipare all’attività della sezione, come chiedeva il Fascio. La grande stima e il grande affetto che nutrivano per lui gli iscritti resero pressoché inefficace la decisione di sospenderlo dalla carica di presidente, per cui, di fatto, Caputo continuò a svolgerne le funzioni, alimentando il rancore dei suoi avversari politici. Nelle lettere che, tra luglio e settembre 1923, il segretario politico del Fascio indirizzò al dirigente zonale e provinciale del PNF Oronzo Portaccio, ritorna, perentorio, il ciceroniano quousque tandem? Fino a quando i vertici provinciali del PNF sarebbero rimasti inerti di fronte alla pervicacia antifascista di Caputo? Fino a quando sarebbe stato tollerato che Caputo continuasse a ostacolare la piena affermazione del fascismo a Tricase? Fino a quando gruppi «non omologati al fascismo» avrebbero continuato a pretendere di preservare la propria autonomia politica? Si rendeva necessario – a parere dei dirigenti del Fascio – un deciso intervento per costringere alle dimissioni il Caputo, «un individuo che tiene un paese in subbuglio, un Fascio da dieci mesi in agitazione, un individuo che fa vergogna all’Associazione ex combattenti». Quali le “gravi” colpe del Caputo? «Tutti i nostri avversari fanno capo al Caputo, siano essi disertori o imboscati, ex combattenti o non, bianchi o rossi, poco importa ricevono da lui protezione perché nostri nemici», queste le accuse mosse nei suoi confronti. E, ancora: «continuando così, dinanzi all’opinione pubblica locale, scemerà anche il valore morale del Fascio, poiché fanno capire ad arte che noi non si reagisce perché più deboli e vili, e spesso debbo lottare perché i fascisti non manganellino coloro che insozzano con la loro iscrizione l’Associazione ex combattenti […] è col cuore sanguinante che in qualità di fascista ed ex combattente vero vedo il disaccordo fra la nostra Sezione e quella degli ex combattenti, cosa che nell’interesse nostro e loro dovrebbe cessare. E’ mio parere che la Federazione Provinciale ex Combattenti voglia prendersi giuoco di noi tutti. Difatti quale canzonatura è quella della sospensione del Caputo, se questi non ha per un giorno cessato dallo sbrigare tutte le pratiche inerenti alla Sezione, ed è costantemente assieme all’avv. Piccoli a confabulare in modo così misterioso che pare congiurino?!?». Appare verosimile che la volontà politica di raggiungere al più presto l’obiettivo della completa fascistizzazione del paese portasse qualche dirigente ad usare nei confronti di chi veniva percepito come un tenace avversario politico espressioni e frasi del tipo «sembra assurdo che non si riesca a togliere di mezzo un individuo», che poi l’esaltazione passionale di qualche militante avrebbe potuto interpretare in un senso diverso e con esiti drammatici; si rendevano conto di ciò i dirigenti del Fascio? Di fronte a quanto sarebbe di lì a poco accaduto, porsi questa domanda non appare inutile per una corretta indagine storica. Se non si tiene conto di come il fascismo avesse, con la sua cultura dell’odio e della violenza, sconvolto gli animi di quanti vi avevano aderito, non si riuscirà a comprendere fino in fondo il senso degli avvenimenti che, pur circoscritti ad una piccola realtà come Tricase, possono essere utili per la comprensione della stessa storia nazionale. L’obiettivo dei dirigenti del Fascio era quello di mettere Caputo nella condizione di non poterne ostacolare i progetti, nessuno di loro probabilmente si rese conto che il tono violento delle loro pretese e la volontà, anch’essa violenta, di non consentirgli alcuna attività politica, avrebbero potuto creare le condizioni perché si giungesse ad esiti drammatici.

