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Attualità

Dalla parte dei più Deboli, fosse anche solo per un panettone

Sandro Barone: «L’imprenditore e amico Salvatore Giannetta ci ha donato 400 panettoni che provvederemo a ripartire tra Caritas, Mensa dei poveri e famiglie che seguiamo»

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Continua senza sosta l’attività dell’associazione “Dalla parte dei più Deboli” di Muro Leccese e dell’instancabile presidente Sandro Barone.


Come sempre con l’approssimarsi del Natale il pensiero è a quelle famiglie che non hanno molto da festeggiare.


Così l’associazione si sta organizzando per raggiungere chi diversamente non avrebbe l’opportunità neanche di mettere un panettone in tavola.


A tal proposito il presidente ci tiene ad evidenziare «l’iniziativa dell’imprenditore e amico Salvatore Giannetta che da anni aiuta la comunità salentina, sostenendo le famiglie in difficoltà, con donazioni alimentari».

«Per le prossime festività», spiega Sandro «Giannetta ha donato ben 400 panettoni, e diversi alimenti che attraverso la  nostra  associazione mi adopererò affinché vengano ripartiti tra Caritas, Mensa dei poveri e  famiglie che seguiamo».


«Giannetta», prosegue Sandro Barone, «non è nuovo ad iniziative del genere, è uno dei sostenitori più generosi e costanti che l’Associazione possa vantare, infatti, più volte all’anno ci omaggia di intere pedane di alimenti, che rappresentano per moltissime famiglie sul territorio una vera boccata di ossigeno. Noi cerchiamo di fare rete affinché arrivino alle “nostre” famiglie generi di prima necessità, giocattoli, materiale scolastico e vestiario, ma sono proprio gli alimenti il “bene più prezioso”, sia perché senza cibo non si sopravvive e sia per l’enorme difficoltà a reperirlo».


Attualità

Un questionario per il centro storico di Racale

A cura della Consulta Giovanile: la maggioranza dei cittadini chiede maggiore sicurezza e controllo delle strade ed incentivi che spingano i cittadini a riabitare il borgo ormai quasi del tutto abbandonato

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Quanto ci prendiamo cura del nostro centro storico? Quanto conosciamo i segreti che custodisce la storia antica della nostra città? L’incuria e il degrado nascondono un potenziale inespresso fatto di tradizioni, storia e bellezza. Da queste riflessioni la Consulta Giovanile di Racale ha lanciato la campagna di partecipazione “Il nostro cuore – riprogettiamo il nostro centro storico”.

L’obiettivo è raccogliere idee e suggerimenti per indicare una serie di interventi prioritari che ridonino bellezza e che possano migliorare la vivibilità del cuore del paese.

Molte sono le esperienze di piccoli borghi che hanno costruito, attraverso un’azione coordinata tra privato e pubblico, elementi di attrazione turistica che hanno innescato un ciclo virtuoso dell’economia locale.

Un processo che è cominciato dall’ascolto, attraverso un questionario dedicato a tutte e tutti coloro che vivono quotidianamente il comune.

I primi dati emersi hanno evidenziato l’esigenza dei cittadini di far sentire la propria voce (quasi quattrocento risposte in quindici giorni) dimostrando, quindi, la necessità crescente di mezzi d’indagine che aiutino le amministrazioni a svolgere il loro compito.

La maggioranza delle risposte esprime il bisogno di maggiore sicurezza e controllo delle strade (90%) e di incentivi che spingano i cittadini a riabitare il borgo ormai da tempo quasi del tutto abbandonato.

Più dibattuta è la questione della pedonalizzazione del centro (60% pro, 40% contro).

I ragazzi della Consulta Giovanile di Racale sperano, qualunque sia l’esito del questionario, che questo sia «solo il primo passo per incrementare la partecipazione e corresponsabilità nei processi decisionali che riguardano il bene comune».

 

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Attualità

La scuola dell’obbligo e le sfide del tempo

Il discorso sin qui sviluppato sul tema implica alcune riflessioni generali…

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di Hervé Cavallera

Il discorso sin qui sviluppato sulla scuola dell’obbligo in Italia implica alcune riflessioni generali, rinviando per una più ampia analisi storica al mio Storia della scuola italiana (Firenze 2013). Se nell’antichità prevalevano le scuole private, la scuola come istituzione nasce propriamente con san Benedetto (480-547) ed essa rimane nel corso dei secoli, particolarmente nella Penisola, gestita, soprattutto a partire dalla Controriforma (seconda metà del XVI secolo), dagli ordini religiosi, tra cui sono particolarmente da ricordare i Gesuiti con la loro Ratio studiorum.

La presenza nella Penisola di tanti Stati favoriva, inoltre, una varietà di impostazioni di curricoli scolastici. Con l’unità d’Italia, fu estesa (1861) al nuovo regno la piemontese Legge Casati che esprimeva una tendenza centralistica del potere, peraltro giustificata dal fatto che occorreva unificare in unico sistema formativo popolazioni di diverse tradizioni e costumi, anche lessicali. La legge divideva l’istruzione in vari livelli: l’istruzione superiore (ossia l’università), l’istruzione secondaria classica (il ginnasio-liceo), l’istruzione tecnica e quella elementare, che era l’obbligatoria. Poca chiara era la figura del maestro elementare che diveniva nei fatti un dipendente comunale, come poco soddisfacente era che i Comuni dovevano farsi carico degli edifici e della frequenza scolastica elementare. D’altronde, il momento storico non era facile e dovere della scuola dell’obbligo era la formazione di cittadini ubbidienti con un minimo di istruzione.

