Xylella & ricerca: senza un fondo…di speranza

“Oggi il caso Xylella è diventato un cavallo di battaglia: è sulla bocca di tutti, molti ne parlano ma pochi sanno quello che dicono”.

Esordisce così, nell’intervista rilasciataci proprio in merito alla piaga Xylella, il prof. Salvatore Frisullo, docente alla Facoltà di Agraria di Foggia, originario di Ruffano e non a caso indicato dal sindaco ruffanese Carlo Russo come uomo di scienza nelle cui mani riporre i fondi della raccolta “Ulivothon” . D’altronde siamo nel cuore della questione, sono iniziate le eradicazioni e, giocoforza, tutti ne parlano.

Di seguito le sue risposte alle nostre domande.

Lei cosa pensa del piano Silletti?

Il professor Frisullo in laboratorio
Il professor Frisullo in laboratorio

“Penso che l’intervento sia necessario, obbligato direi se si vogliono salvare le piante ancora sane. Non si può sperare di difendere gli ulivi non infetti correndo il rischio di tenere in vita quelli malati. Anzi, ritengo che una volta iniziato, l’intervento debba essere radicale: o si abbattono tutte le piante colpite dal batterio o tanto vale lasciare le cose come stanno. E aggiungo che non si può credere, come dicono in tanti, di risolvere il problema tagliando solo i rami secchi”.

Una battaglia  dissennata, quindi, quella degli attivisti che bloccano le ruspe?

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“Il mio è un punto di vista radicale, me ne rendo conto. Per questo non biasimo chi si oppone all’eradicazione. Se fosse vivo mio padre, sarebbe il primo a darmi torto. D’altronde, come si può non capire chi ha coltivato queste piante per anni, chi se ne è preso cura tramandandole nei secoli e chi ne ha fatto ragione di vita e fonte di sostentamento? È chiaro che gli ulivi sono nei cuori di tutti noi, ma proprio per questo bisogna essere lungimiranti e capire che non si può ignorare il problema. Anzi, che lo si è ignorato già fin troppo…”

Intende dire che l’intervento non è stato tempestivo?

“Assolutamente. Tutt’altro che tempestivo! Si conosce il problema da due anni e non si è fatto nulla fino ad ora. Tant’è che noi ricercatori, che abbiamo segnalato in principio il rischio e la sua diffusione, non abbiamo visto il becco di un quattrino per proseguire la ricerca. Gli unici fondi arrivati finora sono quelli raccolti grazie alla buona volontà dei Comuni che hanno deciso di aderire all’iniziativa “Ulivothon”.  È chiaro però che sono un’inezia rispetto a ciò che potrebbero e dovrebbero veicolare le istituzioni. Sia chiaro, per fortuna c’è “Ulivothon”, ma con essa possiamo lavorare solo nell’ambito della sperimentazione: per fare ricerca ci vogliono ben altre risorse. Io tutt’ora vado e vengo da Foggia a Lecce a mie spese e, a onor del vero, sono responsabile di un laboratorio a Bari, accreditato alla Regione, che sta studiando la Xylella. Ma anche qui le risorse sono centellinate: posso lavorare solo su campioni pronti, prelevati dalla Regione stessa e non da me. In altre parole, non sono abilitato a fare ricerca in maniera autonoma”.

Una ricerca monca insomma, perché si è sottovalutato il problema o per altro?

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Ciullo

“Perché in politica si fanno chiacchiere e si veicolano fondi solo per gli interessi di chi prende decisioni. È ora di svegliarsi, questa malattia va studiata a fondo. Per quanto siano già iniziate le eradicazioni, esistono decine di interrogativi ancora senza risposta. Non conosciamo il ciclo biologico del batterio, non sappiamo perché si manifesta oggi piuttosto che in altri periodi, né siamo certi che non vi siano fattori concomitanti alla diffusione della malattia, e così via”.

Giusto quindi dinanzi a tante incertezze reagire come la Francia, isolare la Puglia?

“La Francia segue semplicemente le direttive dell’Unione Europea, che non ha fatto altro che ordinare l’estirpazione. Più che altro, mi sembra ridicola la lista di prodotti bloccati. Si è arrivati persino all’embargo sul cavolo… Poi, alla Francia ricorderei di guardare anche altrove: noi ora viviamo il problema in prima persona, ma è assodato che la Xylella viene da lontano. Proprio per questo a Parigi farebbero bene a guardarsi da tutti gli Stati con cui hanno continui contatti diretti, come le loro vecchie colonie, prima di isolare l’Italia…”

Lorenzo Zito

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