L’assassinio

Sulla base dei documenti giudiziari, è possibile sostenere che nessuno dei dirigenti fascisti avrebbe voluto che i forti contrasti politici esistenti portassero all’eliminazione fisica di Roberto Caputo da parte di Emanuele Adago (tra i fondatori del Fascio), il quale, nell’esaltazione parossistica di un presunto compito di «pacificazione» che il fascismo in quanto «Idea e Programma» gli assegnava, non esitò, la sera di quella tragica domenica 23 settembre, ad uccidere colui che veniva percepito come «l’Ostacolo sulla strada del trionfo e dell’affermazione della nuova Italia, sulla strada della conquista degli animi e delle coscienze dei Tricasini». Dalle indagini condotte dalla polizia giudiziaria, dalle testimonianze, dai memoriali indirizzati da Adago al Giudice Istruttore e al Presidente della Corte di Cassazione, emerge il movente politico dell’omicidio. Lo stesso Adago, dopo qualche timido tentativo di dimostrare che a spingerlo al delitto era stata una «provocazione» messa in atto da Roberto Caputo (provocazione esclusa, però, da tutte le testimonianze), in seguito sostenne sempre la tesi dell’insanabile contrasto politico come movente dell’omicidio. Nel Caffè del Tempio, alla presenza di numerosi avventori, Adago esplose un primo colpo che raggiunse Caputo alla spalla costringendolo a piegarsi su se stesso e, prima che gli esterrefatti presenti, «paralizzati dal terribile avvenimento», potessero fare qualcosa per bloccarlo, Adago, a bruciapelo, esplose due colpi che raggiunsero al torace Caputo, che stramazzò al suolo, invano soccorso da un gruppo di amici che non poterono fare altro che constatarne la morte. Caputo lasciava la vedova Erminia Turco e due bambini piccoli, Bonaventura e Aida; anche il suo assassino era padre di tre figli.

I giornali locali

Sotto il titolo L’efferato delitto di Tricase il giornale La Provincia di Lecce del 30 settembre riportò la notizia dando un ampio risalto alla descrizione dei fatti, alla reazione della folla e al funerale che si era svolto il martedì successivo con una grande partecipazione di popolo. Nell’articolo si legge, inoltre, che il giorno successivo all’uccisione di Caputo («di sentimenti pacifici e patriottici era amato da tutto il paese che ammirava in lui il giovane laborioso, gioviale e disinteressato») una folla numerosa si era recata nella sede del Fascio, si era fatta consegnare la chiave e il gagliardetto, aveva preso i ritratti e le bandiere che vi si trovavano e aveva depositato il tutto nella Sezione Circondariale Combattenti, mentre i negozi e gli stabilimenti erano rimasti chiusi in segno di lutto.

Il funerale

Al funerale avevano partecipato una massa imponente di popolo e le delegazioni dell’Associazione Provinciale Combattenti, dell’Associazione provinciale e locale dei Ferrovieri, oltre alle autorità comunali. Sul giornale locale (Il Tallone d’Italia) la notizia dell’uccisione di Caputo (ricondotta ad un episodio di cronaca nera) venne presentata come l’esito drammatico di un diverbio e di una rissa «tra l’operaio tappezziere delle ferrovie salentine Roberto Caputo da Tricase e il meccanico Adago Emanuele nativo di Ginosa e residente a Tricase da più di trent’anni». Non seguiva alcun commento, tranne una breve considerazione finale («ci asteniamo dal raccogliere le diverse versioni del fatto che corrono nella bocca del pubblico per rispetto alle autorità inquirenti»).

Processo e (lieve) condanna

L’avvocato Antonio Dell’Abate, difensore di Adago, sostenne la tesi del «delitto politico avente fine nazionale»; tutte le circostanze al vaglio degli inquirenti, d’altronde, sembravano convergere in tale direzione.  La sentenza, emessa il 13 maggio 1925, configurò il delitto come omicidio volontario; concessi i benefici della «provocazione lieve» (che comportava la riduzione di un terzo della pena prevista nel minimo di anni 18), e delle «attenuanti generiche» (che comportava la riduzione di un ulteriore sesto della pena inflitta), la Corte d’Assise condannò Emanuele Adago ad anni dieci di reclusione, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e ad anni due di vigilanza speciale, oltre al risarcimento dei danni in favore della parte civile (la vedova Erminia Turco, costituitasi anche in nome e per conto dei figli, rappresentata dall’avvocato Michele De Pietro). Poiché il delitto era stato determinato da «movente politico» gli venne concesso il beneficio del condono di anni tre. La Corte di Cassazione, con sentenza del 3/2/1926, confermò la decisione della Corte d’Assise di Lecce; con successiva ordinanza del 17/5/1926 la Cassazione concesse all’imputato l’ulteriore beneficio di quattro anni di condono ai sensi di un nuovo decreto di amnistia emanato dal governo. Di lì a poco, dopo avere scontato meno di tre anni di reclusione, Adago venne rimesso in libertà.