Non mancarono negli anni che seguirono voci autorevoli volte ad un rinnovamento didattico, ma un effettivo rilancio della scuola elementare vi fu solo con la riforma Gentile del 1923. Il filosofo-ministro creò l’istituto magistrale per la preparazione degli insegnanti elementari valorizzando come mai prima la figura del maestro; avviò la statalizzazione delle scuole elementari; ripristinò l’insegnamento della religione cattolica come essenziale per fornire le fondamenta del comportamento morale; previde la scuola materna come grado preparatorio alle elementari; volle, coadiuvato dall’amico e discepolo Giuseppe Lombardo-Radice, che nelle elementari non vi fosse una preconcetta metodica, ma si tenessero presenti le capacità dei piccoli per poterle potenziare e  vi fosse attenzione per l’ambiente in cui si operava.

In altri termini, nella scuola elementare era rispettata la fantasia e la creatività infantile, che poi veniva gradualmente disciplinata nella secondaria, per giungere a completa maturazione in coloro che avrebbero intrapreso gli studi universitari. Il che rispecchiava i momenti del divenire dello spirito propri della filosofia di Gentile.

Tale impostazione è sostanzialmente rimasta inalterata in quanto i numerosi ritocchi che si sono succeduti nel corso del tempo sono stati estrinseci, non hanno cioè toccato il senso generale dell’impostazione. Basti ricordare che i programmi delle elementari del 1955 continuavano a ribadire che essi  prescrivevano il grado di preparazione che l’alunno doveva raggiungere  e che lo Stato non aveva una propria metodologia educativa. Ciò ha consentito il permanere di una generale solidità formativa, secondo una impostazione che garantiva a tutti i rudimenti del sapere, distingueva poi tra coloro che sospendevano gli studi, coloro che avrebbero conseguito un diploma che avrebbe assicurato dei lavori di concetto e coloro che sarebbero pervenuti al conseguimento di una laurea.  La situazione è mutata con la nascita della scuola media unica (1962). Non assicurando alcun specifico sbocco lavorativo, essa è subito apparsa come una scuola di passaggio, crescendo intanto il numero di coloro che continuavano gli studi nella secondaria superiore.

Il fatto che la media divenisse una scuola di transizione doveva di conseguenza accompagnarsi ad un ruolo di orientamento che essa in realtà non ha mai avuto.

Al contrario, la scomparsa nella scuola media dell’insegnamento del Latino ha indebolito la formazione logica di base degli alunni, non compensata per tale aspetto dalla presenza di lingue straniere incentrate sull’aspetto comunicativo.  A tutto questo è venuta ad aggiungersi l’autonomia scolastica. Se l’intento di fondo era quello di rendere giustamente ogni scuola più adatta al soddisfacimento dei bisogni degli studenti, è pur vero che l’autonomia didattica e organizzativa (Legge n°59/1997) ha naturalmente favorito una varietà di Piani dell’Offerta Formativa che ha inevitabilmente accentuato l’attenzione delle famiglie sulla singola struttura scolastica.  Nel mondo della scuola ha così fatto ingresso la competitività tra istituti. In tal modo è venuta meno l’ufficiale uniformità scolastica, all’interno della quale il ruolo rilevante era assunto dalla competenza e dall’abilità didattica dei singoli insegnanti, favorendo, alla luce del principio della flessibilità didattica e organizzativa, sempre di più l’inclusione e il pluralismo. Il termine “preside” è stato sostituito da quello di “dirigente scolastico”, facendo così risaltare l’aspetto organizzativo e propositivo tanto da far pensare ad una scuola-azienda.

Tutto questo, si capisce, ha degli indubbi lati positivi che consistono in un dinamismo che corrisponde alla necessità di affrontare un momento storico con forti cambiamenti. Di qui l’importanza appunto dell’offerta formativa che deve essere supportata da insegnanti di qualità. L’aspetto da riconsiderare è invece quello di non essere troppo facilmente dipendenti dalle cangianti e non sempre valide attrattive del presente perché la scuola, qualunque sia il grado, deve assicurare, nel rispetto delle diverse personalità degli allievi, i fondamenti cognitivi e comportamentali. La grande sfida del presente, proprio nella scuola dell’obbligo, nasce appunto dalla compresenza, non priva di conflittualità, di due istanze: quella di rispondere alle trasformazioni del tempo e quella di dover far acquisire delle conoscenze basilari. Di qui, sempre nell’attenzione ai capisaldi del sapere e alle personalità degli alunni, la capacità di mediazione che si richiede ai docenti della primaria e della secondaria di primo grado per avviare a un adeguato percorso nella secondaria superiore.

 

 

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Attualità

Martano contro lo spopolamento: fondi per nuovi residenti ed imprese

La misura dell’amministrazione Tarantino per fermare il calo demografico

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Il Comune di Martano adotta delle misure contro lo spopolamento proponendo degli incentivi a chi trasferisce la sua residenza in paese o vi avvia una nuova attività.

L’idea dell’amministrazione guidata dal sindaco Fabio Tarantino in particolar modo punta a frenare il flusso migratorio dei più giovani verso le città e verso il nord, offrendo un supporto a quella che potrebbe essere una via alternativa da coltivare in paese.

Due le misure adottate, collegate tra loro ed entrambe a fondo perduto. L’amministrazione ha stanziato 37mila 917 euro per 5 attività economiche o produttive (commerciali, artigianali o agricole) che mettano radici a Martano. Il tetto al contributo per il singolo intervento è di poco più di 7mila e 500 euro. Attività che siano di carattere commerciale, artigianale o agricolo.

L’altro contributo, invece, è destinato a chi trasferisce la propria residenza, per almeno tre anni, a Martano. In questo caso l’intervento singolo è di 5mila euro, una tantum, da destinarsi all’acquisto o alla ristrutturazione di uno stabile in paese. Il totale disponibile è di 20mila euro. Verranno erogati pertanto un totale di quattro contributi.

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