La Sezione Circondariale Combattenti, dopo i tragici avvenimenti che l’avevano colpita, mantenne, sia pure a fatica, la propria autonomia fino al 15 dicembre del 1925, quando fu obbligata a trasformarsi in una appendice del Fascio. Il presidente Mario Ingletti, in tale circostanza, fece inserire nel verbale di passaggio di consegna dai vecchi ai nuovi dirigenti imposti dal Fascio la seguente dichiarazione: «i Combattenti di Tricase, consci dell’attuale stato di cose in cui è conculcato ogni diritto, sono soppresse tutte le libertà, anche le più elementari ad ogni vivere civile, si astengono di elevare protesta per la violenza commessa ai danni della loro libera organizzazione, ma dichiarano di  serbare nell’avvenire vivo ricordo dell’arbitrio consumato a loro danno. Dichiarano inoltre che essi riconosceranno sempre quali capi della loro organizzazione i compagni liberamente eletti e considereranno soltanto degli intrusi gli altri comunque imposti».

 

Continua a Leggere

Approfondimenti

Lucia Villani, di Specchia: “Rinascere partendo dai propri capelli”

AruaM. Il progetto da 28 anni dona il sorriso restituendo i capelli a chi li ha perduti: «Con noi, chiunque può permettersi una rinascita e ricominciare a vivere»

Pubblicato

il

Dalle donne, per le donne: AruaM-Lucia Villani è una realtà di Specchia che si propone di offrire (alle donne, ma non solo) la possibilità di vivere una rinascita partendo dai capelli!

Lucia Villani ci racconta il suo progetto, da ciò che lo ha animato sin dai primi passi.

“AruaM-Lucia Villani nasce ormai più di 28 anni fa, dal mio grande desiderio di fare del bene, facendo della mia più grande passione il mio lavoro. La mia motivazione maggiore è sempre stata quella di vedere le clienti soddisfatte, con quella luce negli occhi che solo una donna che si piace tanto ha. I grandi sorrisi e le loro soddisfazioni sono sempre stati il carburante che mi ha spinto a dare di più, a fare sempre meglio”.

Cosa rappresenta ad oggi AruaM, a quasi tre decenni dalla sua nascita?

“Senz’altro il lavoro, la dedizione e la forza di continuare a dare il massimo, nonostante le avversità.
Ma anche le grandi soddisfazioni che posso vantare grazie ad alcune collaborazioni con grandi brand quali Nashi, Medavita, Ghd e tanti altri, che permettono a me ad al mio staff di mettere in atto le nostre conoscenze con una marcia e un aiuto in più.

Tra queste, la collaborazione che più mi rende orgogliosa è sicuramente quella con l’azienda «Capelli for You» che ci permette di offrire una nuova vita a tante donne e tanti uomini colpiti dalle problematiche di perdita dei capelli.
Che sia a causa di malattie come alopecia, semplice diradamento oppure caduta dei capelli in seguito a trattamenti chemioterapici, abbiamo la giusta soluzione per ognuno, garantendo la massima riservatezza e il pieno rispetto della privacy”.

Quali sono le soluzioni che siete in grado di offrire?

“Sono varie. Molto rilevante è sicuramente la «protesi capillare» realizzata con capelli veri provenienti dall’Europa la quale, attraverso una sottile ed impercettibile membrana, si posa sul cuoio capelluto, donando nuovamente la folta chioma che tanto si desidera. La nostra protesi capillare non è affatto invasiva, ti permette di vivere la tua vita senza alcun limite ed è l’unica ad essere riconosciuta dal ministero come dispositivo medico di primo livello”.

Per chi cercasse, invece, delle soluzioni temporanee?

“In tal caso è sicuramente consigliabile l’acquisto di una buona parrucca. Le nostre parrucche sono varie, si ha possibilità di scelta fra diverse colorazioni e differenti qualità del capello. Quasi sempre l’acquisto di una parrucca è correlato ad un periodo in cui ci si sottopone a delle cure chemioterapiche che causano la temporanea perdita dei capelli, ed è per questo che vi è un contributo ASL (fino a €300) per aiutare tutte quelle donne che affrontano una battaglia di questo tipo ogni giorno”.

Come è possibile aver ulteriori informazioni, per valutare magari il proprio caso specifico?

Chiunque avesse necessità di saperne di più può fissare un appuntamento per una consulenza personalizzata, completamente gratuita e senza impegno. Cerchiamo sempre di venire in contro ad ogni esigenza del cliente, ascoltandolo e valutando le varie possibili soluzioni.
La mia maggiore premura è quella di restituire il sorriso a persone che non lo ritrovano più in seguito alla perdita dei capelli.

Con noi, chiunque si può permettere di avere una rinascita, di ricominciare a vivere. Io ed il mio team siamo qui per renderlo possibile. E da anni lo facciamo grazie alla fiducia delle nostre clienti e di tutti coloro che continuano a credere in noi”.                                                        Lucia Villani

Continua a Leggere
Pubblicità

Più Letti

Copyright © 2019 Gieffeplus